XIV - LINEAMENTI DI UNO SVILUPPO DELL'INDUSTRIA OLEARIA NEL MEZZOGIORNO 185

raffinati che fanno decisa concorrenza ai nostri e, quel che più conta, ha
ristretto e restringerà sempre più le possibilità per le nostre industrie
di andarsi a rifornire di materia prima in quei centri. Non ci sarebbe da
meravigliarsi se, nel prossimo futuro, una certa quota di potenziale settentrionale
 si spostasse nelle regioni di produzione meridionale, ancora deficienti
 di attrezzatura, per non correre il rischio di rimanere definitivamente
inutilizzata.
Analogamente a quanto è avvenuto per l’industria di raffinazione degli
oli di oliva, che si è andata sviluppando in tutti i Paesi olivicoli, anche
l'industria di spremitura e di raffinazione degli oli dei semi oleaginosi è
andata prendendo piede nelle aree di più estesa coltivazione (1). Per cui una
nuova industria per la lavorazione dei semi non può più impostare il proprio
programma sulla sola base delle importazioni, ma deve necessariamente
tenere conto attentamente delle possibilità di lavorare anche una quota di
materia prima locale; quota che dovrà essere più o meno ampliata a seconda
delle valutazioni, che l’imprenditore sarà in grado di fare sull’andamento
del commercio estero. L’intenso ritmo di sviluppo, che i programmi governativi
 pensano di dare alle trasformazioni fondiarie, e alcune nuove possibilità
 colturali che la tecnica agronomica ha recentemente messo a punto,
fanno pensare che nel prossimo domani il Mezzogiorno potrà produrre un
certo quantitativo di semi oleaginosi, per rifornire le relative industrie di
trasformazione. A parte però queste prospettive legate a determinati ordinamenti
 colturali non ancora in atto e sui quali l’ultima parola non è ancora
stata detta, esistono già nel Mezzogiorno materie prime da cui può essere
estratto l’olio (2). Qualora si potesse pervenire ad un economico ammassamento
 di tali prodotti, che oggi per la maggior parte si disperdono in una
numerosa congerie di piccole partite, destinate a rimanere inutilizzate, si può
prospettare per una industria trasformatrice in questo campo la formazione
di una base di rifornimento di materia prima non del tutto trascurabile.
In tutte le ragioni anzidette, si possono trovare motivi che giustificano
prospettive di sviluppo dell’industria olearia nel Mezzogiorno. Riassumendo,
 si possono pertanto formulare le seguenti considerazioni conclusive: i
nuovi impianti di spremitura delle olive dovranno corrispondere a quelle
dimensioni ottimali che consentono un razionale ciclo di lavorazione senza
lasciare quindi parzialmente inoperanti macchine e uomini nel periodo
lavorativo. A questo proposito i tecnici consigliano dimensioni non inferiori

(1) Prima della guerra l’Argentina era la maggiore produttrice ed esportatrice di
semelino. Dopo la guerra le esportazioni di olio hanno segnato un aumento straordinario
 in confronto alle esportazioni degli anni precedenti a tutto detrimento delle
esportazioni di seme.
(2) Nel 1948 sono stati prodotti nel Mezzogiorno 73.000 g.li di seme di lino,
10.000 q.li di seme di canapa, 46.300 q.li di arachidi; 52.000 q.li di seme di cotone; 4.400 a.li
di sesamo; 500 q.li di soia; 1.400 q.li di ricino.
Si possono teoricamente valutare in q.li 420.000 i vinaccioli secchi ricavabili dalla
vinificazione nel Mezzogiorno; in q.li 25.000 i semi di pomodoro ricavabili dall’industria
conserviera meridionale; in alcune decine di migliaia di quintali i semi di colture
diverse (zucca. tabacco, lentisco. limone. ecc.).