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INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

tuali, che non avevano, a suo tempo, rilevato l’insidia del «franco ammasso »
pensando che -a loro sarebbe stato assegnato soltanto grano estero. Posti
lungo la fascia costiera tirrenica che, per essere caratterizzata da colture
arboree e ortofrutticole, non ha neppure le modeste possibilità granarie
della costiera ionica e adriatica, i molini dei grandi porti di sbarco del grano
americano, costretti a superare per il proprio rifornimento i limiti della
convenienza dei costi di trasporto, giunsero alla condizione di dovere
ridurre la loro attività e finanche di arrestarla del tutto. ’
In condizioni analoghe vennero a trovarsi ben presto anche gli impianti
 del Mezzogiorno che, esaurite più rapidamente le ‘disponibilità di
grano locale per il soddisfacimento del fabbisogno in sfarinati delle popolazioni,
 dovettero rifornirsi in zone lontane, dove la più abbondante quota
di ammasso, correlativa ad un più ricco raccolto, consentiva alle aziende
del posto notevoli margini differenziali nei trasporti (1).
La situazione giunse a tal punto che il CIR, già nel marzo, era venuto
nella determinazione di addossare allo Stato una quota parte delle spese di
trasporto e, in aprile (2), l’Alto commissariato per l’alimentazione disponeva,
allo scopo di porre sullo stesso piano tutti i molini ai fini dei rispettivi rifornimenti,
 che gli assegnatari di grano nazionale di ammasso concorressero
alla spesa di « avvicinamento » con una quota unica forfettaria di lire 150
al quintale. Così facendo, la gestione statale non solo poneva un primo
riparo alla sperequazione creata con il provvedimento del 5 novembre 1946
ma alleggeriva sè stessa dalle preoccupazioni di vedersi troppo a lungo
rimanere nei propri magazzini il grano. che l’industria non poteva più
ritirare.
Mentre la campagna di distribuzione 1949-1950 (3) si chiudeva con tale
soluzione di compromesso, gli organi ministeriali andavano avvisando, per
la nuova campagna, il ritorno alla formula del «franco molino» e, naturalmente,
 non senza mettere a rumore, questa volta, il settore che prima se ne
era rimasto tranquillo (4).

(1) Vedasi: G. De Marzi, L’avvicinamento del grano nazionale di ammasso, in « Moini
 d’Italia », n. 1, 1950.
(2) Circolare A.C.A. 7 aprile 1950, n. 7: Avvicinamento grano nazioncale.
(3) La campagna granaria, agli effetti amministrativi della gestione ammassi, ha
inizio il 1° agosto e termina il 31 luglio dell’anno successivo.
(4) Cfr.: Contrari i molitori al ripristino del franco molino, in «24 Ore», del
4 maggio 1950. Nel citato articolo la tesi era così motivata: « Il bisogno di ritornare alla
libertà degli scambi aveva fatto accogliere dagli organi centrali l’istanza dei molini,
i quali chiedevano di andare a ritirarsi il grano nella località e della qualità preferita.
Soltanto apparentemente questo sistema danneggiava i molini lontani dalle zone di
produzione. Infatti il costo del trasporto incide sul prezzo del grano ma non su quello
delle farine, in quanto che queste sono vendute nella stessa zona di macinazione, mentre
i molini situati nelle zone granarie devono sopportare l’onere del trasporto delle
farine fino alle località di consumo.
Il ripristino del franco molino nella sua forma attuale è un provvedimento che
crea una situazione ibrida. Da un lato vincola tutti i molini al pagamento di un unico
prezzo per il grano. Dall’altro lascia libera la formulazione del prezzo delle farine,
prezzo che naturalmente aumenta a misura che i molini si distanziano dai mercati di
fonsumo »