XXV - L'INDUSTRIA MOLITORIA NEL MEZZOGIORNO

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Ancora nel 1940 tutti i 15 molini esistenti nel Mezzogiorno con capacità
lavorativa giornaliera superiore a 1.000 quintali risultavano dislocati in città
di mare (Napoli 7, Salerno 1, Bari 1, Catania 3, Messina 1, Palermo 1, Cagliari
 1). La potenzialità complessiva di questi 15 impianti, pari a q.li 21.316
giornalieri, rappresentava circa il 25% di tutta la potenzialità molitoria meridionale,
 definita nel 1938 di prima categoria. |
I dati statistici disponibili non sono così analitici da consentire di aggiornare
 la situazione di tali molini portuali: solo indirettamente si può
avere una conferma dell’avvenuto decentramento — che le distruzioni di
guerra hanno, con carattere catastrofico, accelerato — quando si consideri
il potenziale molitorio di alta macinazione del 1953 nella Campania, su cui
gravitava un tempo la grande massa (1) delle importazioni.
La crisi dell’industria molitoria campana, ulteriormente aggravata dalla
scomparsa pressochè assoluta dell’antico commercio di esportazione delle
paste (2) — che altrimenti avrebbe potuto essere in grado di richiamare dal
Mezzogiorno la materia prima da lavorare — vi ha ridotto, tra il 1940 e il
1953, il potenziale molitorio di alta macinazione da q.li 40.778 a q.li 35.074.
Già nel 1936 i rilievi effettuati dal Censimento industriale sul quantitativo
 di cereali lavorato dall’industria denunciavano tale crisi, mettendo
in evidenza, nella ripartizione della materia prima da molire tra Nord e Sud,
alcune sperequazioni le cui cause possono essere ricondotte alla non più
corrispondente ubicazione degli impianti rispetto alle nuove correnti del
commercio granario.
La ripartizione tra iì molini della materia prima da lavorare avvenne
infatti, in quell’anno, sulla base del 70,5% al Nord e del 29,5% al Sud, allorchè
 la ripartizione della popolazione tra le due circoscrizioni stava nel rapporto
 di 64,6% e 35,4% rispettivamente, quella della produzione cerealicola
nel rapporto di 66,8% e 33,2% e quella del potenziale molitorio nel rapporto
di 64,8% e 35,2%. Essendo ormai quasi del tutto cessata l’importazione
— nel 1936 vennero importati q.li 532.692 di frumento, q.li 166.691 di mais
e g.li 141.691 di cereali minori — lo scarto che si avverte tra i valori delia
prima coppia di coefficienti e i valori delle altre coppie, scopre una emigrazione
 della materia prima del Mezzogiorno verso altre regioni, non giustifi-(1)

 Le statistiche fanno rilevare che, quando la produzione granaria del Nord
e del Sud America aveva il predominio nelle nostre importazioni, l’afflusso del grano,
attraverso i porti del Golfo di Napoli, arrivò a un massimo di circa 8 milioni di quintali.
Nella campagna 1950-51 il grano estero sbarcato nei porti del Golfo — Napoli, Torre
Annunziata e Castellammare — ammontò a q.li 3,5 milioni circa. E’ facile perciò spiegarsi
l’avvenuta localizzazione di una attrezzatura tanto imponente per la molitura che, tra
l’altro, trovava la favorevole condizione di poter lavorare per una industria locale.
quella della pastificazione, interessata strettamente all’esportazione.
(2) L’esportazione complessiva di paste alimentari nel 1913 toccò il suo massimo
con 4d.li 709.000, di cui q.li 624.000 provenienti dal Mezzogiorno. Già nel 1928 l’esportazione
 delle paste alimentari era ridotta a q.li 93.000 e, nel 1934, toccava il minimo di
q.li 34.000 appena. Una ripresa nelle esportazioni si ebbe, ma in via contingente, con la
campagna etiopica che riportò a q.li 100.000 il quantitativo spedito, stante il fabbisogno
dei militari e dei civili stabilitisi in Africa. Nel 1952 l’esportazione di pasta è stata di
g.li 67.000 circa.