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INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

questo ha ormai chiaramente dimostrato di rimanere indifferente a tale
distinzione, tant’è vero che valuta alla stessa stregua olii di pressione e olii
raffinati, e spesso, purtroppo, tollera le sofisticazioni dell’olio di oliva con
olii di altra origine.
Tale stato di cose, che danneggia tutta l’economia agricola e industriale
dell’olivo, si ripercuote con particolare gravità sul Mezzogiorno, la cui produzione
 è costituita da una elevata massa di lampanti, valutabile attorno
al 40% dell’intero raccolto. Le ragioni di così forte presenza di olii, per
legge non destinabili come tali al consumo, vanno in prevalenza ricercate
nelle condizioni stesse in cui la materia prima perviene ai frantoi, per le
alterazioni subite dal prodotto in conseguenza degli attacchi parassitari o
delle irrazionali pratiche di raccolta e di conservazione; in parte minore,
anche nelle deficienze tecniche della lavorazione industriale.
Era ovvio attendersi che, in relazione a così forte massa di materia
prima per la raffineria, sorgesse nel Mezzogiorno un forte complesso industriale
 per la valorizzazione dei propri olii: ciò invece non si è verificato,
per cui la separazione tra le categorie industriali, che traggono la loro
ragione d’essere dall’olivo, è avvenuta non solo sul piano tecnico ed economico
 ma anche sul piano geografico, restando al Mezzogiorno il semplice
ruolo di fornitore di lampanti alle industrie dislocate in altre regioni.
Nè oggi sarebbe pensabile una revisione ubicazionale pura e semplice
per riportare alle zone di origine unità affermatesi in altre zone e rompere
così un complesso equilibrio di rapporti con i mercati di consumo, specialmente
 esteri, e con i mercati del Mediterraneo che, insieme a quelli meridionali,
 riforniscono le raffinerie liguri e toscane. E’ però da ritenere che
tutti i mezzi che restano ancora da impiegare per valorizzare l’olio meridionale,
 che già oggi tenta il mercato senza essere fornito di tutti i requisiti
necessari alla sua affermazione, siano posti in atto nel Mezzogiorno, così
come è augurabile -che dei futuri incrementi produttivi che si attendono
dalla coltura, se sarà convenientemente assistita e incrementata, abbiano a
beneficiare gli operatori di una sana e vigorosa industria meridionale.

3. - Se agli aspetti patologici di struttura dell’industria olearia, posti
in evidenza, si aggiungono gli squilibri che sul suo esercizio determinano
 le alternanze della produzione, i difetti delle olive non modificabili
 nel processo di trasformazione se non per via chimica, le oscillazioni
 delle rese industriali, non sempre facilmente determinabili in via preventiva,
 il difficoltoso ed oneroso reperimento della materia prima, frazionata
 in una miriade di aziende, appaiono evidenti anche le ragioni che
determinano il ristagno industriale, il quale così si accompagna, con non
minori sintomi di gravità, con la stasi emergente nel settore olivicolo.
Le constatazioni rilevate, tuttavia, non sarebbero da sole sufficienti a
giustificare un provvedimento di carattere pubblico, inteso a riattivare il
ritmo vitale di sviluppo della olivicoltura e dell’industria olearia se non
concorressero allo stesso fine tanto la linea di politica economica perseguita
dal Governo mediante i massicci investimenti nel settore della bonifica e della