VIII + PROBLEMI DELL'INDUSTRIA CONSERVIERA.

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Tale attività industriale assorbì, nel suo complesso, 7.247.829 q.li di
frutta, ortaggi e ingredienti vari per la relativa lavorazione e confezionò
2.711.160 q.li di prodotti. Basterebbe il dato medio a far intendere, sia
pure grossolanamente, la scarsità dimensionale della maggior parte delle
attrezzature, tanto più se si pensa che nell’anno del Censimento il 55,5%
dei prodotti si concentrò in 46 esercizi e che questi, insieme ad altri 59,
rappresentarono il 70,6% della produzione conserviera.
Appare evidente l’enorme numero di esercizi di ridotta potenzialità.
Nel periodo bellico e postbellico questa frammentaria attività industriale,
la cui attrezzatura si riduce talvolta a strumenti primordiali, anzichè subire
l’azione selezionatrice della congiuntura difficile, ha tratto da essa motivo
per ravvivarsi, agendo entro i margini, allargati dalla guerra, della illegalità
e della più bassa speculazione. Mentre le grandi imprese lamentavano la
carenza di banda stagnata, di zucchero, di frutta e ortaggi, tutta una minuta
attività lavorava con banda stagnata di recupero (il cui impiego è proibito),
con dolcificanti di provenienza la più disparata, con prodotti di assoluto
scarto, che una volta trasformati avrebbero dovuto, a termine di legge sanitaria
 vigente, essere decisamente esclusi dal commercio.
D’altra parte, durante la guerra la fornitura alle truppe e, in seguito,
il bassissimo potere di acquisto del mercato, che non era più in grado di
sostenere le spese per prodotti di qualità, favorirono il generale abbassamento
 del tono produttivo. In ciò, purtroppo, anche i medi e grandi impianti
non andarono esenti da responsabilità. E tra le cause della mancata ripresa
della nostra esportazione, non ultima è, appunto, quella relativa alla qualità
dei nostri prodotti, che in questi ultimi anni più volte sono stati rifiutati,
specie sul mercato inglese, perchè non corrispondenti ai requisiti voluti.
FE’ tuttavia da credere che le gravi prove subite e le norme selezionatrici
imposte dai paesi importatori contribuiranno a respingere verso posizioni
sempre più difficili la produzione scadente, la quale, nello stesso migliorato
 tenore di vita della popolazione locale, troverà l’altra barriera allo
smercio dei prodotti non qualificati.
E’ da prevedere pertanto in un futuro abbastanza prossimo la scomparsa
 di un notevole numero di piccole attività; sarebbe auspicabile che il
loro posto venisse preso da alcuni impianti moderni, capaci di valorizzare
pienamente la produzione locale.
Ma in vista di un eventuale potenziamento della coltura ortofrutticola,
si prospetta per l’industria conserviera, specialmente del Mezzogiorno, un
altro aspetto di quella riforma di struttura che già l’enorme numero di
esercizi male in arnese rende indispensabile.
Se è vero infatti che l’industria conserviera deve mirare a rifornire in
larga misura i mercati esteri, è evidente che essa dovrà porsi in grado di
offrire quei prodotti che i consumatori stranieri più richiedono. E in proposito
 è dato di vedere come il gusto di essi si sia andato modificando con l’andare
 del tempo a tutto scapito dei tradizionali prodotti conservati e con un
orientamento sempre più spinto verso prodotti che la moderna tecnica si è