XIX - RISULTATI DI UN'INDAGINE SULLE POSSIBILITÀ DI SVILUPPO, ECC. 251

La produzione del reggino (versante dello Stretto) e del litorale ionico
ha avuto nel passato (specie quella di Villa $S. Giovanni-Campo), una
buona corrente di esportazione dalla provincia verso l’Alta Italia, ma soprattutto
 è sempre servita per il consumo locale. Questa produzione è diversa
da quella del versante tirrenico: è meno carica di colore, è più alcoolica
(14-17 gradi) ed ha generalmente pregi notevoli. È però frazionatissima tra
innumerevoli produttori, non ha costanza di tipi e, spesso, per irrazionale
vinificazione o conservazione, si presenta con gravi difetti.
Il vigneti sono per la quasi totalità su ceppo americano, innestati per 3/4
con varietà di uve nere e per 1/4 con varietà di uve bianche. Non si pratica
in dette zone la fermentazione in presenza di raspi. Carente anche in
questa zona l’acidità, che, unitamente alla mancanza di accorgimenti tecnici,
dà a volte prodotti poco serbevoli.
Mentre nella zona di Palmi-Gioia Tauro potrebbe facilmente funzionare
un impianto di 15-20.000 hl. data l’abbondanza della materia prima e anche
la non eccessivamente difficoltosa viabilità, nelle altre zone le cantine
dovrebbero avere dimensioni più modeste: già un notevole passo avanti
sia per il miglioramento che per la valorizzazione del prodotto potrebbe
essere realizzato da impianti di 3.000-5.000 hl. di capacità, più facilmente
rifornibili della necessaria materia prima raccolta in un raggio di pochi
chilometri: i rifornimenti da zone più lontane, oltre a compromettere qualche
 volta la tipicità del prodotto che differisce, a seconda della località di
provenienza delle uve, inciderebbero, data la scarsa e accidentata viabilità,
sul costo di produzione a causa delle elevate spese di trasporto.
L’impianto di Palmi dovrebbe orientarsi verso la produzione di un
vino da pasto, da immettersi al consumo interno con caratteristiche costanti
di gusto e di stabilità.
Le uve prodotte nel reggino e lungo la fascia costiera ionica invece
potrebbero — accentrate per zone e razionalmente lavorate — fornire tutta
una gamma di vini da bottiglia di alto merito, che potrebbero interessare il
mercato interno ed anche estero con indubbio vantaggio economico specie
per i medi e piccoli produttori, che detengono i 4/5 del prodotto.
Per quanto riguarda la forma da dare all’impresa, nei nuovi impianti
che sorgessero, sarebbe da auspicare che una politica finanziaria di favore
da parte dello Stato sorreggesse una ben condotta propaganda verso la costituzione
 di cantine sociali. In zone però, come sono alcune di quelle accennate,
 dove la proprietà è estremamente frazionata, non si sa intravvedere
altra soluzione organizzativa, data la difficoltà quasi insormontabile a coordinare
 in un’impresa cooperativa le numerosissime piccole imprese, se
non quella di una iniziativa presa dal Consorzio agrario provinciale.
Per quelle zone a proprietà non frazionata, ove esistono anche grandi
aziende viticole, si potrebbe pensare alla forma della società azionaria,
cui dovrebbero partecipare, insieme còn il gruppo finanziario, industriale e
commerciale, anche i viticoltori, al fine di garantire in modo duraturo i
rifornimenti di materia prima e la vita economica dell’azienda.