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        <title>Socialismo e governi</title>
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        CONGRESSO NAZIONALE DEL PARTITO SOCIALISTA ITALIANO
(BOLOGNA 8-9-10-11 APRILE 1904)

SOCIALISMO E GOVERNI

RELAZIONE

NT

LEONIDA BISSOLATI

TITMOTA

COOP. TIP, EDITRICE PAOLO GALEATI

Foro Boarlo N. 6 (Casa propria}

re
        <pb n="2" />
        Il tema proposto dalla Direzione del Partito di divide formalmente
 in due parti. Ùna che riguarda i rapporti del Partito
 con l’indirizzo di Governo ; l’altra che riguarda i rapporti
del Partito colle istituzioni. Io. credo, e dimostrerò, che per
l'utilità pratica della discussione, questi due quesiti devono
formarne uno solo nella trattazione che ne farà il Congresso
così come ne formarono uno solo nelle dispute del Partito.
Ma affinchè la questione sia posta in tutti i suoi aspetti: e
guardata in tutti i lati — l’ ufficio dei Relatori è precipuamente
 quello di presentare le questioni — giova considerare
le due parti del tema partitamente, per esaminarle: poi nella
loro connessità.

E

La prima parte del tema si può formulare in questi’ duesiti:
 di fronte a tutte le possibili gradazioni di Governi borghesì,
 deve il Partito assumere un identico atteggiamento di
opposizione ? o deve esso distinguere fra questò o quel gruppo
di partiti borghesi al Governo, combattendo quelli che sobtio
contrari all’ esplicazione della'sua azione, sorreggendò invece,
contro gli eventuali attacchi dei pàrtiti conservatori è retrivi,
quei Governi che diano affidamento di promuovere è manténeré'
 16 condizioni propizie allo sviluppo della potenza politicà
ed économica del proletariato $ Deve in altre parole, il Partito
socialista disinteressarsi totalmente del fatto ché la forza dello
Stato sia influenzata piuttosto dà questa chè da quella classe
bot Ehenò, è deve ‘proclamare, doma dogma, che tutti i multi.
formi! intbréssi movetitisi' nell’ attuale Momento Storico ertvo
        <pb n="3" />
        1l corpo sociale, sono tutti, a un medesimo grado, contrari
agli interessi dei lavoratori; o vuole invece riconoscere che vi
possono essere interessi borghesi, correnti di opinione borghese,
partiti rappresentanti questi interessi e queste correnti, che
si trovano, per un certo periodo, a coincidere coll’ interesse
proletario ?
Si comprende come a tali domande nel 1893 il Partito
Socialista abbia risposto formulando una specie di pregiudiziale
socialista contro qualunque sorta di Governo, il repubblicano
compreso. Ma quella affermazione del Congresso di Reggio,
mentre si spiega per le condizioni in cui allora si trovava il
Partito, male si concilia oggi colla realtà delle cose.
Allora il Partito, nello sforzo del nascimento, aveva bisogno
 di affermarsi contro tutto e contro tutti, mentre le
ostilità e.le persecuzioni, ché da ogni parte lo minacciavano,
la mancanza quasi totale di libertà politica, la stessa infantile
debolezza del Partito, lo mettevano nella necessità di esprimere,
 in una formula rigidamente idealistica, il suo diritto
alla vita, e il suo proposito di difenderla da confusioni e da
sopraffazioni.
Ma da allora ad oggi le cose sono mutate. Il Partito non
è più un’ accolta numerata di idealisti che affermano e difendono
 la loro fede contro le persecuzioni; ma la sua vita palpita
 negl’ interessi consapevoli di una grande massa proletaria,
e l’idea che lo anima ha ormai conquistato il diritto di cittadinanza
 nel mondo sociale. Il Partito Socialista, oggi, è una
forza che si fa sentire ed esercita influenza adeguata al proprio
valore, nel giuoco delle forze politiche: e in questo giuoco,
dove si tratta di conquistare palmo a palmo il terreno, esso
non può non tenere conto delle divisioni e degli antagonismi che
asistono nel corpo della borghesia, e deve profittarne per volgerle
 a beneficio dell’ ascensione proletaria. Donde la opportunità
 di prendere posizione contro certi indirizzi di politica borghese
 e di combatterli, sostenendo indirizzi opposti; donde
la convénienza — che è sempre dl’ altronde di natura transitoria
per periodi più o meno lunghi — di sostenere anche, occorrendo,
 certi indirizzi di Governo.
E gli indirizzi di Governo che il Partito Socialista può
aventualmente appoggiare sono quelli che affidino circa la
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possibilità di ottenere riforme politiche ossia una libertà sempre
 più larga e sicura, e lo stato di più in più democratizzato ;
a riforme economiche, ossia la difesa sociale del proletariato;
8 riforme amministrative e tributarie, ossia il miglioramento
delle condizioni del proletario come contribuente e consumatore,
 e la sua morale elevazione. L’ importanza di questi gruppi
di riforme, come criterio per combattere od appoggiare determinati
 indirizzi di Governo, può variare da un periodo politico
 all’ altro, a seconda delle condizioni generali del paese
a delle condizioni particolari del Partito e della classe proletaria;
 così, a un determinato momento, può essere prevalente
il criterio politico (la libertà), e in altro momento, quando sia
sonquistato un certo grado di libertà, criterio determinante
può diventare il bisogno delle riforme economiche e delle
amministrative e tributarie; salvo poi, quando, mercè queste,
il proletariato abbia aumentata la propria potenza economica e
morale, esigere una partecipazione maggiore alla sovranità,
ossia un carattere più democratico nelle forme del reggimento
politico.
Questa fu infatti la tattica adottata dal Partito allorchè,
ol consenso esplicito della massa lavoratrice, sostenna il Governo
 Zanardelli che era, in quel periodo, lo strumento atto
ad assicurare il frutto della vittoria ostruzionista sul terreno
della libertà politica; e lo abbandonò poi, allorchè conquistato
un grado, per ora, sufficiente di libertà, sentì il bisogro di
provocare la formazione di un altro indirizzo di Governo che
colle riforme economiche, amministrative, tributarie, promovesse
 la produttività nazionale, allargando con ciò il margine
ai possibili elevamenti della vita proletaria.

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Senonchè ci si obietta: riconoscere anche soltanto la possibilità
 di sostenere un indirizzo di Governo finchè esiste società
capitalistica, val quanto abbandonare il principio della lotta
di classe per sostituire a questo il principio della collaborazione
 di elasse: il che è quanto rinnegare la sostanza stessa
del socialismo.
Ma la obiezione non regge. Anzitutto è da osservare che

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la lotta di classe non significa lotta a occhi chiusi, sempre,
contro tutto e contro tutti; ma vuol dire l’ uso sapiente, per
parte del proletariato, di tutte le accidentalità politiche e sociali,
 per meglio e più efficacemente propugnare gli interessi
proprii dì fronte al capitalismo. Talchè, anche contemporaueamente
 all’ appoggiò dato al più democratico possibile dei
Governi borghesi, continuerebbe sempre, anzi si svolgerebbe
con ritmo poderoso, la lotta fondamentale tra chi vende e chi
compra la forza di lavoro.
Di ciò noi abbiamo avuta una prova molto recente e decisiva.
Quando il partito socialista cooperò coi partiti liberali per
debellare la reazione, sacrificò forse a questa cooperazione il
principio della lotta di classe? O invece a quella alleanza il
Partito non aderì proclamando che il proletariato voleva la
libertà per poter far valere civilmente i suoi interessi di classe
contro il capitalismo? E il risultato di quella collaborazione
non fu forse lo scoppio di una grande lotta, quale non si era
ancora veduta in Italia, fra la elasse proletaria e la classe proprietaria
 nelle battaglie del lavoro, onde furono contrassegnati
gli anni 1901-02, battaglie da cui uscì agguerrita, per più vaste
8 più potenti organizzazioni, la classe operaia?
Si torna a obiettare che il Governo, che ogni Governo borghese
 è pur sempre il Comitato degli interessi della borghesia,
e che perciò è contraddizione in termini l’ ammettere la possibilità
 di un appoggio dato dal partito proletario a chi non
può che difendere gli interessi antiproletari.
Ma così assolute affermazioni sono in contrasto colla realtà.
La realtà, come dicevamo in sul principio, è che la borghesia
si scindo sempre più in frazioni diverse e spesso in lotta fra
di esse su parecchi punti della loro azione rispettiva. I latifondisti,
 ad esempio, hanno interesse a mantenere il dazio sul
grano, mentre una parte della borghesia industriale e tutta
la piccola borghesia, avrebbero interesse a vederlo abolito. Vi
è una parte della borghesia che vorrebbe mantenere a ogni
costo l’attuale spesa militare e relativi ordinamenti, mentre
ve né è una parte che desidera ridotta la spesa e accedo all’idea
 di una organizzazione democratica della difesa nazionale.
Classi borghesi sono interessato a mantenere l’attuale ordinamento
 tributario: che incarha il principio della progréssività
        <pb n="6" />
        n

a rovescio, laddove altre classi borghesi invocano la riduzione
delle imposte indirette e l'applicazione della imposta personale
 progressiva. La ostilità allo sviluppo della scuola popolare
 e la tenerezza per il prete, contrassegnano certe frazioni
della borghesia, contro le quali si levano a fiera battaglia altre
frazioni borghesi a difesa del principio della scuola laica e dello
Stato ateo. Per alcuni ceti della borghesia la libera resistenza
è la libera organizzazione operaia sono una minaccia alla civiltà
 da sventare con tutte le armi, mentre altri ceti della
borghesia hanno avvertito che la civiltà non esiste dove sia
roartato il libero movimento delle classi lavoratrici. E così
via dicendo.
Ora la contesa fra queste varie e antagonistiche tendenze,
che agitano la classe borghese e che hanno il loro riscontro
nei partiti politici della borghesia, non può non ripercuotersi
sulla formazione e sugli indirizzi dei Governi. I quali non sono
Mai, o quasi mai, l’espressione di una sola tendenza ,ma rappresentano
 la risultante fra le varie tendenze che sono in lotta
fra loro, con prevalenza ora dell’una ora dell’ altra.
Qui è dunque il problema: può il Partito socialista, senza
far torto alla verità e senza danneggiare gli interessi proletarî,
dichiararsi indifferente davanti al prevalere dell’una o dell’altra
 tendenza borghese al Governo? Se esso ha bisogno di
un determinato complesso di riforme, a conquistare le quali
sso può giovarsi di un determinato indirizzo di Governo, perchè
 egli non deve far sentire la sua influenza per ottenere
o per favorire siffatto indirizzo ?

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Incalzati da questa domanda, i nostri contraddittori replicano:
 « l’attuazione delle riforme deve essere lasciata ai Governi
 borghesi, senza nessuna collaborazione e nessun compro.
messo da parte del proletariato, e ciò perchè qualunque riforma
 in regime borghese è sempre imperfetta e non intacca
Mai il meccanismo fondamentale della produzione capitalista »,
Fermiamoci un istante su questa curiosa motivazione. Il
proletariato deve lasciare l'attuazione delle riforme ai Governi
borghesi perchè qualunque riforma in regime borghese è sem
        <pb n="7" />
        — 8

pre imperfetta. Con questo ragionamento il proletariato dovrebbe
 interdirsi di intervenire anche quando si trattasse di
instaurare il collettivismo ; perchè, molto probabilmente, anche
la prima forma del collettivismo sarebbe imperfetta; ed anzi
vi è ragione di dubitare che difficilmente la umanità, nel suo
cammino, sia mai per toccare la perfezione.
Nè meno serio è l’altro motivo addotto per disinteressare
il proletariato dal prestare l’opera sua alle riforme. Nessuna
riforma, si dice, intacca mai il meccanismo fondamentale della
produzione capitalista. È ovvio osservare che, se anche ciò
fosse vero, quando sia riconosciuto, come i nostri contraddittori
riconoscono, che le riforme hanno la virtù di aumentare le
forze con cui il proletariato riuscirà ad intaccare il « principio
fondamentale » della produzione capitalista, si dovrebbe indurne
 la necessità che il proletariato si abbia ad occupare dell’attuazione
 delle riforme.
Ma poi non è assolutamente vero che in regime borghese
nessuna riforma intacchi mai il principio fondamentale della
produzione capitalistica. Quale è infatti questo « principio fondamentale
 »? È la compera, che fa il capitalista, della forza
di lavoro pagandola a un prezzo inferiore al reddito che ne
ricava. Questa operazione il capitalista la può compiere in
virtù del monopolio ch'egli ha dei mezzi di produzione, e dell’assoluto
 arbitrio con cui egli regola l’applicazione della forza
di lavoro ai mezzi di produzione. Ora, ogni sforzo del proletariato
 che, o direttamente per mezzo della organizzazione
e della resistenza, o indirettamente per mezzo d.lla legislazione
 del lavoro, pone limiti allo sfruttamento del lavoratore
e pone limiti all’arbitrio assoluto del padrone nella fabbrica
e nel campo, intacca precisamente il « principio fondamentale
della produzione capitalista ». S’intende bene che, finchè la
borghesia non sarà al tutto detronizzata dal proletariato, finchè
le resterà vigore di vita, essa tenterà di rifarsi dell’ « intacco »
che subisce il suo meccanismo sfruttatore per effetto delle
riforme conquistate dal proletariato. Ma noi sappiamo che,
mentre da una parte il proletariato non cesserà di incalzarla
anche nelle nuove forme e nei nuovi atteggiamenti che essa
darà alla produzione, e cagionerà nuovi « intacchi » e nuove
erosioni sul profitto padronale; d’altra parte queste nuove
        <pb n="8" />
        — 9 —

forme e questi nuovi atteggiamenti del capitalismo costituiranno
 una condizione di cose più favorevole alla socializzazione
dei mezzi di produzione. Nè va dimenticato, a questo proposito,
che tra le riforme che « intaccano » il « principio fondamentale
 » della produzione capitalista vi è la nazionalizzazione e la
municipalizzazione di plaghe intere di produzione, le quali
vengono sottratte allo sfruttamento capitalista per essere gestite
 a beneficio della collettività.
Ma i nostri contraddittori protestano che noi svisiamo il
loro pensiero quando, avendone colta la genuina espressione,
noi abbiamo constatato che essi invitano il proletariato a disinteressarsi
 delle riforme. Essi dichiarano di riconoscere che
le riforme sono utili in quanto elevano la forza morale e ma»
teriale del proletariato; insistono però che alla attuazione di
codeste riforme il proletariato debba mantenersi estraneo, solo
preoecupandogsi di diffondere la coscienza della necessità del
collettivismo e di chiedere intanto le riforme.
Sulla utilità di diffondere il concetto della necessità del
collettivismo, noi siamo d’accordo. 1l fine del movimento proletario
 deve essere sempre tenato in vista nella coscienza della
massa lavoratrice. Ma anche questa propaganda, per essere
veramente efficace, non può scompagnarsi dalla indicazione
dei mezzi di azione immediata. La visicne della grande catastrofe,
 il sogno del paradiso futuro, non possono costituire la
Sola attività della massa lavoratrice: essa vuole fare opera
pratica quotidiana e vederne il risultato. Può quest’opera ridursi
 alla pura e semplice richiesta delle riforme? Ed è serio
il consigliare che, fatta la sua richiesta, il proletariato non si
occupi del come essa possa venire attuata nella realità del momento
 storico e dell’ambiente sociale; e’ rinunzi a valersi delle
combinazioni, dei mezzi che pur sono a portata della sua mano
per impedire che la richiesta venga elusa, ritardata, travisata:
tutto ciò per evitare contatti, collaborazioni, compromessi colla
borghesia? Strana intransigenza che finirebbe per affidare interamente
 alla borghesia la elaborazione delle riforme favorevoli
 al proletariato!
La conclusione è che, a ben guardarla, la tattica che vorrebbe
 vietare al Partito Socialista di entrare nel campo delle
competizioni borghesi, e di valersene sostenendo le une contro
        <pb n="9" />
        — 10 —

le altre, a favore, per ultima risultante, dell’ indirizzo socia:
lista, una simile tattica si risolve nella pura.e semplice. at.
tesa del gran giorno della palingenesi: metodo e concezione
che confonderebbero il socialismo coll’anarchia. Vero è che
i sostenitori di questo metodo — volendosi conservare la etichetta
 di socialisti — si affrettano a dichiarare che il « gran
giorno » non verrà #e non quando, a un determinato momento
della evoluzione proletaria, corrisponderà un determinato momento
 .della evoluzione dell’ organismo capitalistico di produ.
zione. Ma quel. che accomuna il metodo dei nostri contraddittori
 con quello degli anarchici è l’atteggiamento di pura
© semplice attesa che si consiglia alle masse: le quali vengono
 educate a concepire il socialismo, pon come fatto che
diviene ogni giorno per l’azione lenta, progressiva, sapiente
del proletariato, ma come esplosione subitanea che avverrà
quando scoccherà l’ora fatale sul quadrante della storia. Nè
vale il dire, come si dice, che l’ ora non scoccherà domani nè
doman l’altro — alcuno di essi, parlando solennemente a nome
di tutti, disse con somma prudenza « fra mille anni » — perchè
 l’effetto naturale, logico, irresistibile di questa propar
ganda e di questo metodo, è l’eccitamento continuo ai conati
violenti. Si avrà un bel ripetere alla massa che il giorno non
è ancora giunto: essa avrà il diritto di rispondere che è troppo
lungo attendere anche solo fino a domani. E allora la responsabilità
 dei conati, destinati a fallire oggi e domani (come
implicitamente si riconosce dai contraddittori nostri) ricadrebbe
 su di essi, per quanto si sforzino di allontanarla da sò.
Più schietti, più logici gli anarchici che si dichiarano tali,
vanno incontro a questa responsabilità a viso aperto, e se la
assumono tutta intera.

Due osservazioni ancora su questa prima parte del tema.
Anzitutto conviene che il Congresso tenga presente che il
voto contrario alla possibilità di appoggi a Governi borghesi,
implicherebbe tutta una nuova orientazione da darsi alla tattica
 elettorale quale si è venuta finora determinando traverso
i vari Congressi del Partito. In tale materia venne ognor più
        <pb n="10" />
        = 4 —

prevalendo la tendenza, alla guale aderirono. del pari trangigenti
 e intransigenti, di escludere, nelle battuglie elettorali
così amministrative come politiche, l’obbligo generale della
transigenza o della intransigenza: riconoscendosi utile, a seconda
dei luoghi e dei momenti, lasciare liberi i socialisti di negare
o di accettare alleanze con partiti borghesi. Anche gli intransigentissimi
 ammisero che, pur nelle elezioni politiche, il parfito
 potesse, senza venir meno ai suoi fini e al suo carattere,
riversare i voti, nelle elezioni di secondo serutinio, sopra candidati
 di partiti democratici. Con tali deliberazioni, seguite dal
fatto perchè conformi al profondo istinto delle masse, si è riconosciuto
 potervi essere frazioni borghesi e relativi partiti coi quali,
per un certo ordine di riforme, per certe condizioni di luogo
e di tempo sono consigliabili le alleanze nell’interesse del
proletariato. Ciò portava innegabilmente a riconoscere utili
al proletariato gli indirizzi di Governo che avrebbero corrisposto
 al carattere politico dei candidati borghesi su cui si
fossero portati i voti dei socialisti.
| Avverta dunque il Congresso che, se esso decide nan doversì
 mai appoggiare nessun indirizzo di Governo, vota implicitamenta
 la tattica elettorale intransigente obbligatoria in
ogni luogo, per ogni tempo, in ogni circostanza. E misuri da
questa inevitabile conseguenza del suo voto, la castrazione politica
 che esso. imporrebbe al Partito.
L’altra osservazione riguarda la possibilità che nella presente
 discussione si affacci, come via intermedia e conciliativa,
 la formula che consenta al Partito di appoggiare caso
per caso singole proposte, ma escluda la facoltà di votare a
sostegno di un intero indirizzo. Sarebbe questo un equivoco
che non porterebbe ad alcuna soluzione. Perchè tutti siamo
d'accordo, transigenti e intransigenti, nel ritenere che a ogni
singola proposta il Partito — sia favorevole o contrario all’indirizzo
 del Governo — debba riservarsi la libertà del suo
voto da determinarsi secondo le ragioni oggettive riguardanti
la singola proposta; ma la questione non è qui. La questione
sta nel sapere se il Partito possa, a mezzo dei suoi rappresentanti
 politici, favorire la formazione e la persistenza di tutto
un indirizzo di Governo. In tali eventi, il voto del Gruppo
non riguarda una, singola proposta, ma.sgi riferisce a tutta quella
        <pb n="11" />
        —_ 19 —

serie di vantaggi che il Partito si ripromette di conseguire
dal fatto che il potere ‘sia in mano di una piuttosto che di
altra frazione borghese, di uno piuttosto che di altro partito
politico borghese. Certo il Partito deve considerare e giudicare
 ciascuna di queste situazioni che gli eventi gli presentano,
 e andare cauto nel decidersi, e non decidersi se non
dietro matura riflessione; è il suo giudizio deve ispirarsi ai
bisogni del proletariato in quel determinato periodo della
vita sociale: ma il Congresso non potrebbe deliberare la
esclusione assoluta e generica della possibilità di appoggiare
indirizzi di Governo, senza rinunciare a quella parte di influenza
 che esso ha il diritto e il dovere di esercitare, nel
campo politico, in nome del proletariato.

{T.

E veniamo alla seconda parte del tema: cioè ai rapporti
del Partito colle istituzioni. -
Qui, per non sciupare il tempo, voglionsi evitare i punti
in cui tutti possiamo essere concordi. Può infatti cadere dissenso
 sulla questione se nelle sue finalità il Partito sia o no
monarchico? Checchè dicano taluni autorevoli socialisti, che
ebbero elogi di parte « rivoluzionaria », come ad esempio il
Menger, io sono fermo nel credere che un Partito, il quale
vuole la elettività di tutte le cariche sociali e che non ne ammette
 la ereditarietà, non possa concedere che l’avvento del
socialismo sia compatibile con la conservazione di certe forme
politiche vigenti. Su di ciò non potrebbe cadere dissenso,
E neppure dovrebbe esservi questione sul punto se il Partito
 socialista riconosca o non riconosca le attuali istituzioni.
Perchè anche questa è questione ormai superata, dal giorno
in cui il Partito decise di valersi delle istituzioni medesime.
Quando noi decidemmo di entrare, colla virtù del suffragio,
nelle assemblee amministrative e politiche, e di entrarvi non
soltanto a scopo di protesta ma per adoperarle come laboratorii
 di provvedimenti a vantaggio del proletariato, noi abbandonammo
 quella che a noi pareva sterile e assurda negazione
 di una frazione, ormai finita, del Partito repubblicano,
che proclamava l’astensione dal voto come protesta contro la
        <pb n="12" />
        — 19 —

forma monarchica. Il fatto di una sopravvivenza antiquata al
culmine dell’edificio delle istituzioni rappresentative, non ci
parve ragione sufficiente perchè noi dovessimo interdire alla
massa proletaria 1’ uso di tutte le armi che le istituzioni le
offrivano per la difesa dei suoi interessi, per la prosecuzione
dei suoi fini. Entrammo nei consessi locali e nel Parlamento
per aiutare, dal campo amministrativo e dal campo politico,
il movimento economico dei lavoratori; vi entrammo riconoscendo
 con ciò la utilità effettiva delle istituzioni rappresentative,
 senza rinunziare del resto a modificarne la struttura,
così nelle basi come al culmine, in guisa da renderle sempre
più democratiche, e ciò via via che la cosa fosse richiesta
dalla necessità della lotta e fosse resa possibile dallo sviluppo
della potenza proletaria.
La vera questione che può essere fra noi sul rapporto fra
l’azione del Partito e le istituzioni, va dunque formulata in
questi termini: nel momento presente, in Italia, la istituzione
monarchica costituisce essa pel proletariato un tale ostacolo
al conseguimento delle riforme di cui esso ha più urgente
bisogno, per cui sia necessario convergere le sue forze all’
 abbattimento dell’ ostacolo ?
Ed ecco come qui le due parti del tema si uniscono — sesondo
 lo diceva in principio — in guisa da formare un unico
quesito.
Perchè, ove si ammetta che al conseguimento delle riforme
di cui nell’attuale periodo ha bisogno il proletariato, sia di
insuperabile intoppo la forma delle istituzioni, in tal caso la
questione della possibilità di appoggi a indirizzi di Governo
viene a essere tagliata alla radice. L’appoggio a indirizzi di
Governo non si giustifica infatti se non colla persuasione di
potere con essi procacciare o conservare la possibilità di con-Seguire
 una certa serie di riforme; ma quando si proclami
che la forma monarchica non è compatibile con alcuna delle
riforme richieste dal proletariato, allora non è più luogo a
discutere se il Partito possa appoggiare indirizzi di Governo,
i quali tutti, per l’ influenza delle soprastanti istituzioni, sarebbero
 in antecedenza dichiarati impotenti a soddisfare anche
le più modeste esigenze proletarie. Allora si affaccia la cosìdetta
 pregiudiziale repubblicana, la quale altro non è che la
        <pb n="13" />
        sospensione di ogni azione concreta e positiva, pur entro
l’ambito delle istituzioni rappresentative, sinchè la repubblica
non succeda alla monarchia.

Ma i nostri contraddittori negano che si tratti di pregiudiziale,
 e dichiarano di volere soltanto che il Partito faccia
nette e decise affermazioni in senso antimonarchico, e diffonda
la coscienza della inconciliabilità tra il monarcato e il proletariato.

. Ora, noi abbiamo già formulato, più su, chiaramente il
nostro pensiero in argomento. È soggiungiaino che non solo
vi è inconciliabilità tra le finalità del socialismo e la forma
monarchica; ma vi è inconciliabilità tra il monarcato e quella
riforma politica che il Partito, nel C mgresso di Roma, serisse
nel suo programma minimo: e cioè il principio della eleggibilità,
 applicato a tutte le cariche anche nello Stato. borghese.
 Se fossero queste le « nette e precise affermazioni »
desiderate dai nostri contraddittori, essi dovrebbero essere
soddisfatti.

Ma non lo sono, perchè appunto la verità è che la repubpubblica
 essi non la considerano, come noi la consideriamo,
una riforma politica che può essere più o meno urgente il
proseguire, a seconda della opportunità eventuale e contingente
di farla precedere da altre riforme e a seconda degli atteggiamenti
 della stessa monarchia, ma la considerano la riforma
politica base indispensabile a tutte le altre riforme, e senza
cui tutto l’altre si riducono a vanità ed irrisione. La pregiudiziale
 repubblicana è bensì mascherata; è facile però sma-Scherarla.

Noi domandiamo: quali sono, nel presente periodo, le riforme
 che il proletariato ha urgente bisogno di ottenere? Che
anzitutto la libertà di organizzazione, di resistenza, di propaganda
 si consolidino nella politica italiana; che si conquistino:
la riforma scolastica ossia la scuola popolare, arnese indispensabile
 allo sviluppo intellettuale del proletariato; la riforma
tributaria, che renda l’ autonomia alle finanze comunali, dimiuuisca
 il peso del debito pubblico, abolisca i dazî di consumo
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sostituendoli con una imposta personale progressiva di Stato,
favorendo la municipalizzazione dei pubblici servizî; che gsi
riducano le spese militari, riordinando l’ esercito sul reclutamento
 territoriale, sulle brevi ferme, sulla riduzione della
forza bilanciata, sull’ abolizione di certe armi, avviamento
alla nazione armata; che, per altra parte, si favoriscano gli
accordi internazionali e gli àrbitràti per avvicinare il momento
 del disarmo generale; che $i instauri una politica doganale
 intesa ad abolire alcuni dazi di frontiera e a mitigarne
altri; che si assicuri alla nazione l’ esercizio diretto, in forma
autonoma, del più importante dei pubblici servizi, l’esercizio
ferroviario; che vengano seriamente attuate le prime grandi
linee della legislazione sociale.
Ora, nessuna di queste aspirazioni del proletariato sul
campo delle riforme è, teoricamente parlando, incompatibile
colla forma di reggimento monarchico. Nè praticamente oggi
ci sono indizi dai quali si possa desumere che la monarchia
sì voglia porre a traverso del conato popolare verso tali riforme.
 Ci fa un momento, or sono ormai quattro anni, nel
quale la monarchia parve farsi solidale colla borghesia reazionaria
 per rinnegare i principî di libertà insiti nelle istituzioni
 rappresentative; e allora il Partito socialista fu il più
audace fra i Partiti popolari a raccogliere il guanto di sfida.
Ma quel che oggi ncn è, ci si sbietta, potrebbe essere nuovamente
 domani. Intanto è da osservare che, se la monarchia
nel psriodo dei provvedimenti politici, fu reazionaria, lo potò
sssere in quanto era al potere la parte più reazionaria della
borghesia. Giacchè non deve essere dimenticato anzitutto il
principio del materialismo storico per cui gli atteggiamenti
dei sovrani sono in gran parte la espressione esteriore degli
atteggiamenti delle classi dominanti; tanto più nei paesi come
il nostro che non sono retti a forma costituzionale, come la
Germania dove l’Imperatore governa per mezzo di ministri
che rispondono a lui solo, ma è retto a forma rappresentativa
 nella quale, come ognuno sa, i ministri sono indicati
dalle maggioranze parlamentari, e rispondono al Parlamento.
Donde si deduce che oggi, fiaccate le corna alla reazione,
reso per lo meno assai improbabile i! ritorno al potere di partiti
 decisamente avversi alle libertà politiche, è diventato poco
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        probabile un ritorno della monarchia agli atteggiamenti reazionari.
 Inutile del resto il soggiungere che, se quel ritorno
si avverasse, il Partito socialista riprenderebbe il combattimento
 collo stesso grido già lanciato, altra volta, in Parlamento.

Senouchè, frattanto, a che disperderemmo le forze per combattere
 un avversario che per ora non ci fronteggia; perchè
porteremmo nella nostra propaganda una nota che, mentre
coalizzerebbe contro di uoi quasi tutte le frazioni borghesi,
distoglierebbe le moltitudini da quel lavoro di conquista delle
riforme per cui il proletariato sviluppa la sua coscienza e
aumenta la sua potenza di classe; da quel lavoro mercòè il
quale si rendono impossibili i ritorni alla reazione e mercà
cui il proletariato, se la monarchia tentasse un giorno di attraversargii
 la via, esso troverebbe create in sè le forze valevoli
 a farsi strada sul corpo de’ suoi oppositori?
La repubblica, intendo dire la repubblica sostanziale non la
formale soltanto, il proletariato se la viene costruendo lentamente,
 man mano che esso, pur entro lo Stato borghese e monarchico,
 destreggiandosi fra i varî indirizzi di Governo, sale
a migliori condizioni di vita, e ottiene, coll’azione diretta economica
 come coll’azione indiretta delle riforme legislative, una
sovranità sempre più effettiva nelle funzioni politiche e nella
gestione sociale. Questa è la vera azione repubblicana del partito
 socialista. È il contenuto che, rinnovandosi, finirà per rinuovare
 la forma.
Ma chi vuole che il proletariato si disinteressi delle riforme,
chi lo vuole ipnotizzato verso il giorno della catastrofe politica
come verso il giorno della catastrofe economica, quegli vuole
il fine e non i mezzi della redenzione proletaria, anzi, senza
forse avvedersene, non vuole nè i mezzi nà il fine.

—e0 NQ p_—
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        ORDINE DEL GIORNO:

Il Congresso:
riaffermando che il Partito, in rapporto a qualunque
 forma e indirizzo di Governo borghese,
deve conservare sempre il carattere autonomo
di partito della classe proletaria, il cui fine è la
redenzione del proletariato dallo sfruttamento
capitalistico,
dichiara che, pur conservando questo carattere,
 esso può dare il suo appoggio a indirizzi
di Governo i quali offrano sufficiente affidamento
di favorire la conquista, per parte del proletariato,
 di quelle riforme ond’ esso, in un determinato
 periodo, ha più urgente bisogno;
e, riguardo alle vigenti istituzioni, dichiara
il proposito di continuare a valersene, salvo convergere
 i suoi sforzi a ottenerne il mutamento
dove e quando esse si presentino come ostacolo
immediato alle rivendicazioni proletarie.

LEONIDA BISSOLATI.
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      </div>
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</TEI>
