XVIII - IMPORTANZA E CONDIZIONI DELLA VITICOLTURA, ECC.

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Nel Mezzogiorno, la Campania è la regione ove il malanno è più
diffuso interessando il 27% della intera superficie a vigneto: complessivamente
 gli ettari fillosserati sono nelle regioni meridionali 70.378 e la superficie
 vitata distrutta nel periodo 1940-47 vi ammonta ad ha 55.234.
Il problema della ricostituzione dei vigneti fillosserati, che si presenta
con carattere di urgenza, per la indicata, rilevante funzione economica e
sociale che la viticoltura assolve, assume particolare rilievo agli effetti
di un processo di industrializzazione; lo stato dei vigneti costituisce
infatti uno degli elementi che deve essere preso in attenta considerazione
 dagli imprenditori, intenzionati ad impiantare in una determinata
zona un nuovo stabilimento, per avere la garanzia del rifornimento costante
della materia prima.

3. - Anche le attrezzature enologiche, che dovrebbero valorizzare il
prodotto ottenuto con tante fatiche, mostrano uno stato generale di arretratezza
 che gli esempi di rinnovamento tecnico, che tuttavia non mancano,
mettono in ancor più crudo contrasto.
Il Censimento industriale del 1937, rilevando i soli impianti con capacità
in vasi vinari di almeno 500 hl., precisò che, sul complesso italiano pari
a 7.836 esercizi, il Mezzogiorno era rappresentato con il 33% circa. '
Se si tiene conto del vino producibile (1) con l’uva vendemmiata nelle
singole circoscrizioni si vede che mentre nel Settentrione il 34,9% del vino
ottenibile nella vendemmia del 1936 provenne da cantine delle dimensioni
sopra citate, nel Mezzogiorno ne provenne dagli impianti analoghi solo il
28.9% e, se si esclude la Puglia, questa percentuale diventa appena il 15,4%.
Ma più che il vino prodotto dalle medie e grandi cantine, interessa
considerare la materia prima in esse lavorata, dalla natura della quale
viene posta meglio in evidenza l’influenza che gli impianti maggiori esercitano
 sulla viticoltura delle rispettive regioni.
Dalla tab. 3 risulta che sia al Nord che al Sud le uve della vendemmia
 1936 affluirono agli stabilimenti enologici, oggetto di censimento, in
una quota di poco inferiore al quinto di tutto il raccolto (2).

(1) Il confronto viene fatto con il vino producibile e non con il vino prodotto
poichè, come è noto, i dati dell’Istituto Centrale di Statistica riferiscono il primo dato
(teorico): e non il secondo: è evidente che se si potesse avere il dato reale le percentuali
 cadrebbero ulteriormente a tutto sfavore del Mezzogiorno poichè apparirebbero
gli spostamenti delle uve e dei mosti che emigrano nel Nord per esservi vinificati. Dal
Censimento, compiuto dal cessato Ente nazionale per la distillazione delle materie
vinose (Vedasi: GarogcLIO, op. cit.), si rileva che nella vendemmia 1938 circa 2.850.000 hi.
di vino, ottenibili da uve meridionali, sono stati ottenuti nel Settentrione. I dati mettono
in evidenza soltanto gli incrementi e i decrementi determinati dal movimento delle uve
e dei mosti e non tengono conto del movimento dei vini, che è sicuramente molto più
notevole. La sola regione del Mezzogiorno, che segna uno scarto a favore della produzione
 di vino effettivamente ottenuta rispetto a quella ottenibile dalle uve prodotte, è la
Puglia: il fatto si spiega con la buona attrezzatura e la sufficiente capacità di vasi vinari che
essa possiede. Ciò le permette di assorbire da altre regioni meridionali quantità notevoli di
uve e di mosti, che essa però in parte esporta, a sua volta, come prodotti semilavorati.
(2) A rigore, questo è l’unico confronto corretto che si può fare, dato che sul
quantitativo di vino prodotto nel 1936 dalle medie e grandi cantine possono avere
influito anche partite di vino e di mosto di annate precedenti (Vedasi: Tab. 4)