312 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

cata, in via generale, nè dalla deficienza di attrezzatura nè dai bisogni del
consumo.
La spiegazione a questo fatto, più che in particolari esigenze che il mercato
 di consumo ha per determinati prodotti — ad esempio grano duro (1)
che l’industria di pastificazione settentrionale importa dal Mezzogiorno —
va ricercata in quello sviluppo assunto in passato dall’industria molitoria
meridionale, in prevalente funzione del mercato internazionale, anzichè di
quello interno.
Basti ricordare in proposito il traffico che, prima della guerra, veniva
fatto tra i distretti cerealicoli del Crotonese e del Metapontino, i quali spedivano
 il loro grano nel medio e alto Adriatico, da dove poi lo ritiravano
dopo che era stato molito.
In simili situazioni (2), il nuovo andamento delle correnti del commercio
 cerealicolo, accentuatosi con le difficoltà nei traffici create dalla guerra,
ha suscitato l’orientamento a rendere le varie zone autosufficienti per il servizio
 di molitura dei propri cereali.
Nel dopoguerra, in conseguenza della particolare politica degli approvvigionamenti
 del grano statale ai molini, l’antica distribuzione geografica
degli impianti è risultata sempre meno corrispondente alle esigenze dei
vari mercati di consumo e quell’orientamento si è andato perciò sempre più
rafforzando allo scopo di ridurre quanto più possibile l’incidenza dei trasporti
 sul costo degli sfarinati.
Concomitante infatti con l’indirizzo granario, seguito nell’ultimo venticinguennio,
 e quindi con la modifica delle tradizionali correnti del commercio
 cerealicolo, è stato l’intervento, sempre più rigoroso, dello Stato nel
controllo delle importazioni, nel processo di reparto e di distribuzione delle
disponibilità di frumento tra i vari enti di consumo e nella disciplina dell’industria.

Gli strumenti di questo intervento, che in particolare hanno agito nel
determinare modifiche di struttura nel settore in esame, sono da ricercarsi:

(1) Nel 1936 vennero macinati q.li 1.204.602 di grano duro nel Nord; nel Centro
ne vennero macinati q.li 448.763 e nel Mezzogiorno q.li 8.982.412.
(2) Per avere ur’idea delle singole situazioni locali dell’industria molitoria si è
fatto un rapporto tra il quantitativo di grano molito nel 1936 nelle singole circoscrizioni
e nelle singole provincie e il quantitativo di grano prodotto in ciascuna di esse; tale
rapporto è per il Nord = 104,0 e per il Sud = 81,5. Per le singole provincie del Mezzogiorno
è il seguente: Aquila 37,5; Campobasso 52,8; Chieti 44,8; Pescara 89,6; Teramo 19,2; Avellino
 57,7; Benevento 53,4; Napoli 846,2; Salerno 216,3; Bari 222,0; Brindisi 34,9; Foggia
59,0; Taranto 39,2; Lecce 96,3; Matera 25,0; Potenza 37,0; Catanzaro 21,7; Cosenza 17,2;
Reggio Calabria 74,3; Agrigento 39,2; Caltanissetta 47,9; Catania 196,9; Enna 34,0; Messina
 203,1; Palermo 47,1; Ragusa 117,8; Siracusa 115.9; Trapani 58.4; Cagliari 86,5; Nuoro
36,1; Sassari 33,7.
Pur tenendo conto della diversa influenza che gli ordinamenti agrari e il regime
fondiario possono esercitare sulle destinazioni della produzione granaria, in particolare
sulla quota attribuita ai reimpieghi aziendali nelle singole provincie, e pur tenendo
conto che sui dati della macinazione possono avere avuto un diverso peso le scorte
di magazzino, i fortissimi divari che si riscontrano, ad es. tra Napoli e Matera, non
trovano giustificazione se non nel fatto che le scelte ubicazionali dell’industria venivano
 fatte un tempo secondo criteri che oggi non sono più validi.