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INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

minando a sua volta uno sviluppo degli allevamenti. La centrale può diventare
 così un elemento promotore di successive fasi di industrializzazione
per la utilizzazione dei quantitativi di latte eccedenti i fabbisogni alimentari
diretti.
Dalle definizioni dei vari tipi di unità rilevate, si deduce che l’industria
vera e propria — caratterizzata da quel complesso di « macchine » e o di
ambienti, in cui si attua la trasformazione del prodotto agricolo e su cui
la nostra legislazione industriale fonda la sua definizione di opîficio tecnicamente
 organizzato (1) — era rappresentata nel 1937 appena dallo 0,7%
di tutte le unità di lavorazione della materia prima in esame.
In questo nucleo però venivano lavorati circa i due terzi del latte passato
 alla trasformazione, con punte regionali del 78,5%, come in Campania,
e del 76,2%, come in Sardegna; i 238.518 esercizi « casalinghi » non disponevano
 che del 25,7% del latte industriale con punte massime del 39,8% e del
41,5% in Abruzzo e in Basilicata; gli esercizi annessi ad aziende transumanti
disponevano infine del residuo 10,8% con una sola punta massima del 25,7%
in Sicilia. La favorevole situazione industriale riscontrata in Sardegna
— dove l’allevamento ovino, raggiungendo un’importanza superiore a
quella toccata in tutte le altre regioni meridionali, avrebbe fatto supporre
una molto più diffusa presenza di esercizi di tipo pastorale — si spiega ove
si tenga presente che nell’Isola « è ormai invalso l’uso tra i proprietari di
greggi di vendere il latte ai caseifici o di lavorarlo nell’interesse comune
(Gruppi pastori) in stabilimenti dotati di adeguata attrezzatura » (2).
Anche se un confronto diretto con la situazione riscontrata al Nord non
può essere posto, per la diversa fisionomia che ancora caratterizza l’agricoltura
 delle due circoscrizioni, i nuovi indirizzi di sviluppo delle colture
foraggere e degli allevamenti nel Mezzogiorno possono tuttavia trovare
negli elementi acquisiti e consolidati dall’industria casearia settentrionale
non pochi motivi di orientamento. In particolare va rilevata l’altissima
quota (89,6%) di latte industriale che affluisce ad impianti veri e propri,
per cui residua soltanto un 10% circa per le lavorazioni casalinghe.
Se il basso grado di industrializzazione raggiunto dall’attività allo studio
nel Mezzogiorno è da mettersi in relazione, prima che ad ogni altra causa,
alla modesta entità di materia prima disponibile, non si può tuttavia non
rilevare la carenza anche di altri fattori: in primo luogo, di quelli organizzativi.

Più di ogni altra, appare insufficiente l’iniziativa imprenditoriale delle
categorie agricole; la mancata affermazione di un forte movimento cooperativo
 è una delle ragioni fondamentali per le quali, come si è visto nella
tab. 4, il 36,5% di tutto il latte destinato alla trasformazione viene ancora
lavorato in esercizi scarsamente attrezzati, quali sono quelli definiti dal
Censimento « casalinghi » e quelli annessi ad aziende zootecniche transumanti.


.i) Vedasi il cap. I: Il concetto di industria agraria, ecc.
(2) Vedasi: P. ALBERTARIO, Op. cit.