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dopo quella del 1887. La tariffa del 1921 ebbe ancora un netto carattere di
protezionismo industriale; molte materie prime industriali d'importazione furono
ssentate da dazio, mantenendo il regime di guerra (1). Dal 1922 al 1925 la
politica doganale italiana si svolse sempre con carattere prevalente di protezionismo
 industriale. Nel 1925 si iniziò il movimento progressivo di rialzo delle
‘ariffe e di interventi statali negli scambi, che venne via via rafforzandosi avvalendosi
 di nuovi strumenti di lotta e di difesa, sino a determinare un sistema net-'amente
 protezionista e poi autarchico.
Con la crescente svalutazione aumentarono le difficoltà delle importazioni
ed il protezionismo industriale si fece sempre maggiore, mentre alcune nostre
esportazioni di prodotti agricoli ebbero un periodo — sia pure breve e non
privo di incognite per il futuro — di notevole prosperità.
La successiva stabilizzazione monetaria determinò la grave crisi agricola
specialmente per quelle regioni, come la Sicilia, che avevano investito notevoli
quantità di capitali nelle produzioni agrarie.
Dopo la grande crisi del 1929-34 la tendenza protezionista fu conservata
= rafforzata, ma l'efficacia regolatrice delle tariffe doganali venne perdendo
sempre più di importanza rispetto al sistema quantitativo attuato con quote,
contingenti, proibizioni, clearings, manovre monetarie, ecc. Il provvedimento più
importante, che fissò le basi della nuova forma protezionistica, fu il D. M. 25
giugno 1935, che riordinò tutta la complessa materia riassumendo e sistemando
i vari provvedimenti già presi.
Con le sanzioni contro l'Italia — al tempo della guerra etiopica — la
politica autarchica si acuì; cessarono i cleerings con i vari paesi e sopravvennero
 molti divieti di esportazione. L'industrializzazione di alcune regioni dell'Italia
settentrionale, pur attraverso notevoli difficoltà, continuò a svilupparsi, mentre per
‘agricoltura nazionale venne a crearsi una situazione favorevole solo per le
coltivazioni cerealicole. Intanto si verificò una riduzione delle estensioni e delle
intensità di molte altre colture e le restrizioni degli scambi con l'estero crearono
gravi difficoltà alle produzioni agricole siciliane (2).

(1) Le conseguenze sull'agricoltura del protezionismo industriale attuato con la tariffa generale
del 192] sono state così riassunte dal Porri.
«al la protezione aumenta i prezzi di molti generi di largo consumo di cui gli agricoltori
si servono, e in particolare di molti mezzi di produzione agricoli (concimi, anticrittogamici,
macchine, petrolio, lubrificanti, ecc.) ; b) la protezione, solo o prevalentemente industriale, sposta
srtificiosamente il risparmio nazionale verso quelle attività e si rallentano gli investimenti agricoli;
c) le nostre esportazioni agricole sono danneggiate sia per il semplice giuoco degli scambi
internazionali, sia per le ritorsioni che | paesi esteri colpiti esercitano contro le nostre esportazioni;
 di la protezione industriale tende a spostare le forze di lavoro della campagna verso
la città e, essendo assai più difficoltoso e spesso impossibile il movimento inverso, determina
la necessità di mantenere in vita, per evilare fenomeni di disoccupazione, anche le imprese
che si rivelano meno vitali. In altre parole la protezione industriale, una volta concessa, è
più difficile ad essere eliminata di quella agricola »
(2) « In sintesi — ha scritto il Bandini — nei riguardi della nostra agrumicoltura, si può
’arlare di mancanza di ogni progresso con qualche sintomo di decadenza. le posizioni si