Il - LA STRUTTURA DELLE INDUSTRIE AGRARIE

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Pur tenendo conto della diversa qualità della produzione che si ottiene
nelle singole regioni, e pur non volendo attribuire a questi dati un significato
 assoluto, data la loro origine estimativa di larga massima, la tab. 11
sottolinea l’esistenza, già per altri aspetti nota (1), di un legame tra agricoltura
 e industrie trasformatrici più forte nel Mezzogiorno che nel Nord,
in quanto che il 23,8% della produzione lorda vendibile meridionale esce
dalla azienda allo stato di prodotto già trasformato mentre nel Nord ne
esce in tale stato solo il 13,6%. Questi valori possono contribuire a spiegare
il fenomeno della maggiore polverizzazione che si riscontra per il settore
di industrie in questione nel Mezzogiorno, in quanto le -unità. che permangono
 entro l’ambito aziendale, non possono, per evidenti motivi, assumere
dimensioni di una certa consistenza, specie se si limitano a lavorare i
soli prodotti ottenuti nell’azienda del gestore dell’industria.
E che la produzione trasformata direttamente dagli agricoltori del
Mezzogiorno non provenga, per lo più, se non da unità industriali minime
è dimostrato dallo scarsissimo sviluppo che in tale circoscrizione hanno
raggiunto le cooperative. -
Al 31 dicembre 1948 (2) le cooperative per la trasformazione dei prodotti
 agricoli erano in tutta Italia 915, di cui appena 49 dislocate nel Mezzogiorno;
 queste, in media, raggruppavano 156 soci per ciascuna, mentre
quelle del Nord ne raggruppavano 96; il capitale ammontava a 210 milioni
circa, di cui poco più di 71 milioni sottoscritti dai cooperatori del Mezzogiorno.

Nel 1937, per il quale anno soltanto si conosce la ripartizione degli
impianti cooperativi tra i vari rami di industrie agrarie, risultavano nel
Mezzogiorno 80 latterie e caseifici, 26 cantine, 3 distillerie. 14 oleifici,
6 molini e 13 essiccatoi di tabacco.
Le poche cifre riportate sono sufficienti a fare comprendere quale
modesto apporto abbia finora dato il movimento cooperativo del Mezzogiorno
 allo sviluppo delle industrie agrarie. Per quanto riguarda il futuro
sembrerebbe pertanto di dover contare più su forme che, almeno in un
primo momento, non si potranno chiamare cooperative, dato il carattere
non propriamente volontario che esse assumeranno: si intende alludere a
quegli impianti per la trasformazione dei prodotti che gli enti di riforma
dovranno mettere a disposizione dei nuovi piccoli proprietari, i quali, solo
se convenientemente assistiti e guidati nella fase di avviamento della
industria — fase che non si prevede breve — potranno un giorno trasformarsi
 in veri cooperatori.

(1) Vedansi in proposito le Monografie per singole industrie pubblicate dallo
ISTAT, in occasione del Censimento industriale e commerciale 1937-39.
(2) Vedasi: « Informazioni SvimeEz », Le Cooperative agricole nel Mezzogiorno. n. 3.
Roma 1953.