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IMPORTANZA E CONDIZIONI DELLA VITICOLTURA
E DELLA INDUSTRIA ENOLOGICA NEL MEZZOGIORNO (*)

i. - La vite ha rappresentato e può ancora, entro certi limiti e a
determinate condizioni, rappresentare per il Mezzogiorno un fondamentale
strumento per l’attuazione della trasformazione fondiaria; e ciò in relazione
tanto alle modeste esigenze della pianta, che si adatta a terreni di colle
magri e scoscesì, non altrimenti utilizzabili con colture diverse, quanto
all’elevato assorbimento di mano d’opera, che essa richiede in misura tra le
più intense.
Il vigneto assume nel Mezzogiorno prevalentemente la forma specializzata,
 chè soprattutto l’aridità del clima male sopperirebbe al fabbisogno
idrico di colture concorrenti sullo stesso terreno: solo in alcune zone, ad
insediamento rurale sparso, ove l’azienda assume fisionomia stabile, e in
zone di piano, a terreni più profondi e freschi, la vite è consociata alle
colture erbacee. La specializzazione della coltura, se corrisponde alle condizioni
 climatiche e pedologiche e quindi a necessità non modificabili, dà
luogo tuttavia ad una situazione di particolare delicatezza per l’economia
delle aziende agrarie, che la monocoltura espone in pieno a risentire la
gravità delle crisi vinicole: per cui il miglioramento dell’industria enologica,
 che significa tra l’altro il consolidamento della stabilità del prodotto,
può costituire, entro determinati limiti, l’unico mezzo per meglio affrontare
i momenti difficili di mercato.
Sul complesso italiano della superficie vitata, il Mezzogiorno ne detiene
il 41,9%; sulla superficie lavorabile meridionale (1), pari a circa 7,1 milioni
 di ettari, la vite è presente su ha 899 mila pari al 12,6%.
L’Abruzzo e Molise e la Basilicata possedevano, prima della guerra, rispettivamente
 ben il 51,6% e il 46,7% dei propri vigneti dislocati in montagna;
 seguiva la Campania con il 31,2%.
La regione nella quale è più diffusa la vigna nella zona di collina è
la Calabria con 1’89,1% del proprio vigneto; seguivano la Puglia e la Basilicata
 con il 69,7% e il 51,4% rispettivamente.

(*) Da: « Informazioni Svimez », n. 36-37, dell’8-15 settembre 1948.
(1) Per superficie lavorabile si intende quella destinata a: seminativi semplici
o con piante legnose, colture legnose specializzate compresi i castagneti da frutto, e i
prati permanenti.