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INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

si vuole cadere nel superficiale, additare rimedi. Forse non è ancora giunto
il momento per l’industria di porsi sul mercato della materia prima a parità
di diritti con gli altri operatori che riforniscono i mercati ortofrutticoli
nazionali ed esteri e pertanto di essi deve subire l’iniziativa e accettare una
mercuriale di prezzi che non ha nessuna caratteristica delle mercuriali dei
prodotti agricoli destinati alla trasformazione industriale, bensì di quelle
dei prodotti di consumo diretto; con in più l’aggravante che l’industria
agrumaria, avendo nel commercio di esportazione della frutta il suo principale
 concorrente, risente di tutti quegli elementi di instabilità e di apprensione
 che caratterizzano tale commercio, ma che per l’industria costituiscono
 altrettanti motivi di ostacolo al suo funzionamento venendo meno,
per tal ragione, una delle condizioni essenziali al buon esercizio dell’impresa
e cioè quella di poter programmare preventivamente un regolare piano di
rifornimenti.
Il fatto però che le trasformazioni irrigue di molti territori
costituiscano una delle principali mete cui tende oggi la politica
degli investimenti nel Mezzogiorno, unito al fatto che molte di tali
trasformazioni, per la loro elevata costosità, comportino, per essere
ripagate, l’adozione di ordinamenti colturali ricchi, fa pensare che alle colture
 agrumarie si prospetti un avvenire di notevole espansione; in tal caso
l’industria di trasformazione potrebbe diventare uno degli elementi di
garanzia per il totale assorbimento del nuovo prodotto e potrebbe quindi
instaurare rapporti con la produzione agricola improntati a criteri più
consoni alle sue necessità.
Buone speranze in tal senso consente tra l’altro di formulare il costante
progresso tecnico che si va realizzando nella produzione di succhi, per la
quale le aziende anche nel 1951 hanno continuato ad attrezzarsi, installando
moderni pastorizzatori e concentratori: l’annata inoltre segna al suo attivo,
anche se ancora in fase embrionale, l’avvenuta impostazione di qualche programma
 per produrre succhi naturali e concentrati in scatola. In sintesi, la
tendenza più saliente che è dato riscontrare al momento attuale nell’ambiente
 dei derivati agrumari è quella verso un potenziamento della produzione
 dei succhi sopratutto di arancia, sia naturali che concentrati: in ciò
naturalmente ha molto giuoco l’attiva richiesta dei mercati, soprattutto
esteri, che tra il 1938 e il 1951 sono passati ad assorbirne fino a 40 mila
quintali, dai 7 mila circa dell’anteguerra.
Anche la domanda estera relativa alle essenze può considerarsi soddisfacente:
 quella delle essenze di arancia, sia dolce che amara, denota un
continuo progressivo aumento; la essenza di bergamotto, invece, dopo la
punta di 2.162 quintali toccata nel 1949, staziona sul livello di circa 1.500
quintali che era anche quello del 1938.
La produzione dell’annata di questo derivato — già lo si è detto — è
stata buona: per completare il quadro produttivo dell’industria calabrese
occorre aggiungere che, oltre all’essenza, furono prodotti circa 140 mila
quintali di agro crudo, q.li 6.500 di citrato di calcio, 2.900 ettolitri di alcool