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INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

viticoltori e commercianti, che gestisca il nuovo stabilimento acquistando
sul mercato le partite di uva occorrenti a completare il proprio fabbisogno.
Lo sfruttamento dei sottoprodotti può rappresentare un ulteriore
mezzo per valorizzare integralmente la produzione delle singole zone: la
distruzione per causa di guerra della distilleria esistente a Pratola Peligna,
che aveva una capacità lavorativa giornaliera di 120 hl. di vinello, ha
ridotto a termini molto modesti l’attuale attrezzatura. La creazione dei due
stabilimenti, prospettata per Pratola Peligna e Torre de’ Passeri, poco distanti
tra di loro, renderebbe conveniente un impianto per la lavorazione in
comune delle vinacce e delle fecce con produzione di alcool, di tartrati e di
olio di vinaccioli.

2. - In contrasto con le possibilità, che ha la Campania di ottenere una
massa di ottimi vini, da quelli da pasto comuni a quelli fini e a quelli
superiori, bianchi, rosati e rossi fino a quelli da taglio e da mezzotaglio,
stanno una tecnica ed un’attrezzatura che non sono in grado di caratterizzare
 con elementi ben determinati le singole partite di materia prima,
la quale pertanto finisce col dare una massa di prodotto comune e indifferenziato,
 che nelle annate di più difficile vinificazione diventa addirittura
scadente e passa — talora nella misura del 20% e più — alle distillerie e
agli acetifici.
Dal Censimento industriale del 1937 si rileva ché su un quantitativo di
uve, destinate alla vinificazione nella vendemmia 1936, di q.li 4.559.720 soltanto
 89.555 q.li, pari al 2%, furono vinificati in esercizi aventi singolarmente
 una capacità in vasi vinari di almeno 500 hl. Modesto fu il quantitativo
 di mosti e di vini ulteriormente lavorati negli stabilimenti campani
per ottenere tipi più perfezionati: 4.780 hl. di mosti e 37.533 hl. di vini.
Una parte del quantitativo prodotto viene consumata nelle stesse aziende
viticole e sui mercati locali; un’altra parte, attraverso l’incettamento speculativo
 di piccole e piccolissime partite, emigra dalle zone di origine per
servire come materia prima alle ulteriori lavorazioni di industrie meglio
attrezzate di altre regioni; la rimanente — e questo è l’aspetto peggiore —
finisce con l’essere trasformata in sottoprodotti, alcool e aceto, data la qualità
 del vino troppo scadente e sovente deteriorato. |
In complesso furono censiti in Campania 199 stabilimenti enologici
con almeno 500 hl. di capacità in vasi vinari: ma soltanto 17 ebbero nell’anno
 considerato (1936) una produzione compresa tra i 1.000 e i 5.000 hl.
e 3 una produzione compresa tra i 5.000 e i 10.000 hl.; altri 35 produssero
in media 700 hl. circa e i restanti produssero in media soltanto 200 hl.
Numerose sono le zone che presentano un particolare interesse agli
effetti di uno sviluppo dell’industria enologica, per i vitigni che vi si allevano
 e che danno uve di grande pregio.
Così i territori di Forio, Serrara Fontana, Barano e Lacco Ameno dell’Isola
 d’Ischia, ove la produzione di circa 30.000 ettolitri di vini bianchi,
di una limpidezza irreprensibile, di sapore fresco, neutri, con 11°-12° di
alcool, potrebbe essere indirizzata verso il confezionamento di un vino