IX - L'INDUSTRIA CONSERVIERA IN CAMPANIA

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alle tre lavorazioni, che nel loro insieme meglio consentono la normalizzazione
 del calendario di lavoro e lo sfruttamento integrale dei mezzi di produzione.
 Ed è appunto in queste ragioni che va ricercato il motivo della
mancata specializzazione del settore in questione il quale a sua volta, per la
modestia delle quote di frutta e di ortaggi che gli affluiscono, non trova
convenienza a vivere indipendente.
In linea del tutto indicativa si può ritenere che la potenzialità lavorativa
 per i piselli in scatola si aggiri sui 70.000 quintali e quella per i fagiolini
sui 40.000 quintali e sono questi gli ortaggi che più hanno contribuito a caratterizzare
 di sè l’industria, cui fa corona quella numerosa serie di altri prodotti
 variamente preparati che costituiscono la gamma variopinta del
conservificio campano.
Tra le frutta lavorate rinomanza internazionale è stata raggiunta con
le pesche e le albicocche allo sciroppo: le prime ottenute con il tipo duracino
 tipicamente campano che va sotto il nome di « percoca »; le seconde
con la produzione che trova il suo centro nazionale più importante nella
zona dell’alto Colle Vesuviano.

4. - I modi con cui si realizza la produzione ortofrutticola campana, che
è dispersa in un numero enorme di piccole e medie aziende, e le considerazioni
 fatte sui canali entro i quali si dirige tradizionalmente questa produzione
 (1), fanno intravvedere uno dei motivi strutturali per cui l’industria
conserviera si restringe, nel nostro Paese, a una funzione puramente complementare
 nella valorizzazione della produzione ortofrutticola, agendo nei
riguardi di essa, nella maggioranza dei casi, come semplice volano compensatore
 del mercato e non come elemento motore di una espansione produttiva.


La condizione di estremo frazionamento delle aziende ortofrutticole
— sollecitate, per di più, da due grandi mercati di consumo vicini, quali
sono quelli di Napoli e di Roma, ed inoltre da parte della esportazione —
costringe l’industria conserviera a realizzare i suoi approvvigionamenti di
materia prima in concorrenza con categorie, disposte più di essa a pagare
prezzi elevati. E di qui nuovi aggravi di costo, che si aggiungono a quelli
della banda stagnata e dello zucchero e che rendono estremamente difficoltosa
 la riconquista di quei mercati stranieri, i quali, meglio del nostro
— che può direttamente rifornirsi di prodotti freschi in ogni stagione dell’anno
 — sarebbero in grado di apprezzare i prodotti conservati.
Quanto sta avvenendo nelle principali aree ortofrutticole mondiali
dimostra che l’incremento produttivo in continua ascesa è sì determinato
dall’aumento dei consumi allo stato fresco delle frutta e degli ortaggi, ma
lo è di più ancora per il grandioso sviluppo che l’industria conserviera ha
assunto in quelle aree.

(1) Vedasi il cap. VI: Necessità di una adeguata attrezzatura frigorifera.