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        <title>Stime del prodotto netto privato della Sicilia nel quadro della ripartizione regionale del prodotto netto italiano</title>
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        CENTRO REGIONALE DI RICERCHE STATISTICHE
PALERMO

Quaderno N. |

Stime del prodotto netto privato della Sicilia

nel quadro della ripartizione regionale del prodotto netto italiano

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        CENTRO REGIONALE DI QICERCHE STATISTICHE
PALERMO

Quaderno N. |

JIImE del prodotto netto privato della Sicilia

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quadro della ripartizione fegionale del prodotto netto italiano

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CENTRO REGIONALE DI RICERCHE STATISTICHE
DI PALERMO

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STATUTO

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COSTITUZIONE

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È fondato il “ Centro Regionale di Ricerche Statistiche , con personalità giuridica.

ArT. 2
SEDE

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I] Centro ha. sede in Palermo, provvisoriamente presso la Scuola di Statistica dell’Università.

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ART. 3
SCOPI

Il Centro esplica i seguenti compiti :
a) raccoglie, elabora e coordina i dati statistici di interesse regionale ;
b) esegue speciali indagini e ricerche statistiche ;
c) redige pubblicazioni statistiche ;
d) compila relazioni, studi, monografie, etc. sia per particolari esigenze di carattere straordinario,
 sia in occasione di censimenti nazionali, inchieste, indagini speciali, etc.
I compiti di cui sopra possono essere adempiuti, in forza di apposite convenzioni da stipulare
 con l’Amministrazione Regionale Siciliana e con l’Istituto Centrale di Statistica, anche
per conto e d’intesa con gli Enti anzidetti, alle condizioni e con le norme che nelle convenzioni
medesime saranno stabilite.

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Arr. 4
PATRIMONIO
Il patrimonio del Centro è costituito :
a) dai versamenti iniziali dei suoi fondatori e dalle tasse di ammissione degli altri soci;
b) da eventuali donazioni e lasciti in favore del Centro stesso.
{ mezzi per il funzionamento sono costituiti, oltre che dalle rendite del patrimonio:
a) dai contributi di Enti pubblici e privati, Associazioni e privati cittadini;
b) dai concorsi e rimborsi di spese per lavori compiuti per conto e nell’interesse di
Enti Pubblici e privati, Associazioni e privati cittadini ;
c) dal ricavo della vendita delle pubblicazioni edite a cura del Centro; -
d) da altre eventuali entrate.

Art. 5

[ soci si distinguono in “ fondatori ,, “ benemeriti ,, e “ ordinari ,,.
Sono fondatori i soci che hanno partecipato alla fondazione del Centro.
La qualità di socio “ benemerito ,, e “ ordinario, viene conferita dal Consiglio di Ammini-3trazione
 del Centro.

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        <pb n="4" />
        L’Assemblea dei soci stabilisce la misura della quota dovuta dai soci fondatori, benemeriti
2 ordinari e la misura della tassa di ammissione dei soci.
Possono aderire al Centro anche Enti ed Associazioni i quali, oltre che nel modo indicato
al comma precedente, possono dare il contributo destinando, d’intesa con il Consiglio di Amministrazione,
 elementi idonei da essi dipendenti a prestare servizio presso il Centro.

Arr. 6
AMMINISTRAZIONE
Il Centro è retto da un Consiglio di Amministrazione costituito da cinque membri eletti
dall’Assemblea dei soci nel proprio seno, oltre che dal Direttore che ne fa parte di diritto,
1 consiglieri elettivi durano in carica tre anni e possono essere riconfermati.
La eventuale sostituzione durante il triennio avverrà con le stesse modalità della nomina.

ARrT. 7
PRESIDENZA
Il Consiglio di Amministrazione nomina tra i propri componenti il Presidente, il quale
rappresenta il Centro ed attua le ‘direttive del Consiglio di Amministrazione.

ART. 8
CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE

Il Consiglio di Amministrazione si riunisce ordinariamente ogri tre mesi ed è convocato
dal Presidente.
Il Consiglio di Amministrazione stabilisce le direttive per il funzionamento del Centro,
stipula le convenzioni con gli Énti pubblici e privati ed approva il rendiconto.
Tl Consiglio di Amministrazione, inteso il Direttore, potrà istituire una speciale sezione,
per is=servizi di statistica agraria, provvedendo a quanto possa all’uopo occorrere,

Arr. 9
DIREZIONE

Della direzione del Centro sono incaricati un Direttore e un Vice Direttore, mediante deliberazione
 del Consiglio di Amministrazione. nella quale saranno stabilite tutte le condizioni
inerenti all’incarico.
Il Direttore, coadiuvato dal Vice Direttore, dirige e regola l’attività del Centro in base alle
direttive del Consiglio di Amministrazione, invigila sul normale funzionamento del Centro,
mantiene i rapporti di ufficio con le Amministrazioni e gli Enti convenzionati e con gli Enti
aderenti, formula al Consiglio di Amministrazione le provoste riguardanti la esecuzione di
3peciali indagini e ricerche statistiche.

Art. 10
Le norme per il servizio di contabilità e cassa e il trattamento e la nomina del personale
saranno deliberati dal Consiglio di Amministrazione. su proposta del Direttore del Centro.

Art. 12
SCIOGLIMENTO
Nella ipotesi di scioglimento i beni del Centro saranno devoluti alla Regione Siciliana per
destinarli a scopi affini.
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        SEDUTA DEL &amp;amp;6 MAGGIO 1951 DEL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE
DEL CENTRO REGIONALE DI RICERCHE STATISTICHE

ESTRATTO DEL VERBALE

L’anno millenovecentocinquantuno il giorno 6 del mese di maggio alle ore 9 si è riunito,
nella Sede del Gentro, il Gonsiglio di Amministrazione per discutere il seguente ordine del giorno :
1) Gomunicazioni del Direttore :
2) Dichiarazioni del Presidente ;
3) Relazione del Direttore sul piano dei lavori e sull’attività del Centro
OMISSI7S

Sono presenti il prof. Enrico La Loggia, il Prof. Paolo Ricca Salerno, il Prof. Francesco
Platzer e il Prof. Silvio Vianelli.
Constatata la pressnza del numero legale, il Gonsiglio passa all'esame degli argomenti
posti all'ordine del giorno.
Comunicazioni del Direttore — Il Direttore del Gentro, Prof. Vianelli, ricorda che nella seduta
 del 10 febbraio il Consiglio lo aveva delegato a perfezionare gli accordi per la stipulazione di
apposite convenzioni con la Regione Siciliana e con l’Istituto Gentrale di Statistica. secondo gli
schemi discussi e approvati in quella riunione.
Informa quindi il Consiglio che, a seguito dei colloqui tenuti a Roma nei giorni 19 e 20
marzo con il Prof. Lanfranco Maroi, Presidente dell' Istituto Centrale di Statistica e con
il Direttore Prof. Benedstto Barberi., é stata sottoscritta in Roma, in data 21 marzo 1981, una
convenzione tra l’Istituto e il Centro. lllustrandone brevemente il contenuto, il Prof. Vianelli pone in
rilievo come il Centro, in virtù di tale accordo, potrà contare sulla preziosa organizzazione dello
Istituto e sulla conoscenza di quelle statistiche nazionali e regionali che appaiono indispensabili
soprattutto per la esecuzione di studi comparativi tra le manifestazioni dei fenomeni economici
e cociali in Sicilia e nelle altre regioni italiane.
Di notevole importanza si appalesa anche il contenuto degli articoli 5 e 6 della convenzione,
a norma dei quali l'Istituto si impegna ad autorizzare le Amministrazioni e gli Enti pubblici —
tenuti per legge a prestare la loro collaborazione all'Istituto — a fornire al Gentro i dati statistici
 che saranno loro richiesti.
ll Direttore informa poi il Consiglio che, in data 27 aprile 1951, il Geniro ha stipulato una
convenzione con l'Amministrazione Regionale Siciliana, rappresentata dal Prof. Giuseppe La
Loggia, Assessore dalle Finanze e Vice Presidente della Regione. In forza di essa, il Gentro
si impegna di eseguire la raccolta, il coordinamento e la elaborazione dei dati statistici di interesse
 regionale, la cui sistematica acquisizione si renderà possibile per effetto delle istruzioni
 che la Regione provvederà ad emanare agli Uffici centrali e periferici da essa dipendenti.
ll Centro si impegna altresì a compiere studi, relazioni e pubblicazioni di interesse regionale
 e ad eseguire, con le modalità tecniché che saranno occorrendo concordate, tutte quelle
ricerche e indagini statistiche che l’Amministrazione Regionale riterrà opportuno disporre per
l'indirizzo della propria attività di politica economica e sociale.
Dopo una particolareggiata illustrazione dei singoli articoli della convenzione, il Direttore
conclude affermando chs la stipulazione di questi due atti costituisce una importante tappa della vita
del Gentro, il cui sviluppo può considerarsi avviato alle più immediata realizzazioni e al concreto
raggiungimento dei fini per i quali è stato creato.
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        Dichiarazioni del Presidente — 1/1 Presidente del Consiglio di Amministrazione On.le Prof.
Avv. Enrico La Loggia, dopo avere espresso ai Direttore il compiacimento suo perscnale e dei
Consiglieri per i risultati conseguiti, rileva che il compito affidato al Centro Regionale di Ricerche
 Statistiche, quala risulta dalle intenzioni di coloro che lo hanno promosso e da fini i.tituzionali
 che traspirano dal suo Statuto, è quanto mai importante e delicato.
A proposito di opinioni che si sono occasionalmente espresse e che si ripeteranno allo
apparire dei risultati delle prossime ricerche, osserva che il sentimenio unitario nei promotori
del Gentro, come nei suoi organi amministrativi e tecnici, è fuori discussione.
-« L’Autonomia siciliana non vuole essere una preparazione, un avvio ad un regime di separatismo
 e neppure ad un regime federalista. Ciò venne proclamato -in seno alla Consulta, che
deliberò lo statuto, dicendo «siamo unitari e non solo siamo antiseparatisti, ma siamo anche
antifederalisti», ricordando il monito di Mazzini che il federalismo retrospingerebbe l’Italia verso
le tenebre del medioevo. Gon questo spirito lo statuto regionale consacrò, nel suo articolo primo,
che la Sicilia è costituita in regione, fornita di personalità giuridica, «entro l'Unità politica dello
Stato Italiano», e il Presidente della Regione, inaugurando la seconda legislatura, riaffermò. con
accen o più deciso che mai, il carattere fondamentale del detto articolo.
1] siciliani nella loro quasi unanimità considerano l'autonomia in funzione strumentale dello
elevamento economico e sociale dell'Isola; e in questo elevamento, come in quello di tutte le
aree depresss, vedono non solo una esigenza di giustizia, ma anche un fattore di rinvizorimento
 del complesso unitario. Quando le aree depresse si saranno sollevate, sì sarà assicurato
alla economia delle più progredite regioni nordiche un più ampio, più stabile, più conveniente
mercato per i loro prodotti. sicchè sotto tale riflesso il meridionalismo è un apnvorto prezioso
all'unitarismo.
L’ Autonomia regionale, poi, può considerarsi come lo strumento più efficace e più pro}icuo
per porre ia evidenza i bisogni locali. e ver indirizzare più appronvriatamente un'azione antidepressione

Nel movimento del pensiero che ha portato all'attuale fase di studi e di istanze, si ricorda
il contributo del nostro Prof. Arcuri il quale in un suo studio pubblicato nel bollettino ael
Banco di Sicilia, or sono già ‘parecchi anni, pose in evidenza alla stregua delle statistiche professionali
 il grado della depressione della Sicilia. E fu dalle statistiche della inattività professionale
 che prese le mosse chi vi parla per una delazione giuridico-costituzionale che per sua
proposta venne consacrata nell'art. 38 dello Statuto, per la quale postulando l'obbligo dello
Stato ad una azione antidepressione, se ne riferisce la misura finanziaria alla differenza dei
redditi di lavoro regionali dalla media nazionale. Norma alla quale fin qui si è data parziale
esecuzione con gli stanziamenti di trenta miliardi nello esercizio precedente e in quello in corso.
ma alla quale non peotrà non darsi esecuzione integrale successivamente in :eguito a più precise
 ed efficaci illustrazioni. E va ricordata l'opera più recente del nostro Prof. Vianelli che fornì
una apprezzatissima monografia per la stima dei redditi di lavoro in Sicilia nei riguardi dell'art. 3&amp;amp;».
Il Centro, a parere dell'On. La Loggia, deve approfondire, perfezionare, aggiornare tali
ricerche. Deve verificare, integrare e mettere al corrente i calcoli fatti - dal De Vita relativamente
 ai redditi di lavoro nel 1928. Deve approfondire gli effetti, sul calcolo del reddito medio
di lavoro, della caratteristica sottoccupazione femminile in Sicilia. Tutto ciò servirà per il regolamento
 dei rapporti finanzari fra Stato e Regione che costituisce la risorsa più cospicua per
rendere possibile e pratica un'azione per l'elevamento economi*o della Sicilia.
Ma cgquesto regolamento. nerchè riesca più agevole. deve accompaognarsi con la illustrazione
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        -. VII

sempre più convincente e rifinita del fondamento etico della norma in base a cui sì domanda;
illustrazione che deve essere apprestata a mezzo di elementi svariati Jra i quali primeggiano i
dati statistici. E’ perciò che una indagine retrospettiva del rapporto fra spese ed entrate dello
Stato nella Regione in confronto delle altre Regioni nonchè del carico tributario locale in rapporto
 alla capacità contributiva si presenta di grande interesse, È si può pensare di fornire
qualche dato significativo dell'influenza depressiva che ha avuto nel Sud la politica doganale
nazionale.
E per risalire ai primi tempi dell'unificazione potrà essere nello stesso senso utile il rilievo
dell’acgcomunamento nazionale del maggior debito pubblico dello Stato sardo nonchè dall’accomunamento
 delle maggiori riserve monetarie dello Stato delle due Sicilie e di quanto ricavato
dalla vendita dei beni religiosi in Sicilia.
Questi elementi e altri del genere serviranno ad indebolire moralmente la resistenza di
serte sfere burocratiche a dare piena e leale esecuzione all’art. 38.
E quanto poi al modo d’impiego dei fondi ex art. 38, pel rìparto dei medesimi nelie varie
possibili! direzioni e per una graduatoria di priorità, i confronti interregionali saranno di grande
 utilità per individuare | settori in cui la depressione è maggiore e nei quali l’azione antidepressiva
 dovrebbe volgersi in precedenza e in più grande misura e con più immediato profitto.
Il Gentro come mezzo per stabilire rapporti di collaborazione con l’Istituto Gentrale di
Statistica è venuto ad intese relativamente alla rilevazione delle forze di lavoro in Sicilia.
Ciò è stato certamente utile, e però sembra che debba rimaner fermo negli intendimenti
del Gonsiglio e della Direzione che, conseguito lo scopo di un collegamento collaborativo con
l'Istituto, l’attività del Gentro debba svolgersi prevalentemente nella elaborazione di confronti
interregionali dei dati rilevati dall’Istituto, e ciò per gli scopi succennati.
Relazione del Direttore sul piano dei lavori e sull’attività del Centro. — /I Prof. Vianelli
dichiara, innanzi tutto, che desidera esprimere la sua ammirazione ed un particolare ringraziamento
 all'On. La Loggia, Presidente del Gentro, per il suo tanto atteso intervento che può
indubbiamente considerarsi un vero e proprio piano programmatico definitivo sull'indirizzo e
su' futuri sviluppi del Centro ed assicura il Presidente e i Gonsiglieri che per 1l raggiungi
mento di tali fini sarà avviata e ulteriormente perfezionata l’attività del Gentro che ha l’onore
di dirigere.
Il Prof. Vianelii, richiamandosi a quanto stabilito in una precedente seduta, sottopone al
l’esame del Consiglio un piano di attività del Gentro, elaborato appunto per il conseguimento
degli scopi così magistralmente tracciati dall’On. La Loggia.
Tale piano, — che viene approvato dopo una lunga ed approfondita discussione alla quale
partecipano, o/tre al relatore Prof. Vianelli, anche l'On. La Loggia e il Prof. Platzer. — prevede
l’esecguzione dei seguenti lavori:
Raccolta del materiale statistico di interesse regionale e trasmissione ed elaborazione
 di dati richiesti da Enii vari.
Preparazione del materiale per iniziare, appena possibile, la pubblicazione del «Bol
lettino di stalistica della Regione Siciliana».
3. — Indagine sulle forze del lavoro,
4. — Costruzione di alcuni indici del movimento economico della Sicilia.
5. — Gon/ronti interregionali delle variazioni nel tempo della struttura professionale
della popolazione.

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        VIII

Sonfronti interregionali (ed interprovinciali per la Sicilia) delle statistiche riguardanti
 le imposte sul prodotto dei terreni e dei fabbricati, e sui redditi di ricchezza
mobile.
‘ndagine sulle spese e sugli introiti dello Stato nelle singole regioni ital ane.
Analisi di alcuni dati significativi dell’ influenza depressiva sulle regioni meridionali
 della politica doganale nazionale.
Analisi del carico tributario e della capacità contributiva delle singoli regioni italiane.
Aggiornamento e revisione del calcoli del minor ammontare dei redditi di lavoro
in Sicilia nei confronti della media nazionale.
ll. — Integrazione ed aggiornamento dei calcoli del De Vita relativi ai redditi regionali
del 1928.
12. — Indagine sul mercato fondiario siciliano durante gli ultimi anni.
13. — Altre indagini particolari di statistica agraria.
14. — Spoglio dei dati - trasmessi dai singoli comuni della Sicilia - riguardanti le
merci soggeite ad imposta di consumo.
15. — Altri confronti interregionali.

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OMISSI=:
        <pb n="9" />
        Stime del prodotto netto privato della Sicilia
"el quadro della ripartizione regionale del prodotto netto italiano

SOMMARIO

1. Premessa. — 2. Cenni sullo sviluppo della popolazione siciliana. — 3. Cenni
sull’evoluzione economica della Sicilia dopo la costituzione del Regno d’Italia
nel quadro dello sviluppo economico nazionale. — 4. Sulla ripartizione regionale
 della ricchezza e del reddito in Italia... — 5. Stime del prodotto netto
privato della Sicilia, — 6. Distribuzione territoriale del prodotto netto privato
italiano, — 7. Considerazioni conclusive.
        <pb n="10" />
        i. — lo sviluppo economico di una popolazione — com'è noto — risente
 la variabile influenza di molteplici e complessi fattori ecologici e sociali.
E poichè tutti i fenomeni sociali essenzialmente dinamici — ed in, particolare i
fenomeni di carattere economico, politico, storico e demografico in senso stretto
 — sono fra loro più o meno strettamente avvinti e connessi ad altri lenomeni
biologici e geografici, è facile intendere come un'analisi sufficientemente appro-‘ondita
 delle attuali condizioni economico-sociali della popolazione siciliana
non possa prescindere da un vasto ed accurato esame delle complesse azioni
s reazioni dei principali fattori che, in varia guisa, hanno contribuito a determinare
 la situazione economico-demogreafica della Sicilia al momento in cui questa
entrò a far parte del Regno d'Italia e dei fenomeni e dei fatti che successivamente
 hanno influito sull'evoluzione economico-sociale dell'Isola.
Una chiara e dettagliata analisi di tal genere può essere compiuta, evidentemente,
 soltanto con l'ausilio di convenienti indagini statistiche sulla base dei
dati riflettenti — ancorchè in modo incompleto ed imperfetto — il dinamismo, con
le sue conseguenze, dei principali fenomeni economici, demografici e sociali,
3lla luce di tutte le possibili notizie e nozioni — che non possono tradursi di--“eltamente
 in elementi quantitativi —- riquardanti la maggior parte dei fattori
storico-politici. |
A questo scopo, il Centro Regionale di Ricerche Statistiche ha iniziato
— ed in parte già condotto a termine — varie indagini particolari, ma fra loro
sirettamente connesse, sulle azioni e reazioni fondamentali di alcuni importanti
fenomeni e fattori che hanno contribuito a determinare le variazioni nel tempo
delle condizioni economico-sociali della Sicilia, anche nei confronti e nelle interdipendenze
 delle corrispondenti variazioni avvenute nelle altre regioni italiane.
| risultati delle varie indagini formeranno oqgagetto di altre monografie
di prossima pubblicazione.
Ciò premesso, riteniamo opportuno osservare anzitutto che, secondo il
linguaggio corrente — confondendo nozioni ed espressioni diverse — spesso le cosidette
 condizioni economiche di una popolazione vengono ancora intese quali
espressioni del benessere economico o del tenore di vita della popolazione
stessa. E benchè, a rigore, si tratti di concetti diversi, anche non pochi studiosi
hanno ritenuto per lungo tempo di poter assimilare indifferentemente l'una o
l’altra di queste nozioni a quella di «sussistenze» o di «volume della produzione»
o di «ricchezza», e così via.
Anche nei riguardi delle ricerche statistiche si può dire che, sino a pochi
decenni addietro, i confronti nel tempo e nello spazio delle cosidette condizioni
economiche di nazioni o regioni differenti sono stati fatti — se si prescinde
da indagini troppo particolari e indirette sul commercia estero, sui presunti salari
        <pb n="11" />
        reali e su alcune produzioni — sulla base di deti riflettenti la presunta ricchezza dei
paesi considerati. Soltanto recentemente, lo sviluppo della teoria economica ed
il miglioramento qualitativo e quantitativo delle rilevazioni ed elaborazioni statistiche
 hanno condotto alle nozioni attuali di reddito collettivo inteso — nei varî
aspetti strutturali di reddito prodotto, consumato e risparmiato — quale espressione
di una sintesi fondamentale delle condizioni economiche di una popolazione.
Come ha scritto il Pigou: «i fatti economici influiscono sul benessere di
qualunque paese, non direttamente, ma attraverso la creazione e l’uso di quelequivalente
 oggettivo del benessere economico che gli economisti chiamano
dividendo nazionale o reddito nazionale ».
Se si considerano i molteplici aspetti economici e sociali del reddito nazionale,
 è facile intendere il motivo che — in questi ultimi anni di. brusche fluttuazioni
ed intense evoluzioni strutturali delle economie di molti paesi — ha sospinto statistici
ed economisti a dedicare tanio fervore di studi ad analisi teoriche e ad indagini
concrete sul reddito collettivo. Si spiega anche la ragione per cui gli uomini di
governo hanno sentito sempre più forte la necessità di una conoscenza — sia
pure imperfetta — dell'entità di tale reddito e delle sue variazioni nel tempo.
Il continuo ampliamento nel campo delle indagini statistiche ed i recenti
progressi compiuti nei criteri di rilevazione hanno posto in luce il grande interesse
teorico e la notevole importanza pratica che può offrire la nozione di
prodotto netto privato nella sua composizione qualitativa, nella sua ripartizione
ira i vari fattori produttivi, tra le classi sociali, nelle diverse regioni, e così via.
È poi con particolare riguardo ai moderni concetti di aree depresse e di aree
economicamente mature, che la nozione di prodotto netto privato assume nel
»ostro paese un'importanza senza pari ed è per questo che il Centro Regionale
 di Ricerche Statistiche ha ritenuto opportuno iniziare la collana dei suoi
studi con un'accurata indagine — nei limiti, s'intende, delle possibilità consentite
 dal materiale disponibile e dalla natura dei dati — sul prodotto netto
&amp;gt;rivato della Sicilia nei confronti di quello delle altre regioni italiane, e quindi
jella media nazionale.
Il calcolo di questo prodotto netto per ciascun anno a partire dal 1947, è
stato esteso anche al 1938 ed al 1928 con criteri relativamente uniformi ed
sdeguantisi a quelli adottati dall'Istituto Centrale di Statistica nelle recenti valutazioni
 ufficiali del prodotto retto nazionale.
È appena il caso di osservare che calcoli di tal genere offrono i fianchi
a facili critiche e che non pochi elementi di insufficiente certezza giuocano
nella valutazione del prodotto netto privato per gli anni suddetti. Ma difficoltà ben
maggiori si incontrano qualora si voglia determinare il prodotto netto privato itadano,
 e la sua presumibile ripartizione regionale, per epoche anteriori; comunque
a profonda convinzione che tali calcoli, ancorchè privi di un alto grado di
precisione, potessero riuscire di grande utilità pratica — qualora fossero interpretati
ed assunti nel loro esatto significato — ci ha spinti a tentare una ricostruzione,
sia pur grossolana, del prodotto netto privato nazionale e di una sua probabile
ripartizione regionale per gli anni più lontani possibili, competibilmente con i
ati e le notizie disponibili.
        <pb n="12" />
        Con un vasto e paziente lavoro di ricerche mediante l'ausilio di molteplici
stat stiche indirette, Iraendo anche profitto dai dati del censimento del 1911 ed
3lla luce degli studi di Santoro, Tivaroni, Gini, Mortara, Coppola D'Anna e Golzio,
 abbiamo potuto ottenere, con un procedimento di valutazione sintetica, la presunta
 distribuzione regionale del prodotto netto privato italiano per la media
degli anni 1910-12, in lire del 1211.
Senza dubbio questa stima, oltre che presentare una precisione minore di
quella delle valutazioni relative al 1928 ed agli altri anni considerati, non
è rigorosamente confrontabile con le altre, per la incompleta omogeneità dei
dati; tuttavia i risultati conseguiti — non raggiungibili per altra via — possono
Dortare — se correttamente interpretati, — una chiara luce su un importante e
jibattuto oroblema che esamineremo nelle pagine sequenti.

2. — Un'analisi compleia dell’evoluzione. demografica della Sicilia — nei
suoi molteplici aspetti — ci condurrebbe troppo lontani dagli scopi che vogliamo
conseguire con questo studio ; tuttavia, per poter intendere e valutare esaltamente
 il significato di alcuni risultati che illustreremo nelle pagine che seguono, non
possiamo fare a meno di accennare brevemente ad alcune caratteristiche strutturali
 ed a quelle variazioni della popolazione siciliana che nel corso del tempo
sono apparse strettamente connesse allo sviluppo economico dell'Isola.
Le prime valutazioni della popolazione siciliana — non troppo arbitrarie ed
imprecise, ma fondate su particolari rilevazioni che, sebbene incomplete ed
assai lontane dalle forme moderne, possono offrire elementi preziosi per una seria
-icostruzione storica - risalgono, com'è noto, all'inizio del secolo XVI.
Sulla base di statistiche congetturali e delle rilevazioni dei fuochi sono state
compiute varie stime della popolazione dell'Isola, ad opera di diversi autori:
le successive valutazioni appaiono nella tavola XXVI insieme ai risultati dei
moderni censimenti {1}. .

{1} Il movimento della popolazione siciliana sarebbe risultato progressivo durante i secoli
juinto e quarto avanti Cr.; stazionario nel secondo secolo e poi decrescente. Ben scarso valore
uttavia possono avere le popolazioni attribuite dai vari autori all'Isola nelle diverse epoche
&amp;gt;rima del X secolo d. C. Durante i secoli X e XI la popolazione siciliana — secondo i calcoli di
Airoldi, Amari, Palmieri, Maggiore Perni, ecc. — si sarebbe aggirata attorno ai 2 milioni di abitanti,
on lievi variazioni dovute a guerre interne, a persecuzioni dei cristiani, ad epidemie, ecc.
del secolo XII invece la popolazione avrebbe subìto notevoli sbalzi per le frequenti rivoluzioni.
Nel 1070 si sarebbero contati circa 1.900.000 abitanti, mentre alla morte di Guglielmo Il,
ossia nel 1189, la cifra si sarebbe assottigliata ad 1.750.000. | Normanni, per colmare il
vuoto arabo, fecero sì che colonie di commercianti italiani venissero è stabilirsi nell'Isola.
Durante il governo di Ruggero la popolazione rimase quasi stazionaria. Verso la fine del sec.
XII! la popolazione sarebbe scesa a 1.550.000 abitanti. Eventi naturali e fattori politici- influirono
sulla forte diminuzione: le stragi effettuate fra cristiani e musulmani, la presa di Catania ed
| successivo saccheggio, l'esodo dei mercanti pisani e genovesi, la peste in Palermo, le infezioni
 e carestie per l'invasione delle cavallette, le lotte fra svevi e angioini, la gravosità delle
mposte, determinata dalle esigenze della finanza pubblica per le continue guerre, ecc. Sul finire
jel XIV sec. la popolazione sarebbe diminuita ancora e calcolata, secondo i fuochi, circa 1.150.000
sbitanti. La continua diminuzione, durante il secolo XIV sarebbe stata sempre influenzate
jalle incessanti querre intestine e dalle pesti, fra le quali famosa rimase auella del 1347 che
        <pb n="13" />
        Un semplice sguardo ai dati stimati o censiti di questa tavola consente di rilevare
 come, attraverso fluttuazioni più o meno intense ed irregolari, la popolazione
siciliana negli ultimi quattro secoli e mezzo si sia più che quadruplicata.
A dir il vero, la decisa tendenza generale all'aumento si è manifestata
soltanto nel XVII secolo -- dopo le molteplici vicissitudini del precedente periojo
 storico - e si è accentuata nel secolo XVIII.
| primi anni del secolo XIX sono stati abbastanza favorevoli ad un miglioamento
 delle disagiate condizioni sociali, economiche e politiche dell'Isola e
quindi allo sviluppo della sua popolazione, onde il numero degli abitanti sarebbe
stato stimato, per il 1814, pari a 2.023.000. Dopo il 1814 — a seguito della pertenza
 di circa 30.002 immigrati e 10.000 soldati inglesi — si è avvertita una diminuzione.
 Per qualche tempo la popolazione è rimasta poi stazionaria e varie volte
è stato proposto un censimento che — rinviato per molteplici cause — è stato
seguito anzitutto nella provincia di Trapani, e poi, dal 1829 al 1833, esteso
3 tutta l'Isola, con il nome di censimento del 1831. | dati — invero non troppo
salti — sono stati raccolti e riordinati dalla Direzione della Statistica Siciliana,
-ostituita a tale scopo nel 1832.

&amp;gt;rovocò l'abbandono di molte attività commerciali ed agricole. Dopo la cacciata degli angioini
dalla Sicilia, la dominazione degli aragonesi avrebbe portato qualche vantaggio economico e
sociale. Così nei primi decenni del 1400 la popolazione dell'Isola si sarebbe aggirata attorno
ad 1.175.000 abitanti e verso il 1470 attorno ad 1.180.000. Ma al termine del XV sec. la popolazione
 sarebbe ridiscesa a circa 1.050.000, sopratutto a causa della peste del 1482-1483 {con 24000
morti) e della cacciata degli ebrei nel 1493, che produsse una emigrazione di circa 96.000
Jjomini. Comunque, le condizioni economiche della Sicilia durante il XV sec. migliorarono
sensibilmente ; le imposte furono ridotte e per i bisogni dello Stato si adottò il criterio della
/endita dei beni demaniali.
Dal sec. XVI le notizie sulla popolazione appaiono meno imprecise in quanto fondate su
3slcuni censimenti, sebbene si tratti di censimenti incompleti e con caratteristiche ben lontane da
quelle dei censimenti moderni. Nel 1501, secondo le rilevazioni dei fuochi — opportunamente
-ompletate mediante stime — sotto il Re Federico il cattolico la popolazione si sarebbe aggi--ata
 attorno a 1.018.000 ; nel 1548, sotto Carlo V, attorno a circa 1.010.000; nel 1570, con Re Fede-‘ico
 ll, sarebbe salita a 1.062.000; nel 1574, con Carlo D'Aragona a 1.098.000; ma nel 1583, con
Marco Antonello Colonna, avrebbe ripreso a scendere, toccando la cifra di 1.090.000; nel 1595, con
/icerè Olivares, sarebbe diminuita a 1.060.000; e nel 1597, con Giovanni Ventimiglia, a 1.048.000.
L'ammontare della popolazione del 1591 risentì in gran perte, l'effetto della peste che
3fflisse l'Isola, ed in particolar modo Messina e Siracusa, ed i fattori che influirono sulle va-‘iazioni
 della popolazione siciliana del XV! secolo furono molteplici.
la cacciata degli ebrei determinò nell'Isola un notevole peggioramento economico, ne
-isentirono notevolmente l'industria, il commercio ed il sistema monetario ; i fallimenti si succejettero
 paurosamente ed in breve l'isola languì nella miseria mentre i tumulti aumentarono per
3li abusi della dominazione straniera.
A queste condizioni politiche si aggiunsero i disastri naturali: la peste del 1523, che si
srolungò fino al 1530, l'eruzione dell'Etna nel 1539, i terremoti nella Val di Noto e Messina
nel 1542-44. Inoltre, le strade meal sicure, le coste infestate dai turchi e le campagne dai banditi,
:ontribuirono ad arrestare lo sviluppo economico e demografico dell'Isola.
Dopo questo periodo si ebbe una relativa stabilità e poi un aumento della popolazione
sino al 1574, anno in cui il Terranova fece eseguire un censimento che — nonostante le noteoli
 lacune — può essere ritenuto meno incompleto dei censimenti predetti.
        <pb n="14" />
        Dopo il 1831, in base al movimento demografico, è stato calcolato, ogni anno,
l'ammontare della popolazione sino a quando -la Sicilia è entrata a far parte del
Regno d'Italia.
Dal 1861 hanno avuto inizio i censimenti nazionali e le rilevazioni hanno
&amp;gt;resentato un maggior grado di accuratezza per quanto si debba ritenere che il
Srimo censimento veramente attendibile e compiuto con mezzi adeguati, sulla
5ase di un'organizzazione moderna e razionale, sia stato il censimento del 1931.
Comunque è facile rilevare dai dati della Tav. XXV| come nel novantennio
dal 1861 al 1951, la popolazione dell'Isola abbia avuto un accrescimento assoluto
ji ben oltre 2.000.000 di unità, corrispondente ad un aumento relativo percentuale
di 86,1. Questo aumento relativo risulta sensibilmente maggiore di quello corrispondente
 dell'intera nazione, ma inferiore all’accrescimento relativo del complesso
delle regioni dell'Italia meridionale ed insulare. Dopo la costituzione del Regno
d'Italia il rapporto tra il numero annuo delle nascite e quello degli abitanti, nella
media dell’anno, — ossia il saggio di natalità — per la Sicilia si è mantenuto
sempre notevolmente al di sopra dell’analogo quoziente di netalità nazionale,
pur palesando — com'è noto — una tendenza generale alla diminuzione parallela
a quella del saggio relativo èll'intera nazione.
La natalità tuttavia misura soltanto un elemento che concorre alle variazioni reative
 della popolazione, ma non può misurare la fecondità della popolazione stessa (1).

Nel 1556 il Regno passò a Filippo Il che diede un certo impulso alla vita dell'Isola con
una fondamentale riforma dell'ordinamento amministrativo, giudiziario e militare. Ma il periodo
-he va dal 1574 al 1595 fu assai funesto alla popolazione, che si assottigliò nuovamente, sopra-'utto
 a causa della peste del 1575-76 e della grande carestia del 1590-91.
Il secolo si chiuse con un lieve aumento della popolazione, dovuto prevalentemente alla
lorte immigrazione. .
Nel XVIII sec. furono eseguiti sei censimenti : il primo nel 1615 fu ordinato dal Parlamento
per tentare di porre riparo alla disuguaglianza delle imposte, poi nel 1623 con Vicerè Filippo
di Savoia, nel 1637 sotto il Principe Paternò, nel 1642 con Vicerè Caprera, nel 1652 con Presidente
 Martinez Rubeo, nel 1681 con Vicerè Santostefano.
| dati di questi censimenti — che escludevano gli ecclesiastici e le anime di Palermo e di
Messina, sino al 1651 — opportunamente completati con statistiche congetturali e con stime
varie, hanno condotto ai valori che appaiono nella Tav. XXVI.
Questo secolo, nei confronti del precedente, consenti un maggior sviluppo della padbolazione
 per le diminuite pestilenze e carestie, nonostante che l'economia dell'Isola venisse ancora
a soffrire per il diminuito commercio con l'estero, per il continuo succedersi dei Re e per le
lunghe e disastrose guerre che — seppur combattute fuori dal territorio siciliano — danneggiarono
 notevolmente la popolazione gravata di forti tributi.
Nei primi 50 anni del secolo XVIII si ebbero due censimenti, eseguiti con gli antichi sistemi:
il censimento del 1714, sotto Vittorio Amedeo ll, e il censimento del 1748, sotto Cerlo IN.
Fra questi due censimenti vi fu una valutazione del 1737, comprendente anche gli ecclesiastici.
Nel 1770 si sarebbe dovuto eseguire un altro censimento che fu rinviato, invece, al 1798.
1} Giova ricordare che una misure soddisfacente e comparabile della fecondità intesa
come efficienza riproduttiva di una popolazione quale si manifesterebbe mediante i concepimenti,
si potrebbe ottenere eliminando almeno l'influenza: 1) della composizione per sesso della
popolazione; 2) della sua composizione per età; 3) della frequenza secondo la quale si
presentano le combinazioni di età dei genitori ; 4) dell'inizio dell’attività generatrice, soprattutto
delle donne; 5) dei nati morti e degli aborti; 6) della mortelità. infantile, ecc.
        <pb n="15" />
        — 6

’ertanto, confrontando la natalità siciliana con quella nazionale — ed osservando
che la prima è scesa da circa il 41-42 per mille, nei primi anni di vita del Regno
jJ'Italia, a.23-24 per mille in questi ultimi anni, mentre la seconda, durante lo stesso
seriodo, è diminuita da circa il 37-38 per mille a 19-20 per mille, — possiamo affermare
 soltanto che se l'aumento della popolazione fosse stato prodotto esclusivamente
 dalle nascite, la Sicilia avrebbe presentato — dall'unificazione dello Stato
taliano ad oggi — un incremento relativo di gran lunga maggiore di quello
nazionale, ma non possiamo Hrarre alcuna nozione sulla potenzialità procreatrice
jell’Isola e dell'intero paese.
Anche rilevando che attraverso fluttuazioni irregolari i saggi di mortalità
della popolazione siciliana, durante il periodo suddetto, hanno pure manifestato
ina tendenza generale alla diminuzione, parallela a quella della mortalità nazionale
 e che — prescindendo da alcuni anni particolari — i saggi di eccedenza
dei nati vivi sui morti della Sicilia sono apparsi notevolmente superiori a quelli
dell'intera nazione, dovremmo ammettere che, se il movimento demografico fosse
stato determinato dal solo movimento naturale, |’ accrescimento relativo della
5opolazione dell'Isola sarebbe risultato — a perità di allre condizioni — assai
naggiore di quello osservato. '
Ma — come tutti sanno — un grande movimento emigratorio, culminato
‘el 1913, ha sostenuto un ruolo fondamentale nello sviluppo della popolazione
iicililana dopo la costituzione del Regno d'Italia.
Le statistiche ufficiali dell'emigrazione italiana risalgono al 1876, ossia ad
in’epoca precedente a quella in cui ebbe inizio il grande flusso emigratorio
della Sicilia.
Secondo i deti ufficiali — come ha recentemente posto in luce L. Arcuri
Di Marco in un'ampia ed approfondita analisi dell'emigrazione siciliana all’estero
jurante il periodo 1876-1925 — «nel cinquantennio in esame partirono complessivamente
 dalla Sicilia per recarsi all’ estero 1.660.000 emigranti in cifra tonda,
ji cui 50.000 diretti in altri paesi d'Europa, 93.000 in paesi del Bacino del Mejiterraneo
 e più di un milione e mezzo, ossia più dei 9/10, in paesi transoceanici.
La cifra complessiva degli emigranti partiti dà, per l'intero cinquantennio, una
media annuale di circa 33.000, che però si discosta notevolmente dall'andamento
del fenomeno, presentante scarti sensibilissimi da un periodo all’altro. Dal minimo
nfatti di qualche centinaio o migliaio appena di emigranti pertiti annualmente
sll'inizio del periodo considerato, si giunge negli ultimi anni del secolo scorso
slla media annua di circa 25 mila, per raggiungere nei primissimi anni del
"1ostro secolo cifre dell’ordine di 50 mila emigranti annualmente partiti, elevandosi
5oi di un balzo a partire dal 1905 a cifre che nel decennio antecedente la prima
guerra mondiale si avvicinano o superano, ed anche notevolmente, la cifra di
00 mila emigranti all’ anno ; in questo intensissimo decennio di emigrazione
siciliana, il massimo, con 146.061 emigranti partiti, fu toccato nel 1913 e questa
cifra rappresenta un massimo assoluto in quanto non fu mai raggiunto è nemmeno
 avvicinato da alcun’altra regione d'Italia, nè in quell'anno {che fu l'anno
di massima emigrazione italiana all’estero), nè in altri anni dello stesso o di
3jtri periodi.
        <pb n="16" />
        Dopo l'interruzione quasi completa degli anni della prima guerra mondiale,
 il movimento dell'emigrazione siciliana ebbe un inizio di ripresa nel 1919
(35 mila emigranti partiti); la quale ripresa divenne sensibile nel 192) con circa
108 mila emigranti; ma dopo questa ripresa, a cui dovette pure contribuire il
riespatrio dei siciliani già emigrati all’estero che erano tornati in Patria per prendere
 parte alla guerra, negli anni successivi il movimento dell'emigrazione ebbe
solo gli ultimi guizzi con cifre che oscillarono da un minimo di circa 22 mila
"el 1922 ad un massimo di 36 mila nel 1923.
L'emigrazione siciliana, dunque, ebbe per caratteristica un aumento progressivo
 fino al 1913, seguito da una breve interruzione e da una ancora più breve
ripresa conclusa da una fase di esaurimento del feromeno. Questo andamenio
conferma che anche per la Sicilia, come per il resto d'Italia e per lutti gli altri
paesi europei d’emigrazione, il 1914 con lo scoppio della prima guerra mondiale,
segnò la fine di quella che deve considerarsi la più importante fase della storia
dell'emigrazione (importante non solo per il volume, ma anche per il tipo della
corrente emigratoria alimentata da iniziative individuali e assolutamente libere),
a quale fase emigratoria costituisce anche uno dei fondamentali fenomeni a cui
è legato lo straordinario sviluppo dell'economia mondiale dello stesso periodo » {1}.
Senza dubbio il grande movimento emigratorio della Sicilia — come quello
di altre Regioni italiane — determinato dall'alta densità demografica nei con-Ironti
 delle possibilità di occupazione, di produzione e di consumo, ha costituito
la chiara espressione di un fenomeno caratteristico delle nostre aree depresse,
che ha potuto manifestarsi sino a quando i drastici provvedimenti degli Stati
Jniti e degli altri paesi di immigrazione lo hanno inesorabilmente soffocato.
Ma per quanto concerne talune variazioni del flusso migratorio nel tempo,
giova osservare come esse non siano rimaste insehnsiDili alle variazioni di parti--olari
 aspetti delle condizioni economiche dei paesi di immigrazione (2).

(1) La cifra di un milione e mezzo di emigranti — scrive ancora L. Arcuri Di Marco —
jiretti in paesi Iransoceanici, quanto ne risultano partiti dalle Sicilia nel cinquantennio 1876-1925,
 se è considerevole in confronto ai 7,4 milioni di emigranti che nello stesso periodo
5artirono per destinazioni transoceaniche da tutte le altre regioni d'Italia, ancor più rilevante
jeve considerarsi in confronto ai 31,4 milioni di individui che, sempre nel cinquantennio 1876-1925,
 si trasferirono in paesi transoceanici da altri paesi d'Europa ; tanto più rilevante in quanto
‘ra questi 31,4 milioni sono compresi milioni di anglosassoni che andarono a popolare i domini
ed altri territori dell'Impero Britannico, praticamente preclusi, anche allora, all'emigrazione
ransoceanica italiana ed in particolare siciliana.
Quest'ultima, infatti, potè dirigersi quasi esclusivamente negli Stati Uniti ed in alcuni paesi
jell'America latina.
12) Basterà ricordare a questo riguardo che Jerome, ponendo convenientemente a confronto
i numero annuale di italiani emigrati negli Stati Uniti dal 1870 al 1913 con i dati del valore
del commercio estero dell'italia e con i dati del valore dei cinque principali raccolti agricoli,
ha posto in luce una notevole discordanza fra le serie, mentre ha potuto accertare una stretta
solidarietà fra le nostre emigrazioni e l'indice composto della produzione industriale degli
Stati Uniti. | confronti di questo autore sono stati fatti naturalmente su deti elaborati, ottenuti
calcolando gli scarti annui percentuali dei dati osservati dai corrispondenti valori perequati
ed eliminando l'influenza delle diverse variabilità delle serie considerate.
        <pb n="17" />
        *

E quando la corrente migratoria verso l'estero ha dovuto arrestarsi, il movimento
 interno di migrazione dalla Sicilia e dalle altre regioni del meridione
verso alcune provincie dell’ Italia settentrionale e centrale — già in atto da
prima — è venuto via via accentuandosi con il crescente sviluppo industriale
ed economico di queste ultime.
Comunque, il continuo movimento emigratorio siciliano — per l'estero e per
l'interno — non ha soltanto determinato un minor accrescimento effettivo, rispetto
all'incremento naturale, della popolazione dell'Isola, ma ha influito notevolmente
sulla composizione per sesso e per età, sulla struttura. professionale e, quindi,
sulla natalità e sulla mortalità della popolazione stessa.
Invero, migrazioni, morti, nascite e composizione per sesso e per età
‘“ormano un insieme inscindibile nell’equilibrio dinamico di una popolazione e
si può dire che ogni gruppo demografico presenti una sua particolare fisionomia
i cui lineamenti — mutevoli nel tempo — sono strettamente collegali fra loro.
Pertanto i movimenti migratori, assai variabili nel tempo, non consentono
di applicare allo studio della popolazione la maggior parte delle teorie demografiche
 — sulle tendenze in atto, sui cosidetti potenziali demografici, sugli indici
di vitalità, sulle previsioni demografiche, ecc. — che in generale prescindono dai
movimenti stessi o li assumono costanti.
Ritenendo, quindi, completamente privo di interesse qualunque studio della
popolazione siciliana fondato su criteri e procedimenti che non tenessero debito
conto del fenomeno migratorio, abbiamo ritenuto opportuno limitarci ad una
soddisfacente analisi dello sviluppo demografico dell'Isola mediante uno degli
schemi moderni meno imperfetti, noto sotto il nome di «schema della logistica
generalizzata », che fra i tanti pregi ha anche quello di poter rappresentare
‘andamento empirico della ‘popolazione di qualsiasi territorio, con o senza
novimenti migratori.
Questo schema si basa su due ipotesi fondamentali: quella della variazione
con continuità delle sussistenze e della popolazione e quella della stretta interdipendenza
 fra le variazioni delle due quantità — sussistenze e popolazione —
anzichè di una loro dipendenza.
Considerando un ciclo di espansione economico-demografica — ossia ammettendo
 che, con una determinata struttura economico sociale, la popolazione
ed il reddito {o sussistenze} siano crescenti nel tempo — lo schema della logistica
 generalizzata {1} consente di pòrre in luce la relazione analitica tra le
variazioni relative della popolazione e quelle corrispondenti del reddito e di determinare
 il punto di saturazione demografica, compatibile con la struttura economico-sociale
 considerata.

{1} Questo schema è stato elaborato dal Vinci perfezionando e ponendo più aderenti alla
realtà alcune ipotesi, formulate dall'Amoroso, secondo le quali il movimento di una popolazione
sarebbe la risultante dell’azione combinata di due forze: la prima, chiamata deall'Amoroso
ortesiana, condizionerebbe e limiterebbe l'incremento della popolazione mediante l'incremento
delle sussistenze; la seconda, detta smithiana, susciterebbe e stimolerebbe l'attività produttiva.
ossia le sussistenze. mediante l'incremento della oopolazione.
        <pb n="18" />
        Sulla base dei dati — convenientemente corretti — dei censimenti, dal 1831
al 1936, e di alcuni indici economici raffiguranti le variazioni nel tempo di alcune
 produzioni agrarie e minerarie e del commercio estero, abbiamo eseguito
varî adattamenti della curva logistica generalizzata allo sviluppo economico-demografico
 dell'Isola. | successivi adattamenti sono stati fatti assumendo intervalli di
tempo via via diversi, per poter studiare le eventuali variazioni del limite superiore
 della popolazione siciliana corrispondente al punto di saturazione, ossia
al punto di massimo reddito pro-capite consentito dalla struttura economicosociale
 dell'Isola.
| risultati delle varie assunzioni sono stati concordi nel porre in luce il
fatto che il ciclo di sviluppo economico-demogrefico della Sicilia — iniziatosi
con la costituzione del Regno d'Italia — aveva quasi raggiunto il suo limite superiore
 alla vigilia dell'ultimo conflitto mondiale. In altri termini, assai prossimo
era il punto di saturazione demografica consentito dalla struttura economico-sociale
 dell'Isola, nel senso che qualora non fosse sopravvenuto un nuovo ciclo di
sviluppo economico, sulla base di una necessaria trasformazione strutturale, un
ulteriore aumento della popolazione sarebbe stato accompagnato, dopo breve
tempo, da una contrazione del reddito medio per abitante.
Un'indagine analoga svolta per il complesso della Nazione ha chiaramente
 dimostrato, invece, che il punto di saturazione della popolazione italiana,
 allo scoppio del secondo conflitto mondiale, era ancora lontano ; vale a
dire, anche senza una radicale variazione di struttura, l'economia del paese —
nel suo complesso — avrebbe potuto svilupparsi ulteriormente e consentire, per
un certo tempo ancora, un miglioramento delle condizioni medie di vita di una
popolazione crescente.
Non vi è chi non veda come i differenti risultati conseguiti mediante la
applicazione dello schema della logistica generalizzata alla Sicilia ed all'intera
Nazione, possano essere conciliati soltanto riconoscendo che -. secondo la
struttura economica nazionale prebellica — un possibile successivo aumento del
reddito medio accompagnato da un accrescimento della popolazione italiana in
complesso, e siciliana in perticolare, non sarebbe stato altro che il risultato aritmetico
 di un ulteriore sviluppo della potenza economica di altre regioni, tale da
coprire e superare — nel calcolo della media nazionale — la caduta del corrispondente
 reddito siciliano.
La recente conflagrezione mondiale e le sue ineluttabili conseguenze hanno
determinato un nuovo equilibrio economico-demogrefico ; dopo la fine del conflito,
 il reddito medio reale per abitante ha palesato una forte contrazione in
tutte le regioni italiane. |
La successiva opera di laboriosa ricostruzione ha consentito di risalire in
gran parte la china; ma mentre il prodotto netto medio per abitante della Sicilia
 — come quello di tutte le regioni del Centro e del Meridione d'Italia — nel
1950, a perità di potere di acquisto della moneta, non aveva ancora raggiunto
il livello prebellico, l'analogo prodotto netto delle regioni industriali del Settentrione
 risultava già notevolmente superiore a quello del 1938.
Sembrerebbe lecito sospettare, pertanto, che la ricostruzione economica
        <pb n="19" />
        [0

dell’immediato dopoguerra, tendente a ristabilire una struttura in gran parte simile
a quella prebellica, avesse mantenuto i presupposti per un possibile ulteriore
sviluppo della popolazione italiana compatibile con un aumento complessivo e
medio del reddito nazionale e con un più lento accrescimento - e persino con
una contrazione — del reddito medio siciliano.
Giova osservare, tuttavia, che — come illustreremo nelle pagine seguenti — nel
1949, e più ancora nel 1950, il prodotto netto per abitante della Sicilia è cresciuto in
misura lievemente superiore a quella del prodotto medio nazionale, pur mantenendosi
 ancora notevolmente al disotto del livello di quest’ultimo. Non è facile poter
giustificare l'ipotesi che questo fatto rappresenti il sintomo dell'inizio di una lenta
trasformazione strutturale e che un nuovo ciclo di sviluppo economico-demografico
dell'Isola stia già inserendosi in quello precedente ; è certo, però, che perdurando
il ritmo di forte accrescimento demografico verificatosi nel quadriennio 1947-1950,
il reddito medio siciliano non potrà continuare a crescere per molto tempo
ancora se quell'auspicata variazione strutturale non si manifesterà pienamente.

3. — l'analisi dell'evoluzione economica della Sicilia, dalla costituzione del
Regno d'Italia ad oggi, consente di porre chiaramente in luce l'influenza della
politica economica e finanziaria svolta dallo Stato unitario. Pur senza soffermarci
Iroppo su un argomento assai vasto e. complesso, che ci condurrebbe assai
lontani dagli scopi di questo studio, dobbiamo riconoscere che fra gli effetti
più importanti della politica economica — in senso lato — svolta dallo Stato nei riguardi
 della Sicilia e delle altre regioni italiane, possono annoverarsi quelli derivanti
 dalla politica finanziaria — intesa come distribuzione delle entrate e delle
spese pubbliche in ciascuna regione — e dalla politica doganale.
Purtroppo non è possibile calcolare con esattezza quanto e sotto . quale
forma lo Stato abbia prelevato dai contribuenti siciliani e quanto e per quali
scopi abbia speso nell'Isola dalla costituzione del Regno d'Italia ai giorni nostri,
ma la raccolta dei dati e degli elementi disponibili può fornire notizie sufficienti
ed assai significative,
l'importanza dell'argomento merita, senza dubbio, un’ampia ed approfondita
 trattazione particolare — che verrà svolta in un'altra monografia — ma non
possiamo fare a meno di riportare qui ciò che il nostro Rodolfo Benini scriveva
alcuni anni prima dell'ultimo conflitto mondiale, richiamandosi a ricerche svolte
quarant'anni addietro.
&amp;lt;Risultava dalle mie indagini che tra il 1886 e il 1890 la Sicilia aveva sopportato
 un carico annuo, per soli tributi statali diretti o indiretti, di 100 milioni di
lire di cui appena 67 erano tornati — o, meglio, erano rimasti in luogo — per pagamenti
 di spese di servizi a carico dei bilanci dei varî Ministeri. Uscita netta,
33 milioni all'anno. Non figuravano naturalmente, in caicolo, le somme pagate
dalle Tesorerie per rendite ai possessori di titoli di consolidato, Buoni del Tesoro,
 ecc. Orbene, la proporzione del 67°/, nel riflusso del denaro versato
appariva ed era troppo scarsa, se si pensa che nel Mezzogiorno continentale
{Abruzzi esclusi) essa saliva al 76°/,, nell’Alta Italia all’83°/,. Vero è che trat
tando a parte il gruppo dei Ire compartimenti: Puglie, Basilicata, Calabrie, la
        <pb n="20" />
        quota di spese di Stato sarebbe scesa addirittura alla metà del carico: ma era
il caso di dire: «Non c'è male che non ci sia un peggio!» -*
Per l'italia centrale (Toscana, Umbria e Marche, Lazio e Abruzzi) il rapporto
 s'invertiva ; contro 362 milioni nel dare, 498 nell'avere ; cioè quasi mezzo
miliardo di ritorno in forma di spese di Stato. La presenza della Capitale, ove
naturalmente si accentra il grosso delle spese generali di tutti i grandi rami dell'Amministrazione,
 spiegava il fenomeno. Ma è questione di limiti anche nell'accentramento
 di tali spese.
Checchè si dica o si sia detto, ostentando non so quale dispregio per
questi conti della serva, è certo che un rapporto in grave e sistematico difetto
ira flusso e riflusso di denaro in una regione per i motivi in parola, costituisce
in molti casi l'indice sintetico più significativo di una situazione anormale. Ci diamo
tanto pensiero dello sbilancio commerciale e di quello turistico; ce ne diamo se un
pò di oro snidato dalle riserve della grande Banca, prende la via dell’estero ;
forse che questi conti hanno un grado di nobiltà, che li faccia superiori è quello
del dare e avere fra lo Stato e le varie sue circoscrizioni ? Nessuno contesta
che l'indice sintetico può Irascinare a giudizi avventati; ma la sintesi non dispensa
 dall'analisi, che dovrebbe anzi precederla; e l'analisi del caso avrà per
compito di dimostrare se effettivamente lo sbilancio nei rapporti di una regione
 di fronte allo Stato tradisce qui un mancato sviluppo di opere e servizi
di utilità generale, là ipertrofia di accentramento e forse di favori.
Non si può negare che l'eccesso delle somme da versare alle Tesorerie
per imposte e tasse, su quelle che rientrano o rimangono per- erogazioni di
spese pubbliche. nel territorio in esame, costringe le popolazioni a Irovare i
mezzi di saldo nella eccedenza delle esportazioni mercantili o in altre partite
della bilancia interregionale o internazionale dei pagamenti, come le rimesse
degli emigranti, l'apporto di denaro da parte dei viaggiatori forestieri, ecc. Ma
ciò è più presto detto che fatto : l'esportazione per l'estero, se è fatta bersaglio
delle mutevoli tariffe straniere sulle voci non vincolate da trattati, non sì regge
che coi bassi prezzi e i bassi profitti; l'affluenza dei viaggiatori s' arresta di
fronte all' incuria, nella quale per avventura siano lasciate certe opere di utilità
generale; e l'emigrazione da un paese impoverito, facilmente sfruttata all’estero
coi bassi salari, non può inviare che poveri risparmi ».
Queste e molteplici altre considerazioni confortano, comunque, la conclusione
che la politica finanziaria dello Stato unitario non è risultata favorevole ad uno
sviluppo economico della Sicilia tendente a colmare la distanza che — alla costituzione
 del Regno d'Italia — separava l'Isola dalle regioni più progredite del Nord.
Invero, al momento dell'unificazione politica italiana, supreme necessità imposero
 ai governanti di preferire tra’ i vari ordinamenti finanziari della penisola
il più redditizio, e quindi il più gravoso, e l'ordinamento del Regno di Sardegna
fu esteso da un giorno all'altro in tutta Italia, in aperto contrasto sopratutto con
quello del Regno di Napoli. Base di tutto l'ordinamento fiscale del Mezzogiorno
era l'imposta fondiaria ; in sussidio di essa, alcune importanti privative e i dazi
doganali, ma libera da ogni peso era la ricchezza mobile, esenti da ogni aggravio le
successioni ed assai tenui le tasse di registro e bollo. Prescindendo da una prima
        <pb n="21" />
        ricerca frammentaria, tentata nel 1876 dal Bertocchi, il Pantaleoni e il Bovio, studiando
 il rapporto fra la ricchezza e le imposte delle varie regioni d'Italia nel
decennio dall'80 al 90, resero evidente di quanto la proporzione fosse a danno
del Mezzogiorno, ossia quanto la sua minore ricchezza sopportasse un maggior
carico d'imposte (]}.

{1] Secondo alcuni calcoli eseguiti dal Nitti, nel periodo 1901-1903 l'imposta fondiaria,
gravante pro-capite, risultava di 3,39 lire nell'Italia meridionale e insulare, di 3,22 nell'Italia
centrale e di 3,15 nell'Italia settentrionale.
Malgrado questa situazione di maggiore aggravio del Mezzogiorno, esistente anche prima
del periodo suddetto, la legge del: 1° marzo 1886 — che disponeva la formazione di un catasto
unico per tutta l'Italia in sostituzione dei vari catasti esistenti, allo scopo di una riforma tributaria
 — fu fatta sotto l'impressione che il Nord e il Centro d'Italia fossero, in proporzione.
Diù gravati di tasse del Sud.
In realtà tale impressione derivava forse, in parte, dal fatto che avendo in quell’epoca la
jilossera colpito vaste zone della Francia, notevole sviluppo avevano preso le esportazioni
agricole con conseguente afflusso, sopratutto verso le zone vinicole del Mezzogiorno, d'
quadagni non indifferenti.
Basta, infatti, osservare che con la crisi dell'esportazione agricola e vinicola, causata dalle
difficoltà commerciali e doganali sorte con la Francia intorno al 1888, anche il Mezzogiorno
invocò il Catasto come strumento di salvezza di fronte a tutti ì mali che lo affligevano.
Tuttavia per varì motivi, com'è noto, la formazione del Catasto unico venne rinviata per
parecchio tempo, e allo scopo di far fronte al disagio generale si pervenne. a soluzioni transitorie,
 giungendo ai: seguenti risultati : le provincie più prospere della lombardia e del Veneto
furono tassate per l'8,8°%/ , mentre quelle più povere della Calabria e della Sicilia per il 15° e
financo per il 20 lo -
Successivamente fu emanata una legge a favore dell'Italia Meridionale e Insulaere, con la
quale si stabiliva una riduzione generale dei tributi.
Occorre osservare, però, che se l'imposta fondiaria era realmente alta, lo era a causa delle
alte aliquote di sovrimposte comunali e provinciali che nel Sud fin dall'epoca dei Borboni erano
andate aumentando paurosamente. Si noti, ad esempio, la proporzione nel 1904 fra imposta
erariale e sovraimposte provinciali e comunali nel meridione e nella Sicilia.

REGIONI

Imp. erariale .

Sovrim. com. e provin.

Campania

100

23

Puglie

Basilicata

100 100
91 110

Sicilia

00

1125

Abruz. e Mol.

100

1155

Calabria

100

120

Anche considerando l'imposta sui fabbricati, si osserva una sproporzione fra Nord e Sud
dovuta, fra l'altro, all'esenzione per ruralità, cui avevano diritto i soli immobili ubicati nella
campagna {con esclusione, quindi, di quelli ubicati nei centri abitati dei villaggi), e al diverso
sistema di colonizzazione esistente nelle varie zone d'Italia.
Al principio del secolo il gettito dell'imposta di ricchezza mobile nell' Italia settentrionale
è Italia meridionale e insulare poteva considerarsi nello stesso rapporto in cui stavano le rispettive
 popolazioni, e cioè 9/13, colpendo ancora una volta in maniera esorbitante le province
 del Mezzogiorno, se si tiene presente che in media qui la circolazione di ricchezza è
stata sempre piuttosto bassa; senza contare che le maggiori possibilità di evasione esistenti nel
Nord tendevano ad aumentare lo squilibrio.
        <pb n="22" />
        Dei due terribili malanni — secondo il Cavour — del Mezzogiorno, la grande
povertà e, frutto di questa, la grande corruttela, .i Borboni furono |’ espressione
e non la causa: essi trovarono, forse aggravarono, non certo crearono il problema
 meridionale, che ha cause ben più antiche e profonde. La Sicilia insomma,
come tutta l’Italia meridionale, entrò a far parte del nuovo Regno nelle condizioni
 di un'economia assai arretrata nella quale gli scambi erano ridotti al minimo
 e non esisteva quasi la divisione del lavoro : si lavorava più spesso per
il proprio sostentamento che per produrre valore di scambio. | contadini vivevano
 lavorando come bruti poichè, come ha lasciato scritto un ministro di Ferdinando
 Il, il sostentamento di ognuno di loro costava meno del mantenimento
di un asino.
Mas pur dovendo riconoscere che la Sicilia entrò a far parte della nuova
lialia assai Meno ricca e meno progredita di altre regioni settentrionali, bisogna
anche ammettere che la politica finanziaria dello stato unitario non contribuì
certo a farle superare la distanza originaria.
Gli spostamenti di ricchezza — da regione a regione — che ha potuto
operare la politica finanziaria sono stati notevoli, e certamente non vantaggiosi

Riguardo alle altre imposte, si nota che anche l'imposta sugli affari si risolveva nel Mezzogiorno
 in una eccessiva pressione tributaria, a causa dell'esigua ricchezza circolante e la natura
delle contrattazioni costituite in gran parte da trasferimenti di beni immobili, più facilmente
perseguibili che non i trasferimenti dei beni mobili. A ciò si aggiunga la tassa di successione,
nai esistita durante la dominazione borbonica.
Nei riguardi dell'imposta sul bestiame — una delle tante imposte a favore dei Comuni —
si rileva un continuo aumento delle entrate fin dal’ ‘1881, con un sensibile inasprimento delle
aliquote nel 1907 : in Sicilia, le entrate raggiunsero quote più alte che altrove, senza che agli
aumentati introiti del fisco corrispondesse un incremento nel patrimonio zootecnico.
. Il Sonnino ha osservato altresì, che la ripartizione di questa imposta era fatta in modo da
colpire in misura maggiore le classi più povere. Infatti, poichè l'imposta colpiva sia gli animali
da lavoro che da reddito, le commissioni all'uopo costituite, e composte da grossi proprietari,
facevano in modo che fossero gli animali da lavoro — appartenenti in larga misura alle classi
niù povere — a risentire maggiormente l'onere fiscale.
Così, secondo Sonnino, l'imposta sul bestiame da soma e da tiro fruttava in Sicilia nel 1874
un introito di L. 589.557 contro un introito di L. 146.493 per eltri tipi di animali, e l'esenzione
completa del bestiame da sella e di lusso.
Un'altra delle fonti, alle quali | Comuni attingevano le loro entrate, era costituita dai
dazi di consumo; anche questo genere di imposte rivelò il suo carattere vessatorio contro le
classi meno abbienti, tanto da essere chiamata tassa della fame.
la quota più alta si registra in Sicilia; significativo al riguardo è il seguente prospetto che
nette a confronte la ricchezza e l'imposta di consumo in lire, per individuo, in alcune regioni:

REGIONI i

Ricchezza .

‘mposte di consumo

Sicilia

Piemonte

1471 | 2746

9439

774

lombardia

Veneto

2400 1935

a 62

787
        <pb n="23" />
        cl

per la Sicilia, ma ben poca cosa rappresentano di fronte a quelli che ha determinato
 1a politica doganale.
Com'è noto, il sistema daziario piemontese — che fu esteso al nuovo
Regno dal 1859 al 1862 — si basava sui dazi ad valorem, che al massimo arri-/avano
 al 10°/, e la cui incidenza totale, nel 1863, era stimata del 3,50 °/,.
Le teriffe, tuttavia, avevano un carattere più fiscale che protezionista e ben
poco influivano sulle libere correnti del traffico.
Il primo e più importante trattato di commercio stipulato con la Francia
nel 1863 ridusse il peso dei carichi doganali in modo sensibile ed ammise molti
prodotti al regime di libera importazione.
Qualche vantaggio, sia pur lieve, ebbe anche la Sicilia con la riduzione
del dazio per le esportazioni di olio, agrumi e frutta secche.
Altri trattati commerciali — comprendenti sempre la clausola della nazione
più favorita — furono stipulati nel 1865 con il Belgio, la Danimarca, i Paesi
Bassi, la Russia e l'Unione doganale germanica e nel 1870 con la Spagna.
Durante questo periodo si ebbe qualche nuova tariffa a carattere fiscale e
se nel 1866, per fronteggiare le spese di guerra, furono elevate 54 voci della
tariffa di importazione e 5 di quella di esportazione, queste non superarono il
livello di 10 e, rispettivamente, 3°/, ed valorem. Ma il 1878 segnò per il complesso
 dell'economia italiana un ritorno alla protezione sia pure in forme non
forti e non assolute. Nuove tariffe indicarono la volontà di difendere le industrie
manifatturiere, specialmente quelle tessili, e sebbene nessun mutamento fosse
avvenuto per i prodotti agricoli, cominciarono a sorgere alcune difficoltà nei
rapporti commerciali italo - francesi. Nel 1881 fu stipulato, comunque, un nuovo
trattato con la Francia che avrebbe dovuto aver vigore sino al 1892.
Con il 1887 si ebbe un cambiamento di direttive che pose i rapporti inter
nazionali su nuove basi.
La dottrina protezionistica prevalse in quasi tutti i paesi europei, con indi-Giova

 osservare, infine, che è rendere più gravosa l'azione del fisco, spinta in certi casi
fino al pignoramento, contribuirono anche notevoli errori commessi in sede di accertamento;
a questo proposito basterà riportare alcune cifre riguardanti i pignoramenti riferiti alla popolazione
 esistente nel periodo 1885-1887.

REGIONI

Pignoramenti .  .
Popolazione

REGIONI

Pignoramenti .
Popolazione

lombardia | Veneto

Puglie

I ] |
27416 14757 | 900 |

Basilicata |

Abruzzi

Sicilia

i 1 | ]
232 225 189

Campania

i ii
En

Calabria

Ì
l'o
        <pb n="24" />
        Ae

rizzi quasi esclusivamente industriali. La tariffa generale italiana del 1887 che —
dopo la tariffa francese — rappresentò la più alta manifestazione di protezionismo
europeo, pur lasciando liberi alcuni prodotti, raggiunse un livello del 60°/, ad
valorem, con netto orientamento industriale e particolarmente favorevole all'industria
 tessile.
Le influenze sull'economia agricola di questa nuova tariffa furono assai
dannose per la produzione viticola della Sicilia e del Meridione, che aveva lrovato
 nella Francia un forte sbocco ed una ragione di rapido progresso. Ma le
gravi ripercussioni economiche per la Sicilia e la maggior parte delle altre regioni
 agricole furono ben altre ancora e di portata assai più vasta.
Alla diminuzione dei prezzi di alcuni prodotti agricoli si accompagnò il
rialzo dei prezzi di molti prodotti industriali (1). Intanto la modesta protezione
sccordala al grano non era sufficiente ad impedire la crescente concorrenza
ransallantica, finchè nel 1888 si ebbe un aumento dei dazi sui cereali ed un
altro rialzo si ebbe per il grano nel 1894. Nel 1899 si stipularono nuovi trattati
con la Germania, con l'Austria e con la Francia e pochi anni dopo ulteriori
facilitazioni, concesse alla Germania per i vini ed i prodotti zootecnici, furono
estese, in virtù della clausola della nazione più favorita, a molti altri paesi.
La situazione rimase poi quasi immutata sino al 1914, determinando un
equilibrio abbastanza stabile che — con lo sfogo della grande emigrazione —
consentì all'economia agricola delle varie regioni italiane di raggiungere un livello
 di prosperità senza precedenti. Nel frattempo il Piemonte, la Liguria e sopratutto
 la Lombardia accrescevano la loro potenza industriale.
La guerra determinò un ritorno el regime della libertà di scambi, finchè
col primo luglio 1921 si applicò una nuova tariffa generale che fu la prima

(11 Ha scritto il nostro De Viti De Marco che «con la tariffe del 1887 e la conseguente
rottura del irattato con la Francia caddero i prezzi del vino e dell'olio e crebbero quelli dei
manufatti.
Qui non si vogliono fare recriminazioni vane; ma, pur riconoscendo che i prezzi del vino
a misura che aumentava la produzione dell'uva, dovevano scendere per mettersi a livello dei
prezzi del grano, del bestiame e degli altri prodotti della terra, non deve sconoscersi che con
questa causa economica e naturale ha cooperato alla caduta di quei prezzi la chiusura repen-‘ina
 del mercato francese.
Intanto, l'applicazione da lunga mano preparata della nuova tariffa generale, aumentava
notevolmente i prezzi dei manufatti. Le fabbriche dell’Italia superiore prendevano il posto delle
forestiere. Queste sostituzione soddisfaceva — allora sopratutto — un sentimento falso, ma
abilmente sfruttato, di amor proprio nazionale; ma costava : costava sopratutto al Mezzogiorno
e alle finanze dello Stato. Poichè i produttori di grano, di olio, di vino, di bestiame, ecc. videro
 ad un tratto falcidiato il loro reddito, non solo in ragione della caduta dei prezzi agricoli
ai quali vendevano i loro prodotti, ma ancora in ragione dell'aumento dei prezzi industriali si quali
comperavano i manufatti.
Ecco le due cause di depressione economica cronica dell'Italia meridionale. L'una è dovute
direttamente al protezionismo forestiero, l’altra direttamente al protezionismo italiano; esse si
sommano e producono un danno duplice.
Poichè, se alla tariffa francese l'Italia non avesse risposto con una tariffa che ha rincareti
| manufatti, è evidente che col grano e col bestiame e col vino, sia pure deprezzati, avremmo
sempre comprato più abiti, più rotaie, più filati e più corazzate di quanto ora possiamo »-
        <pb n="25" />
        ]Ò6

dopo quella del 1887. La tariffa del 1921 ebbe ancora un netto carattere di
protezionismo industriale; molte materie prime industriali d'importazione furono
ssentate da dazio, mantenendo il regime di guerra (1). Dal 1922 al 1925 la
politica doganale italiana si svolse sempre con carattere prevalente di protezionismo
 industriale. Nel 1925 si iniziò il movimento progressivo di rialzo delle
‘ariffe e di interventi statali negli scambi, che venne via via rafforzandosi avvalendosi
 di nuovi strumenti di lotta e di difesa, sino a determinare un sistema net-'amente
 protezionista e poi autarchico.
Con la crescente svalutazione aumentarono le difficoltà delle importazioni
ed il protezionismo industriale si fece sempre maggiore, mentre alcune nostre
esportazioni di prodotti agricoli ebbero un periodo — sia pure breve e non
privo di incognite per il futuro — di notevole prosperità.
La successiva stabilizzazione monetaria determinò la grave crisi agricola
specialmente per quelle regioni, come la Sicilia, che avevano investito notevoli
quantità di capitali nelle produzioni agrarie.
Dopo la grande crisi del 1929-34 la tendenza protezionista fu conservata
= rafforzata, ma l'efficacia regolatrice delle tariffe doganali venne perdendo
sempre più di importanza rispetto al sistema quantitativo attuato con quote,
contingenti, proibizioni, clearings, manovre monetarie, ecc. Il provvedimento più
importante, che fissò le basi della nuova forma protezionistica, fu il D. M. 25
giugno 1935, che riordinò tutta la complessa materia riassumendo e sistemando
i vari provvedimenti già presi.
Con le sanzioni contro l'Italia — al tempo della guerra etiopica — la
politica autarchica si acuì; cessarono i cleerings con i vari paesi e sopravvennero
 molti divieti di esportazione. L'industrializzazione di alcune regioni dell'Italia
settentrionale, pur attraverso notevoli difficoltà, continuò a svilupparsi, mentre per
‘agricoltura nazionale venne a crearsi una situazione favorevole solo per le
coltivazioni cerealicole. Intanto si verificò una riduzione delle estensioni e delle
intensità di molte altre colture e le restrizioni degli scambi con l'estero crearono
gravi difficoltà alle produzioni agricole siciliane (2).

(1) Le conseguenze sull'agricoltura del protezionismo industriale attuato con la tariffa generale
del 192] sono state così riassunte dal Porri.
«al la protezione aumenta i prezzi di molti generi di largo consumo di cui gli agricoltori
si servono, e in particolare di molti mezzi di produzione agricoli (concimi, anticrittogamici,
macchine, petrolio, lubrificanti, ecc.) ; b) la protezione, solo o prevalentemente industriale, sposta
srtificiosamente il risparmio nazionale verso quelle attività e si rallentano gli investimenti agricoli;
c) le nostre esportazioni agricole sono danneggiate sia per il semplice giuoco degli scambi
internazionali, sia per le ritorsioni che | paesi esteri colpiti esercitano contro le nostre esportazioni;
 di la protezione industriale tende a spostare le forze di lavoro della campagna verso
la città e, essendo assai più difficoltoso e spesso impossibile il movimento inverso, determina
la necessità di mantenere in vita, per evilare fenomeni di disoccupazione, anche le imprese
che si rivelano meno vitali. In altre parole la protezione industriale, una volta concessa, è
più difficile ad essere eliminata di quella agricola »
(2) « In sintesi — ha scritto il Bandini — nei riguardi della nostra agrumicoltura, si può
’arlare di mancanza di ogni progresso con qualche sintomo di decadenza. le posizioni si
        <pb n="26" />
        Pi

Un altro indice delle condizioni in cui venne a trovarsi l'agricoltura siciliana
 in regime di economia nazionalistica ed autarchica è rappresentato dalle
variazioni della consistenza del bestiame e delle produzioni animali. Confron-‘ando
 i. dati del censimento del bestiame del 1930 e dell’aggiornamento del 1938
con quelli del 1908 si rileva la forte caduta del numero assoluto di bovini, suini,
ovini e caprini (1).
Comunque, prescindendo dalle fluttuazioni congiunturali e dalle vicende politiche
 che hanno tormentato la vita economica italiana, bisogna riconoscere che la
tendenza evolutoria generale del nostro paese, nel suo complesso, dal 1860 in
poi, è apparsa decisamente progressiva ed orientata verso una rapida e crescente
 industrializzazione.
Indici assai significativi dello sviluppo di un aspetto fondamentale dell'economia
 italiana sono offerti dal numero e dal capitale delle società per azioni.
Basti pensare che le società azionarie sono passate in Italia da appena 281 alla
fine del 1860 a 27.062 alla fine del 1941 — anno di punta massima — per scendere
 a 18.382 alla fine del 1946 e risalire a 20.930 nel 1950.
Anche assumendo un numero di 20.000 società per il 1945, il Coppola
D'Anna ha rilevato che «l'aumento non cessa di essere: imponente poichè la
consistenza ultima sarebbe 72 volte maggiore di quella iniziale ed il saggio di
incremento medio risulterebbe del 5,15 per cento. Un andamento analogo si
riscontra nello sviluppo del capitale in lire correnti, poichè anche esso può calco-Jarsi
 aumentato, negli 85 anni trascorsi dall’unificazione, di circa 70 volte. Se,

molti mercati esteri si mantengono faticosamente, e questo si ripercuote sul mercato interno.
La poca elasticità della coltivazione fa sì che gli. andamenti sfavorevoli si ripercuotono in
pieno sulle aziende agricole, abbassandone molto i redditi. La crisi economica generale, da
sola, non basta a spiegare la situazione di profondo disagio in cui viene a trovarsi la produzione
 agrumicola: la politica doganale italiana anche dopo la arande crisi l'ha indubbianente
 aggravata e resa cronica.
Un indice abbastanza significativo è quello dei prezzi degli agrumi, che grandemente si
ridussero nel periodo della crisi, assai più dell'indice generale dei prodotti agricoli.
La crisi agrumicola quindi presenta, come tutti i prodotti di aualità da esportazione, aspetti
assai più gravi dei generali ».
{1) « Gran perte dell'Italia meridionale non supera quella importante fase di progresso agrario
che è rappresentato dalla evoluzione degli ordinamenti colturali, da tipi prevalentemente
cerealicoli a tipi misti e zootecnici. Non va data la colpa di tutto questo esclusivamente al
clima, poichè esso può, in parte, essere vinto con particolari norme tecniche e con nuovi
procedimenti {sili}. Lo squilibrio tra i prezzi dei orodotti zootecnici e i prezzi di auelli cerealicoli,
 sta alla base di tutto.
L'andamento delle esportazioni italiane di prodotti zootecnici non indica alcun progresso,
anzi spesso mostra decadenza profonde.
La decadenza è netta nel campo degli sllevamenti ovini e caprini. La prima dipende non
‘anto da minore richiesta dei prodotti sul mercato interno, in quanto sia per quel che riguarda
la lana, sia per la carne, le possibilità di assorbimento esistono; quanto piuttosto dalla diminuzione
 delle risorse foraggere e dei pascoli, in seguito all'estendersi delle coltivazioni cerealicole,
 che anche si sviluppano in terreni che sarebbe stato più conveniente, in altro regime di
prezzi, lasciare a pascolo. La decadenza delle capre deriva in gran parte dalla assurda lotta
contro di esse, che si volle giustificare con insistenti ragioni di polizia forestale, e che suscitò
aspre critiche da parte dei competenti »-
        <pb n="27" />
        18

però, eliminiamo l'influenza delle variazioni del metro monetario, il progresso
risulta più modesto ; il capitale complessivo risulta infatti aumentato di non più
di 15 volte nell'intero periodo ed il ritmo di incremento risulta in media del 3,20
per cento soltanto.
Nell’apprezzare siffatte cifre conviene tuttavia tener presente che un ritmo
d'incremento annuo del 3,20 per cento è già superiore a quel tasso medio di
sviluppo (3°/,) che il Cassel ritenne di poter individuare per le economie più
progredite, e che, sopratutto, esso supera abbastanza notevolmente l'effettivo
ritmo di sviluppo della ricchezza complessiva e del reddito, vale a dire, dell'economia
 italiana, nello stesso periodo (1).
Il nesso d'interdipendenza che lega lo sviluppo delle società per azioni
allo sviluppo industriale che è avvenuto in Italia dal 1872 ad oggi, è chiaramente
ndicato dai mutamenti intervenuti lungo questo periodo nella distribuzione delle
società fra le varie categorie d'imprese.
Risulta dalle cifre che nel 18/2 la categoria di gran lunga prevalente per
l'entità del capitale, e prevalente anche come numero, era quella delle banche
e delle società assicuratrici. Su 1312 milioni di capitale, esse sole figuravano per
323 milioni e cioè per il 62,73 per cento. Ed anche come numero, esse figuravano
 con 125 su 296, vale a dire per il 42,23 per cento.
Le società esercenti un'attività industriale {industrie edilizie, alimentari, estrattive,
 tessili, chimiche e varie) raggiungevano bensì il numero di 124 e venivano
quindi, sotto questo aspetto, immediatamente dopo le banche e le società assicuratrici,
 ma il loro capitale risultava di gran lunga inferiore: 22] contro 823
milioni di lire. Di conseguenza, dette società rappresentavano bensì il 41,89 per
cento del numero complessivo delle società, ma il loro capitale raggiungeva
appena il 16,84 per cento del totale.
Un capitale praticamente uquale a auello delle società industriali (220 milioni

{1) « Anche a prescindere dalle disastrose conseguenze dell'ultima guerra, sta di fatto che nel
1938 la ricchezza nazionale non raggiungeva, secondo le valutazioni del Vinci, i 750 miliardi
di lire, mentre alla vigilia dell'unificazione raggiungeva con ogni probabilità, per tutto il territorio
 attualmente sotto la sovranità italiana, poco meno di 37 miliardi di lire; la ricchezza nazionale
 risultava quindi aumentata di sole 20 volte in lire correnti. E se le lire correnti si traducono
 in lire della stessa parità aurea, l'aumento si riduce a tre volle e un quarto appena
che, ripartito su di un periodo di 78 anni, dò un incremento medio composto dell'1,50 °/ soltanto.
 La stessa cosa a un di presso si verifica del resto anche per il reddito che calcolavasi
nel 1938 (Vinci) pari a 115.600 milioni di lire correnti, equivalenti a 18.600 milioni di lire dell'antica
 parità aurea, di guisa che, rispetto al reddito del 1860 che per l'intero territorio attuale
poteva calcolarsi in 6.250 milioni di lire-oro, l'aumento risultava di 18 volte e mezzo e di
poco meno di 3 volte, rispettivamente, cosicchè l'incremento medio annuo resta al di sotto
Jell’1,50 per cento.
Inquadrato nello sviluppo complessivo dell'economia italiana, il ritmo di accrescimento del
capitale, e più ancora quello del numero, delle società per azioni appare quindi eccezionale
mente elevato; ciò che non può d'altronde destare meraviglia trattandosi di un'istituzione
giuridica particolarmente adatta alle esigenze della moderna economia, la cui diffusione si
afferma quindi con particolare vivacità non aopena un paese entra nella fase della industrializzazione
 »-
        <pb n="28" />
        Aeg

di lire equivalenti al 16,78 °/, del totale] avevano nel 1872 le società esercenti
servizi di trasporto {società ferroviarie e di navigazione), benchè .il loro numero
{12} non rappresentasse che il 6,42°/, del totale.
Quarta nell'ordine per importanza di capitale veniva, ma ad enorme distanza,
 la categoria delle società immobiliari, benchè fosse rappresentata da 5
società soltanto. Le società esercenti un'attività commerciale figuravano, infine, con
una discreta percentuale (7,77 °/,) per numero, ma con una percentuale del tutto
insignificante. per capitale (1,03 °/,l.
Se dal 1872 saltiamo senz'altro al 1913, troviamo un panorama notevolmente
 diverso. Le società industriali sono già in testa, non soltanto per numero,
ma anche per capitale, distanziando in notevole misura tutti gli altri gruppi. Il
loro numero è salito a 1979 e rappresenta il 64,48 °/, del numero complessivo
delle società esistenti alla fine del 1913; ed il loro capitale complessivo è di
3076 milioni di lire su un totale di 5643 milioni 154,51 °/,). AI secondo posto
figurano le società esercenti servizi di trasporto, il cui numero è passato a 305
(9,94 °/, del totale) ed il capitale a 1147 milioni di lire (20,32 °/,) del totale.
Le banche e le società di assicurazione figurano al terzo posto col 15,47 °/,
del capitale ed al quarto per numero col 7,79 °/, del totale. Al terzo posto come
numero stanno le società commerciali (13,23°/, del totale] che hanno migliorato
la loro classifica anche per capitale rappresentando il 5,73 °/, del totale. Ultime
rimangono le immobiliari col 4.56°/, del numero ed il 3.97°/, del capitale
complessivo.
Nei successivi trent'anni l'evoluzione si è ulteriormente affermata nello stesso
senso. E così noi troviamo che nel 1943 le società industriali rappresentano il
43,47 °/, del numero e il 72,04°/, del capitale complessivo, mentre le banche
e le società assicuratrici rappresentano l'1,62°/, del numero ed il 9,96 °/, del
capilale, le società esercenti trasporti il 4°/, del numero ed il 7,01 °/, del capitale,
 le società immo Jiliari il 23,49 °/, del numero ed il 6,60°/, del capitale e
le società commerciali, infine, il 27,42 °/, del numero ed il 4,39 °/, del capitale ».
Senza dubbio, pertanto, la diffusione delle società per azioni è apparsa
strettamente legata allo sviluppo dell'industria, ossia a quella lendenza generale
all'aumento della produzione industriale che ha consentito un accrescimento del
reddito privato complessivo nazionale, ma che ha accentuato la sperequazione
economica fra le regioni industriali del nord e le regioni prevalentemente agricole
 del meridione e delle isole.
Per offrire, grosso modo, un'idea del ben diverso accrescimento della
produzione industriale italiana nei confronti della produzione agricola, riportiamo
nello specchio seguente i numeri indici medi quinquennali — da noi calcolati —
con base il dato dell’anno 1881 uguale 100, della produzione dell'agricoltura
e, rispettivamente, dell'industria dal 1871 al 1940 (1).

(1) Gli indici della produzione agricola, dal 1881 in poi, non sono altro che le medie geometriche
 degli indici corrispondenti costruiti dal Tagliacarne e dal Golzio.
Gli indici della produzione industriale a partire dal 1881 sono steti calcolati quali medie
ponderate dei sequenti indici composti utilizzati da altri autori :
        <pb n="29" />
        20 -

NUMERI INDICI DELLA PRODUZIONE ITALIANA
(base il dato dell'anno 1881 = 100)

An

1871 — 1875
876 —- 1880
881 — 1885
886 — 1890
891 — 1895
896 — 1900
901 — 1905
1906 — 1910
1911 — 1915
1916 — 1920
921 — 1925
1926 — 1939
193] — 1935
1936 — 1940

Produzione agricola

48,8
37,9
22,0
38,9
30,9
23,5
1,7
gr 2
?

&amp;amp;
9
v

7

Produzione industriale

79,1
36,6
12,4
170,0
177,9
222,0
312,7
129,2
478,6
487,9
514,1
835,6
724,9
270 4

l) indice della produzione industriale calcolato dal Tagliacarne come media geomelirica
 ponderata degli indici della seta greggia, del cotone greggio importato, della birra e
dello zucchero, dei prodotti delle officine metallurgiche e mineralurgiche, dei orodotti mine-‘ari,
 delle costruzioni navali e dell'acido solforico ;
2) indice del consumo dell'energia motrice, calcolato dal Tagliacarne in base al consumo
ji carbone, energia elettrica, petrolio, benzina e nafta ;
3) indice medio dell'importazione di materie tessili, della produzione di ferro ed acciaio
e dell'importazione di combustibili solidi utilizzati dal Livi;
4) indice medio ponderato degli indici dell'industria estrattiva, metallurgica, tessile e chinica,
 secondo i criteri del Dessirier ;
5) indice delle importazioni di materie gregge, in lire del 1938;
6) indice ottenuto quale media geometrica delle importazioni di combustibile, legname,
metalli e rottami, pelli e gomma, cotone greggio.
Occorre avvertire che, a rigore, non si posseggono — per il lungo periodo di tempo considerato
 — deti sufficientemente rappresentativi per costruire un indice indiretto, veramente attendibile,
 delle variazioni della produzione industriale. Tuttavia, riteniamo che alla luce dei tentativi
 dei vari autori, e tenendo presenti anche le osservazioni del Golzio, l'indice da noi costruito
‘on sia molto lontano dalla realtà.
Invero, non si può negare che — come osserva il Golzio — «gli indici 1), 2), 3) e 4), che
includono prevalentemente doti relativi a produzioni in rapido sviluppo, portano a sopravalutare
l'aumento del prodotto, anche perchè non considerano quei settori industriali per i quali le
irasformazioni della tecnica produttiva sono state meno rilevanti; ad esempio, nell'indice del
Tagliacarne, le industrie alimentari sono rappresentate soltanto dalla produzione della birra e
dello zucchero (che dal 1881 al 1938 risultano aumentate di ben 34 volte).
Al contrerio gli indici relativi all'importazione di materie gregge, sottovalutano lo sviluppo
3 partire dalla prima guerra mondiale, sia perchè il sorgere di industrie base ha permesso di
sostituire in parte prodotti nazionali a quelli di importazione (siderurgia, industria” chimicea,
tessili artificiali), sia per la politica fortemente protezionistica ed &amp;lt; autarchica » instaurata nel
5ecennio oprebellico ».
        <pb n="30" />
        o

È facile rilevare il diverso andamento delle due serie di numeri indici:
mentre, infatti, gli indici di sviluppo della produzione industriale: palesano una
continua tendenza all'aumento, con una sola caduta nel quinquennio 1931-1935,
quelli della produzione agricola manifestano un andamento oscillatorio attorno
ad un movimento lentamente crescente. l'agricoltura italiana — dal quinquennio
1871-75 a quello di punta massima 1931-35 — ha presentato dunque un aumento
di produzione pari a circa il 33°/,, mentre l'industria nazionale, alla vigilia del
recente conflitto mondiale ha raggiunto una capacità di produzione più che
decupla di quella media del quinquennio 1871-73. Giova poi aggiungere che,
in base ai dati ufficiali, la produzione agricola del quinquennio 1946-50 non
ha ancora raggiunto il livello medio del quinquennio 1936-40, mentre la produzione
 dell'industria nella media del quadriennio 1947-50 ha già superato il livello
della media dell'utimo quinquennio prebellico.
La struttura economica dell'Italia all’epoca dell'unificazione era dunque prevalentemente
 agricola ed assai diversa dalla struttura attuale. Oggi si può ben dire
che il prodotto netto dell'industria italiana supera quello dell'agricoltura, ma l'intenso
 processo di industrializzazione si è svolto in alcune regioni del Setten-‘rione,
 mentre il Meridione e le Isole hanno conservato, più o meno, la fisionomia
 economica di quando entrarono a far parte del Regno d'Italia.
Da un volume di P. Maestri del 1867 si apprende, fra l'altro, che nella
distribuzione territoriale delle industrie allora esistenti, il primo posto spettava
alla Liguria, il secondo alla Toscana ed il terzo alla Campania. L'Italia settentrionale,
 pertanto, — se si prescinde dalla . Liguria e, a notevole distanza, dal Piemonte
 — era ben lontana dalla preminenza economica e specialmente industriale
che ha conquistato negli ottant'anni successivi. .
«Nessuno avrebbe immaginato allora — scrive Coppola D'Anna — che
la Lombardia potesse, appena mezzo secolo dopo, aver distanzialo nettamente
tutte le altre regioni aggiudicandosi, nel censimento del 1916, poco meno di un
terzo (32,92°/,)} del numero ed oltre un terzo (34,73°/,) del capitale complessivo
delle società esistenti. Nè il processo di concentramento territoriale si è arrestato
 lì: nel 1932, nonostante l'allargamento del territorio derivante dalla annessione
 delle nuove Provincie, la percentuale spettante alla Lombardia risultava ulteriormente
 accresciuta sia per numero {44,48°/,} che per capitale (39,44°/,]. Solo
 nell'ultimo decennio si è notata, se non un'inversione, quanto meno una minor
 decisione nel movimento. La quota della Lombardia è salita, infatti, ulteriormente,
 per ciò che concerne il numero delle società, toccando il massimo totale
di 44,60°/, nel 1938, ed è poi scesa a 43,48°/, nel 1941, mentre, perciò che
concerne il capitale, si è avuto un andamento opposto : la percentuale spettante
alla Lombardia è diminuita a 38,04 nel 1935 ed a 3696 nel 1938, ma si è riportata
 a 37,78 nel 1941 ».
Senza dubbio l'ammontare dei capitali delle società azionarie di una regione
non corrisponde, in generale, nè all'ammontare degli investimenti azionari, nè alla
somma dei capitali azionari posseduti dagli abitanti della regione stessa; tuttavia, le
variazioni nel tempo del numero e dei capitali — espressi in unità monetaria è
costante potere di acquisto — delle società di una data regione possono offrire,
        <pb n="31" />
        22

grosso modo, un'idea delle tendenze in atto nella regione considerata, dell'entità
di quel processo di associazione dei capitali che è apparso così strettamente connesso
 all'evoluzione economica della Lombardia (1) e di altre regioni industriali.
Qualche interesse, quindi, può offrire anche un breve esame del movimento
delle società siciliane per azioni.
Com'è noto, il limitato grado di sviluppo dei fenomeni associativi nel campo
finanziario ha costituito uno dei fattori che hanno contribuito — in vicendevole
connessione con le difficoltà incontrate dalle iniziative industriali — a mantenere
'Isola in uno stato di notevole arretratezza economica.
Le società siciliane per azioni presentano ancora, dal punto di vista del
numero e dei capitali investiti, un'importanza assai limitata nei confronti dell'im-5ortanza
 demografica e territoriale della regione.
Come ha scritto il Bignardi: « per quanto molto superficiale, è certo abbastanza
significativa la considerazione del fatto che, mentre la Sicilia costituisce la undi-(1)

 Il Coppola D'Anna ha così commentato le percentuali spettanti è ciascuna regione del
numero e, rispettivamente, del capitale complessivo delle società italiane per azioni censile alla
iine del 1916, 1932, 1935, 1938, e 1941. « Vediamo che l'Italia settentrionale, con neppure il
47 °/, della popolazione, si aggiudicava già nel 1916, tenendo conto della Venezia Tridentina
e Giulia, più di 2 terzi del numero e del capitale delle società esistenti, l'Italia centrale col
17,5%. della popolazione, registrava una percentuale quasi uguale del numero delle società per
azioni (17,92%), ma si aggiudicava il 28,98°/, del capitale complessivo, e viceversa l'Italia
meridionale ed insulare col 35,5°/, della popolazione, registrava il 15,73%, del numero e solo
il 7,33 °/, del capitale delle società italiane per azioni.
la sperequazione si manifesta ancora più marcata nel 1932, quando la quota dell'Italia
settentrionale oltrepassa il 73°/, del numero ed il 75°/, del capitale complessivo, quella dell'Italia
 centrale scende a meno del 19°, sia del numero che del capitale, e quella dell'italia
‘neridionale ed insulare scende al 7,82 °/, del numero ed a meno del 6, del capitale complessivo.
La ripresa che la quota dell'Italia centrale manifesta successivamente al 1932, specie per ciò
che concerne il capitale delle società azionarie fa corrispondentemente deflettere la quota dell'Italia
 settentrionale che alla fine del 1941 risulta pari a 72,57 °/, del numero e al 69,24%, del
capitale complessivo.
Quanto all'Italia meridionale ed insulare la situazione ha continuato a peggiorare anche
dopo il 1932. Dopo essere scesi dal 15,73 nel 1916 al 7,82 °/, del numero complessivo nel 1932,
le società meridionali ed insulari si sono ulteriormente ridotte al 7,56’! nel 1935 e al 6,65
ed al 6,10°/, nel 1941, mentre il loro capitale che era sceso dal 7,33 °/, del capitale complessivo
nel 1916 al 5,95°/; nel 1932, si risolleva momentaneamente al 6,49°/, nel 1935 ma torna a diminuire
 successivamente portandosi al 6% nel 1938 e toccando nel 1941; col 5.53%, la più
2assa quota finora conosciuta.
Mo le cifre non denunziano soltanto il progressivo aggravarsi del contrasto fra Nord e
Sud; esse mettono in luce anche notevoli disaarità di situazioni e di andamento fra le varie
regioni settentrionali, centrali o meridionali.
Abbiamo già parlato a questo riguardo della Lombardia che rappresenta il 13,5 ° soltanto
della popolazione ‘italiana, ma registra il 44°, all'incirca del numero ed il 38"/, del capitale
di tutte le società italiane per azioni. Lo stesso fenomeno si presenta peraltro, se. bene in
forma attenuata, per la Liguria che ha il 3,5 soltanto della popolazione e registra lalla fine
del 1941) nonostante il regresso subito dal 1916 in poi, il 6,53% del numero ed il 10,73".
del capitale complessivo delle società italiane per azioni, e per il Piemonte che, con l’8°, della
popolazione italiana, registra il 9,88°/, del numero e l'11,13°/ del capitale complessivo
delle società azionarie. Non mancano, tuttavia, nella stessa Italia settentrionale, regioni che
        <pb n="32" />
        23 -

cesima perte del territorio nazionale e raccoglie quasi la decima perte della
popolazione italiana, il numero delle società siciliane per azioni non ha mei
raggiunto la ventesima parte del numero delle società siciliane, e che il loro
capitale complessivo rappresentò al massimo appena la Irentacinauesima perte
del capitale azionario italiano » {1).
Un semplice sguardo allo specchio seguente permette di rilevare la forte
caduta del rapporto fra il numero delle società siciliane per azioni e quello delle
società italiane dal 1916 al 1932 e la continua tendenza alla diminuzione di tale
rapporto sino al 1945. Anche i capitali delle società siciliane rapportati ei capitali

presentano l'opposto fenomeno: la Venezia Euganea che- conta il 10% della popolazione
italiana, non ha che il 5,14% del numero ed il 5,52 °/o del capitale complessivo delle società
azionarie; la Venezia Tridentina con quasi l'1 !/s °/. della popolazione totale, conta il 0,58 °/o
del numero ed il 0,29°/, del capitale complessivo; l'Emilia con meno dell'8 °%%% della popolazione
conta, rispettivamente, il 5,39 e 1'1,65°/, e la Venezia Giulia con 2,5°/, della popolazione,
figura per 1'1,67°%, nel numero e per il 3,14% nel capitale.
Nel resto d'Italia, tutte le regioni presentano differenze in meno assai notevoli fra le rispettive
quote della popolazione e quelle relative al numero ed al capitale delle società ; fa solo eccezione
 il Lazio che, col 6°/ della popolazione, ha il 14,63 e il 21,10%, rispettivamente, del
numero e del capitale complessivo delle società per azioni. È questo un fenomeno che si spiega
in ragione dell'opportunità che molte aziende sentono di împiantarsi nella capitale anche
quando la loro attività produttive si svolge effettivamente altrove.
Per tutte le altre regioni, comunque, le percentuali relative al numero ed al capitale delle
società azionarie risultano inferiori alle quote di popolazione da ciascuna rappresentata. E se
la differenza può considerarsi relativamente modesta in Toscana, è già molto forte nelle Marche
a nell'Umbria, e se si eccettua la Campania, in tutte le regioni meridionali e insulari. La Campania
 è in effetti l’unica regione meridionale che figura con una percentuale apprezzabile
+ella distribuzione delle società azionarie, e tale percentuale, se tende a diminuire fortemente
per ciò che riguarda il numero, presenta invece maggiore resislenza Der ciò che concerne il
capitale complessivo.
Le differenze diventano invece veramente enormi per la Sicilia che conta il 9,3% della
popolazione complessiva, ma soltanto 1'1,10%% del numero ed il 0,82°/, del capitale delle società;
 per le Puglie che contano il 6,1% della popolazione ed il 0,49, e il 0,12°/ del numero
e rispettivamente del capitale delle società ; per la Calabria le cui quote risultano rispettivamente
del 4,1, del 0,40 ed il 0,05; per la Sardegna che quota rispettivamente 2,4; 0,24 e 0,06; ed infine
per la Lucania che ha l'1,3% della popolazione, il 0,06% del numero ed il 0,01 del caoitale
complessivo delle società italiane per azioni ».
{1} « Esaminando la classificazione delle società siciliane per azioni per rami di attività
economica, si rileva che in molti di auesti la Sicilia o non è rappresentata, o lo è molto
scarsamente. |
Ciò si verifica in special modo per le imprese finanziarie e di assicurazioni, il che è naturale,
 stante la mancanza dell'ambiente economico necessario per il loro sviluppo; per le
industrie tessili, che mancano nell'Isola, e dell'abbigliamento ; per l'industria di materiali da costruzione;
 per le società immobiliari urbane ; per le imprese di comunicazioni; elettriche; per
gli istituti di cura; e, ciò che è più singolare, ma che deriva dall'attuale struttura dell'economia
siciliana, per le industrie connesse con l'agricoltura, nonchè per le società immobiliari agricole.
Grandemente diminuita è l'importanza delle società ferroviarie, che nel 1916 concentravano
più di un terzo del capitale delle società siciliane; per contro, è andata considerevolmente
aumentando quella delle società elettriche: i capitali investiti in tale settore rappresentavano
un settimo circa nel complesso del 1916, il 40°, circa nel 1932 e nel 1945, quasi i 3/4 nel 1948 ».
        <pb n="33" />
        delle società azionarie dell'intera Nazione, hanno palesato una sensibile contrazione
dal 1916 al 1932 ed una successiva più lenta, ma continua, diminuzione sino al 1938.

NUMERO DELLE SOCIETÀ PER AZIONI

Fine anno

1916
1932
1935
1938
1941
1945
1948
1949
1950

Sicilia

n}

145
296
291
2152
27
205
250
310
375

‘talia
.b}

3.114
16.277
19.228
20.809
27.062
19.067
19.818
20.751
20 930

100 ta)
(bj

4 66

1,82
1,51
26
10
08
26
1,49
79

CAPITALI DELLE SOCIETÀ PER AZIONI
{milioni di lire correnti}

Fine anno

1916
1932
1935
1938
1941
1945
1948
1949
1950

Sicilia
=

169
555
474
409
557
806
5.770
10.602
[2.850

talia |
‘h}

5.837
49.651
44.095
33.129
67.786
72.040
395.744
811.698
|.054.98£

100
{b}

2,89
1,12
1,07
0,77
0,82
1,12
1,46
1,31
va

i rd

Ma dal 1948 il numero delle società siciliane per azioni ha manifestato
un deciso movimento di ascesa con ritmo notevolmente superiore a quello del
complesso delle società italiane.
Da 250 alla fine del 1948, le società azionarie dell'Isola sono salite a 310
alla fine del 1949 ed a 375 alla fine del 1950, toccando cifre mai raggiunte
nel passato. Il rapporto percentuale al numero delle società italiane, che era
sceso ad 1,08 nel 1945, è risalito ad 1,26 nel 1948 e, rispettivamente, a 1,49 e
1,79 alla fine dei due anni successivi.
Il forte impulso che questo settore della vita economica siciliana ha assunto
negli anni 1949 e 1950 rappresenta, in gran perte, l'effetto dei provvedimenti
presi dal Governo Regionale per promuovere l’industrializzazione dell'Isola; fra
        <pb n="34" />
        se

tali provvedimenti quello che .ha manifestato particolare efficacia è costituito dalla
legge n. 32 dell'8 luglio 1948, riguardante l'abolizione della nominatività dei titoli
azionari delle nuove società aventi fini industriali.

4. — « L'interesse regionale — scriveva M. Pantaleoni nel 1891 — ha il suo
lato buono e molti lati cattivi; ma è innanzi tutto un fatto, e quindi tanto per
chi ne è contento quanto per chi ne piange, una stima possibilmente esatta
della forza economica delle varie regioni è talora un necessario istrumento di
polemica, talora un necessario criterio direttivo, ma sempre la spiegazione
principale che occorre dare a sè stesso di quello che avviene, e della misura
e del modo come avvenga».
All'epoca in cui venivano scritte queste parole, alla luce delle nozioni
reoriche prevalenti e secondo le modeste possibilità consentite dai dati statistici
disponibili in Italia, non si riteneva ancora di poter stimare il reddito di un paese
o di una regione con | moderni criteri e quando si parlava di forza o potenza
economica praticamente valutebile si alludeva, in generale, all'ammontare della
ricchezza intesa come valore dei patrimoni delle persone fisiche e giuridiche
componenti la collettività considerata. A quell'epoca fervevano, inoltre, le dispute
2 le polemiche sulla maggior o minor ricchezza e sulle diverse condizioni economiche
 delle’ varie regioni italiane, con particolare riguardo agli effetti della
politica economica e finanziaria del giovane Stato unitario.
Il Pantaleoni — fra i primi e più autorevoli — si occupò della ripartizione
 territoriale della ricchezza privata italiana nel quinquennio 1884-89 e
riuscì a stimare la ricchezza media per abitante di ciascuna regione in base all'ipotesi
 che la ricchezza delle varie parti. d'Italia fosse proporzionale alle tasse
pagate over le successioni {1}.

(1) Omettendo la Sardegna, egli ottenne i risultati dello specchio seguente :

REGIONI

Piemonte e Liguria
lombardia . . +
Veneto . . . .
Emilia
Toscana . . .
Viarche e Umbria. . .
Lazio «nen E Da
Napoletano . .
Sicilia

Ricchezza per
abitante

2,746
2,400
935
762
164
227
j,22z
1,333
1 471

«Non può dubitarsi — commentò l'insigne studioso — che in ordine di ricchezza per abitante,
le regioni presentino la seguente serie decrescente: Lazio, Piemonte e Liguria, Lombardia, Toscana,
Veneto, Emilia, Sicilia, Napoletano, Marche ed Umbria. È non può neanche, entro certi limiti, dubirarsi
 della distanza che corre tra le une e le altre in ordine di agiatezza. Tutto ci porta a ritenere,
che un piemontese sia in media due volte più ricco di un siciliano, che tra un toscano e un
        <pb n="35" />
        Lo

Alle indagini del Pantaleoni seguirono altre ricerche — fra le quali merita di
assere ricordata: quella del Nitti per il 1904 — rivolte sopratutto ad accertare se
il carico tributario ed i benefici ricevuti dallo Stato fossero distribuiti più © meno
proporzionalmente all’ammontare della ricchezza di ciascuna regione del Regno.
A dir il vero, il materiale incompleto e scarsamente attendibile elaborato
da tutti questi autori, l'imperfezione dei metodi di analisi ed i preconcetti che
talvolta guidarono le varie indagini, condussero — in generale — a risultati poco
convincenti e spesso contrastanti, specialmente quando si volle porre in luce la
‘endenza a variare o meno nel tempo, della sperequazione economica delle
varie regioni italiane.
Il Gini nel 1914 tentò di approfondire lo studio della ripartizione territoriale
della ricchezza sulla base di nuovi procedimenti e di una maggior quantità di dati,
sperando di poter meglio precisare i diversi ed incerti risultati conseguiti dagli autori
precedenti. Ma egli non riuscì a concludere altro che «l’idea di una sperequazione
tra onere tributario e capacità contributiva del Nord e del Sud non trova alcun
appoggio sui dati statistici, . . . . e che i dati statistici di cui oggi si dispone non
permettono un confronto esatto Ira l'onere tributario che lo Stato impone alle
varie regioni e i benefici che loro rende ».
Il Gini si limitò a stimare il grado relativo della ripartizione percentuale
della ricchezza nei tre grandi gruppi regionali — settentrionale, centrale e meridionale
 — e distintamente in Sicilia ed in Sardegna, in base alle trasmissioni a
tolo gratuito dei tre esercizi finanziari (1), 1900 - 01 - 02 - 03. Successivamente
il Savorgnan, utilizzando le notizie sulle successioni e sulle donazioni relative ai
dodici esercizi finanziari dal 1902 - 03 al 1913 - 14, ammettendo l'ipotesi che
l'ammontare tassato delle trasmissioni a titolo gratuito di ciascuna regione fosse
proporzionale alla ricchezza privata, ritenne di poter confermare i orecedenti
risultati del Gini.
Ma è facile comprendere che, pur ammettendo che questi tentativi del
Gini e del Savorgnan abbiano rappresentato un passo avanti rispetto alle indagini
 che li hanno preceduti, non si può non riconoscere come la natura stessa

veneto è in media alquanto più ricco il toscano e il veneto di altrettanto all'incirca superiore
all'emiliano. È altresì evidente, che l’Italia relativamente benestante, comprende una zona racchiusa
 dalle riviere di ponente e levante, dalle alpi marittime fino alle alpi centrali e dai pendii
occidentali dell'appennino fino ai colli romani. Diremo ora che se l'Italia fosse tutta simile al
Piemonte e alla Liguria essa avrebbe più di 82 miliardi di ricchezza, anzicchè 54, e ell'incontro
 se essa fosse tutta simile alle Marche e all'Umbria essa non avrebbe che circa 37
niliardi di ricchezza ».
(1) Per i tre esercizi suddetti, le percentuali di distribuzione territoriale della ricchezza risul
‘arono le seguenti -

Settentrione 53,4
Centro 16,3
Meridione 20,6
Sicilia 8,6
Sardegna 1,0
        <pb n="36" />
        — 27 -

dei dati considerati ed i criteri di elaborazione non potessero ancora consentire
risultati molto attendibili e significativi {1}. -
Non vi è chi non veda, inoltre, che se assai discutibili sono risultati i
tentativi rivolti a determinare la ripartizione territoriale della ricchezza italiana,
ancor meno convincenti appaiono le conclusioni alle quali sono pervenuti i vari
autori sulla tendenza a variare, o meno, nel tempo della sperequazione economica
 Ira le diverse regioni italiane. Invero, basta considerare le seguenti
parole del Savorgnan — che esprimono un concetto tuttora diffuso tra statistici
ed economisti — per comprendere anche l'inadeguatezza dei criteri e dei procedimenti
 applicati per misurare tale tendenza. « Allo scopo di vedere se la sperequazione
 vada aumentando o scemando nel corso del tempo, sarà d'uopo
determinare quele sia la variabilità della ricchezza media. Se questa variabilità
andrà crescendo, sarà aumentata anche la sperequeazione, e viceversa».
Ma la tendenza a variare nel tempo della sperequazione economica tra
diverse regioni è un concetto ben diverso da quello di variabitità statistica intesa
 secondo l’accezione più comune. A parte il fatto che una semplice tendenza
 all'aumento proporzionale della ricchezza media di tutte le regioni considerate
 può fer aumentare — a perità di altre condizioni — qualunque indice
di variabilità assoluta, per poter adeguatamente misurare, in generale, la tendenza
suddetta occorrerà tener conto nella graduatoria della posizione di ogni regione
nei riguardi delle altre — ad un tempo determinato — e delle variazioni della
ricchezza media delle singole regioni in un tempo successivo rispetto ai corrispondenti
 valori della ricchezza media del tempo precedente.
| semplici indici di variabilità — assoluta o relativa — come quelli tuttora in
uso, non possono cogliere un ordine delle diverse regioni, nè le variazioni dei
valori di ciascuna regione rispetto a quelli corrispondenti di un tempo poprecedente.

Comunque il calcolo assai grossolano della ricchezza privata ha dovuto
ben presto cedere il passo alle moderne stime — assai più importanti sotto
molteplici aspetti — del reddito collettivo.
Il miglioramento delle rilevazioni statistiche, lo sviluppo della teoria economica
 e nuovi metodi di elaborazione, hanno consentito in questi ultimi
anni di ottenere varie stime, più o meno approssimate. del reddito nazionale anche
del nostro paese. |
A rigore le numerose stime del reddito italiano — eseguite per il passato con
criteri e procedimenti assai diversi una dall'altra — non sono generalmente confrontabili
 e bisogna riconoscere che le stime del Vinci per il 1938 e quelle più recenti
dell'Istituto Centrale di Statistica per il 1938 e per i singoli anni 1947, 1948, 1949

(1) Basterà considerare che se, in generale, opera vana poteva apparire la valutazione della
ricchezza privata delle varie regioni con il vecchio metodo dell'intervallo devolutivo, ben
lieve progresso rappresentava la ricerca della ripartizione percentuale dell'ignota ricchezza
complessiva fondata sulle ipotesi, assunte dal Gini e dal Savorgnan : 1) che l'intervallo devolutivo
ed il coefficiente di evasione fossero gli stessi per tutte le regioni e che 2) per tutte le regioni
fosse uquale l'influenza dei contratti tra vivi e delle variazioni della ricchezza privata.
        <pb n="37" />
        28

e 1950 rappresentano un notevole progresso rispetto a tutte le precedenti
valutazioni.
Il Coppola D'Anna — sulla base dei risultati delle stime del Santoro, del
Tivaroni, del Nitti, del Gini, del Mortara, del Boldrini, del De Vita, del Meliadò,
del Degli Espinosa, del Cosciani, ecc. — ha tentato di ricostruire, con opportune
interpolazioni, lo sviluppo del reddito monetario italiano dal 1860 al 1938. Ma,
nonostante la serietà della rielaborazione, — a causa dei criteri assai diversi e
dei risultati spesso discordanti dei vari autori — i dati ottenuti dal Coppola
D'Anna palesano una attendibilità assai variabile nel tempo; ossia, mentre per
alcuni periodi possono essere considerati sufficientemente significativi, per altri
non sembrano troppo soddisfacenti {1}.
Più omogenzi, sotto un certo aspetto, — se non, forse, più attendibili —
possono apparire i risultati ottenuti più recentemente dal Golzio, nell'intento di
misurere le variazioni di quell'aspetto del reddito nazionale che va sotto il
nome di prodotto netto, dal 1881 al 1938. ’
La base sulla quale il Golzio ha fondato la sua indagine è costituita dalla
stima del reddito nazionale e delle sue componenti, compiuta dall'Istituto Cenrale
 di Statistica per il 1938. Tale scelta — nonostante le critiche che sono state

(1) Così, ad esempio, il Tivaroni ha seguito un procedimento indiretto calcolando il patrimonio
 con il metodo dell'intervallo devolutivo sino al 1914, e poi, con il metodo dell'inventario
e della capitalizzazione dei redditi, ha ricavato i dati del reddito accettando l'ipotesi che il
‘eddito costituisca il 17% — 18° del patrimonio.
Anzitutto non sembra accettabile la correzione uniforme, relativa all'evasione fiscale, dell'ammontare
 delle successioni e donazioni, che costituisce la base per la stima del patrimonio,
nè è accettabile una cifra costante di 32 anni per indicare l'intervallo devolutivo. Non è adeguata
 la prima correzione, perchè valutare sempre nella misura del 50 °/ l'entità della evasione
dal 1803 el 1914, significa per lo meno che nel periodo considerato sia rimasta costante la
composizione dei patrimoni, ciò che non è, perchè il graduale sviluppo del nostro sistema
economico ha fatto crescere la parte rappresentata dai capitali mobiliari, ner i quali è più facile
la evasione.
Non è poi corretta l'ipotesi di un intervallo devolutivo costante per l'effettivo sensibile
sumento della vita media della popolazione. Come si vede, le due ipotesi adottate dal Tivaroni
hanno condotto probabilmente a supervalutare il reddito nel primo periodo in confronto al
secondo. Il cambiamento di metodo a partire da 1914 ha aggiunto poi nuovi elementi di
dubbio.
Dei risultati del Tivaroni, come osserva S. Golzio, «si dovrebbe concludere che dal 1914 al
1928 lin lire è potere di acquisto costante) i valori del patrimonio e del reddito &amp;lt; privati » saerebbero
 diminuiti, mentre la pressione tributaria sarebbe quasi raddoppiata e rappresenterebbe
1 26°, di un reddito individuale molto più basso di quello del 1914.
Mea allora come si spiega l'aumento dell'occupazione, l'aumento del complesso dei salari
pagati, l'aumento dei consumi, lo sviluppo delle attrezzature, la diminuzione della mortalità,
in una parola di tutti quei sintomi che segnano un miglioramento indubbio delle condizioni
di vita in confronto al 1914?
Evidentemente, se è esalta la stima del valore dei patrimoni, non è legittimo passare da
questa a quella del reddito, applicando un coefficiente costante, essendo evidente che nel
’eddito complessivo non è costante la quota dei redditi di capitale, dei redditi di lavoro e dei
redditi misti di capitale e lavoro ».
        <pb n="38" />
        mosse a questa elaborazione — è stata suggerità — come ha scritto l'autore —
dalle seguenti considerazioni : |
al la valutazione dell'Istituto. Centrale. di Statistica ha potuto avvalersi di
un censimento industriale e commerciale (1937-1939) che ha offerto un complesso
 di dali che mancavano in passato;
b) tale stima ha potuto valersi delle esperienze precedenti e di una documentazione
 molto larga ;
c) contiene un'analisi molto dettagliata delle componenti del reddito;
d) inizia una serie di rilevazioni sistematiche, con un metodo uniforme
di calcolo.
Sono queste, in gran parte, le ragioni per le quali — come illustreremo
nelle pagine seguenti — anche le nostre stime del prodotto netto privato siciliano
sono state eseguite prendendo le mosse dei criterî adottati dall'Istituto Centrale
di Statistica nella valutazione’ suddetta.
La ricerca del Golzio — sebbene facilmente discutibile e non scevra di
elementi incerti ed arbitrari — appare senza dubbio assai interessante e rappresenta
 un lodevole tentativo di analisi delle variazioni del prodotto netto privato
 italiano dal 1881 alla vigilia della seconda conflagrazione mondiale.
risultati conseguiti sono stati così riassunti dall'autore :
«a) nel periodo 1881-1938 tale sviluppo può essere espresso abbastanza
bene da una retta interpolatrice.
Dato il forte aumento della popolazione italiana, ed anche per tenere conto,
sia pure in modo imperfetto, delle modificazioni intervenute nel territorio italiano
ho ricalcolato i dali, riferendo il prodotto netto alla popolazione presente in media
 in ciascun quinquennio.
Anche la nuova successione, cosi ottenuta, può - essere interpolata con
una retta. Nonostante due fasi di flessione, assai evidenti, della prima guerra
mondiale, il prodotto nazionale per abitante indica una lenta. ma costante
tendenza.

Mi sembra da sottolineare il fatto che, nel quinquennio precedente al recente
 conflitto, il prodotto netto per abitante si è mantenuto al disotto della linea
di tendenza.
Tale prodotto è anche più al disotto di questa linea ancora nel 1950,
nonostante l'aumento del reddito nazionale verificatosi nell'ultimo triennio.
Accettando il giudizio, recentemente espresso, sulla base dei dati dell’Istituto
 Centrale di Statistica, nella « Relazione generale » del Ministero del Tesoro,
che il reddito medio individuale italiano non è ormai inferiore oggi a quello del
1938, il reddito per il 1950 sarebbe inferiore del 10 °/, circa a quello che si avrebbe
estrapolando la retta interpolatrice sopraricordata ; ‘un tale scostamento dalla linea
di tendenza non si è verificato che alla fine dell’800.
b) dall'esame delle componenti del prodotto netto risulta che l'incremento
del reddito nazionale è da attribuirsi, esclusivamente, allo sviluppo delle attività
industriali a partire dal 1900. Negli ultimi quarant'anni la quota del prodotto
netto relativa a queste attività è continuamente e, negli ultimi vent'anni, fortemente
crescente.
        <pb n="39" />
        Ne

c) Nel movimento di tendenza così delineato possono essere individuati
cinque periodi con caratteristiche ben distinte.
La prima fase di sviluppo è interrotta da un decennio di depressione, alla
fine dell' 800. Ad esso segue un periodo di sviluppo, che non ha riscontro ne-3li
 anni successivi tanto per il prodotto industriale medio per abitante, che raddoppia
 in poco più di dieci anni, quanto per quello agricolo che aumenta di
circa 20°. la prima guerra mondiale interrompe bruscamente questa ascesa,
così che trascorrono dieci anni prima che il prodotto medio individuale si porti
sopra la linea di tendenza.
Questa fase di ripresa, che ha il suo massimo nel 1928-29, è determinata
Jjallo sviluppo della produzione industriale, ed è interrotta dalla crisi mondiale.
Nell'ultimo quinquennio il prodotto netto per abitante si risolleva con evidente
 difficoltà nonostante l'ulteriore incremento della produzione industriale,
‘anto da non raggiungere il massimo toccato prima della crisi 1930-33.
Il secondo conflitto mondiale ha trovato l'economia del nostro paese in
Jn momento molto delicato e nel quale la tendenza all'aumento della popolazione
 supera quella del reddito.
di È molto significativo un confronto fra lo sviluppo del commercio estero
taliano e quello del reddito.
Sino al 1900, tanto le importazioni che le esportazioni, si mantengono ad
Jn livello molto basso e non presentano una tendenza all'aumento. Questa apsare,
 invece, accentualissima negli anni successivi. Negli anni della guerra mondiale
 le importazioni si accrescono, e le ragioni sono intuitive, in modo enorme;
ma, a prescindere da questo periodo eccezionale, la tendenza all'aumento, in
maggior misura per le importazioni, ma anche per le esportazioni, è pressochè
continua sino allo scoppio della «grande crisi», .
Il periodo seguente è dominato, anche superata la depressione del 1930-34,
 da circostanze eccezionali per il nostro paese (conflitto etiopico, sanzioni,
politica di autosufficienza, ostacoli internazionali al commercio estero, approvvigionamenti
 di Stato ed a fini militari, ecc}; così che lo sviluppo del commercio
estero, che aveva presentato incrementi più rapidi di guanto non si sia rilevato
pEr il reddito, appare arrestato ».
Insomma, l'indagine — necessariamente non molto effinata — del Golzio,
insieme ai risultati — ancorchè imprecisi — del Coppola D'Anna ed alle valutazioni
 per gli anni del recente dopoguerra, dell'Istituto Centrale di Statistica, costituiscono
 un complesso di deti sufficienti per ottenere una visione — sia pure
imprecisa nei minuti particolari — dell'andamento del prodotto netto nazionale
dai primi anni di vita del Regno d'Italia. ai giorni nostri.
E per quanto concerne la ripartizione territoriale del prodotto netto privato
italiano quali elementi si posseggono ?
Le enormi difficoltà teoriche e pratiche che si incontrano nel voler determinare
 con sufficiente approssimazione il reddito delle singole regioni; hanno
sinora impedito calcoli di tal genere, se si prescinde dal notevole saggio del
De Vita sul reddito regionale del 1928 che, tuttavia, è stato condotto con criter
ali che i risultati non sono a rigore confrontabili con quelli ottenuti dall'Istituto
        <pb n="40" />
        Centrale di Statistica -- sulla base di nozioni meno imprecise — con il calcolo
del reddito nazionale del 1938. |
in generale, la' distribuzione territoriale dei redditi in Italia ha formato
5ggetto di ricerche particolari sulla base di statistiche indirette e per lo più di
carattere finanziario.
Così, ad esempio, numerosi studi sono stati fatti sull'intensità e sulla variazione
 della disuguaglianza regionale dei redditi di ricchezza mobile di categoria
B e C, dei redditi medi imponibili dei fabbricati e di ricchezza mobile, per articoli
di ruolo e per abitante, (1) ecc.
* appena il caso di osservare, tuttavia, che se queste indagini — fondate su
particolari statistiche finanziarie — non possono risultare sufficientemente significative
 ai fini della determinazione del reddito delle singole regioni, è anche vero
che, a rigore, impossibile appare un'esatta determinazione di tale reddito, qualora
si consideri che ogni regione non può, logicamente, essere avulsa dal complesso
nazionale di cui fa parte. Basta pensare alla congiunzione dei prodotti e dei
servizi nello spazio per convincersi dei pericoli che sorgono qualora si vogliono
 applicare alla stima dei presunti redditi regionali, criteri e procedimenti
validi per il calcolo del reddito dell'intera Noazione.
Anzitutto, in generale, il. prodotto netto di una regione non può essere
considerato quale reddito vero e proprio di quella regione, poichè le due
quantità possono coincidere solo eccezionalmente. Quasi sempre non si conoscono
 i dividendi e gli interessi, attivi e passivi, dei capitali stranieri o di allre
regioni investiti in ciascuna regione e viceversa; così pure, in generale, non si
posseggono dati sufficienti per valutare i trasferimenti di redditi che avvengono
mediante imposte prelevate in una regione ed erogate in un'altra, per calcolare
l'imposizione indiretta sui beni prodotti in altre regioni ed importati, e così via.
Un'altra circostanza che ha un peso sensibile nella determinazione del
presunto reddito regionale, riguarda l’attività della Pubblica Amministrazione,
quale produttrice di beni e di servizi. Non vi è chi non veda poi le difficoltà
pratiche che sorgono qualora si voglia tentare di stabilire il bilancio economico
vero e proprio di una regione, ossia l'uguaglianza tra il reddito da una parte e la
somma dei consumi e del risparmio — o dei consumi e degli investimenti — dall'altra.
A dir il vero, il calcolo meno complesso, con riferimento alle singole regioni,
 e che può consentire — entro limiti praticamente accettabili — una sufficiente
 approssimazione alla realtà, è il calcolo del prodotto netto privato (2).

{1) La differenza semplice media, ad esempio, calcolata dal De Vergottini per le serie dei
-1umeri indici del reddito medio per articolo di ruolo dei vari compartimenti — posto uguale a
100 il reddito medio nazionale — per l'anno 1894 è risultata uguale a 19,4 per la categoria
3 ed a 18,6 per la categoria C, mentre per l'anno 1922 ha assunto, rispettivamente, i valori
30,8 e 35,7.
(2) A. Giannone, illustrando alcune considerazioni sulla possibilità di costruire un bilancio
economico regionale con particolare riguardo alla Sicilia, è pervenuto alle seguenti conclusioni:
a La costruzione del bilancio economico è basata sulla eguaglianza tra prodotto netto più
interessi e dividendi sui capitali investiti all'estero più eventualmente le rimesse degli emigrati.
        <pb n="41" />
        32

Com'è noto, con l’espressione valore aggiunto della produzione, riferita
ad un particolare ramo di attività economica, si suole indicare il valore che si
‘icava detraendo dal valore complessivo della produzione il valore delle materie
prime ed ausiliarie impiegate per ottenere la produzione stessa. Il prodotto netto,
‘nvece, è il valore che risulta sottraendo al valore aggiunto le quote di ammortamento,
 manutenzione e riparazione dei capitali fissi impiegati nella produzione.
Dal punto di vista concettuale, secondo i criteri adottati dal nostro Istituto
Centrale di Statistica, il prodotto netto — correttamente calcolato — rappresenta
"ammontare delle retribuzioni, lorde delle imposte dirette, spettanti ai fattori della
roduzione del ramo o classe di attività cui si riferisce e, cioè, salari e stipendi dei
&amp;gt;restatori d'opera, interessi del capitale, rendite e profitti delle imprese. Allo scopo
ji mettere in evidenza tale contenuto economico, il prodotto netto così determi-‘ato,
 va comunemente sotto il nome di prodotto netto al costo dei fattori, per distinguerlo
 dal prodotto netto ai prezzi di mercato che si ottiene aggiungendo al prece-Jente
 l'ammontare delle imposte indirette. ll reddito nazionale o reddito collettivo
si ricava sommando al prodotto netto ai prezzi di mercato, i redditi netti del-‘estero
 e le donazioni, oppure aggiungendo al prodotto netto, sempre ai prezzi
ji mercato, le importazioni nette dei beni e servizi e, al totale, così ottenuto, il
saldo col proprio segno delle partite correnti della bilancia internazionale.

‘reddito e consumi più risparmio o investimento. Il reddito come somma di entrate individuali
‘on è rilevabile per il nostro Paese -— e tanto meno quindi per una regione — non esistendo una
mposta del tipo della « income-tax &amp;gt; applicata nel Regno Unito. Esso deve essere quindi determinato
 basandosi sul prodotto netto o sui consumi e sugli investimenti. Per quanto concerne
| procedimento basato sul prodotto netto si è messo in evidenza come per il calcolo del reddito
’egionale alcune componenti, che possono essere di notevole portata, non siano determinabili
neppure approssimativamente, mentre altre possono stimarsi con criteri empirici. Si è così
"ichiamata l'attenzione da un lato sugli interessi e dividendi dei capitali investiti în Sicilia, ma
‘on di pertinenza della collettività siciliana e sulle rimesse degli emigrati e dell'altro sui « trasfe-‘imenti
 » che per una via o per un'altra sono effettuati dalla Pubblica Amministrazione e sui
"edditi emergenti dalle spese generali di organizzazione civile e politica sostenute dall'Amministrazione
 centrale indistintamente per tutto il paese. Per quanto riguarda la valutazione dei
consumi e degli investimenti si è rilevato anzitutto come, qualunque via si segua, ci si imbatta
sempre contro una difficoltà che si presenta — almeno allo stato attuale — insuperabile e
:ostituita precisamente dalla insufficienza delle statistiche del commercio {inteso in senso lato
* quindi comprensivo anche dei servizi) di importazione ed esportazione da e verso la Sicilia.
Si è pure rilevato che il procedimento basalto sui consumi e gli investimenti può portare a
'isultati non esatti per effetto del giuoco delle imposte dirette ed indirette con cui la Pubblica
Amministrazione può effettuare dei trasferimenti di reddito da una regione ad un'altra. .
Le conclusioni che si debbono trarre da quanto è stato esposto non sono certamente molto
'usinghiere. Si potrebbe infatti domandare: ma allora si deve rinunciare a qualsiasi calcolo
Jel reddito per regioni ? la risposta è negativa. Si può calcolare per regioni, anche questo
&amp;gt;erò non senza riserve, il prodotto netto privato, il quale ha un preciso significato che non è
da confondersi con il reddito. Questo rilievo deve essere tenuto presente soprattutto da coloro
che delle cifre calcolate dagli statistici si avvalgono per Irarne illazioni nei campi più svariati.
Non è d'altra parte da disconoscere che le statistiche su cui si basa il calcolo del reddito
possono essere perfezionate, scopo questo che rientra nel programme dell'Istituto Centrale di
Statistica, il quale potrà così fornire nuovi elementi per il computo del reddito regionale èl
quale pare teso in questi tempi lo sforzo di molti studiosi ».
        <pb n="42" />
        33 —

Se si vogliono introdurre questi concetti — entro i limiti delle possibilità
concrete — nell'analisi dei varî aspetti del reddito delle singole regioni, giova
considerare che il prodotto netto privato al costo dei fattori costituisce quella parte
del reddito collettivo che può essere stimata con il minor grado di imprecisione.
Pertanto, abbiamo ritenuto che l'interesse dei risultati potesse ben compernsare
 la mole enorme di ricerche e di calcoli richiesta da una conveniente indagine
 tendente a stimare, non il vero e proprio reddito, bensì il presunto prodotto
netto privato al costo dei fattori delle singole regioni italiane.
Sulla base dei criteri applicati e delle stime ottenute dell'Istituto Centrale
di Statistica nel calcolo del reddito nazionale, abbiamo potuto ottenere, nel modo
seguente, il presunto valore del prodotto netto al costo dei fattori di ciascuna
-egione per gli anni 1938 e 1947, 1948, 1949, 1950.
1] Anzitutto sono state effettuate stime, per così dire, analitiche del prodotto
 netto di ogni regione applicando, sin dove è stato possibile, i procedimenti
seguiti dall'Istituto Centrale di Statistica {1}; i dati ed i vari elementi mancanti per
ciascuna regione sono stati ottenuti a calcolo mediante statistiche indirette o congetturali
 e convenienti valutazioni.
2) Allo scopo precipuo di rendere le stime relativamente omogenee, e
quindi confrontabili, nel tempo e nello spazio, con i valori calcolati dall'Istituto
Centrale di Statistica per l'intera Nazione, le piccole differenze — positive e
negalive — fra questi valori e quelli corrispondenti ricavati sommando le stime
snalitiche delle singole regioni — rispettivamente per ciascuna categoria di attività
economica — sono state ripartite proporzionalmente fra i dati delle varie regioni,
3) Una minuziosa indagine è stata compiuta — alla luce di precise nozioni
economiche ed applicando anche la metodologia dell'analisi dei fattori — per
costruire un indice composto di ripartizione territoriale del prodotto netto privato
 dell'intera nazione.
4) Assumendo quindi i valori del prodotto netto privato’ nazionale, calcolati
 dall'Istituto Centrale di Statistica, si è proceduto al riparto di essi fra le
varie regioni italiane in base all'indice predetto. E poichè i risultati così ottenuti
non coincidevano perfettamente con quelli conseguiti mediante il criterio 2), si
sono assunte quali stime definitive del prodotto netto privato, al costo dei fattori,
di ciascuna regione, le medie aritmetiche dei valori ricavati dai due diversi procedimenti.

Per gli anni che precedono il 1938 non si posseggono stime ufficiali del
prodotto netto nazionale; comunque — tenendo presenti le valutazioni del reddito
 italiano. compiute dal Meliadò, dal Boldrini, e dal Mortara e le stime dei
redditi regionali del De Vita — abbiamo potuto calcolare il prodotto netto privato,
 al costo dei fattori, di ciascuna regione anche per il 1928, applicando nel
miglior modo possibile i criteri seguiti nelle valutazioni riquardanti il 1938 e gli
anni dal 1947 in poi.

(1) Questi criteri si Irovano ampiamente illustrati nel Vol. dell'Istituto Centrale di Statistica
jedicato agli Studi sul reddito nazionale in « Annali di Statistica &amp;gt;» Serie VIII — Vol. IH.
        <pb n="43" />
        34

Per epoche anteriori al 1928, il materiale statistico troppo scarso rende assai
difficoltoso ogni tentativo rivolto ad ottenere stime analitiche — sufficientemente attendibili
 e confrontabili con quelle degli anni successivi predetti — del prodotto netto
privato delle singole regioni italiane. Comunque, tenendo presenti i risultati delle
valutazioni di Tivaroni, Gini e Mortara e quelle più recenti di Golzio, riguardanti
gli anni precedenti la prima guerra mondiale, siamo riusciti a stimare — grosso
modo — il presunto prodotto netto privato nazionale in media per gli anni 1910-12,
2d applicando l'indice composto di ripartizione regionale di questo prodotto netto
— limitatamente alle possibilità consentite dalle statistiche disponibili per quella
epoca — abbiamo potuto ottenere una stima sintetica del prodotto netto privato
di ciascuna regione. Questa stima sintetica — per la quale sono stati utilizzati an
che i dati economici del censimento del 1911 — può essere assunta quale valore
 approssimato del presunto prodotto netto privato regionale — secondo le
circoscrizioni territoriali dell'epoca — attorno al 1911.
È facile comprendere come questi risultati conseguiti per il 1911 non siano
 rigorosamente confrontabili con quelli del 1928 e degli altri anni considerati;
è questa la ragione per cui i dati e gli indici riguardanti le stime sintetiche del
1911 sono state raccolti nell'Appendice in tavole numeriche separate da quelle
relative alle stime degli anni 1928, 1938, 1947, 1948, 1949 e 1950. Tuttavia —
come chiariremo nelle pagine seguenti — ancorchè i valori assoluti dei prodotti
 netti stimati per il 1911 non siano, a rigore, perfettamente confrontabili
con quelli degli altri anni considerati, è sufficiente — per gli scopi che ci proponiamo
 — che risultino presso a poco ugualmente èttendibili i rapporti fra i
prodotti netti medi per abitante delle varie regioni (ì}.

5. — Nelle prime venticinque tavole numeriche dell'Appendice appaiono i risultati
 delle varie stime e delle successive elaborazioni.
Prima di iniziare il commento dei dati che figurano in queste tavole, avvertiamo
 che la categoria economica dell'agricoltura e foreste comprende anche
la zootecnia e la pesca e che per le stime del prodotto netto di questo settore
sono state tenute presenti le valutazioni delle produzioni vendibili delle singole
"egioni, compiute dall'I.N.E.A. per il 1949 ed il 1950, e che i valori del 1938
sono stati desunti dalle produzioni medie del triennio 1937-39, onde eliminare,
3lmeno in parte, alcune punte dovute a fattori climatici anormali 12).
Per quanto concerne poi le stime analitiche della Sicilia, sono state utilizzate
anche le valutazioni del Turbati — per il prodotto netto dell'agricoltura degli
anni 1947 e 1948 — e quelle di M. Auci, per il prodotto netto dell'industria del 1938.
Ciò premesso, possiamo esaminare anzitutto i risultati relativi alla Sicilia e
porli a confronto con i corrispondenti dati dell'intera nazione.

(1) Le molteplici valutazioni, sulla base di statistiche indirette e congetturali e le analisi dei
fattori sono state compiute da G. Cusimano. Tutti gli altri calcoli sono stati eseguiti da F. Furcone,
 E. Barresi e P. Milazzo.
12) L'influenza di tali fattori avrebbe perturbato eccessivamente i valori dei prodotti netti
dell'agricoltura ricavati dalle sole produzioni del 1938, diminuendone la convenienza ad assumerli
 quali basi dei numeri indici.
        <pb n="44" />
        Il prodotto netto privato al costo dei fattori, in lire correnti — secondo |
valori che appaiono nella Tav. 1. — sarebbe risultato per la Sicilia continuamente
crescente, negli anni considerati, dal 1928 al 1950. invero da 7.170 milioni nel
1928, tale prodotto netto sarebbe passato a 7.604 milioni nel 1938 e — dopo la
nota svalutazione — a quasi 28] miliardi nel 1947, a circa 303,6 miliardi nel
1948, a 314,3 miliardi nel 1949 ed a 357, 8 miliardi nel 1950.
Il lieve aumento verificatosi dal 1948 al 1949 sarebbe stato, comunque, relativamente
 più sensibile di quello nazionale, in quanto — come appare dai dati
della Tav. Il — il prodotto netto privato italiano, al costo dei fattori, secondo i
calcoli de l’Istituto Centrale di Statistica, sarebbe passato da 5.467 miliardi di lire
nel 1948 ad appena 5.484 nel 1949.
Ma un chiaro confronto fra i prodotti netti dei vari anni considerati può
essere stabilito soltanto fra valori omogenei, ossia fra valori espressi in unità
di moneta a costante potere di acquisto come, ad esempio, i valori in lire del
1938, che figurano nella Tev. IX. Giova avvertire, a questo punto, che difficoltà
praticamente insormontabili si oppongono ad una perfetta eliminazione dell'influenza
 delle variazioni del potere di acquisto della moneta sui valori del prodotto
 netto corrispondenti agli anni da noi considerati. Com'è noto, in generale
a seconda degli scopi, nelle indagini concrete le variazioni del potere di acquisto
della moneta vengono eliminate — grosso modo — rapportando i valori espressi
in unità di moneta corrente a convenienti indici dei prezzi all'ingrosso o del
costo della vita. Nel nostro caso, tluttavia, mancando una sufficiente concordanza
fra le due serie di numeri indici — costruiti dall'Istituto Centrale di Statistica —
relativi agli anni considerati e non possedendo precise nozioni per procedere
altrimenti, abbiamo ritenuto conveniente assumere la media geometrica degli indici
 dei prezzi all'ingrosso e del costo della vita, aventi per base il 1938.
Pertanto, quali fattori di riduzione a lire del 1938 del prodotto netto degli
 anni 1928, 1947, 1948, 1949 e 1950, abbiamo assunto i reciproci di questi
indici medi geometrici che figurano nella Tav. VIII. In altri termini, moltiplicando
i valori del prodotto netto privato al costo dei fattori in lire correnti della Sicilia,
 e rispettivamente dell’Italia, dei vari anni considerati, per i corrispondenti fattori
 di riduzione dell'ultima colonna della Tav. VIII si sono ottenuti i presunti
valori del prodotto netto espressi tutti in lire del 1938 (Tav. IX).
Se prescindiamo per ora dalle stime relative al 1911 che — come abbiamo
osservato — non possono presentare lo stesso grado di attendibilità di quelle
del 1928 e degli aliri anni, dai dati della Tav. IX appare chiaramente che —
qualora venga espresso in lire a costante potere di acquisto del 1938 — il prodotto
 netto privato della Sicilia nel 1938 è risultato maggiore di quello
del 1928, mentre nel 1947 ha subìto una forte contrazione per poi risalire lentamente
 nel 1948 e nel 1949 ed in misura più sensibile nel 1950. Andamento
analogo hanno presentato i valori del prodotto netto nazionale, calcolati dall'Istituto
 Centrale di Statistica {1), ma i rapporti percentuali tra il prodotto netto sici-(11

 Le valutazioni dell'Istituto Centrale di Statistica, com'è noto, risalgono soltanto al 1938. La
stima del prodotto netto privato nazionale del 1928 è stata da noi compiuta - grosso modo - con i
        <pb n="45" />
        2
JI

liano e quello corrispondente dell'intera nazione non sono apparsi costanti negli
 anni considerati, bensì hanno palesato una decisa tendenza a diminuire da
4,63 nel 1928, a 6,56 nel 1938, a 5,80 nel 1947, sino a 5,55 nel 1948 ed a
risalire a 5,73 nel 1949 ed a 6,08 nel 1950.
A questo punto siamo tentati di chiederci: e rispetto agli anni precedenti
la prima guerra mondiale quali variazioni ha manifestato il prodotto netto privato
nell'Isola 2
Abbiamo già accennato all'impossibilità di risalire, mediante stime analitiche
analoghe a quelle compiute per questi ultimi anni, al prodotto netto privato nazionale
 di anni precedenti il 1928. Tuttavia, accurate e pazienti indagini con
l'ausilio di molteplici - statistiche indirette e dei dati del censimento del 1911, ci
hanno consentito di stimare in 17,4 miliardi di lire del 1911, la media del prodotto
 netto privato italiano del triennio 1910-12; media che però conveniamo,
oer comodità di confronti, di riferire senz'altro all’anno 1911 (1).
la ripartizione — che esamineremo in seguito — fra le varie regioni, entro
 i confini dell'epoca, di questi 17,4 miliardi ha condotto ad un presunto prodotto
 netto privato siciliano di circa 1300 milioni di lire del 1911, corrispondenti
al 7,48°/, del prodotto netto privato nazionale. Trasformate in lire del 1938, le
stime relative al 1911 risultano corrispondenti a circa 82,46 miliardi per il com-2lesso
 del paese (2) ed a 6.165 milioni per la Sicilia.
Ammettendo di poter confrontare — grosso modo — questi valori con
quelli corrispondenti del 1928, si dovrebbe concludere che dalla media del
riennio 1910-12 al 1928 il prodotto netto privato nazionale e aquello siciliano,

criteri adottati dallo stesso Istituto Centrale per gli anni dal 1947 in poi, onde ottenere anche per il
1928 un valore relativamente omogeneo e confrontabile con quelli degli altri anni considerati.
invero la diversa nozione di reddito assunta dai vari autori, aveva condotto per il 1928 a stime
non confrontabili con quelle dell'Istituto Centrale di Statistica. Si può anzi osservare che rispetto
al valore da noi calcolato di 108,15 miliardi di lire correnti, ‘quale prodotto netto privato
italiano al costo dei fattori del 1928, le stime del De Vita 187 miliardi) del Mortara (90 miliardi}
e del Mediadò {94 miliardi) appaiono troppo basse. Pur cogliendo un diverso aspetto del
‘eddito nazionale, la valutazione che più si avvicina alla nostra stima del 1928, è quella del-Ufficio
 Studi del Ministero delle Finanze, secondo la quale il reddito italiano del 1928 si
sarebbe aggirato attorno ai 104 miliardi. Per rendersi conto, poi, come le stime del De Vita,
del Mortara e del Meliadò, siano state eseguite sulla base di nozioni più ristrette di quelle inrodotte
 dal Vinci e dall'Istituto Centrale di Statistica, e come la nostra valutazione del prodotto
netto privato nazionale del 1928 non sia troppo alta, gioverà considerare che il Ministero
delle Finanze ha valutato il reddito nazionale del 1938 — con gli stessi criteri del 1928 — a
quasi 107 miliardi.
Non vi è chi non veda, pertanto, come prendendo le mosse dai 115,85 miliardi calcolati per
:1 1938 dall'istituto Centrale — anzichè dai 107 — e risalendo al prodotto netto privato del 1928
sulla base della variazione relativa del reddito nazionale accertato dal Ministero delle Finanze durante
 lo stesso intervallo di tempo, si perverrebbe ad una cifra ancora maggiore dei108,15 miliardi.
(1) Giova ricordare che il Gini ha stimato il reddito nazionale italiano pari a circa 14 mi-‘iardi
 di lire correnti per il 1907 ed a 19 miliardi per il 1914.
(2) Il Golzio ha recentemente valutato il prodotto netto nazionale, in lire del 1938, uguale
a 76,6 miliardi, quale media del quinquennio 1906 — 1910. ed a 83,3 miliardi in media nel
neriodo 191] — 15.
        <pb n="46" />
        espressi in lire a potere di acquisto costante, sarebbero aumentati entrambi, ma
il primo in proporzione assai maggiore del secondo.
Questi risultati apparirebbero in contrasto con l'opinione di molti che nel
1928 il reddito privato italiano sia stato inferiore a quello del periodo — di
relativo benessere — precedente il primo conflitto mondiale.
Ma è facile rendersi conto che tale opinione errata discende dal fatto, che
i più, anzichè riferirsi al concetto di prodotto netto, intendono valutare il grado
di benessere economico facendo riferimento — più o meno consapevolmente —
al potere di acquisto della moneta e dei salari reali, senza considerare l'enorme
aumento che ha presentato, nel nostro paese, il volume della produzione dei
beni e dei servizi, (1) dagli anni prebellici al 1928.
È interessante aggiungere poi che — sempre nell'ipotesi che le nostre

(1) Il Mortara, pur senza procedere a calcoli molto dettagliati, ha potuto concludere quanto
segue :
« Se consideriamo il reddito nazionale come un complesso di beni e di servigi prodotti,
svincolandoci così dalla valutazione monetaria di essi, come della ripartizione tra le singole
aziende, potremo abbastanza facilmente rispondere alla domando:
Il reddito nazionale italiano nel 1928 è maggiore o minore che nel 1913 ?
Supposto che la proporzione fra il prodotto lordo e il reddito sia rimasta presso 8 poco
la medesima nelle varie forme di produzione, passando in rassegna le principali categorie di
beni e di servigi che concorrono a costituire il reddito nazionale, potremo formarci un'idea
del senso in cui questo ha variato.
Quella parte del reddito nazionale che corrisponde alla produzione di beni materiali, e
che può essere espressa in unità fisiche di tali beni, è certamente aumentata.
Si riscontra, infatti, aumento nella massima parte delle produzioni agrarie, forestali e
zootecniche. | diversi prodotti del sottosuolo hanno avuto vicende diverse, ma nell'insieme la
produzione delle miniere e delle cave è aumentata. Sul prodotto della caccia, d'altronde di
trascurabile importanza economica, mancano notizie; it prodotto della pesca è aumentato.
La produzione di energia elettrica è qrandemente aumentata ; minor aumento ha segnato
la produzione del gas.
Tra le industrie trasformatrici di materie prime, alcune hanno diminuito la loro attività o
l'hanno mantenuta stazionaria, ma la meggior parte hanno accresciuto la loro produzione, e
ai vecchi prodotti si sono aggiunti nuovi prodotti di nuove industrie.
Venendo ora ai servizi reali e personali, non v'ha dubbio che la quantità dei trasporti e
degli scambi di merci sia fortemente aumentata; che si siano estese le operazioni di credito,
di assicurazione, ecc.; che quasi tutte le varie forme di attività costituenti servigi non concorrenti
 direttamente alla produzione di beni materiali, abbiano assunto più largo sviluppo.
La accresciuta quantità delle abitazioni costituisce un indice dell’aumentata estensione del
servizio che esse rendono.
Taciamo della produzione di altri beni e servigi, di minor conto, le cui vicende non
altererebbero i'impressione d'insieme che si riceve dalla precedente analisi. È crediamo di
poter concludere che se si valutassero alla stessa stregua i beni ed i servigi prodotti in Italia
‘el 1913 e quelli prodotti nel 1928 si riscontrerebbe un notevole incremento della somma dei
valori così calcolati, dalla prima alla seconda epoca.
Ma questa somma non rappresenta ancora il reddito nazionale: bisogna aggiungere ad
essa la differenza tra la somma del redditi percepiti da aziende italiane che corrispondono al
valore di beni o servigi prodotti all'estero, e la somma di redditi percepiti da aziende estere
che corrispondono al valore di beni e di servigi prodotti in Îtalia : redditi che supponiamo
di poter valutare con criterio identico nel 1913 e nel 1928. Tale differenza era certamente po-
        <pb n="47" />
        SQ

stime per il 1911 fossero sufficientemente confrontabili con quelle relative al
928 — nell'intervallo di tempo considerato sarebbe cresciuto non. soltanto il
prodotto netto privato totale, espresso in lire del 1938, bensì anche quello medio
per abitante — per il complesso del paese e per la Sicilia — come appare dai
dati della Tav. X.
In realtà, ancorchè le valutazioni del 1911 non siano molto omogenee con
quelle del 1928, considerando i procedimenti di stima adottati, sarà lecito confrontare
 (1) i rapporti, per questi due anni, fra il prodotto netto privato siciliano
ser abitante ed il prodotto netto privato medio nazionale. Pertanto, — prescindendo
 dallo sviluppo della popolazione e dall'aumento territoriale del Regno —
si può ammettere che il presunto prodotto netto privato siciliano per abitante
attorno al 1911 si sia aggirato vicino al 71°/, del corrispondente prodotto netto
medio dell'intera nazione, mentre nel 1928 l’analogo rapporto sia risullato infe--iore
 al 70°/,. Ciò significa che dal 1911 al 1928 il prodotto netto privato medio
 nazionale ha presentato un incremento — assoluto e relativo notevolmente
maggiore di quello medio siciliano.
Ciò premesso, dal confronto dei deli della Tav. Ill con quelli della Tav. IV,
possiamo ottenere una chiara visione della ben diversa composizione percentuale
del prodotto netto privato della Sicilia rispetto a quella del prodotto netto nazionale;
 ciò che corrisponde alla diversa struttura economica.
Invero, si avverte anzitutto che il prodotto netto dell'agricoltura (2) {com-&amp;gt;rendente
 anche le foreste, la zootecnia e la pesca) ha costituito per l'intera nasitiva,

 e abbastanza grande in relazione alla somma cui veniva aggiunta, nel 1913; è probeasilmente
 ancora positiva, ma relativamente piccola, in confronto alla somma cui viene aggiunta
‘el 1928.
Si può, tuttavia, ritenere sicura la seguente conclusione:
Il reddito nazionale, considerato come un insieme di beni e di servigi, è maggiore nel 1928
che nel 1913 ».
{lì} Ricordando, infatti, che per il 1911 il prodotto netto privato della Sicilia è stato ottenuto
n forma sintetica — come quello delle altre regioni italiane — mediante riparto del prodotto
‘etto privato nazionale, è facile comprendere che, qualora il criterio di riparto sia perfettanente
 attendibile, qualunque possibile errore di stima, per eccesso o per difetto, del prodotto
1azionale si annulla nel rapporto fra il prodotto netto per abitante siciliano e quello medio
dell'intera Nazione.
{2) Giova ricordare che tutti i beni materiali e i servizi annualmente prodotti, tanto diretti
quanto indiretti, costituiscono la produzione lorda totale dell'agricoltura, che per ciò comprende
i prodotti destinati : a) alla vendita sul mercato ; b) al consumo da parte degli imprenditori e
oro famiglie o dei lavoratori agricoli compensati in natura; cì al reimpiego nell'agricoltura,
come mezzi produttivi.
Dall'agricoltura escono, evidentemente, solo i prodotti di cui in a), per giungere al consumo,
come tali o previe Irasformazioni extra-agricole; tali prodotti e quelli di cui alla lettera b}
sostituiscono ciò che il Tassinari denominò produzione lorda vendibile dell'agricoltura.
Dal valore della produzione lorda vendibile si ottiene il prodotto netto, detraendo del
&amp;gt;rimo il valore dei beni e servizi occorrenti per la reintegrazione di quelli, in tutto o in perte,
snnualmente Hrasformati nell’attività produttiva agricola o che sono forniti da attività non
agricole, vale a dire l'ammontare delle spese che non si risolvono in rimunerazione delle
Jdiverse persone economiche cooperanti alla produzione.
        <pb n="48" />
        57

zione il 35,40 per cento nel 1928 ed il 32,07 per cento nel 1938, del prodotto
"etto privato —- comprese le duplicazioni e le omissioni — ed è salito a 40,13
nel 1947 — per la diminuzione relativa del prodoîto netto di altre categorie
di altività economica — per poi scendere à 39,03, 34,55 e 32,88 negli anni
successivi.
Per la Sicilia, invece, non si è verificato un sensibile aumento della percentuale
 del 1947 rispetto a quella del 1938 ed anzi si può dire che, in tutti gli anni
considerati, la percentuale di prodotto netto privato dell'Isola spettante all’agricolura
 si sia aggireta attorno a 47 - 49.
Riguardo alle altre categorie di attività economica, si rileva una — sia pur
lieve — maggior percentuale di prodotto netto delle miniere e cave in Sicilia rispetto
 al complesso della nazione — nonostante la fortissima caduta del recente
jdopoguerra — e di contro una minor percentuale di prodotto netto spettante
all'industria edilizia, all'industria elettrica, gas e acqua e, soprattutto, all'industria
manifatturiera.
Per i Irasporti e le comunicazioni, le percentuali di prodotto netto privato
della Sicilia sarebbero apparse, invece, lievemente inferiori a quelle corrispondenti
 dell'intera nazione degli anni 1928 e 1938, ma superiori negli anni post-bellici,
però con decisa tendenza convergente.
Le percentuali di prodotto netto della Sicilia corrispondenti al commercio —
-on il credito e le assicurazioni — ai fabbricati ed ai servizi sono risultate —
se sì fà eccezione per i servizi del 1938 — sempre maggiori delle analoghe
sercentuali dell'intera nazione (1).
Raggruppando le percentuali di prodotto netto privato in Ire grandi categorie
 : 1) agricoltura e foreste {con zootecnia e pesca), 2) industria e trasporti,
3) altre attività economiche, si ricavano i dati delle Tav. XXIl e XXIII, rispettivamente
ver l'Italia e la Sicilia. Da queste percentuali raggruppate appare ancor più chia--amente
 la diversa struttura economica dell'Isola nei confronti di quella della
+azione nel suo complesso. La percentuale di prodotto netto italiano. spettante
all'industria ed ai trasporti, ha palesato una decisa tendenza all'aumento da 38,01
nel 1928 a 46,27 nel 1950, mentre l'analoga percentuale siciliana, in corrispondenza
 degli stessi anni, è passata attraverso qualche fluttuazione da 22,72
a 27,75. Ciò significa che la percentuale di prodotto netto privato siciliano dell'industria
 e dei trasporti nel 1950 è risultata assai più bassa di quella corrispondente
 nazionale di quanto sia apparsa nel 1928.
È appena il caso di aggiungere poi che il vero grado di industrializzazione
 — inteso nel suo moderno significato — della Sicilia, nei confronti di quello
dell'intero paese, è assai minore di quanto possa apparire da queste percentuali
di prodotto netto, poichè è ben noto il fatto che nelle percentuali dell'Isola è
compresa una maggior proporzione di prodotto netto dovuto ad attività artigiana
e di piccole industrie.

{1) Considerando distintamente le tre attività economiche: commercio, credito e assicurazione,
 la percentuale di prodotto netto spettante a quest'ultima risulterebbe per la Sicilia senibilmente
 minore dell'analoga percentuale riguardante il complesso della nazione.
        <pb n="49" />
        10

Passiamo ora all'esame delle variazioni nel tempo del prodotto netto pri-/ato
 di ciascuna categoria di attività economica.
Confrontando i dati delle Tav. V e VI — ossia gli indici con base il 1938
Jguale all'unità — delle variazioni dei valori, in lire correnti, del prodotto netto
privato. della Sicilia e, rispettivamente, dell’Italia, si rilevano per l'agricoltura nazionale
 aumenti maggiori — nonostante la caduta del 1949 — di quelli corrispondenti
 dell'agricoltura isolana. Così pure dicasi per gli indici del prodotto
‘etto delle miniere e cave.
Per quanto concerne le industrie manifatturiere, assistiamo, invece, ad un
naggior accrescimento degli indici relativi alla Sicilia, nei confronti degli indici
-iguardanti il complesso nazionale. Anche l'industria edilizia dell'Isola ha mani-‘'estato
 negli anni 1947, 1948 e 1949 un aumento del prodotto netto privato
n lire correnti, ben maggiore di quello corrispondente nazionale; nel 1950
l’indice della Sicilia e quello dell'Italia sono risultati praticamente uguali.
Gli indici siciliani riguardanti il prodotto netto dell'industria elettrica, gas e
acqua, sono apparsi minori di quelli corrispondenti nazionali, mentre gli indici dei
rasporti e delle comunicazioni della Sicilia hanno assunto, nei confronti di quelli
Jell'intera nazione, un valore maggiore nel 1947, quasi uguale nel 1948 e minore
"el 1949 e nel 1950; ciò significa che nell'immediato dopoguerra i trasporti e le
comunicazioni dell'Isola hanno conseguito un prodotto netto che nei confronti di
auello del 1938 è apparso in proporzione più alta di quella analoga del com-2lesso
 del paese, ma via via che la ricostruzione economica ha progredito, gli
ndici nazionali hanno raggiunto e poi superato i corrispondenti indici della Sicilia.
Per il settore economico del commercio, del credito e dell'assicurazione,
ali indici siciliani sono apparsi sensibilmente maggiori negli anni 1947 e 1948
2, pur risultando più alti, hanno manifestato la tendenza ad avvicinarsi a quelli
Jell'intera nazione nel 1949 e nel 1950.
Riguardo al prodotto netto dei fabbricati — se si prescinde dalla notevole
differenza del 1947 — si può dire che gli indici della Sicilia siano andati di passo
sari a quello degli indici nazionali.
Notevolmente superiori a quelli dell'intera nazione sono apparsi infine gli
ndici siciliani del prodotto netto privato del settore riguardante i servizi.
Nel complesso, dunque, il prodotto netto privato al costo dei fattori in lire
correnti — posto uguale all'unità quello del 1938 — per la Sicilia è risultato
uguale a 0,943 nel 1928, a 36,95 nel 1947, a 39,93 nel 1948, a 41,33 nel 1949
ed a 47,05 nel 1959, mentre per il complesso della nazione ha assunto i valori:
3,933 nel 1928, 41,83 nel 1947, 47,17 nel 1948, 47,34 nel 1949 e 50,78 nel
1950. In altri termini, dal 1928 al 1938 e dsl 1938 al 1947 ed al 1948 l'aumento
 relativo del prodotto netto privato nazionale, in lire correnti, è apparso
maggiore di quello corrispondente della Sicilia, mentre dal 1948 al 1949
e dal 1949 al 1950 gli indici di variazione del prodotto netto siciliano
nanno presentato aumenti maggiori di quelli degli analoghi indici dell'intera
nazione.
Notevole interesse può offrire anche l'esame dei dati della Tav. VII riguardanti
 i valori del prodotto netto siciliano in percentuali dei corrispondenti valori
        <pb n="50" />
        nazionali, per ciascuna categoria di attività economica. Negli anni considerati
le - percentuali più elevate appaiono quelle delle miniere e cave — qualora si
prescinda dalla forte caduta del 1947 - seguite, in generale, dalle percentuali
relative all'agricoltura e foreste. Più alte di quelle del prodotto netto privato
complessivo, risultano anche le percentuali relative ai fabbricati e — per gli anni
del dopoguerra — quelle dei servizi, del commercio e del credito.
Le percentuali più basse sono date, invece, dalle industrie manifatturiere,
seguite da quelle relative all'industria elettrica, gas e acqua, e all'industria edilizia.
Confrontando, infine, gli indici dei prodotti netti privati, in lire del 1938,
che figurano nella Tav. XI, si può facilmente rilevare che per la Sicilia è risultato
un minor aumento rispetto all'intera nazione dal 1911 al 1928 e dal 1928 al
‘938 ed una maggior caduta dal 1938 al 1947.
Con i successivi aumenti, il prodotto netto privato italiano, espresso in lire
a costante potere di acquisto, nel 1950 avrebbe già raggiunto e lievemente su-&amp;gt;erato
 il livello del 1938, mentre il prodotto netto: della Sicilia sarebbe risultato
sncora, seppur di poco, inferiore al livello pre-bellico.
Se si passa ed esaminare il prodotto netto medio per abitante, in lire del
1933, si osserva tuttavia che negpure la media nazionale avrebbe raggiunto nel
1950 il livello di anteguerra ; si rileva, però, che la differenza fra il prodotto
"etto privato della Sicilia e quello dell'intera nazione, con riferimento alle medie
ser abitante, si accentua sensibilmente.
Ma dai molteplici confronti, un fatto risulta di particolare importanza : nel
1949, ed in misura ancor più sensibile nel 1950, il prodotto netto privato per
sbitante della Sicilia ha manifestato rispetto agli anni precedenti un accrescimento
maggiore di quello del prodotto netto medio nazionale. È sebbene il livello
raggiunto nel 1950 sia ben lontano da quello medio dell'intera nazione, potrebbe
iorse essere giustificata la speranza che questo maggior accrescimento non
rappresenti l'effetto occasionale di fattori congiunturali o di circostanze favorevoli
in modo particolare all’agricoltura — il cui peso è notevolissimo sul prodotto
"etto priveto siciliano — ma che si tratti di un primo sintomo dell'inizio di una
"1otevole. trasformazione di struttura dell'economia siciliana.
Se questa speranza potrà essere confortata da ulteriori aumenti del prodotto
 netto privato siciliano negli anni sucessivi al 1950, si dovrà concludere
che nel 1949 un nuovo ciclo di sviluppo economico dell'Isola si era già inserito
"el ciclo precedente.

6. — L'unico serio tentativo di calcolo della ripartizione regionale del redjito
 italiano è stato sinora compiuto, come è noto, dal De Vita e si riferisce
sll'anno 1928. Ma poichè i risultati conseguiti da questo autore non potevano essere
assunti omogenei e rigorosamente confrontabili con quelli ottenuti mediante la distribuzione
 del prodotto netto privato nazionale calcolato dall'Istituto Centrale di
Stalistica per gli anni 1938, 1947 e successivi, siamo stati indotti — come abbiamo
già accennato — a prescindere dalle valutazioni del De Vita ed a compiere
una nuova stima della ripartizione regionale del prodotto netto privato italiano
del 1928.
        <pb n="51" />
        — 42

È interessante osservare, tuttavia, che la ripartizione percentuale fra ie
varie regioni dell'ammontare di questo prodotto netto privato è apparsa assai
concordante con quella del De Vita, nonostante che il valore del reddito italiano
assunto da questo studioso sia risultato pari a 87.002 milioni, ossia notevolmente
inferiore alla cifra di 108.150 milioni da noi stimata quale valore del prodotto
netto privato nazionale del 1928.
Dai dati che figurano nella Tav. XII si rileva chiaramente che - secondo i
-isultati delle nostre shime — il’ maggior contributo al prodotto netto privato del-‘intera
 nazione del 1928 è stato dato dalla Lombardia, mentre la percentuale
Diù bassa è stata quella della Lucania. Considerando le Ire grandi ripartizioni
erritoriali, si nota che l’Italia settentrionale da sola ha contribuito al prodotto
etto privato nazionale con il 58,04 per cento, mentre l'Italia centrale e l’Italia
neridionale ed insulare hanno dato, rispettivamente, il 17,61 ed il 24,35 per cento.
Se si considera, invece, il prodotto netto privato medio per abitante di
ciascuna regione, si rileva che il valore più alto è risultato quello del Piemonte
seguito dal prodotto medio della Liguria e poi da quello della Lombardia, mentre
| valore più basso è stato dato dalla Calabria.
Un semplice sguardo ai valori della penultima colonna della Tav. XII,
consente di ottenere un'idea della grande sperequazione che nel 1928 esisteva
ra le condizioni economiche delle varie regioni italiane. Invero, rispetto ad un
srodotto netto privato medio di 2689 lire per ogni italiano, corrispondeva ad
gni abitante della Lombardia un prodotto netto pari a circa 3821 lire e ad ogni
3iemontese un valore di 4185, mentre negli Abruzzi e Molise a ciascun abitante
:orrispondevano appena 17C0 lire ed in Calabria neppure 1600. |
Nelle tre grandi ripartizioni geografiche il prodotto netto medio per abiante
 ha assunto, rispettivamente, i valori di 3279 lire per l'Italia settentrionale,
2726 per l'Italia centrale e 1869 per l'Italia meridionale ed insulare. Questi valori
 medi — posto uguale a 109 il prodotto netto medio per abitante nel complesso
 della nazione — corrispondono a 121,94 e, rispettivamente, a 101,38 e
59,50, ma si avverte con facilità che l'indice dell’Italia settentrionale è sostenuto
degli salti valori del Piemonte, della Liguria e della Lombardia, mentre l'indice
dell'Italia centrale risente l'influenza dei valori superiori alla media nazionale, del
lazio e della Toscana, poichè le Marche e l'Umbria da sole appaiono al disotto
Jella media dell'intera Nazione.
Per le regioni dell’Italia meridionale e insulare ogni commento è superfluo:
nessuna regione ha consaguito un prodotto netto per abitante superiore al 76
ser cento della media nazionale.
Ma negli anni precedenti il 1928 quale sarà stata la ripartizione territoriale
del prodotto netto privato italiano 2 La ripartizione del 1928 può essere assunta
grosso modo costante nel, tempo ed indipendente dalle fluttuazioni congiunturali
2 dall'evoluzione econom ca del nostro paese ?
È facile intendere che poter dare convenienti risposte a queste domande
significherebbe — {ra l'altro — creare il presupposto essenziale per affrontare
a vecchia e dibattuta questione — non ancora attendibilmente risolta — se l'ori-Jinaria
 sperequazione economica tra le regioni che entrarono a comporre il Regno
        <pb n="52" />
        tu

j'Italia abbia manifestato nel tempo una tendenza ad aumentere od a diminuire.
Purtroppo — come abbiamo già osservato — per epoche anteriori al 1928,
il materiale statistico troppo scarso non consente di eseguire stime analitiche —
sufficientemente attendibili e confrontabili con quelle degli anni successivi — del
prodotto netto privato delle singole regioni italiane. Tutto ciò che è possibile
ottenere è rappresentato dalla stima sintetica del presunto prodotto netto privato
+azionale attorno al 1911 e dalle ripartizione — mediante l'indice composto cui
abbiamo fatto cenno — di questo prodotto netto fra le verie regioni italiane,
secondo le circoscrizioni territoriali al censimento del 1911.
A rigore le valutazioni così ottenute non si possono considerare confronabili
 con quelle — ben più analitiche — del 1928. Tuttavia, giovà osservere che,
ancorchè la stima del valore del prodotto netto nazionale del 1911 sia affetta
da notevole errore, purchè risulti sufficientemente corretto il criterio di riparto
di questa stima Ira le varie regioni, sarà sempre lecito confrontare i rapporti
alla media nazionale del 1911 dei valori del prodotto netto privato per abitante
jelle singole regioni con i corrispondenti rapporti del 1928 (1).
il confronto poi sarà ancor più giustificato qualora ci si proponga non
‘anto di valutare l'ordine di grandezza di questi rapporti, quanto di accertare la
‘endenza nel tempo all'aumento o alla diminuzione dei rapporti stessi, poichè,
in tal caso, anche sensibili errori nelle quote di riparto Ira le regioni del prodotto
 netto nazionale, non potranno modificare i risultati, se le quote del 1911
e, rispettivamente, quelle del 1928 corrispondenti alle stesse regioni, saranno affette
 da errori di proporzione tali che i loro rapporti siano tendenzialmente esatti.
Sulla base di queste ipotesi potremo allora confrontare - sempre s'intende
con le necessarie riserve — i rapporti al valor medio nazionale del 1911 dei
valori del prodotto netto privato medio per abitante di ciascuna regione con i
corrispondenti rapporti del 1928. Potremo quindi confrontare gli indici dell'ultima
colonna della Tav. XXIV con gli analoghi indici della Tav. XII.
Si rileva immediatamente che anche nel 1911 il Piemonte, la Liguria e la
Lombardia rappresentavano le tre regioni italiane con il più alto prodotto netto
medio per abitante e che la Calabria appariva pur sempre la regione più povera.
 Tuttavia, il prodotto netto medio più. alto proveniva dalla Liguria, anzichè
dal Piemonte, e la Lombardia — nell'ordine — occupava il secondo posto, invece
del terzo (2).

{1} S'intende che nell'interpretazione dei confronti occorrerà tener presenti anche le notevoli
sariazioni territoriali avvenute in alcuni compartimenti dal 191} al 1928. Così, ad esempio, —
&amp;gt;rescindendo dalla Venezia Giulia e dalla Venezia Tridentina che alla prima data non figuravano
ra le regioni italiane — non si può ignorare che dal 1911 al 1928, il Veneto ha avuto un aumento
ji superficie di circa 900 km*, l’Emilia di 1.400 km? ed il Lazio di oltre 5.000 km*, mentre la Tosca-+8,
 l'Umbria, gli Abruzzi e Molise e la Campania hanno subito riduzioni territoriali, rispettisamente,
 di circa km? 1.200, 1.100, 1.100 e 2.700.
12) Senza dubbio il 1911 risentiva ancora, in perte, l'effetto della situazione esistente mezzo
secolo prima, quando la liguria entrò a far parte dello Stato italiano con un prodotto medio
&amp;gt;er abitante che — date le condizioni di floridezza economica della Regione — era notevolnente
 maggiore di quello di tutte le altre regioni d'Italia.
        <pb n="53" />
        Ma interesse ben maggiore presenta il fatto che i rapporti alla media
nazionale dei valori del prodotto netto per abitante di tutte le regioni dell'Italia
centrale, meridionale e insulare, nel 191] sono apparsi più alli dei corrispon-Jenti
 rapporti del 1928.
Considerando le tre grandi ripartizioni territoriali, si avverte che, mentre
il prodolto netto per abitante dell'Italia settentrionale rapportato alla media dell’intera
 nazione, è passato — in percentuale — da 120,93 nel 1911 a 121,94 nel
1928, gli analoghi rapporti percentuali dell’Italia centrale e dell’Italia meridionale
&amp;gt; insulare sono scesi da 106,90 a 101,38 e, rispettivamente, da 72,28 a 69,50.
È forse superfluo osservare, infine, che i valori estremi dei rapporti alla
nedia nazionale dei prodotti medi regionali, erano rappresentati nel 1911 da
33,79 per la Calabria e da 143,38 per la liguria e, nel 1928, da 59,43 sempre
per la Calabria e da 155,63 per il Piemonte. E poichè per tutte le regioni si
sarebbe verificato una chiara tendenza all'aumento del prodotto netto privato —
espresso in lire a costante potere di acquisto — sembrerebbe lecito ritenere che
dal 1911 al 1928, attraverso un aumento generale del prodotto netto, la sperequazione
 economica fra le regioni italiane del Centro — Meridione e quelle
‘ndustriali del Settentrione, fosse aumentata (]}.
Nelle pagine seguenti introdurremo un criterio adeguato per misurare
e variazioni nel tempo deila sperequazione economica fra le diverse regioni;
comunque, per ora passiamo ad esaminare i risultati delle stime relative al 1938,
che figurano nella Tav. XIII.
Un rapido sguardo alle percentuali di prodotto netto delle singole regioni
consente di rilevare che la Lombardia è la regione che anche nel 1938 ha
5ortato il maggior contribuio al prodotto netto privato nazionale e la Lucania
è quella che ha portato il contributo minore; tuttavia la percentuale di prodotto
‘etto della prima è aumentata rispetto al 1928, mentre la percentuale di auest'ulima
 è diminuita.
Ma non soltanto la percentuale della Lombardia, bensì anche quelle delle
3sltre due regioni industriali del Settentrione — il Piemonte e la Liguria — sono aumentate
 dal 1928 al 1938, mentre sono discese le percentuali di prodotto netto
privato di tutte le regioni meridionali e insulari.
Se si considerano le grandi ripartizicni terriloriali si osserva, pertanto, un
sumento del prodotto netto dell’Italia settentrionale da 58,04 nel 1928 a 58,71
"el 1938 ed una contrazione da 24,35 a 23,56 per l'Italia meridionale e insulare.
Queste variazioni delle percentuali di distribuzione regionale del prodotto
netto dell'attività privata italiana sono da attribuirsi in gran perte all’accrescimento
della produzione industriale verificatosi dal 1928 al 1938, soprattuto quale effetto
jella politica autarchica e protezionista dello Stato.
A seguito; inoltre, del diverso accrescimento demografico delle varie regioni,
nel 1938 le differenze fra il prodotto netto medio per abitanta delle regioni

{1) Naturalmente qui si fa sempre riferimento soltanto a quell'espetto della sperequazione
economica che si riflette nei rapporti, alla media nazionale, dei prodotti netti privati per abitante
Jelle singole regioni.
        <pb n="54" />
        ndustriali del Nord e quello corrispondente delle regioni del meridicne e delle
sole, si sono accentuate. È tali dijferenze si sono accresciulte al punto che le
variazioni assolute del prodotto netto medio per abitante dal 1928 al 1938 hanno
&amp;gt;resentato per le regioni settentrionali tendenze opposte a quelle delle regioni
del Centro-Sud. Infatti, considerando le tre grandi ripartizioni geografiche, si
5sserva che, mentre il prodotto netto privato per abitante dell'Italia Centrale è
passato da 2726 lire nel 1928 a 2656 nel 1938 e quello dell’Italia meridionale
e insulare è sceso da 1869 lire a 1779, il prodotto medio dell'Italia settentrionale
 è salito da 3279 a 3365.
Posto uguale a 100 .il prodotto netto medio nazionale, gli indici del prodotto
 netto regionale per abitante sono risultati uguali, rispettivamente, a 125,75
&amp;gt;er il settentrione ed a 99,25 e 66,48 per il centro e per il meridione e le
isole e, mentre l'indice della Calabria è sceso a 54,56, quello del Piemonte è
salito a 165,32. In altri termini, nel 1938 il prodotto netto privato per abitante
della regione italiana relativamente più ricca risultò superiore al triplo di auello
della regione più povere.
Per il 1939 ed il 1940, non conoscendosi i valori del prodotto netto privato,
on è possibile accertare con sufficiente grado di attendibilità le condizioni realive
 delle varie regioni italiane; tuttavia, gli elementi che si posseggono sono
‘ali da giustificare la convinzione che assai probabilmente in tali anni le distanze
sconomiche fra il Nord ed il meridione si siano ulteriormente accentuate.
Non vi è dubbio che l'intensificazione dell'attività industriale delle regioni
settentrionali, determinata. dalle inderogabili necessità della guerra, abbia contribuito
 — insieme agli altri molteplici fattori connessi agli eventi bellici — ad accrescere
 la già grande differenza di potenzialità produttiva fra le regioni settentrionali
 e quelle dell’Italia meridionale e insulare.
È un fatto che nel 1947 — come appare dai dali della Tav. XIV — la ripartizione
 regionale del più basso prodotto netto privato dell'intera Nazione è
-isultata non molto diversa da quella del 1938, ma la sperequazione economica
fra- Nord e Sud è aumentata ancora.
Invero, pur essendo diminuite le percentuali di prodotto netto privato del
Piemonte e della Liguria ed aumentate quelle di alcune regioni del meridione,
il diverso accrescimento demografico ha condotto ad una contrazione del rapsorto
 tra il prodotto netto privato per abitante dell’Italia meridionale e insulare
a la media nazionale, e ad un ulteriore aumento dell’analogo rapporto del prodotto
 netto medio del settentrione.
Doste uguali a 100 le medie nazionali del 1938 e, rispettivamente, del 1947,
gli indici del prodotto netto per abitante sono passati da 125,75 a 129,34 nell’1-talia
 settentrionale, da 99,25 a 102,37 nell'Italia centrale e da 66.48 a 63.21 nel
meridione e nelle isole.
Occorre avvertire, tuttavia, che questi indici del prodotto netto privato per
abitante, riferentisi ai confini territoriali degli anni considerati, risentono anche
l'influenza delle differenti ripercussioni della guerra. In realtà, dal 1938 al 1947,
gli indici del Piemonte e della Lombardia hanno subito una lieve diminuzione,
mentre quelli della Calabria hanno palesato un leggero aumento.
        <pb n="55" />
        ad

La diminuzione dell'indice del prodotto netto medio per abitante dell'Italia
neridionale e insulare rappresenta soprattutto l'effetto delle notevoli cadute del
srodotto netto della Sicilia e della Campania che, nella media complessiva, hanno
iù che annullato l'aumento relativo a tutte le altre regioni.
Così pure, il sensibile accrescimento dell'indice del prodotto netto per abi-‘ante
 dell’Italia settentrionale — nonostante la lieve caduta del Piemonte e della
lombardia e la forte contrazione della Venezia Giulia — è soprattutto il risultato
del notevole aumento degli indici della Venezia Tridentina e del Veneto, ossia
delle regioni relativamente meno danneggiate dalla guerra.
Ma nel 1948 — l'anno della piena ripresa dell'attività: industriale italiana —
sssistiamo alle maggiori variazioni, rispetto agli ‘anni precedentemente osservati,
delle percentuali di prodotto netto privato delle varie regioni. Così, mentre il
Piemonte, la Liguria e la Lombardia presentano un forte incremento del contributo
 percentuale al prodotto netto dell'intera nazione, tutte le regioni cell'Italia centrale
 {tranne l'Umbria], meridionale e insulare, subiscono una sensibile contrazione.
Considerando le Ire grandi ripartizioni territoriali, si rileva che dal 1947
sl 1948, le percentuali di prodotto netto privato nazionale salgono da 57,98 a
50,07 nel settentrione e scendono da 18,68 a 18,22 nel centro e da 23.34 a
21,71 nel meridione e nelle isole. .
Per effetto poi del diverso accrescimento demcgrafico l'indice del prodotto
 netto per abitante dell'Italia settentrionale — assumendo sempre come
&amp;gt;ase uguale è 100 la media dell'intera nazione — da 129,34 sale a 134,44,
mentre l'indice dell'Italia centrale passa da 102,37 a 99,79 e auello dell'Italia
meridionale e insulare scenda da 63,21 a 58,59.
L'indice del Piemonte raggiunge nel 1948 il valore di 171,79 e quello della
Calabria precipita a 51,77.
Nel 1948, adunque, la sperequazione economica Ira le regioni italiane —
in quell’aspetto che si riflette nel prodotto netto privato per abitante — ha raggiunto
 un livello che può essere considerato senza precedenti.
Giova osservare, tuttavia, come negli anni successivi tale sperequazione
economica abbia dimostrato di tendere a diminuire anzichè a crescere ancora.
Infatti, nel 1949 e nel 1950 le differenze fra i valori del prodotto netto
srivato per abitante dell'Italia settentrionale e dell'Italia meridionale e insulare si
sono lievemente ridotte. Così. la lieve contrazione del prodotto netto privato
medio nazionale (da 119.741 lire correnti del 1948 a 118.879 lire “del 1949} è
Jerivata dalla diminuzione del prodotto netto par abitante del settentrione {da
60.979 a 158.806) e da quella dell’Italia centrale (da 119.492 a 118.649) mentre
per il meridione e le isole si è verificato un piccolo aumento {da 70.151 a
71.163)
Gli indici percentuali — con base la media nazionale — del prodotto medio
 per abitante sono scesi, pertanto, da 134,44 a 133,59 nell'Italia settentrionale,
mentre quelli dell’Italia centrale sono rimasti praticamente costanti attorno a 99,80
&amp;gt; quelli dell'Italia meridionale e insulare sono risaliti da S8,59 a 59,86.
| Nel 1950 la percentuale di prodotto netto privato nazionale del complesso
delle regioni meridionali e insulari aumenta ancora — nonostante la riduzione
        <pb n="56" />
        7

del prodotto netto degli Abruzzi e Molise, delle Puglie, della Lucania e della
Calabria — grazie al miglioramento della Sardegna, della Campania e, soprattutto,
della Sicilia.
Se osserviamo, ancora una volta, i dati relativi alle tre grandi ripartizioni
territoriali rileviamo che dal 1949 al 1950 le percentuali di prodotto netto privato
nazionale sono lievemente diminuite da 59,51 a 39,47 nel settentrione, sono
scese da 18,23 a 17,97 nell'Italia centrale, e sono risalite da 22,26 a 22,56 nel
meridione e nelle isole.
Eliminando l'influenza del diverso accrescimento demogreafico, gli indici
sercentuali — con base la media nazionale — del prodotto medio per abitante
passano, rispettivamente per le tre suddette ripartizioni territoriali, da 133,59 a
133,87, da 99,81 a 98,37 e da 59,86 a 60,47.
Se ora, per altro aspetto, vogliamo confrontare le variazioni del prodotto
netto privato delle singole regioni rispetto al 1938 — a costante potere di acquisto
 della moneta — possiamo Irasformere i valori delle varie stime, dal 1928
al 1950, .in lire del 1938 ed ottenere i dati della Tev. XVIII e della Tav. XX, riguardanti,
 rispettivamente, le distribuzioni annue fra le varie regioni dei valori,
in lire del 1938, del prodotto netto privato nazionale, e le corrispondenti medie
per abitante. -
| numeri indici della Tav. XIX pongono in luce il diverso ritmo di ripresa
economica delle varie regioni italiane, dopo la fine dell’immane conflitto. Si
-ileva, infatti, che nel 1950 tutte le regioni dell'Italia centrale e settentrionale —
esclusa la Venezia Giulia a causa della riduzione di lerritorio — avevano già
raggiunto e superato il prodotto netto del 1938, mentre fra le regioni dell'Italia
meridionale e insulare, soltanto la Sardegna, la Calabria e gli Abruzzi e Molise
svevano decisamente superato il valore — in verità assai basso — del prodotto
netto del 1938. E se la Lucania e le Puglie oscillevano già attorno: al valore
prebellico, la Campania e la Sicilia. rimanevano ancora al disotto.
Giova rilevare che la Lombardia nel 1948 aveva già conseguito un prodotto
netto privato — espresso in lire a costante potere di acquisto — lievemente superiore
 a quello del 1938, e nel 1950 presentava l'indice più alto, pari a 113,11.
Considerando le Ire grandi ripartizioni geografiche si nota che, negli anni
dal 1947 in poi, gli indici di variazione del prodotto netto privato regionale, in
ire del 1938, sono apparsi — rispetto ai corrispondenti indici del complesso della
nazione — maggiori nell'Italia settentrionale e centrale e minori nell'Italia meridionale
 e insulare.
Invero, mentre gli indici nazionali sono saliti da 86,09 nel 1947, a 91,88
nel 1948, a 93,92 nel 1949 ed a 104,10 nel 1950, quelli del meridione e delle
sole sono scesi da 85,26 nel 1947 a 84,67 nel 1948, per risalire poi ad 88,72
nel 1949 ed a 99,68 nel 1950.
Ma se si elimina l'influenza dello sviluppo della popolazione e si passa
ad esaminare il prodotto netto privato per abitante negli anni considerati — in
lire del 1938 — di ciascuna regione, si rileva che soltanto alcune regioni dell'|-‘alia
 settentrionale avevano superato nel 1950 il livello del 1938.
Gli indici di variazione del prodotto netto privato nazionale per abitante
        <pb n="57" />
        48

sono saliti da 82,59 nel 1947 a 87,11 nel 1948, a 88,15 nel 1949 ed a 96,82
nel 1950; vale a dire, sebbene il. prodotto netto privato dell'intera nazione
avesse già superato il valore del 1938, il prodotto medio per abitante nel 1950
risultava ancora sensibilmente inferiore al livello prebellico.
È facile comprendere, inoltre, come il diverso accrescimento demografico
abbia aumentata la differenza fra gli indici di variazione del prodotto netto per
abitante delle regioni settentrionali e quelli delle regioni centro-meridionali, rispetto
 alle differenza fra gli indici corrispondenti riguardanti il prodotto netto
complessivo di tali regioni. Basterà osservare, ad esempio, che gli indici ‘di
variazione del prodotto netto privato per abitante dal 1938 — assunti uguali a
cento — al 1950, sono risultati, rispettivamente, uguali a 103,09 per il complesso
delle regioni settentrionali, a 95,97 per l'insieme delle regioni dell'Italia centrale,
ed a 88,08 per il meridione e le isole; vale a dire, delle tre grandi ripartizioni
‘erritoriali, soltanto il settentrione aveva superato nel 1950, in media per abi-‘ante,
 il prodotto netto privato del 1938.
Occorre rilevare, infine, che il prodotto netto medio per abitante dell’Italia
centrale appariva nel 1950 notevolmente inferiore anche al corrispondente prodotto
 netto per abitante dei 1928 e per l'Italia meridionale e insulare la caduta
dell'indice di variazione rispetto al 1938 del prodotto netto medio, dal 1928 al
‘950, è risultata fortissima: da 102,19 a 88,08.
Queste semplici osservazioni sarebbero sufficienti per concludere che dal
911 al 1928, dal 1928 al 1938 e dal 1938 agli anni del recente dopoguerra, la
sperequazione economica fra le regioni italiane avrebbe palesato — attraverso
notevoli oscillazioni del prodotto netto privato nazionale — una chiara tendenza
all'aumento.
Ma poichè — per eliminare ogni dubbio — può apparire conveniente dare
Jsna precisa misura della tendenza a variare nel tempo di tale sperequazione,
‘iteniamo opportuno introdurre ed applicare un nuovo criterio generale per
nisurare la tendenza a variare nel tempo della concentrazione nello spazio dei
/alori di un determinato fenomeno.
A questo scopo possiamo prendere le mosse da una qualsivoglia distri-5uzione
 nello spazio — ad esempio nelle singole regioni italiane — dei valori
di un dato fenomeno o carattere che potrebbe essere rappresentato — come
"el nostro caso — dal prodotto netto privato nazionale di un determinato anno.
Considerando le corrispondenti distribuzioni nello spazio, relative a tempi
successivi, sarà possibile esaminare le variazioni nel tempo dell'intensità media,
della variabilità, ecc. della distribuzione iniziale di valori, assunta come distribuzione
 base.
Fra l’altro, la variazione nel tempo della concentrazione della distribuzione
5ase potrà manifestare assai diverse tendenze ; così ad esempio: 1) potrà aumentare
 la concentrazione nel senso osservato {nella distribuzione base), ossia
aumenteranno i valori più grandi e diminuiranno quelli più piccoli; in tal caso
potremo convenire che la tendenza a variare della concentrazione sia misurata
da una quantità positiva. Ma: 2) la concentrazione nel senso osservato potrà
jdiminuire, ed in questo caso potremo convenire che la tendenza a variare della
        <pb n="58" />
        “oncentrazione sia misurata da una quantità negativa ; 3) la distribuzione base
dei valori potrà rimanzre costante € diremo allora che la tendenza a variare
della concentrazione è nulla. 4) Infine, la concentrazione della distribuzione
base potrà, per così dire, rovesciarsi in varia misura nel senso che i valori
più piccoli diventeranno più grandi e viceversa; parleremo in tal caso di ten-Jjenza
 alla concentrazione nel senso opposto la quello della distribuzione base).
Sulla base di queste convenzioni, la massima concentrazione nel senso
osservato si avrà quando al luogo — ad esempio regione — che al tempo
iniziale, a, corrispondeva il più alto valore osservato, verrà a corrispondere al
tempo successivo, b, la somma di tutte le modalità le quindi agli altri luoghi
verranno a corrispondere modealità nulle). La massima concentrazione nel senso
opposto si avrà invece quando al tempo b la somma di tutti i valori corrisponderà
 a quel luogo al quale corrispondeva al tempo a il valore più piccolo.
Ponendo ulteriori condizioni sarà possibile allora introdurre convenienti
‘ndici di tendenza della variazione, dal tempo a al tempo b, della concentrazione
nello spazio del fenomeno o carattere considerato. Così, ad esempio, volendo
3ttenere indici che assumano i valori da — 1 a +1 si dovrà anzitutto stabilire
se sì intende misurare la tendenza della variazione nel tempo della sola con--entrazione
 nel senso osservato oppure, più in generale, della concentrazione in
senso lato, [comprendente anche la concentrazione nel senso opposto a quello della
distribuzione base). Nel primo caso gli indici dovranno assumere il valore 1
allorchè al tempo b si verifichi la perfetta equidistribuzione delle modalità, il
valore O qualora le distribuzioni delle modalità nello spazio ai tempi a e b' siano
dentiche ed il valore +1 qualora al tempo b si presenti la massima concenrazione
 nel senso osservato. Nel secondo caso — ferme restando le ultime
-ondizioni relative ai valori O e +1 — gli indici dovranno. assumere, invece, il
valore — 1 qualora al tempo b si verifichi la massima concentrazione nel senso
opposto.
Occorre aggiungere che — per eliminare, fra l'altro, l'influenza del diverso
ordine medio di grandezza delle modalità al tempo a ed al tempo b — le modalità
 potranno essere assunte solto forma di valori frazionari, ossia quali rapporti
delle modalità stesse al loro totale al tempo a e, rispettivamente, al tempo b.
Infine, qualunque indice — che per brevità chiameremo semplicemente
indice di tendenza della concentrazione — dovrà fondarsi su unà conveniente
elaborazione delle differenze fra i corrispondenti valori frazioneari del tempo e
e del tempo b, assumendo però sempre la serie di modalità del tempo a in
ordine crescente di grandezza.
Sulla base di queste ed altre particolari condizioni abbiamo costruito alcuni
semplici indici di tendenza (1) della variazione della concentrazione, dal tempo a
al tempo b.

(1) È appena il caso di osservare che — sulla base dei concetti introdotti nel testo — mol-‘eplici
 indici si possono costruire a seconda degli aspetti che si vogliono misurare della tenjenza
 della concentrazione. Comunque, gli indici applicati sono stati costruiti da G. Cusimano
 nel modo seguente.
        <pb n="59" />
        U

Se assumiamo il 1928 come anno base, possiamo misurare, mediante,
ad esempio, gli indici T'ap e Tab — riportati in nota — la tendenza della concenrazione
 del prodotto netto privato regionale dal 1928 al 1938 e, rispettivamente,
jal 1928 al 1947, al 1948, al 1949 e al 1950.
Prescidendo, adunque, dalle variazioni nel tempo della popolazione delle
singole regioni e del potere di acquisto della moneta, il calcolo di T’a e di Tap
sui dati della Tav. XX riguardanti il prodotto netto privato regionale per abitante
n lire del 1938, ha condotto ai seguenti risultati :

l'1928,1938 = 0,01884
T’1928,1947 = 0,02215
T'1928,1948 = 0,0517”
T'1928,1949 = 0,04425
T 1928.1950 = 0,04691

T''1928,1938 = 0,01959
T'1928,1947 = 0,02301
T'1928,1948 = 0,05353
T'’1928,1949 = 0,04578
T'1928,1950 = 0,04852

Indichiamo con X,; gli n valori frazionari (ossia i = 1, 2, 3, .. n} osservati -al
tempo a, disposti in ordine crescente di grandezza, e con Xp; i valori dello stesso caral-‘ere
 o fenomeno al tempo b, disposti secondo l'ordine stabilito dai corrispondenti valori
Kai; sarà evidentemente

n n
DI &amp;gt;: ape
- Xi ] € x Xp.i |
iz 1 i=1

Consideriamo ora la semplice espressione
E (Pai — Poi) Xai = 5 P.i Xai — E Phi Xai /
Pai = Xu FP Xao Fc E aa
Ppi = Xp + Xpe FC FF Xp
La [1] si annulla se al tempo b i valori risultano tutti uguali ai corrispondenti valori
jel tempo a, cioè X,; = X,;; raggiunge, invece, il suo valore massimo

x Pa.i Xi -_ Xn
qualora al tempo b si verifichi la massima ‘concentrazione nel senso osservato, ossia tutti gli
Kp.i risultino nulli, tranne X,ju = 1. Il valore minimo della [1] è dato da

FP pa: XL: !

‘el caso che al tempo b tutti gli X,i; risultino nulli ed eccezione del primo che prende
| valore 1 {ossia nel caso che si presenti una concentrazione massima nel senso opposto).
Se al tempo b si verifica la perfetta equidistribuzione, ovvero tutti gli X,,i sono uguali
3d l/n, l'espressione in esame prende il valore negativo rappresentato da

1
© Pai 2a: 7 = (2 pi: 1)].

’onendo

+
ssi e * is è gigia 2 a
= Pai ai 5 2a = N Phi Xai 3 da = Xan î da = 1 — E (ZP,i - 1),
        <pb n="60" />
        - 5} —

Sulla base delle condizioni poste, la tendenza della concentrazione del
prodotto netto privato delle regioni italiane — eliminata l'influenza delle variazioni
della popolazione e del potere di acquisto della moneta — dopo il 1928 è apsarsa,
 dunque, decisamente crescente. il 1948 rappresenta l’anno nel quale si è
manifestato il massimo aumento della concentrazione rispetto al 1928. Nel 1949
la concentrazione del prodotto netto privato regionale è risultata un pò minore

un indice di tendenza della concentrazione che varî da -1 a 1 — assumendo il valore - 1
quando “4, = 1, il valore O quando 3, = %, e il valore 1 quando. %, = %, — è rappresentato
 dalla formula
i” _!1 An+ Am) a -_ [O a 20) An+ (2, + aa) Am] da i ai (An + *3 Am) Lo]
E l_a,) An A

jove

A, =%-&amp;gt;

 Au = % "Fa,

3i noti che valori poco differenti da quelli ricavabili con l'indice precedente, si ottengono
-on l'indice

Dr dp ta
ab A.

Der

rp
T ny —

do ili a,
Fon, per “%.
M

&amp;gt; ad
L'A

e

7

} i

I 4 |

Per gli indici introdotti, il caso dell'equidistribuzione delle modealità al tempo b è rappreentato
 da un valore, compreso fra — 1 e 0, che può ricavarsi sostituendo la quantità %, ad da,
‘ella [2] e nella [4].
Qualora si voglia che l'indice di tendenza assuma il valore - 1 nel caso che al tempo b
i verifichi l'equidistribuzione — ferme restando le altre condizioni -. Iroviamo
| 2
Tur i (Am -+A,) a — la, + %a) Am + (44 + 24) Al] ta + (4, Am + x, A) 5
ab 7 [ ]
(4, — 3) Am Ao

love

A —= d -

È ovvio che con l'indice [5] possiamo ottenere anche valori negativi più piccoli di - 1,
n. quanto il minimo assoluto della [5] è rappresentato dal valore che la formula assume
per a, = 1
l'applicazione di questi semplici indici consente di porre in luce l'inadeguatezza dei
-rileri sinora adottati per esaminare le variazioni nel tempo della concentrazione dei valori
jel reddito e della ricchezza delle regioni italiane. In generale, l'esame di tali variazioni è
stato fatto in base al calcolo della differenza semplice media o del rapporto di concentrazione
sui valori del tempo a e, rispettivamente, del tempo b e nel porre a confronto i risultati otteuti.
 Non vi è dubbio che tali criteri possano condurre a conclusioni aberranti. Così, ad
asempio, se supponiamo che la ricchezza, al tempo a, di cinque regioni sia rispettivamente
misurata dei seguenti valori: 32, 57, 64, 87 e 95 e che ad un tempo successivo b la ricchezza
jdelle regioni stesse sia stabilita, rispettivamente, a : 72, 96, 92, 132, 136, la differenza semplice
media calcolata su queste serie di valori risulta uguale e 31,2 per il tempo è ed a 33,6 per il
tempo b. In questo caso sarebbe evidentemente errata la conclusione che dal tempo a al tempo
        <pb n="61" />
        32

di quella dell'anno precedente {1} pur presentando un sensibile aumento rispetto
slla concentrazione del 1928; nel 1950 il valore dell'indice è risalito pur senza
‘aggiungere il livello del 1948.
Ma, se ammettiamo valide le condizioni discusse nelle pagine precedenti,
5ossiamo anche applicare l'indice Ta,» alla misura della tendenza della concentrazione
 del prodotto netto privato regionale dal 191] agli anni successivi considerati.
Pertanto, senza voler attribuire ai risultati un’esattezza che non possono
avere, notevole significato acquistano i seguenti valori di Ta. calcolati per gli
anni 1928, 1938 e 1948, sulla base dei dati del prodotto netto privato regionale
per abitante del 1911, in lire del 1938.
l''1911,1928 = 0,02332 ; T'1911,1938 == 0,04445 ; T'i911,.19418 = 0,07918
Escluse le regioni entrate a fer parte del Regno d'Italia dopo la prima
guerre mondiale, dal 191] al 1928 si serebbe verificato, dunque, un sensibile
sumento della concentrazione del prodotto netto privato regionale, e questa concsentrazione
 si sarebbe ancora notevolmente eccresciuta nel 1938 ed avrebbe
‘aggiunto il suo più alto grado nel 1948.
Per quanto i dati elaborati possano apperire imperfetti e lacunosi, riteniamo
che non si possa rimanere completamente scettici dinanzi ai valori assunti dal-‘indice
 Tap ed anche volendo ammettere che l'imperfezione dei dali e la natura
di questo indice tendano ad esagerare il fenomeno posto in luce, non si può
negare che dal 1911 al 1948 — attraverso oscillazioni varie — si sia manifestata
Jna tendenza ad accrescersi di quella sperequazione economica fra le regioni
laliane, che si rispecchia nella differenza fra il prodotto netto privato per abi-‘ante
 delle regioni stesse.

" — Gli studi più recenti sullo sviluppo economico dei paesi arretrati hanno
condotto alla conclusione che un rapido sviluppo di questi paesi non può provenire
 da forze spontanee; l'arretratezza è un segno del fatto che queste forze

&amp;gt; la sperequazione economica fosse aumentata. In realtà è aumentato soltanto un aspetto
jella variabilità assoluta dei valori della ricchezza, mentre se si applica l'indice Tab si ottiene
Tl''ab = -0,3224 che denota una notevole tendenza alla diminuzione della sperequazione ecoomica
 dal tempo a al tempo b. Così pure, se si suppone che la ricchezza di altre cinque
“egioni, al tempo a, corrisponda ai valori: 36, 38, 40, 42 e 44 e che ad un successivo tempo
&amp;gt;, la ricchezza di queste regioni risulti, rispettivamente, 38, 40, 36, 42 e 44, il rapporto di
:oncentrazione assume, per entrambe le serie, il valore 0,10, ciò che — secondo la nozione
corrente — farebbe pensare ad una tendenza della sperequazione economica a rimanere
:ostante. In realtà, in questo caso, è rimasto costante un aspetto della variabilità relativa dei
valori osservati ; ma poichè i valori più piccoli al tempo a (36 e 38] assumono al tempo b
valori maggiori, la tendenza della concentrazione, come noi la intendiamo, deve risultare desrescente.
 Si ricava, infatti, Tab = 0,2872.
{1) Calcolando, infatti, il nostro indice di tendenza della concentrazione dal 1948 al 1949
;î ottiene :

T'' 1948.1949 = — 0.0356
        <pb n="62" />
        533

non sono adeguate e non possono vincere i fattori negativi ambientali derivanti
da fenomeni storici e geogrefici, e l'inerzia deve essere vinta da un'azione
coordinata e razionale che assicuri la necessaria” spinta iniziale.
Si è anche riconosciuto che la spinta iniziale consentita dai vecchi strumenti
 della politica protettiva può non essere sufficiente.
L'italia si Irova in uno stadio intermedio tra le economie più progredite e
quelle più arretrate ed in particolare presenta la coesistenza di zone che si trovano
 in fasi molto differenti di sviluppo : da zone dove l'intero ambiente economico
 — doall'industria all’agricoltura ed ai servizi — può essere paragonato a
quello dei paesi più progrediti, a zone che moanifestano tutti i caratteri delle
sconomie arretrate : basso livello di industrializzazione, forte eccedenza di popolazione
 agricola e quindi basso reddito medio.
Bisogna riconoscere che lo sviluppo economico del Mezzogiorno e
delle Isole può coesistere con una intensificazione degli scambi tra il Meri-Jione
 e il resto d'Italia e, quindi, con ulteriore progresso economico di questo
ultimo. Come è stato autorevolmente affermato, si tratta di coordinare opportuni
provvedimenti diretti a risolvere i problemi ciclici o strutturali di economie mature
con quelli diretti a stimolare lo sviluppo di economie arretrate.
Una politica economica razionale deve utilizzare le capacità industriali
delle regioni più avanzate per promuovere il progresso del resto del paese in
modo che si verifichi un'espansione dei mercati ed una conseguente possibilità di
ulteriore sviluppo delle zone più progredite.
Non vi è dubbio che, essendovi in una parte del nostro paese una certa
arghezza di fattori, rari nell'altra parte, una politica favorevole alle regioni meno
sviluppate, basata sulla spesa pubblica e lo stimolo alle spese private, qualora
fosse attuata razionalmente su scala nazionale, non potrebbe incontrare quegli
ostacoli nè determinare quelle conseguenze che si possono osservare nei paesi
coloniali e, in genere, nei paesi arretrati,
te combinazioni dei fattori produttivi non sono rigide, ma variabili entro
imiti piuttosto ampi; nelle principali industrie produttrici di beni di consumo è
possibile una scelta tra processi produttivi più o meno mecceanizzali. Ma anche
ammettendo che in certe industrie il rendimento dei processi più capitalistici fosse
prima facie maggiore, questa non sarebbe ancora una ragione decisiva per escludere
 senz'altro, in paesi sovrapopolati, il ricorso a combinazioni che implicano
minor impiego di capitale e maggior impiego di lavoro.
Occorrerebbe tener conto, infatti, sia dei costi sociali immediati che si risparmierebbero
 mediante una maggiore occupazione, sia dei vantaggi prospettivi di
una intensificazione dell'attività economica, in termini di economie esterne e di
espansione del mercato interno. |
Chi afferma la rigidità delle combinazioni produttive e l'impossibilità di
scegliere le soluzioni più adeguate alla nostra struttura economico-demogreafica
fa discendere le sue conclusioni — esplicitamente o implicitamente — dalla
necessità di adeguarsi ai costi internazionali. Ma questa necessità, nella forma
nella quale viene spesso affermata, è compatibile soltanto con una concezione
 dei vantaggi del commercio internazionale basata esclusivamente sulla
        <pb n="63" />
        54 —

considerazione di costi aziendali, quali possono essere determinati in periodo
breve.
l'insufficienza di tale concenzione è ormai largamente riconosciuta ed ap-5ena
 si intenda l'opportunità di integrare la considerazione dei costi aziendali
di breve periodo con gli effetti di lungo periodo e con la valutazione di van-'aggi
 sociali, si apre un campo assai esteso all’azione della politica finanziaria
che potrà sostituire alle combinazioni dei fattori determinabili in base al tornaconto
 privato, combinazioni diverse e meglio adequate alle disponibilità dei fattori
stessi e al loro costo sociale.
Tale politica finanziaria potrà determinare. le linee dello sviluppo economico
n modo che giuochi tutta una serie di elementi di valutazione, importanti e
"èali, ma che il calcolo dell'imprenditore privato non può tenere in debito conto.
Come scrive Steve, « la politica finanziaria può trovare ampia applicazione
snche di fronte allo specifico problema italiano dello squilibrio tra i livelli eco-1omici
 di diverse regioni. È stato infatti documentato con precisione che tale
squilibrio non discende, o almeno non si spiega che parzialmente con ragioni
naturali, ma deve essere ricondotto a una differenza di condizioni di ambiente
che vanno dalla minor dotazione di servizi pubblici nelle regioni meridionali,
slla povertà dei mercati meridionali, al minor sviluppo delle economie esterne
ser l'industria del Mezzogiorno nel suo complesso, alla persistenza di strutture
sociali arretrate. In una situazione di questo genere non solo non agiscono i
meccanismi spontanei che dovrebbero ricondurre l'equilibrio, dirigendo i movimenti
 dei diversi fattori verso le zone dove sono relativamente più scarsi ed
2guagliando così tra luogo e luogo la produttività marginale dei fattori, ma si
1a in realtà un'azione cumulativa, che qualora non tHrovi correttivi nell'azione
degli enti pubblici, tende ad accentuare la differenza di livello tra regioni ricche
e povere.
Il che si spiega facilmente, anche a parte fenomeni di inerzia o di attrito
5 l'intervento nella condotta economica di elementi non suscettibili di valutazione
monetaria, quando si pensi che nelle regioni arretrate vi è scarsezza di capitale,
nella definizione e nelle dimensioni della contabilità aziendale, ma vi è anche
scarsezza dei fattori ambientali che sono gratuiti per l'imprenditore privato. Siccome
 la produttività che conta per l'investitore è quella globale, del capitale in
senso stretto integrato dai fattori ambientali, è perfettamente plausibile che a
scarsità del capitale corrisponda una bassa produttività marginale del capitale
2 che quindi gli investimenti si dirigano di preferenza non verso le zone dove
| capitale è scarso, ma verso quelle dove è abbondante.
Quindi i dislivelli si possono colmare soltanto con un'azione degli enti
5ubblizi, sia per creare con la politica della spesa una spinta iniziale per lo
sviluppo delle zone arretrate, sia per contabilizzare adeguatamente i vantaggi
che singole iniziative presentano dal punto di vista collettivo ».
Come abbiamo potuto accertare nel corso di questa indagine, il prodotto
"etto privato per abitante della Sicilia, nel 1949 e più ancora nel 1950, è cresciuto
 in misura lievemente superiore a quella dell'aumento del prodotto medio
nazionale. E sebbene il livello raggiunto nel 1950 sia ancora lontano dal livello
        <pb n="64" />
        2

medio dell'intera Nazione, può essere giustificata la fiducia che questo maggior
sccrescimento rappresenti il primo sintomo dell'inizio di una conveniente trasfornazione
 strutturale e che un nuovo ciclo di sviluppo economico-demografico
dell'Isola si sia già inserito in quello precedente.
Ma per poter determinare ulteriori incrementi del prodotto netto siciliano
in misura superiore a quelli corrispondenti della media nazionale, l'assidua e
fattiva opera dell’amministrazione regionale dovrà essere sorretta e completata
dall'azione dello Stato, che potrà esplicarsi soprattutto attraverso quell’art. 38
dello Statuto della Regione che rappresenta una delle più alte conquiste dell'autonomia
 isolana {1}.
Una recente indagine statistica ha consentito di dimostrare che, qualorà la
diversa concentrazione dei redditi familiari si traduca in esplicita espressione
quantitativa, il grado di depressione economica della Sicilia appare ben maggiore
 di quanto risulti da un semplice confronto tra la media dei redditi dell'Isola
2 la corrispondente media nazionale.
l'alta requenza relativa di famiglie siciliane -appartenenti alle classi più
vasse di redditi, rappresenta l’effetto incontestabile del bassissimo livello dei
redditi di lavoro, determinato soprattutto dall'alto grado di inoccupazione.
Non vi è dubbio, quindi, che soltanto un notevole aumento del reddito di
lavoro dell'Isola potrà contribuire decisamente ad accelerare l'evoluzione sociale
_ nei suoi molteplici aspetti — di quelle classi più basse e più estese della
5opolazione, che vivono ai margini della dignità umana.
All’adempimento da parte del Govarno Nezionale dell'impegno sancito
Jall’art. 38 dello Statuto della Regione è condizionata, in gran perte, la possibilità
 per il popolo siciliano di tendere rapidamente a raggiungere quella giuslizia
 sociale — alla quale profondamente aspira — fondata su un più alto tenore
di vita, che gli consenta di progredire nella serenità di un lavoro dignitoso e
econdo.

n

/IANELcI

(11 Secondo l'art. 38 dello Statuto della Regione Siciliana « Lo Stato verserà annualmente alla
Regione, a titolo di solidarietà nazionale, una somma da impiegarsi, in base ad un piano economico,
 nella esecuzione di lavori pubblici. Questa somma tenderà a bilanciare il minore ammontare
 dei redditi di lavoro nella Regione in confronto della media nazionale. Si procederà
ad una revisione quinquennale della detta assegnazione con riferimento alle variazioni dei
jati assunti per il precedente computo »-
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        <pb n="68" />
        al —

SICILIA

PRODOTTO NETTO PRIVATO AL COSTO DEI FATTORI

(milioni di lire correnti}

lav. |

CATEGORIE DI
ATTIVITÀ ECONOMICA

Agricoltura e foreste

\iniere e cave .

ndustrie manifatturiere.

ndustria edilizia .

industria eletir., gas e acqua

Irasporti e comunicazioni

Commercio, credito e assicuraz.

-abbricati

Servizi

TOTALE. .

Differenza fra duplicazioni
asd omissioni. . .

PRODOTTO NETTO. .

1928

3570

32

3

2a

79

22

065

402

135

7 340

— 170

71170

1928

047

48

2 830

[41 990

149.600

106

2 500

2 520

57

42.580 | 47,590

‘4

7.450

7.860

183

3.620

5.450

158

16.250

19320 |

"160 '!

52 160

54 100 |!

623

1.390

1.680 !

453

[7 530

20.260

7.794

285 470

309.380

190 | — 4 500

— 5 750

7604 | 280.970

303.630 |

| OA

150.850

4.250

52.340

8.050

6 260

21 190

55 64230

2430

20 410

321 410

— 7110

314.300

1950

178.260

4 610

56.820

9 980

7.340

22.970

61.850

3,290

21 440

366.560

— 8.710

357.850
        <pb n="69" />
        — 62

ITALIA

PRODOTTO NETTO PRIVATO AL COSTO DEI FATTORI

«miliardi di lire correntt

lav. Il

CATEGORIE DI 19
ATTIVITÀ ECONOMICA 26

2A

Agricoltura e foreste

29 236

38,21

Miniere e cave

0,71

0.79

industrie manifatturiere

195

23 68

Industria edilizia .

} 66

2,73

Industria elettr., gas e acqua

1,23

3.44

lrasporti e comunicazioni

6.71 |

7.13

Commercio credito e assicuraz.

5.40 | 17,77

‘abbricati

7.61

3.30

Servizi

5.55

7.09

[OTALE

[11.18

119.14

Sifferenza fra duplicazioni
20 omissioni .

—_ 303

— 3,29

RODOTTO NETTO . .

108.15

115,85 |

247

979

6

1,514

31

"7

20

7019

&amp;gt;

240

i 4,031

— 85

4.846

248

2.180

32

{707 |

153

47

200

777

13

267

5.586 |

_ 119

5.467 |

49

[.950 |

27

1.846 |

50 |!

42

259

243

33

2834

5.644 |

_—_— 160

5.484

1950

2.000

39

2.015

220

165

375

328

296

6.082

— 199

5.883
        <pb n="70" />
        43 —

SICILIA

COMPOSIZIONE PERCENTUALE
DEL PRODOTTO NETTO PRIVATO AL COSTO DEI FATTORI

lav. IH

CATEGORIE DI
ATTIVITÀ ECONOMICA

Agricoltura e foreste

Miniere e cave .

ndustrie manifatturiere.

industria edilizia -

industria elettr., gas e acqua

"rasporti e comunicazioni

Commercio, credito e assicuraz»

-abbricati

Servizi

O7TALE ;

928

1938

247

in 44 |

49 14 |

19 74

A0

136

0,88

[38

1.00 |

[4,91

i.59

261

44

135

1.27

176

3,88

5.69

4151

|4A.88

827

3 20 | 7,99

‘49

3.93

7,81

5.14

100,00 | 100,00 | 100,00 |

AR

18.36

14

15 38

754

[1.76

749

)54

5,55

100,00 |

AO

146,93

229

‘4.28

95

_A9

173}

)76

4.35

100,00

IE£0

18.63

‘26

‘5,50

372

: 00

,,27

16,87

0,90

585

100,00
        <pb n="71" />
        - 54

' TALIA

COMPOSIZIONE PERCENTUALE
DEL PRODOTTO NETTO PRIVATO AL COSTO DEI FATTORI

lay. IV

CATEGORIE DI
ATTIVITÀ ECONOMICA

Agricoltura e foreste

Viiniere e cave

ndusirie manifatturiere

industria edilizia

ndustria elettrica, gas e acqua

’rasporti e comunicazioni -

Commercio, credito e assicuraz.

-abbricati

Sar

7a

&amp;gt;.

ALE

1928

19282

25.40

32.07

NAa4

0.66 |

26.04

380.27

} 20

2.29

791

} 0

404 | 599

3.85

[491 |

RA

4 97

= 89

RR 95

‘00.00

100.00 |

47

942

10,13

29.03 |

0.73

3).57

30.70

30.56

2.66

2.74

[ 76

2.643

4 AG

5.37

[4,238

13.91

n.31

MAL a

1.87

1.78

100.00 | 100.00

AQ

250

34,55

279 8A

n.65

D.64

227.71

33,13

2.66

3.62

252 |

2,7]

6,36 | 617

14.94

15.26

0.58 |

0,72

5.03

4.87

[00,00

100.00
        <pb n="72" />
        A

SICILIA

INDICI DEL PRODOTTO NETTO PRIVATO AL COSTO DEI FATTORI
(base: 1938 = 1)

iov. V

CATEGORIE DI
ATTIVITÀ ECONOMICA

Agricoltura e foreste

Miniere e cave |,

industrie manufatturiere

Industria edilizia -

ndustria elettr, gas e acqua

[rasporti e comunicazioni

Commercio, credito e assicuraz.

“ abbricati

Servizi

TOTALE

Differenza {ra duplicazioni
dd omissioni .

PRODOTTO NETTO .

1928

} 932

3.972 !

N) 974

032?

).978

).924

noia

3.266

N 60

n.942

0.895

0.943 |

1928 |

[00

I 00

00

: 00 |

‘ 00 |

LO0

00

00 !

:.00 |

00 |

00

1.00 |

"OA?

17,07

23,58 |

49 68 |

40.08 !

1978 |

15.48

44 97

2.23

38,70

206 63

22 A%

36.95 ©

1948

20 (06

33,21 '‘

55.53

63.39 |

29.78

42.18

AG. GA

2.70

14,72

29 70

230.26

39,03

2A9

39 39

40 09

1.07

64.92

2A 21

16.27

{7 96

’ N

AR 06

11 24

27 47

41 33

‘1£0

16,54

43,49

66.30

80.48

10 11%

10,15

53.32

&amp;gt;. 28

17.33

17 02

{15.84

47.06
        <pb n="73" />
        rel

| TALIA

INDICI DEL PRODOTTO NETTO PRIVATO AL COSTO DEI FATTORI
(base: 1938 = 1)

av. VI

CATEGORIE DI
ATTIVITÀ ECONOMICA

Agricoltura e foreste

Miniere e cave

Industrie manufatturiere

industria edilizia .

Industria elettr., gas e acqua

Trasporti e comunicazioni

Commercio, credito e assicuraz.

abbricati

SO TVIZI

TOTALE

differenza fra duplicazioni
sd omissioni .

"RODOTTO NETTO . .

19282

‘928

Q4A7

0230

L,00

51 79

1.899

00

45 51

1.860 | 1.00

44,95

) 974

1.00

47,98

}.939

100

75 19

p941 !

[LO0N

30.35

1.867

‘00

319,90

p917 |

[00

[81

n.924 |

100

22 5

1933

L.00

41 39

) 921

"00

25 84

3,933

1,00 | 41,83

4A

57,05

10.51

10.68

56 04

12 72

1? 028

1372

77

37.66

46 29

24 17

17,19 |

i949

5103 |

46 84 |

54,81

54.94

41 22

30.35

17 AA

202

LO 06

4727 !

18.63

47,34

250

52,34

49 37

59,83

20,51

47,96

52,59

n2,22

5.30

41,75

51.05

AO 49

50.78
        <pb n="74" />
        VALORI DEL PRODOTTO NETTO PRIVATO SICILIANO

:N PERCENTUALI DEI CORRISPONDENTI VALORI NAZIONALI

av. VII

CATEGORIE DI
ATTIVITÀ ECONOMICA

Agricoltura e foreste

\diniere e cave .

industrie manufatturiere

ndustria edilizia . .

ndustria elettr., gas e acqua

frasporti e comunicazioni

“ommercio credito e assicuraz.

Fabbricati

erviz

TOTALE

Differenza fra duplicazioni
ad omissioni. .

?RODOTTO NETTO . .

OA

19238 | 1947

} 07

0.02

7.17

451° 13.42

4.94

1.88

2,54

721

9

LEA

569

54

5.32

116 '

20

4.42

7 20

a)

1.53

726

[

751 |

327!

Lf

29

720 |

AO

A

79

-

1.77

1.29

5,63 !
6.56 !

1.80

942

1.86

[100

} 70

5.14

271

AA

n.96

7,230

7.59

RA

‘2

155

Q4Q

7,74

(1.49

722

pa

1 41

- 90

60

‘26

ù

A)

14

179

250

20]

11,82

},82

| 54

145

3.12

5.66

748

7.24

502

:.38

508
        <pb n="75" />
        INDICI DEI PREZZI E FATTORI DI RIDUZIONE A LIRE DEL 1938

cav. VIII

ANINII

1911
1928
1938
1947

1948
[049

1950

Numeri indici (base: 1938 = 1)

dei prezzi
jl'inarosso

del costo
della vita

196

3,228

050

1,007

00

’.00

31,59

15,75

54,43
31,69

18,44

19,15

19.05

48.49

Indici medi
geometrici

),211

[028

00

{8.58

51,35

50,40

18,77

Fattori
di riduzione
a lire del 1928

4,73934

0,97276

|,.00000

0,0205868

0,01947

0,01984

0,02050

PRODOTTO NETTO PRIVATO IN LIRE CORRENTI ED IN LIRE DEL 1938

lav. IX

ANNI

1911
1928
1938
1947
‘048
1949
1950

Prodotto netto in milioni
di lire correnti

Sicilia

Italia

..301

17.400
108.150

7.170

7.604

115.850

280.970
303.630
314.300

4.846.000
5.467.000
5.484.000

357.850

5.883.000

Prodotto netto in milioni
dj lire del 1938

Sicilia {S}

Italia {1}

6.165,88

82.464,52
105.203,99

6.974,69

7.604,00
5.782,36
5.911,68
6.235,71

115.850,00

99.730,68
106.442,49
108.302,56
120.601,50

1.335,92

&amp;gt;

A

1,48

6,63

6.56

5,80

5,55

573

5,08
        <pb n="76" />
        PRODOTTO NETTO PRIVATO MEDIO PER ABITANTE
IN LIRE CORRENTI ED IN LIRE DEL 1938

lav. X

ANNI

‘011

19028

1938

1947

1948

[040

1950

Popolazione

Prodotto netto medio
5er ab. in lire correnti

Prodotto netto
medio per ab.
n lire del 1938

Sicilia | Italia

sicilia

Italia

Sicilia | Italia

3.663.400 | 34.680.700 |

355,13 |

501,72

1 683,08

| 337782

3 822.800! 40.219.000 | 1.875,10}

2.689,03 | 1.824,02 | 2.615,78

3.985.400 |

43.291.200 | 1.907,96

2.675,38

‘1.907,96 !

2.675,88

1.249.000 | 45.131.000
1.310.000] 45.657.000 '
ES 46,131.000

66.126

[07.376

1 360,87 | 2.209,80

70.448

119.741

137162 | 2.331,36

72 054

118.879

1 429,55 | 2.358,56

1 406.000 | 46.541.000 ! 81.219

126.405

1.664,99 | 2.591,30

So,

70,78

69,73

71,30

61,58

58.83

60,61

64,25

[INDICI DEI PRODOTTI NETTI PRIVATI E MEDI PER ABITANTE
IN LIRE CORRENTI ED IN LIRE DEL 1938
(base: 1938 = 1)

av. XI

ANNI

1911 |

928 |
038 |
1947 |
1948 |
‘949 |

1950 |

°rodotto netto
n lire correnti

Prodotto netto
n lire del 1938

Sicilia |!

Italia”

Sicilia‘

Italia

0171 | 0.550 | 0,851 |

0,712 |

0.943

0,933

0,917 |
000 |!

0908 |

1,00 |!

| 00

L.000

36,95
39,93
41,33 |

41,83

0.760

0,861

47,19
47,34 |

0,777

0.919

0.820

0,939 |!

47,06

50,78

0,965 |

041 |

Prodotto netto
medio per abit.
| lire correnti

Prodotto netto
medio per abit.
in lire del 1938

Sicilia

Italia

icilia

Italia

0,186 |

0,187 !

0882 | 0,889

0.983

1,005

0.956

0,977

1,00

1.00

1,000

1,000

34,66

40,13

0,713

0,826

36,92 |

44,75 |

0,719

0,871

37,76 | 44,43 |

0,749

0.881

42,57

47,24 | 0,873

0,968
        <pb n="77" />
        V

DISTRIBUZIONE REGIONALE DEL PRODOTTO NETTO PRIVATO ITALIANO DEL 1928
lav. XII

RI PARTIZIONI TERRITORIALI

’jemonte

iguria .
ombardia -

/enezia Tridentina

/eneto

/enezia Giulia e Zara

:milia .

‘oscana

Viarche

Jmbria

azio .

Abruzzi e Molise

ampania

uglie .

ucania

Calabria

Sicilia .

Sardegna

TALIA SETTENTRIONALE
TALIA CENTRALE. .
TALIA MERID. E INSULARE
ITALIA .

odotto netto

nilioni
di lire

°° sul
totale

[4,492 !

13,40

5.472

5,06

20.667 | 19,13

1,947

1,80

8.739

8.08

2.617 |

2.42

3.836

8,17

3.209

7,59

2,433

2,25

1.730

1,60

5.674
2.477
6.867
1,477
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DISTRIBUZIONE REGIONALE DEL PRODOTTO NETTO PRIVATO ITALIANO DEL 1938
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RIPARTIZIONI TERRITORIALI

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106,33

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8,03

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3.879.000 ' 113.808

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RIPARTIZIONI TERRITORIALI

Piemonte

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Viarche

Jjmbria

.azio -

Abruzzi e Molise

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Calabria

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159.462

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103,35

119 458

7,13

3.128.000

134.098

[06,09

128.838

2,19
1,65

1.355.000 © 95.083

75,22

97,069

795.000

[22.099

96,59
101,05

411.810

7,00 !

3.224.000

127.733

123.190
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2,06

1.670.000

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57,4}

5,80

4.257.000

80.154

03,41
57,53
55,55
51,94

3,90

3.156.000

72.699

43.534

0.74

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70.216

131.779 !

2,24

2.007.000

65.660

357.850 |

6,08

4.406.000

81.219

64,25

102.364

1,74

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82.022

f4,89

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100,00

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8.502.000
17.364-000
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133,87
98,37
60,47
100,00
        <pb n="83" />
        DISTRIBUZIONE REGIONALE DEL PRODOTTO NETTO PRIVATO ITALIANO
IN LIRE DEL 1938
{milioni di lire)

lav. XVI

RIPARTIZIONI TERRITORIALI

Piemonte .

iguria .
ombardia

/enezia Tridentina
Jeneto .

/enezia Giulia

:milia

l’oscana

Marche

Jmbria

azio

Abruzzi e Molise

Zampania

uglie

.Uucania

-alabria

Sicilia -
Sardegna +.

ITALIA SETTENTRIONALE .
ITALIA CENTRALE .
ITALIA MERID. E INSULARE.
ITALIA.

1928

1938

{4.097

15.616

5.323

5.931

20.104 |

22.996 |

1.894 | 1.992

8.505 | 9.453 |

2.546 |

2.826

8.595

9198

7.985

8.526

2.367

2,525

1.683 |

1.865 |

6.492 i

7.623

2.410

2.409

6.680 |

7.175

4.355 |

4.667

863

892

2.493

2.571 i

6.975

7.604 |
1.981 |

|.841

61.060
18.527 .
25.617 !
105.204

68.012
20.539
27.299
15.850

|94/

| O 48

!QAY

12.946

14.294

14.470

4.937

5.567 |
23.213 | 23.218

5.647

20.117 |

1.795

1.927 |

1.937

8.118

8.419 '

8.759

1.745
8.168

1.895
8.622

1.980

8.737

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7.910

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7.240 | 7.398

2.415

1.795

7.714

2.234 |

2.161 |

2.274

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5.961

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4.330

828

788 | 827

2.413

2.363 | 2.48}

5.782

5.912 |

6.236

1.755 |

1.756 | 1.850

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1950

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26.010
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2.207
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.892

2.701

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2.998

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21.672
27.21}
120.601
        <pb n="84" />
        INDICI DEL PRODOTTO NETTO PRIVATO REGIONALE IN LIRE DEL 1938
(base: 1938 — 100)

av. XIX

RIPARTIZIONI TERRITORIALI

jemonte

iguria

ombardia

Venezia Tridentina -.

Jeneto .

Venezia Giulia

Emilia

‘oscana

Viarche

Jmbria

Lazio

Abruzzi e Molise

Campania

uglie

ucania

Calabria

Sicilia ;

Sardegna . ;

ITALIA SETTENTRIONALE . |
ITALIA CENTRALE - |
ITALIA MERID. E INSULARE.
ITALIA. e

928

40,27

89,75

87,42 |

9505 |

29 93 |

20,09

23 44

33.65 |

93.74

90.24 |)

85,16

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96.75

96,97

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89,78
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922

100.00

100,00

100,00 |

100,00 :

100,00

100,00

160,00

100 00

100,00

100,00

100.00

100,00

10000 ©

[00,00 !

100,00

{00.00

100,00 |

100,00

100,00
100,00
100,00
100.00

147

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838,80

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90,85 |

88,26

94,98

| 92,74

84,10

90,61

92,83

93,85

76,04

88,59

85,02
90,71
85,26
86,09

| 948

9753

93 86

100,94

96,74 |

89,06

67,06 |

93,74 |

924643

92.32

94,75

Ì

97,05

89,71

83,08

8939

88,34

91,9}

77,75

88,64

94,01
94,43
84,67
91 88

1949

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95,21

100 97

97 24

92 66

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94 99

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101.19

94,40

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92.78

97271

96 50

82,01

923.39

95,20
96,57
88,72
93,92

1950

|

103,33

106,34
113,11

107,18

100,53
78,10

102,40

100,86

104,59

106,70

110,74

103,11

97,49

100,77

100 00

105,06

96,48

105,91

105,45
105,52
99,68
104.10
        <pb n="85" />
        PRODOTTO NETTO PRIVATO REGIONALE PER ABITANTE
IN LIRE DEL -1938

lav. AR

RIPARTIZIONI TERRITORIALI

’ijemonte -

iguria .
ombardia

Jenezia Tridentina -

Jeneto . .

lenezia Giulia

milia

“oscana

JNarche

Jmbria

azio

\bruzzi e Molise

ampani&amp;amp;

’uaglie

Uucania

-alabria

Sicilia .

Sardeana -

ITALIA SETTENTRIONALE . |
‘TALIA CENTRALE ; ,
ITALIA MERID. E INSULARE.
ITA!A . . .

228

938

947

1.071 | 4.424

3.639

3.784

3.947 |

3.293 |

3.717 | 3.914 | 3.184

2.895 | 2.834 | 2.602

2.080

2.222 | 2,133

2.640

2.768

1.926

2,719

2.767

2.364

2.800

2.873

2.429

[.978

1.990

1,725

7.480

3.555

2121 !

2.876 |!

2.755

22365

| 654

1.532

1.374

982 1 1,913

1.482

[813

1.742

1.406

751

1.633

1,391

554

1.460

1.252

1.824

1.908

1.361

[961

1.879

L 479

3.190
2.652
1.818
2.616

3.365
2.656
1.779

2.858
2.262
1,397
2,210

2.676

248

4.005

3.675

3.641

2.756

2188

2071

2.479

2.555 |!

1,741

2.257

2.369

1.316

1.440

1.364

1,304

1.207

1,372
1.454

3.134
2.327
1.366
23231

AO

4,044

3.688

3.609

2.735

2.258

2.148

2.497

2,542

1,792

2.272
2.429
1.372

1.481

1.393

1,351

1.250

1.430
1.505

3.153
2.354
1.412
2.359

‘950

4.496
1.088
4.011
2.977
2.438
2.383
2.678
2.749

1.949 7
2.503
2.619
1.488

1.643
1.490
1,439

1.346

1.665
1.681

3.469
2.549
1.567
2.591
        <pb n="86" />
        (NDICI DEL PRODOTTO NETTO PRIVATO REGIONALE PER ABITANTE
IN LIRE DEL 1938. -- (base 1938 = 100)

rav. XXI

RIPARTIZIONI TERRITORIALI

Diemonte -.

iguria .

ombardia

Venezia Tridentina

Jeneto  . .

/enezia Giulia.

:milia

Toscana

\Aarche

jmbria

azio

Abruzzi e Molise

Campania

uglie .

ucania . -

Calabria .

Sicilia ‘

Sardegna - &amp;amp;

TALIA SETTENTRIONALE .
TALIA CENTRALE . .
TALIA MERID. E INSULARE.
ITALIA -. .

928

32 02

25.87

94,97 !

102,15

9361:

45,38 *

98,26 |

27 46

21940 |

327,06 !

104.39 |

107,96 |

‘03.61 |

104.08

107.223

106.44

35.60

04.36

94,80
99,85 |
02,19
9776 |

1938

1947

IAN

AO

100.00 1

82,26

90,53

91,41

100.00 | 83,43

93,11 |

93,44

100.00 |

81.35

93,02 | 92,21 |

(00,00 | 95,81 |

97,25 | 96,51 i

100,00 | 95,99

98,47 | 101,62

100.00

| 69,58 1 74,82 |

77.60

100.00 | 85,43

|

89 59 |

90,24

100.00

8455 |

88,93

88,48

100.00

86,68

87,49 !

90.05

100.00 |

83,01

38.34 |

88.92

100,00 | 85,84

85.99 |

20 17

{00.00

89,69

Ì.

85,90 |

29 56

100,00

77,47 |!

75,27 |

77.42

100.00 !

80,71 |

78,30 |

7997

(00 00 |

85.18 |

79.85

8273

100.00 | 85,75 |

82,67

85.62

10000 | 71,33 !

71,91

74 95

‘00 00 !

78.71 |

77,38

80.10

100,00
100,00
100,00
10000 !

84,93
85,17
78,53
82.59 |

93,13
87,61
76,78
87.13

93,64
88,63
79,37
88 15

950

101,63
103,57

102,48

105,05

109,72

86,09

96,78

95,68

97,94

97 96

95,06
97,13

25 89

85.53
88,12

92.19

87.26

89,46

103,09
95,97
88,08
96.82
        <pb n="87" />
        '}

ITALIA

RAPPORTI PERCENTUALI DI COMPOSIZIONE DEL PRODOTTO NETTO PRIVATO
av. XXII

\}N A!

928

1938

1947

1948

949

‘950

Agricoltura e
Foreste

315.40

32,07

10.13

39 03

34,55

32 88

ndustria e

trasporti

38,07

10,10

10,32

11,87

14,90

16 27

Altre attività

26,59

27,83
[9,55

1910

20,55

20.85

tale

- 00.00

100,00

[00.00

00.00

00,00

[00.00

SICILIA

RAPPORTI PERCENTUALI DI COMPOSIZIONE DEL PRODOTTO NETTO PRIVATO

“av. XXIII

A\NJNI

1928
1938
1947
1948
1949

[9050

Agricoltura e
Eoreste

18,64

19 14

19 74

18.36

16,93

18.63

Industria e

‘rasporti

22,72
22,18

25,36

27,06

28,65
27,75

Altre attività

28.64

28,68

24.90

24 58,

24 42

23.62

lotale

i00,00

-00.,00
[00,00

100.00

[00.00

[00,00
        <pb n="88" />
        DISTRIBUZIONE REGIONALE DEL PRESUNTO PRODOTTO
NETTO PRIVATO ITALIANO DEL 1911

"av. XXIV

RIPARTIZIONI TERRITORIALI

Piemonte

.iguria .

ombardia

/eneto

‘milia .

oscana

\Marche

Umbria

azio -

Abruzzi e Molise

Campania -

uglie .

2asilicata

Calabria

Sicilia

Sardegna

TALIA SETTENTRIONALE
ITALIA CENTRALE . ;
ITALIA MERID. E INSULARE

PALLA

Prodotto netto

milioni | °/o sul
Ji lire totale

&amp;gt; 250

12,93

263

4.96

3 304

18,99

|.599

919

1 477

8.49

1.543

8.87

158

2.63

"i

1 92

AA

4139

77

2,74

..281 | 7,36 |

799 | A.,59

65

0.95

149

258

301 |

7.48

236

192

}.493
3.099
1 808

54,56
17.81

27.63

7 400

[00.00

Popalazione
 al
30 giugno

3.430.500

[1.199.700

4.796.400

3.537.600

2.681.500

2 695.400

[ 092.800

685.900

1.303.800 |!

1.430.900

3.305.600 |

2.127.900

473.900

1.403.000

3.663.400

852.400

15.645.700
5.777.900
‘3.257.100 |!

24.680.700

Prodotto netto
medio per abitante

Lire

Indici
‘med. naz.
= 100)

655,88 | 130,73

1 71935 | 143,38

| 688.85

137.30

| 452 00

90,09
109,78

550.81

572 46

114,10

419 11

83,53
97,06
(16.79

486.95

585.98

2223 236

66,44
77,24
74,84

387.52

275,49

248 17

69,39
63,79
70,78

220 03

255 13

294 18

18,57

606,75
536,35
362.67

120,93
106,90
7228

| 501.72

100.00
        <pb n="89" />
        PRESUNTO PRODOTTO NETTO PRIVATO REGIONALE E PER ABITANTE
DEL 1911 IN LIRE DEL 1938

lav. XXV

RI PARTIZIONI TERRITORIALI

’iemonte -

iguria.

ombardialeneto



-milia .

Toscana

Viarche

Jmbria

azio .

Abruzzi e Molise

Campania .

Puglie .

3asilicata

Calabria
Sicilia -

Sardegna

ITALIA SETTENTRIONALE .
ITALIA CENTRALE . ;
ITALIA MERID. E INSULARE.
TALIA

Prodotto netto privato

in milioni
Ji lire

Indici
{base 1938
= 100)

0.664

648,29

1.090

58,96

5.659

68 09
80,16
76,10
85,77
85,98
84,88
47,50

7.578

7.000

7.313

3170

583

3.621

2 261

93,86
84,61
81,14
87,67
82477
81,09
80,36
66,15
71,51
83,47

5.071

3.787

782

2.128

n.166

|.592

14.991
14.687
22.787

32.465

71.18

Prodotto netto medio
ver abitante

in lire

Indici
(base 1938
= 100)

3.108

70,25

3.409

26.37

3.265

83.42

2.142

26 40

2.610

94,33

2,713

94 43

1.986

939 80

2.308

90,33

1.777

100,80

1.580

103,13

}.837

96,03
102,18
101,04

1.780

[1.650

[1.517

103,90

}.683

88,21

{1.868

99 41

2.876
2.542
1.719

85,47
96,63
94 55

2.378

38.86
        <pb n="90" />
        Big 129 mai 23. 6. 56.

ì

’}

STIME E CENSIMENTI DELLA POPOLAZIONE SICILIANA

av. XXVI

Anni

501

548

[570

574

583

‘505

15907

1615

1623

1637

1642
1651
1681

1714
1737

748

Popolazione

+.017.875

‘010.087

-.061.523

1.098.010

1.089.551

1.059.544

/.047.904

[.158.687

1.167.144

[297.736
|.208.441
1.191.814
1.287.799
}.333.432
1.475.607

1502433 |

densità

ser Km?

A

29 5

[1.3

27?

2.1

ra dl

0.8

E.

0,5

17,0

li

10,5

58.4

Anni

: 708

800

1809

1814
‘822

1831

1861
1871

1881

1901

1911

1921

1931

19036

1046

1050

’opolazione

{915.745

}.925.155

1.980 702
2.023.665

1.940.009

1.943.366

2.392.414 (*)

2.584.099 (*)

2.927.901 (*)

3.529.799 (*)

3.672.251 (*)
3.652.377 (*)

3.896.966 (*)

3.970.988 (*)

4.217.000 (**)

1.462.400 {**)

Sensità

Ser Km?

!4,5

714,9

70

18.7

755

75,6

33,1

100,5

13,9

137,3

142,9

142,1

151.6

54,5

:64,0

172,2

*) Dati rilevati dai censimenti — (**) Popolazione calcolata a fine anno.
        <pb n="91" />
        ELENCO DELLE TAVOLE NUMERICHE DELL'APPENDICE

Tav. , - SICILIA - Prodotto netto privato al costo dei fattori.
rav. + - ITALIA - Prodotto netto privato al costo dei fattori.
lav. Ill - SICILIA - Composizione percentuale del prodotto netto privato al costo dei fattori.
av. IV - ITALIA - Composizione percentuale del prodotto netto privato al costo dei fattori.
av. V_- SICILIA - Indici del prodotto netto privato al costo dei fattori.
“av. VI - ITALIA - Indici del prodotto netto privato al costo dei fattori.
“av. VII - Valori del prodotto netto privato siciliano in percentuali dei corrispondenti valori
nazionali.
‘av. VIII - Indici dei prezzi e fattori di riduzione a lire del 1938.
18aVv. IX - Prodotto netto privato in lire correnti ed in lire del 1938.
lav. X - Prodotto netto privato medio per abitunte in lire correnti ed in lire del 1938.
Tav. XI - Indici dei prodotti nett' privati e medi pe rabitante in lire correnti ed in lire del 1938.
Tav. XIl - Distribuzione regionale. del prodotto netto privato italiano del 1928.
Tav. XIII - Distribuzione regionale del prodotto netto privato italiano del 1938.
lav’ XIV - Distribuzione regionale del prodotto netto privato italiano del 1947.
lav. XV - Distribuzione regionale del prodotto netto privato italiano del 1948.
Tav. XVI - Distribuzione regionale del prodotto netto privato italiano del 1949.
lav. XVII - Distribuzione regionale del prodotto netto privato italiano del 1950.
Tav. XVIII - Distribuzione regionale del prodotto netto privato italiano in lire del 1938.
Tav. XIX - Indici del prodotto netto privato regionale in lire del 1938.
Tav. | XX - Prodotto netto privato regionale per abitante in lire del 1938.
Tav. XXI - Indici del prodotto netto privato regionale per abitante in lire del 1938.
Tav. XXII - ITALIA - Rapporti percentuali di composizione del prodotto netto privato.
lav. XXIII - SICILIA - Rapporti percentuali di composizione del prodotto netto privato.
Tav. XXIV - Distribuzione regionale del presunto prodotto netto privato italiano del 1911.
lav. XXV - Presunto prodotto netto privato regionale e per abitante del 1911 in lire del 1938.
lav. XXVI - Stime e censimenti della popolazione siciliana.
        <pb n="92" />
        Prodotto netto privato medio per abitante

in lire del 1938

SICILIA

I TALIA

ANNI

1950

— SS m—

ln
i

2000 1500 1000 sb0

+
I

LIRE

1949

1948

1947

1938

1928

_

pu
ee

pe
eni

e”
wr

:
3

s00 1000 1500 2000 2500

.iRE
        <pb n="93" />
        Prodotto netto privato medio per abitante

in lire del 1938

TP)
a

OZ

LL

D

La superficie del quadrato, in ciascuna regione, è proporzionale
3ll'ammontare in lire del prodotto netto privato medio per abitante.
        <pb n="94" />
        Prodotto netto privato medio per abitante

in lire del 1938

- +

uo
e

JA

+

F}
=}
e

La superficie del quadrato, in ciascuna regione, è proporzionale
3ll'ammontare in lire del prodotto netto privato medio per abitante.
        <pb n="95" />
        Stampato coi tipi della :
Tadusiia Grafica “Hi astonale
5. COSENTINO &amp;amp; G. SCONZO
PALERMO
via della Cera, 33 - Tel. 12.153
Aprile 1952
        <pb n="96" />
        <pb n="97" />
        <pb n="98" />
        <pb n="99" />
        <pb n="100" />
        <pb n="101" />
        <pb n="102" />
        <pb n="103" />
        <pb n="104" />
      </div>
    </body>
  </text>
</TEI>
