Lo

Alle indagini del Pantaleoni seguirono altre ricerche — fra le quali merita di
assere ricordata: quella del Nitti per il 1904 — rivolte sopratutto ad accertare se
il carico tributario ed i benefici ricevuti dallo Stato fossero distribuiti più © meno
proporzionalmente all’ammontare della ricchezza di ciascuna regione del Regno.
A dir il vero, il materiale incompleto e scarsamente attendibile elaborato
da tutti questi autori, l'imperfezione dei metodi di analisi ed i preconcetti che
talvolta guidarono le varie indagini, condussero — in generale — a risultati poco
convincenti e spesso contrastanti, specialmente quando si volle porre in luce la
‘endenza a variare o meno nel tempo, della sperequazione economica delle
varie regioni italiane.
Il Gini nel 1914 tentò di approfondire lo studio della ripartizione territoriale
della ricchezza sulla base di nuovi procedimenti e di una maggior quantità di dati,
sperando di poter meglio precisare i diversi ed incerti risultati conseguiti dagli autori
precedenti. Ma egli non riuscì a concludere altro che «l’idea di una sperequazione
tra onere tributario e capacità contributiva del Nord e del Sud non trova alcun
appoggio sui dati statistici, . . . . e che i dati statistici di cui oggi si dispone non
permettono un confronto esatto Ira l'onere tributario che lo Stato impone alle
varie regioni e i benefici che loro rende ».
Il Gini si limitò a stimare il grado relativo della ripartizione percentuale
della ricchezza nei tre grandi gruppi regionali — settentrionale, centrale e meridionale
 — e distintamente in Sicilia ed in Sardegna, in base alle trasmissioni a
tolo gratuito dei tre esercizi finanziari (1), 1900 - 01 - 02 - 03. Successivamente
il Savorgnan, utilizzando le notizie sulle successioni e sulle donazioni relative ai
dodici esercizi finanziari dal 1902 - 03 al 1913 - 14, ammettendo l'ipotesi che
l'ammontare tassato delle trasmissioni a titolo gratuito di ciascuna regione fosse
proporzionale alla ricchezza privata, ritenne di poter confermare i orecedenti
risultati del Gini.
Ma è facile comprendere che, pur ammettendo che questi tentativi del
Gini e del Savorgnan abbiano rappresentato un passo avanti rispetto alle indagini
 che li hanno preceduti, non si può non riconoscere come la natura stessa

veneto è in media alquanto più ricco il toscano e il veneto di altrettanto all'incirca superiore
all'emiliano. È altresì evidente, che l’Italia relativamente benestante, comprende una zona racchiusa
 dalle riviere di ponente e levante, dalle alpi marittime fino alle alpi centrali e dai pendii
occidentali dell'appennino fino ai colli romani. Diremo ora che se l'Italia fosse tutta simile al
Piemonte e alla Liguria essa avrebbe più di 82 miliardi di ricchezza, anzicchè 54, e ell'incontro
 se essa fosse tutta simile alle Marche e all'Umbria essa non avrebbe che circa 37
niliardi di ricchezza ».
(1) Per i tre esercizi suddetti, le percentuali di distribuzione territoriale della ricchezza risul
‘arono le seguenti -

Settentrione 53,4
Centro 16,3
Meridione 20,6
Sicilia 8,6
Sardegna 1,0