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È facile rilevare il diverso andamento delle due serie di numeri indici:
mentre, infatti, gli indici di sviluppo della produzione industriale: palesano una
continua tendenza all'aumento, con una sola caduta nel quinquennio 1931-1935,
quelli della produzione agricola manifestano un andamento oscillatorio attorno
ad un movimento lentamente crescente. l'agricoltura italiana — dal quinquennio
1871-75 a quello di punta massima 1931-35 — ha presentato dunque un aumento
di produzione pari a circa il 33°/,, mentre l'industria nazionale, alla vigilia del
recente conflitto mondiale ha raggiunto una capacità di produzione più che
decupla di quella media del quinquennio 1871-73. Giova poi aggiungere che,
in base ai dati ufficiali, la produzione agricola del quinquennio 1946-50 non
ha ancora raggiunto il livello medio del quinquennio 1936-40, mentre la produzione
 dell'industria nella media del quadriennio 1947-50 ha già superato il livello
della media dell'utimo quinquennio prebellico.
La struttura economica dell'Italia all’epoca dell'unificazione era dunque prevalentemente
 agricola ed assai diversa dalla struttura attuale. Oggi si può ben dire
che il prodotto netto dell'industria italiana supera quello dell'agricoltura, ma l'intenso
 processo di industrializzazione si è svolto in alcune regioni del Setten-‘rione,
 mentre il Meridione e le Isole hanno conservato, più o meno, la fisionomia
 economica di quando entrarono a far parte del Regno d'Italia.
Da un volume di P. Maestri del 1867 si apprende, fra l'altro, che nella
distribuzione territoriale delle industrie allora esistenti, il primo posto spettava
alla Liguria, il secondo alla Toscana ed il terzo alla Campania. L'Italia settentrionale,
 pertanto, — se si prescinde dalla . Liguria e, a notevole distanza, dal Piemonte
 — era ben lontana dalla preminenza economica e specialmente industriale
che ha conquistato negli ottant'anni successivi. .
«Nessuno avrebbe immaginato allora — scrive Coppola D'Anna — che
la Lombardia potesse, appena mezzo secolo dopo, aver distanzialo nettamente
tutte le altre regioni aggiudicandosi, nel censimento del 1916, poco meno di un
terzo (32,92°/,)} del numero ed oltre un terzo (34,73°/,) del capitale complessivo
delle società esistenti. Nè il processo di concentramento territoriale si è arrestato
 lì: nel 1932, nonostante l'allargamento del territorio derivante dalla annessione
 delle nuove Provincie, la percentuale spettante alla Lombardia risultava ulteriormente
 accresciuta sia per numero {44,48°/,} che per capitale (39,44°/,]. Solo
 nell'ultimo decennio si è notata, se non un'inversione, quanto meno una minor
 decisione nel movimento. La quota della Lombardia è salita, infatti, ulteriormente,
 per ciò che concerne il numero delle società, toccando il massimo totale
di 44,60°/, nel 1938, ed è poi scesa a 43,48°/, nel 1941, mentre, perciò che
concerne il capitale, si è avuto un andamento opposto : la percentuale spettante
alla Lombardia è diminuita a 38,04 nel 1935 ed a 3696 nel 1938, ma si è riportata
 a 37,78 nel 1941 ».
Senza dubbio l'ammontare dei capitali delle società azionarie di una regione
non corrisponde, in generale, nè all'ammontare degli investimenti azionari, nè alla
somma dei capitali azionari posseduti dagli abitanti della regione stessa; tuttavia, le
variazioni nel tempo del numero e dei capitali — espressi in unità monetaria è
costante potere di acquisto — delle società di una data regione possono offrire,