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        <title>La riforma tributaria</title>
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            <surname>Bonomi</surname>
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        CONGRESSO NAZIONALE DEL PARTITO SOCIALISTA ITALIANO
(BOLOGNA 8-9-10-11. APRILE 1904)

LA

RIFORMA TRIBUTARIA

RELAZIONE

IVANOE BONOMI

TITMOLA

000P. TIP. EDITRICE PAOLO GALEATI

Foro Boario N. 5 (casa propria)

1904
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        Il compito del Congresso.

Il partito socialista italiano ha già, nel suo programma
minimo, formulati i suoi principî in fatto di politica tributaria.
 Questi principî sono: « abolizione dei dazii di
frontiera sul grano e sugli altri generi di consumo popolare;
 abolizione del dazio consumo e di ogni imposta indiretta
 ; imposta unica progressiva e globale sui redditi
a sulle successioni ».
Per quanto questi principî siano discutibili e soggetti
a revisione, noi crediamo che il Congresso non sia chiamato
 oggi al loro riesame. Nel Congresso odierno non si
tratta più di formulare principî generali, ma di risolvere,
al lume di questi principî, il problema concreto della nostra
politica tributaria. Appunto per questo gli ordinatori del
Congresso hanno separato dal complesso programma minimo
del partito, alcuni singoli punti perchè su di questi si eserciti
 la nostra azione pratica ed immediata.
Per tanto il nostro compito rimane ben limitato. Esso
consiste nell’esaminare lo stato attuale del problema tributario
 in Italia, per indicare quelle riforme che nè deviano
dalle linee direttive della politica socialista, nè prescindono
dalle limitate possibilità del presente.
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        me e

La riduzione delle spese.

Alla politica tributaria dei socialisti è consuetudine
porre questa pregiudiziale: la riduzione delle spese militari.
Niun dubbio che i due argomenti sono strettamente
connessi. Un forte risparmio nella spesa può agevolare una
riforma nei varî cespiti di entrata. E per chi ritiene che
questa riforma debba consistere semplicemente in uno sgravio,
 è ovvio che la riduzione della spesa debba precedere
la riduzione dell’ entrata.
Ma cotesta pregiudiziale non ci pare insuperabile.
Anzitutto le spese militari non sono le sole grandi spese
jello Stato. Vi è, ad esempio, la spesa, molto maggiore, per
gl’interessi del debito pubblico, spesa che può essere —
e le recenti speranze di conversione libera ne fanno fede
— suscettibile di riduzione. La pregiudiziale va dunque,
in omaggio all’esattezza, formulata così: nessuna riforma
tributaria è possibile se non si riducono le spese dello
“tato.

Ora questa pregiudiziale è, dal punto di vista della
politica tributaria, perfettamente conservatrice. La invocava
ji recente Luigi Luzzatti per rimandare all’ indomani di
ana ipotetica conversione libera della rendita ogni disegno
di riforma tributaria.
Ma vi è un argomento di maggiore importanza. Una
riforma tributaria non è a confondersi con uno sgravio.
Quest’ultimo ha bisogno, per attuarsi, che le entrate superino
notevolmente le spese; mentre la prima, limitandosi a distribuire
 più equamente il carico, può farsi senza turbare
l’equilibrio del bilancio generale.
Concepita così, la riforma tributaria si separa dal problema
 della spesa, e diventa possibile indipendentemente
dalle riduzioni di questo o di quel bilancio.
Nessuna pregiudiziale dunque può porsi al nostro problema.
 Il problema delle spese militari come quello della
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conversione della rendita, come. i cento altri che hanno
attinenza ai varî servizi di Stato, sono indipendenti da
quello di -una riforma dei tributi, la quale pertanto deve
essere di tal natura da potersi attuare nelle condizioni
odierne della nostra finanza.

Il campo della riforma. '

Limitato il problema ad un migliore ordinamento dell’entrata,
 occorre scegliere il campo della riforma. Per
questa scelta bisogna tener presenti i principî generali già
inscritti nel programma minimo del partito, principî che
assegnano alla nostra politica tributaria questi due indirizzi:
 abolizione dei dazii di frontiera sui generi di consumo
popolare, abolizione del dazio interno, cioè abolizione di
quasi tutta la tassazione indiretta.
Dei due indirizzi, il primo ci pare esorbiti dal compito
nostro. I dazii di frontiera non sono soltanto dei dazii
fiscali, sono anche e sopratutto dei dazii economici. La loro
riduzione od abolizione rientra nella vessata questione del
protezionismo e del libero scambio, che il Congresso deve
discutere separatamente.
Rimane dunque il secondo indirizzo, quello che circoscrive
 la riforma alla abolizione dei dazii interni. Su questo
campo, sul quale si appuntano da tempo gli sguardi degli
studiosi e dei legislatori, noi intendiamo indicare l’azione
immediata del partito socialista.

I limiti del problema.

Prima di procedere a qualche proposta concreta, cre.
diamo opportuno fissare due limiti alle possibili soluzioni
del problema ;
a) una riforma non deve turbare l’ assetto del bilancio.
così da lasciar scorerto un deficit incolmabile.

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        —_— 6 —

ò) nuovi carichi da sostituire a quella parte di dazio
che si abolisce, non devono essere di tali proporzioni da
arrestare lo sviluppo della produzione capitalistica.
Questi due limiti implicano due concezioni affatto
opposte.
Se si crede che l’ avvento del proletariato non possa
precedere il completo sviluppo e la piena maturità del capitalismo,
 ma che anzi occorra affrettare questo sviluppo
e questa maturità, non si può poi arrestare a cuor leggiero
lo slancio ascendente della produttività capitalista. Dissestando
 il bilancio dello Stato e quindi il suo credito
@ i suoi servizii, tassando enormemente le classi ricche,
non si giova al proletariato perchè si ritarda il realizzarsi
di quelle condizioni da cui esso trae la propria vita e le
proprie forze.
Se invece si crede che la vittoria del proletariato non
debba maturarsi in un ambiente sempre più favorevole, ma
debba essere la conseguenza di una catastrofe che inghiotta
quanto più presto è possibile la classe capitalistica, allora
anche i vasti trasferimenti d’ imposta da una classe ad
un’altra, sebbene arrestino lo sviluppo capitalista e ne inaridiscano
 le fonti produttive, possono essere logici;
| La prima concezione è quella del socialismo genuino,
l’altra è quella del socialismo anarchico. È inutile dire
che noi seguiamo la prima, e confidiamo che in un Conoresso
 socialista non se ne possa seguire una diversa.

I° abolizione delle barriere interne.

Assunti come dati del problema i due limiti dianzi
accennati, è ovvio che non si può attualmente pensare
all’abolizione totale dei dazii interni. Il dazio di consumo
rende oggi complessivamente ai Comuni e allo Stato —
tenuto conto degli effetti della legge 28 gennaio 1902 —
circa 168 milioni al netto delle spese di riscossione. Se si
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volesse sostituire a questa tassazione indiretta una imposta
globale e progressiva sul reddito dei cittadini, si dovrebbe
arrivare ad un saggio massimo di quasi il 15 per cento,
Ora quando si ricordi che siamo in un paese, che già grava
del 20 al 25 per cento le entrate provenienti dai terreni,
del 25 al 30 quelle dei fabbricati, e del 10 per cento i redditi
 industriali, non si può negare che una simile tassazione
arresterebbe, — con danno di tutti — lo sviluppo industriale
 ed agricolo del nostro paese. |
Una riforma che non volesse produrre effetti così disastrosi
 e avesse quei caratteri di ragionevolezza e di gradualità
 che rendono possibile subito la sua attuazione,
dovrebbe limitarsi per ora all’abolizione di tutti i dazii
ssclusi quelli sul vino e sulle carni.
La riforma dovrebbe comprendere questi punti:
a) abolizione dei canoni governativi (52 milioni, ridotti
 effettivamente a 27 per effetto della legge 23 gennaio
 1902).
b) abolizione di tutte le voci daziarie che non siano
carne e vino, e conseguente soppressione delle barriere
daziarie (circa 59 milioni ridotti a 36 per il risparmio
di 23 milioni di spese di riscossione).
c) riscossione del dazio sulle carni e sul vino senza
necessità di barriere daziarie, e cioè riscuotendo il primo
sotto forma di tassa di macellazione, e il secondo —- gia
che rimanga ai Comuni, o, come è più ragionevole, passi
allo Stato — sotto una delle molte forme con cui è riscosso
all’ estero.

Una tale riforma, di facile attuazione, avrebbe non solo
il pregio di abolire molti milioni di dazio che oggi gravano
di preferenza sulle classi più numerose le quali sono anche
le più povere, ma, liberando il mercato interno da ogni
barriera, potrebbe agevolare lo sviluppo della produzione
nazionale.
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        —_——_ i)

L'imposta: personale progressiva sul reddito.

Ci rimane a vedere i nuovi cespiti di entrata capaci
di fronteggiare la perdita derivante dalla parziale abolizione
 del dazio. Qui soccorre il secondo dei principii generali
 già inseritti nel programma minimo del partito: l’ imposta
 progressiva sull’entrata netta dei cittadini. |
Noi siamo ben lungi dal ritenere che, nello stato attuale
della finanza italiana, si possa pensare ad una imposta
unica progressiva sul reddito globale, da sostituire ad ogni
altra imposta. Siamo però persuasi che questa imposta
possa oggi applicarsi come imposta complementare, iniziando
 così, con origini modeste, le sue future espansioni.
È inutile esporre qui la ragionevolezza di adottare saggi
progressivi in questa imposta personale. Chi paga dieci per
un reddito di cento, non compie un sacrificio dieci volte
maggiore di chi paga uno per un reddito di dieci. Perchè
i due sacrifici siano identici, ossia perchè si attui una perfetta
 giustizia tributaria, bisogna diminuire il sacrificio di
chi possiede dieci ed aumentare quello di chi possiede cento.
Così pure è inutile ripetere le ragioni per cui questa
imposta deve essere erariale. Attualmente essa è applicata
dai Comuni sotto forma di tassa di famiglia e di tassa sul
valor locativo, ma variando di forma, di quantità, e di
natura da Comune a Comune, essendo diffusissima in alcune
regioni e sconosciuta in certe altre, progressiva in alcuni
luoghi e ridotta ad un testatico odioso in alcuni altri, essa
finisce ad essere la cosa più capricciosa © meno equa che
si potesse imaginare.
Bisogna dunque che, abolendo le due attuali forme di
tassazione locale del reddito, si trasferisca per intero questa
tassazione allo Stato. Allora, a somiglianza degli Stati più
progrediti, 1’ imposta personale progressiva sul reddito con
l'esonero delle quote minime, sarà anche in Italia lo strumento
 di tassazione più perfetto e più equo.
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Una tale imposta, secondo i calcoli del -Wollemborg,
potrebbe, se applicata fra i due saggi, minimo e massimo,
del 0,50 e del 4 per cento, dare da 50 a 60 milioni. Ossia
potrebbe coprire pressochè interamente la perdita derivante
dalla parziale abolizione del dazio.

I prinoipii da adottare
nell’ assegnazione del compensi.

Noi abbiamo esposto i punti fondamentali di una riforma
 tributaria di attuazione immediata, senza entrare in
alcun dettaglio, e senza formulare un preciso disegno. Ma
noi crediamo che una più minuta soluzione del problema
esorbiterebbe dai compiti e anche dalla competenza di un
Congresso di partito. Un siffatto Congresso non è nè un
assemblea di studiosi, nò un convegno di legislatori che
abbia incarico di formulare delle precise proposte. Qui
occorre soltanto fissare dei principii di politica tributaria
sufficienti a guidare la nostra azione parlamentare.
Per questo non abbiamo insistito sui modi con cui si
ristabilirà l’ equilibrio nelle finanze comunali e in quelle
arariali. È ovvio che l’abolizione parziale del dazio peserà
in parte sul bilancio dello Stato (abolizione della parte
residua dei canoni) e in parte sui bilanci comunali, a cui
verrà anche a mancare l’attuale tassazione personale, mentre
 il compenso derivante dall’imposta personale progressiva
 sul reddito andrà a profitto dello Stato. Come dunque
coprire le perdite coi compensi ?
I modi possono essere parecchi, e noi, ripetiamo, non
vogliamo affatto chiamare il Congresso a pronunciarsi su
queste questioni tecniche. Soltanto crediamo di dover affermare
 il principio che lo Stato non deve provvedere a colmare
 il disavanzo dei bilanci comunali con sovvenzioni
n dotazioni fisse.
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        — 10 —

Queste sovvenzioni, che di solito prendono nome d:
sussidii o quote di concorso, non solo, non essendo suscettibili
 di aumento, rendono inelastici i bilanci locali, ma,
sottoponendo questi ultimi alle vicende del bilancio dello
Stato, aboliscono di fatto ogni autonomia comunale.
Crediamo invece che il Congresso possa formulare il
voto che i compensi da offrirsi ai Comuni debbono assumere
 la forma stabile di nuovi cespiti d’ entrata. E poichè
la scienza finanziaria è ormai concorde nel ritenere adatte
alle finanze locali le imposte reali, così è da sollecitare il
loro graduale passaggio dallo Stato ai Comuni.
Per tal modo, oltre tutti i vantaggi che offre un tale
passaggio, i Comuni potranno avere delle larghe fonti
d’ entrata da riordinare liberamente, e tali da accompagnare
l’incremento fatale delle loro funzioni.

Le riforme e il metodo socialista.

[I principii di politica tributaria che abbiamo esposti,
parranno forse troppo timidi e troppo ortodossi.
Una strana teorica è penetrata nel nostro partito, che,
trasferendo, con la superficialità di certa sociologia analogica,
 le consuetudini verbali dei mercati nella vita parlamentare
 e politica, afferma che bisogna chiedere 100 per
ottenere 10. Noi non crediamo a questa tattica infantile,
Sappiamo che chi chiede 100 quando sa di non poter ottenere
 che 10, rischia di farsi canzonare, ossia di non
scontare più nulla e di rimanere inascoltato,
E sappiamo anche che la lotta di classe — realtà inoppugnabile
 — non può assumersi come canone assoluto in tutte
le nostre azioni politiche. Finchè la classe proletaria sarà
minoranza nelle assemblee politiche, non potrà presumere
3i ottenere qualche cosa in opposizione a tutte le altre
classi. Per conquistare qualche riforma che rafforzi la sua
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        — 11 —

lotta, le occorre la cooperazione di altri ceti e di altri partiti.
 Lo svolgimento della lotta di classe presuppone, volta
a volta, una transitoria cooperazione di classe.
Le proposte che presentiamo al Congresso ci paiono
appunto raccomandabili perchè, nell’ora attuale, possono
trovare adesione nei partiti democratici della borghesia,
ossia possono sperare di scendere dal cielo delle aspirazioni
per poggiare sul terreno della realtà.

| ANOVESBONOMI.
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        ORDINE DEL GIORNO:

Il Congresso, pur affermando doversi notevolmente
 diminuire le attuali spese dello Stato,
riducendo quelle che non vengono rivolte a servizi
 civili e proficui, ritiene che una riforma tributaria,
 intesa a trasferire alcune imposte dalle
classi povere alle ricche, può attuarsi indipendentemente
 da ogni riduzione di spesa,
dichiara che una tale riforma deve per ora
«onsistere nella soppressione del dazio interno
a delle relative barriere, pur conservando, con
altre forme di riscossione, le imposte sul vino
e sulle carni,
reputa che l'abolizione dei canoni daziari governativi
 e di tutte le voci daziarie che non siano
le carni ed il vino, deve essere quasi totalmente
compensata da un'imposta di Stato personale
progressiva sul reddito netto, da sostituirsi all’attuale
 tassazione personale dei Comuni,
afferma infine la opportunità di ristabilire
l'equilibrio nelle finanze locali mediante il passaggio
 ai Comuni di taluna delle imposte reali,
senza ricorrere a sovvenzioni e a quote di concorso
 che rendono inelastico il bilancio dei Comuni
 e ne offendono l’autonomia.

IVANOE BoNoOMI.
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      </div>
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  </text>
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