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        <title>Industrie agrarie nel Mezzogiorno</title>
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        SVIMEZ
ASSOCIAZIONE PER LO SVILUPPO DELL'INDUSTRIA NEL MEZZOGIORNO

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ROMA - 1953
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        SVIMEZ

ASSOCIAZIONE PER LO SVILUPPO DELL’INDUSTRIA NEL MEZZOGIORNO
Via G. Paisiello, 5 - ROMA - Tel. 841544 - 841561

® La Svmez è un’Associazione sorta, senza fini di lucro, il 2 dicembre
 1946.

è Gli scopi dell’Associazione sono così enunciati dall’Articolo 2 dello
Statuto:
« L'Associazione ha lo scopo di promuovere, nello spirito di una efficiente soli-«
 darietà nazionale e con visione unitaria, lo studio particolareggiato delle condizioni
« economiche del Mezzogiorno d’Italia, al fine di proporre concreti programmi di
« azioni e di opere intesi a creare ed a sviluppare nelle Regioni meridionali e nelle
« grandi Isole quelle attività industriali le quali meglio rispondano alle esigenze
« accertate ».
« Per il conseguimento dello scopo sociale l’ Associazione potrà, anche in unione
«con altri Enti, pubblici e privati, concedere la propria collaborazione per lo svi-«luppo
 di ogni iniziativa giudicata idonea al raggiungimento delle finalità più
« sopra precisate ».

e

CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE
Presidente: Francesco Giordani.
Vice Presidenti: Rodolfo Morandi — Giuseppe Paratore.
Segretario generale: Pasquale Saraceno.
Consiglieri : Carlo Bàzan — Stefano Brun — Vincenzo Caglioti —
Giuseppe Cenzato — Rolando Cultrera — Pietro Frasca Polara —
Filippo Masci — Giuseppe Medici — Donato Menichella
Giuseppe Orcel — Ottorino Ponmilio’ — Giovanni Porzio -
Ferdinando Rocco — Stefano Siglienti- Bonaventura Saro Tricomi -
Ivo Vanzi — Marco Visentini.
Giunta tecnica: Vincenzo Caglioti — Giuseppe Cenzato — Filippo Masci
Rodolfo Morandi — Ottorino Pomilio — Pasquale Saraceno.

Revisori dei conti: Gian Franco Calabresi — Luigi Chialvo — Isidoro Pirelli.
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        SVIMEZ

ASSOCIAZIONE PER LO SVILUPPO DELL'INDUSTRIA NEL MEZZOGIORNO

INDUSTRIE AGRARIE

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MEZZOGIORNO

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ROMA -1953
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        INDICE

PREMESSA

Pag.
»

PARTE PRIMA
ASPETTI E PROBLEMI DELLE INDUSTRIE AGRARIE
I - Il concetto di industria agraria nel quadro della politica di industrializzazione
 del Mezzogiorno . . . . . . . . i e, 3
11 - La struttura delle industrie agrarie . . . . .. 19
III - Necessità di uno sviluppo delle industrie agrarie se E:5
tv - Credito ed altri interventi per sviluppare le industrie agrarie . . .. 87
v - Lineamenti di un programma per lo sviluppo delle industrie agrarie 87
PARTE SECONDA
LA VALORIZZAZIONE DEI PRODOTTI ORTOFRUTTICOLI
VI - Necessità di una adeguata attrezzatura frigorifera . . . . . . . .
VII - Rete di centrali per la lavorazione e la conservazione dei prodotti ortofrutticoli
 ssa a a E E a
VIII - Problemi dell’industria conserviera . . . . . . .
IX - L’industria conserviera in Campania . . . .
x - Un particolare aspetto della produzione ortofrutticola meridionale:
i fichi essiccati . a
xI - Situazione e prospettive della industria agrumaria . . . . . . . .
xII - Le vicende dell’industria agrumaria nel quinquennio 1948-1952 . .
gIII - Aspetti e destinazioni del raccolto di arance . .
PARTE TERZA
L'INDUSTRIA OLEARIA E L'INDUSTRIA ENOLOGICA
tIV - Lineamenti di uno sviluppo della industria olearia nel Mezzogiorno .
XV - Condizioni per il rinnovamento della industria olearia. . . . . .
xvI - Vicende di un finanziamento ai frantoi da olive . . . . .
xvII - Per una legge a favore della olivicoltura e della industria olearia .
xvIII - Importanza e condizioni della viticoltura e della industria enologica
nel Mezzogiorno . . .
xIX - Risultati di un’indagine sulle possibilità di sviluppo della industria
enologica meridionale . . A
xx - Lineamenti di uno sviluppo della industria di vinificazione e di distillazione
 nel Mezzogiorno . . a,
PARTE QUARTA
APPUNTI SU ALTRE INDUSTRIE AGRARIE
xXxXI - Prospettive di sviluppo delle industrie trasformatrici dei prodotti dell’allevamento
 . . A
XxXXxII - Bieticoltura e industria zuccheriera nel Mezzogiorno
XXIII - Le industrie di prima lavorazione della canapa. .
xxIV - Problemi della coltura e della industria del tabacco
xxv - L’industria molitoria nel Mezzogiorno . . . . . .
xXxVI - Vicende dell’industria molitoria . . . .
xxVII - La valorizzazione delle piante officinali del Mezzogiorno . .
XXVIII -' L’industria della liguirizia . . . . . 2... .
XxIX - La produzione legnosa del Mezzogiorno e le industrie di prima lavorazione
 del legno .. 247
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        PREMESSA

Le industrie agrarie, oltre a costituire un immediato e naturale obiettivo nell’ambito
 del processo di industrializzazione del Mezzogiorno, rappresentano un
valido ed insostituibile complemento alle opere di trasformazione agraria in atto,
consentendo il vantaggioso impiego di una buona parte dei prodotti agricoli che,
con l’ultimazione di tali opere, verrà immessa in misura crescente sul mercato.
D’altra parte la bonifica, la riforma agraria, il migliormento dei servizi di
comunicazione e delle opere ambientali, da un lato, iL miglioramento del tenore di
vita, le modificazioni dei consumi e delle tecniche produttive, dall’altro, suscitano
nuovi problemi tecnici, economici e giuridici tanto nei riguardi delle industrie
agrarie tradizionali (olearia, conserviera, enologica, ecc.), quanto di quelle che
i nuovi ordinamenti colturali renderanno possibili (zuccheriera, lattiero-casearia,
 ecc.). Le crisi ricorrenti dei più importanti settori rendevano e rendono, infine,
necessario di approfondirne le cause e suggerirne i rimedi. i
Per tutti questi motivi la SVIMEZ, fin dall’inizio della sua attività, ha dedicato
 all’argomento numerosi studi e molteplici indagini, dandone spesso notizia nel
proprio periodico settimanale e attraverso apposite monografie. i
Messi recentemente a punto alcuni delicati aspetti giuridici ed economici del
problema, si è ritenuto opportuno di ordinare in volume, completandola e aggiornandola,
 la parte di maggior rilievo degli studi compiuti nel corso di sette anni
e già pubblicati o conservati negli archivi dell’Associazione.
Gli studi del presente volume sono dovuti al dott. Gian Giacomo DELL’ANGELO
dell’Ufficio agrario della SVIMEZ.

Roma, 2 dicembre 1953.
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        PARTE PRIMA

ASPETTI E PROBLEMI DELLE INDUSTRIE AGRARIE
        <pb n="7" />
        IL CONCETTO DI INDUSTRIA AGRARIA NEL QUADRO
DELLA POLITICA DI INDUSTRIALIZZAZIONE DEL MEZZOGIORNO *

1. - Il termine di industria agraria può assumere significati assai
diversi. In taluni casi, esso viene impiegato per indicare la stessa attività
agricola (1), vista come processo inteso a realizzare la trasformazione della
materia, attraverso il fenomeno di fotosintesi e attraverso il metabolismo
animale. Il termine così concepito perde l’accezione propria — che
gli è derivata dall’evolversi e differenziarsi dell’originario processo
produttivo ad esclusiva- base agricola (2) — e viene a significare l’attività
in genere che l’uomo dedica alla terra per procacciarsi i beni necessari;
e ciò anche se, con intenzione restrittiva, il termine venga spesso applicato
solo ad un grado di tale attività particolarmente intensivo (3).

(*) Da: « Informazioni Svimez », n. 17-18, del 29 aprile-5 maggio 1953.
(1) « L'agricoltura infatti è l’industria estrattiva per eccellenza, perchè, agendo
variamente sul terreno col lavoro umano e col capitale, determina l’unione dei componenti
 del primo con quelli dell’aria per la produzione di materie destinate in prevalenza
 alla alimentazione umana. Invece le altre industrie estrattive, cioè, Caccia,
Pesca, Cave, Miniere, Saline, ecc. sfruttano prodotti o materie già formati in natura,
Decupandosi soltanto di accaparrarli o di estrarli dal suolo o dalle acque, grezzi o
variamente modificati. A loro volta le Industrie estrattive forniscono a quelle Mani-Jatturiere
 le materie prime, che queste trasformano variamente in prodotti utili ai
bisogni umani. Ad esse si accosta poi l’agricoltura nell'esercizio complementare della
Enologia, dell’Oleificio, del Caseificio, della Brillatura del riso e di tante altre industrie
sussidiarie, formanti però di regola un tutto unico collo scopo principale della coltura.
lo sfruttamento del terreno, inamovibile ed indistruttibile.
L’industria agraria è caratterizzata dalla prevalenza nella sua opera delle forze
naturali, rappresentate dalla produttività del terreno stesso (composizione, giacitura,
esposizione, ecc.) e dalle condizioni di clima del luogo ove si trova» (O. BornIGA.
Trattato di economia rurale, Portici 1926).
(2) « La forma primigenia di attività è quella dell’agricoltore che elabora direttamente
 i prodotti agricoli, richiedenti una trasformazione: sfarina i cereali e ne
forma il pane, produce le bevande, riduce in filo ed in tessuto le fibre tessili, foggia
il legno in case, mobili ed attrezzi, utilizza il latte e le carni e così via. L’agricoltura
primeva è tutto questo ed altro ancora e la parola agricoltore si confonde con quella
di produttore... In un certo senso, la storia del progresso umano nella produzione
si confonde sempre con quella del successivo abbandono da parte dell’agricoltura di
compiti che andavano a costituire altrettante industrie indipendenti » (C. Draconr.
Economia agraria, Milano 1932).
(3) Il termine di industrializzazione in agricoltura spesso ricorre per indicare
un semplice processo di intensificazione, realizzato mediante la introduzione di macchine
 operatrici — e in questo caso sarebbe più proprio parlare di meccanizzazione
(segue nota a nag. 10)
        <pb n="8" />
        : LI

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

Nel caso degli allevamenti zootecnici, che nei trattati di economia
agraria (1) vengono di solito classificati nell’ambito delle industrie, si ha
l’esempio più classico dell’estendimento analogico del termine in questione
 ad indicare quell’insieme di operazioni, con cui l’uomo tende a
dirigere il processo di assimilazione dei foraggi, che si svolge con il metabolismo
 animale, verso il massimo rendimento.
Ma proprio per il fatto che tale sintesi si attua, in ultima istanza,
all’infuori di ogni possibilità di intervento umano, sembra doversi riservare
 l’appellativo di industria a quei processi di trasformazione, per i
quali l’uomo ha saputo creare degli strumenti capaci di regolarne interamente
 lo svolgimento (2).
Se sì accogliesse in proposito il concetto di opificio tecnicamente organizzato,
 quale la nostra giurisprudenza e la legislazione industriale sono
venute nel tempo elaborando, si potrebbe già meglio intendere e definire
l’elemento oggettivo, che deve caratterizzare le industrie agrarie: esso è
dato da quel complesso di « macchine » e o di ambienti in cui si attua un
processo di trasformazione dei prodotti agricoli (3).

(seguito della nota di pag. prec.)
— o, anche più semplicemente, attraverso una razionaiizzazione dei metodi colturali
oppure con l’introduzione di specie vegetali. e animali che richiedono maggior copia
di capitali tecnici e di mano d’opera addetta alla loro cura. Non è infrequente sentire
parlare di industria floreale, per indicare quel particolare ordinamento che si svolge
nelle aziende floricole della Liguria occidentale, di una industria vivaistica intesa a
produrre semi e piantine per i bisogni dell’agricoltura, ecc.
(1) « Le più importanti trasformazioni dei prodotti diretti del suolo, che chiamiamo
 industrie agricole, sono le seguenti: l’industria zootecnica, la quale trasforma
i foraggi in prodotti animali e alla quale può congiungersi, in fase successiva, l’industria
 casearia; alcune minori industrie animali, in particolare bachicoltura e pollicoltura
 che trasformano, rispettivamente, foglia di gelso in bozzoli e prodotti secondari
vari dell'azienda in pollame e uova; l’industria enologica e quella olearia che trasformano
 in vino ed olio uva ed olive ». (A. SerpIERrI, L’azienda agraria, Firenze 1943).
Anche per il Tassinari (Appunti di economia e politica agraria, Roma 1942)
» rientrano nel quadro delle industrie agrarie, anzi tutto la zootecnica, poi la enologica,
la casearia, l’oleificio, la pollicoltura, la bachicoltura, la apicoltura ».
(2) « La vera e propria coltivazione, l’esercizio della vera e propria agricoltura,
ha termine con la raccolta dei prodotti o, tutto al più, con quella loro prima manipolazione
 che è necessaria a renderli commerciabili. Ma, in diversi casi, può riuscir
necessaria e conveniente presso la stessa azienda rurale, una loro trasformazione
ulteriore e più complessa, sia a renderli più concentrati 0, a pari peso o a pari volume,
di maggiore valore venale; sia ad impiegare la mano d’opera in tempi nei quali non
trova impiego sufficiente nelle faccende della coltivazione e nell'allevamento del
bestiame; sia a giovarsi di alcuni residui i quali altrimenti o non avrebbero valore
o ne avrebbero uno limitatissimo; sia, talora, a. trarre profitto di alcuni fabbricati o
locali superflui agli ordinari bisogni e non suscettivi, altrimenti, di utile impiego.
Ognuna di queste trasformazioni costituisce una industria a sè ed ha una
economia tutta sua particolare, la quale, molto più dell’agraria, s’approssima, per i
suoi caratteri generali, a tutte le altre manifatturiere ». (V. NiccoLI, Economia rurale,
estimo e computisteria agraria, Torino 1898).
(3) « Nella classificazione generale delle industrie figurano conte industrie rurali
l’agricoltura, nelle sue varie forme di produzione vegetale, e l’allevamento del bestiame,
nelle sue varie manifestazioni di produzione animale: si hanno poi, fra le industrie
manifatturiere, quelle derivate dalle industrie rurali.
Ora, agli intenti dell’economia rurale, giova un'’ulteriore classificazione delle
industrie rurali, in base ai rapporti che queste hanno con l’agricoltura propriamente
(segue nota a paa. 11)
        <pb n="9" />
        i - IL CONCETTO DI INDUSTRIA AGRARIA, ECC.

1]

2. - Senonchè, non tutte le attività manifatturiere che, in opifici
tecnicamente organizzati, lavorano un prodotto originario dell’agricoltura
— in qualunque forma esso si presenti, di materia. prima o di semilavorato
 — potrebbero dirsi industrie agrarie. Infatti, se così si facesse,
verrebbe accolta una definizione, che, per la sua genericità, non fornirebbe
un criterio sufficientemente discriminatore.
Secondo alcuni autori (1), sarebbero industrie agrarie « tutte quelle,
senza distinzione, che fanno oggetto della propria gestione la lavorazione
di materie prime direttamente provenienti dall’attività rurale »; secondo
altri (2), la classificazione dovrebbe essere più limitativa, in quanto si
dovrebbero considerare industrie agrarie solo « quelle che trasformano i
prodotti del suolo non conservabili o non trasportabili facilmente e quindi
non smerciabili ».
La prima delle due definizioni sopra riportate pone l’accento sulla
provenienza diretta dall’agricoltura dei raccolti, allo stato ancora di materia
 prima grezza; la seconda qualifica la materia prima, di cui si occupano
le industrie classificabili come agrarie, con il carattere della deperibilità
o della povertà di valore che potrebbe, per l’appunto, essere anche motivo
della non facile trasportabilità.
Entrambe quindi introducono, ai fini della classificazione, un criterio
merceologico, relativo alla materia prima lavorabile, capace di caratterizzare,
 entro l’ambito delle altre industrie manifatturiere, il complesso delle
industrie agrarie.
Anche tale criterio, però, da un lato non è sufficiente per fare comprendere
 nel settore delle industrie agrarie le industrie che lavorano i
sottoprodotti delle industrie agrarie stesse (distillerie di vinacce, sansifici,
ecc.) dall’altro lato, accomuna in unica categoria tanto industrie complesse,
come potrebbero essere alcune unità per produzione di fibre tessili artificiali,
che pure partono da materia prima direttamente proveniente dall’agricoltura,
 quanto industrie tra le più semplici di quelle che esistono, quali, ad es.,
i frantoi da olive.
In contrapposto con l’ampiezza della classificazione derivante da un
criterio puramente merceologico, stanno, per eccessiva restrizione, il criterio
 ubicazionale e il criterio imprenditoriale, i quali riconoscono come
seguito della nota di pag. nrec.)
detta. All’uopo si distingueranno le industrie annesse all’agricoltura (pastorizia, produzione
 degli animali da cortile, bachicoltura, apicoltura, pescicoltura) dalle industrie
derivate dall’agricoltura, già di carattere manifatturiero e che elaborano i prodotti
agrari vegetali ed animali (enotecnica, caseificio, oleificio, preparazione dell’amido e
delle fecole, preparazione dell’alcool, preparazione della cellulosa, distillazione del
legno. tessitura, ecc.) ». (C. ToMmMASINA, Corso di economia rurale, Torino 1914).
(1) Vedasi ad es.: G. DELL’AmoRE, Il commercio dei prodotti agrari in Italia,
Milano 1936. Vedasi anche: A. Graziaper, Elementi di economia agraria, Roma 1946;
secondo questo A., «le industrie agrarie sono quelle che considerano i prodotti
agricoli (prodotti diretti del suolo) come materie prime (cioè prodotti indiretti) atte
ad essere trasformate in prodotti finiti o di pronto consumo; e ciò soprattutto
quando detti prodotti siano suscettibili di migliore utilizzazione: vale a dire quando
il loro valore di trasformazione possa risultare maggiore di quello iniziale ».
(2) Vedasi ad es.: G. VALENTI, Principi di scienza economica, Firenze 1916.
        <pb n="10" />
        12

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

industrie agrarie solo quelle che si attuano nell’ambito della azienda
rurale (1), 0, comunque, ad opera di agricoltori. In sede di rilevazione
statistica poi si escludono spesso dai censimenti industriali le unità. che
lavorano esclusivamente o prevalentemente materia prima agricola prodotta
 nell’azienda dello stesso gestore dell’industria, con l’implicito intendimento
 di considerarle appartenenti all’« agricoltura » (2) e non all’« industria
 ». Tale esclusione, che parte da un criterio anch’esso di ordine imprenditoriale,
 potrebbe a sua volta originare una ulteriore definizione di
industrie agrarie. Occorre al riguardo sottolineare che l’aspetto imprenditoriale
 non può essere accolto come elemento discriminatore. Sembra
infatti evidente che i problemi di struttura di un dato settore sussistano
in generale, indipendentemente dal tipo di gestione che conduce le singole
unità industriali. Basti pensare ai problemi di rinnovamento delle attrezzature,
 che si pongono per l’industria enologica e per quella olearia, sia
che i relativi impianti siano gestiti da singoli agricoltori o da cooperative
agricole o da industriali singoli o da società commerciali; basti ricordare
le difficoltà che il settore caseario incontra e denuncia sia nelle grandi
imprese condotte da industriali come nelle piccole, che direttamente trasformano
 il latte dei propri allevamenti. Così non possono non interessare
in eguale misura i problemi di riconversione riguardanti gli impianti per
la produzione del citrato di calcio, siano essi condotti da industriali, come
in Sicilia, o da agricoltori come in Calabria; lo stesso dicasi delle necessità
di revisione e di rammodernamento di molti impianti in cui si compie

(1) Il SgerpiERr (op. cit.) definisce industrie agrarie quelle «che si attuano
nell’interno dell’azienda agraria »; A. BertuzzI e G. DaLnmasso (Industrie agrarie, Milano
1949) definiscono tali «solo quelle che si sviluppano o che si potrebbero economicamente
 sviluppare in una azienda agraria o nell'orbita economica di essa ».
L’elemento della non facile trasportabilità, sottolineato dal VaLentI1 per qualificare
 la materia prima propria delle industrie agrarie, induce a pensare che, anche
se non espresso, il pensiero dell’azienda rurale, quale fattore discriminativo delle
industrie agrarie tra le altre industrie, sia stato presente all’A. Nella stessa definizione
del GrazIaner, ad un certo punto pare implicito il criterio ubicazionale e precisamente
laddove VA., richiamando il giudizio di convenienza in merito alla trasformazione dei
prodotti, fa pensare che sia l’imprenditore agricolo a darlo, in quanto è proprio a lui
che è possibile la scelta tra il vendere o il consumare il prodotto allo stato naturale
e il trasformarlo.
La definizione del BrIzI (A. Brizzi, Economia agraria, Roma 1938) è la meno
equivoca, in quanto sostituisce all’aggettivo agrarie, l’aggettivo rurali. « Industrie rurali
si dicono. propriamente tali le trasformazioni di prodotti diretti dell’azienda agraria,
compiute nell’azienda stessa». Questa definizione suggerisce l'adozione del termine
industrie rurali, per indicare quel gruppo di unità, appartenenti alle industrie agrarie,
definite come si dirà in seguito, che fanno parte integrante di un fondo.
(2) Il Censimento del 1951 ha considerato censibili fra le industrie:
a) l'industria casearia, limitatamente alle latterie sociali e turnarie e alle
unità che lavorano latte acquistato esclusivamente o in misura non inferiore al 60% della
quantità complessivamente lavorata nel 1950; b) l’industria frantoiana, limitatamente
ai frantoi cooperativì, alle unità che lavorano olive acquistate e/o olive per conto
terzi, alle unità che lavorano olive acquistate (e/o per conto terzi) in misura non
inferiore al 60 % della quantità complessivamente lavorata nel 1950; c) l'industria
enologica, limitatamente alle cantine sociali, alle unità che lavorano esclusivamente
uva acquistata (e/o per conto terzi) e alle unità che lavorano, insieme con uva acquistata
o lavorata per conto, anche uva propria, purchè abbiano una capacità complessiva in
vasi vinari di almeno 500 ettolitri.
        <pb n="11" />
        - IL CONCETTO DI INDUSTRIA AGRARIA, ECC.

13

la cura del tabacco, tanto se gestiti da privati agricoltori, come se gestiti
dai concessionari industriali o dallo stesso Stato (1).

3. - Dalla pur breve disamina compiuta è possibile rilevare la difformità
 dei criteri e delle formule esplicative adottate per dare un significato
concreto al termine «industrie agrarie» e per delimitarne il campo di competenza.

Tali criteri possono riassumersi come segue:
a) criterio merceologico, riferito alla materia prima oggetto della
lavorazione industriale;
b) criterio tecnologico riferito al metodo di lavorazione della materia
 prima, .
c) criterio strumentale riferito all’attrezzatura della unità industriale;

d) criterio imprenditoriale riferito alla appartenenza del gestore
della unità industriale all’una o all’altra categoria di operatori economici;
e) criterio ubicazionale riferito alla localizzazione della unità industriale
 nell’ambito o fuori dell’azienda agraria produttrice della materia
prima.
E’ superfluo fare notare che tale elencazione è ben lungi dall’esaurire
tutta la gamma dei criteri che possono adottarsi per qualificare, in base ai
molteplici aspetti sotto cui esse possono essere considerate, le industrie
agrarie e che talune delle varie definizioni possono risultare improntate
ad una combinata assunzione di più criteri i quali, per altro, si compenetrano
 reciprocamente in funzione integrativa.
E’ importante, invece, porre in rilievo come nelle varie formulazioni
elaborate allo scopo di attribuire al termine « industrie agrarie » carattere
e valore definiti, mentre vi risulta espresso che la materia prima di lavorazione
 deve essere data dalla produzione agricola, non vi appare precisato
 il limite oltre il quale la ulteriore lavorazione industriale, di cui il
prodotto agricolo è pur suscettibile, non è più classificabile come industria
agraria.

(1) « Le industrie agrarie, a seconda delle trasformazioni che operano e a seconda
della loro maggiore o minore capacità di trasformazione, possono rientrare nell’ambito
della stessa azienda agraria o uscirne per dar vita a veri e propri complessi industriali
{caseifici industriali, stabilimenti enologici, oleifici, zuccherifici, fabbriche di conserve
e marmellate, ecc.) » (E. Burra, Economia rurale, Paravia 1948).
« D’altro canto, le influenze della tecnica si fanno sentire anche e forse più nella
trasformazione dei prodotti, nella quale ogni nuovo progresso ha per risultato una
maggiore convenienza del trattamento su larga scala, in esercizi che godono di tutti
i vantaggi derivanti dalla massima divisione del lavoro e dal conseguente largo impiego
di mezzi meccanici. Ma, nell’enorme maggioranza di casi, le quantità prodotte da
uan singolo agricoltore non bastano ad alimentare la produzione sulla scala economicamente
 più conveniente. Di qui una divisione fra produttore della materia prima e
trasformatore di essa, che continuamente si allarga e fa uscire ininterrottamente dalla
impresa agricola rami di trasformazione che ne formavano prima una parte integrante
 normale. A questo risultato non contribuisce soltanto l’economicità della produzione,
 ma anche la qualità di essa ed il suo accreditamento sul mercato ». (DRAGONI,
2p. citata).
        <pb n="12" />
        INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

Per contro si è d’avviso che identificando, per quanto possibile, il
limite oltre il quale il processo di trasformazione di un prodotto agricolo
tende a fare assumere al prodotto stesso caratteristiche che esorbitano da
quelle consuetudinariamente richieste per la sua prima, diretta utilizzazione,
 si possa giungere se non a definizioni teoricamente soddisfacenti,
per lo meno a stabilire un pratico criterio normativo, che valga a delimitare
il campo attribuibile alle industrie agrarie intese nel senso di industrie
strettamente attinenti all’agricoltura.
Si ritiene che tale criterio abbia base nel concetto di « complementarità
 ».
I prodotti agricoli non direttamente consumabili o consumati mancano
 di quelle caratteristiche che ne consentono o la utilizzazione immediata
 o la conservazione, e pertanto rispetto a tali destinazioni risultano
per sè stessi, e cioè nello stato in cui escono dalle mani degli agricoltori,
 incompleti. Occorre, quindi, per renderli utilizzabili o conservabili,
tutto quel complesso di operazioni e trattamenti industriali d’uso comune
tendenti a portare il prodotto ad acquisire quelle caratteristiche che ne
consentono il consumo o l’utilizzo immediato o differito.
Trattasi quindi di operazioni industriali complementari delle lavorazioni
 agricole, in quanto rivolte a perfezionare il prodotto agricolo per
renderlo atto allo scopo al quale è destinato: sotto tale profilo l’opera dell’industria
 è quasi il prolungamento del lavoro dell’agricoltore.
Ne consegue che la lavorazione industriale, quando oltrepassa la funzione
 di complementarità del lavoro agricolo, non può più essere conside-.
rata industria agraria.
Così, ad esempio, nel caso della canapa le operazioni industriali che
possono considerarsi come complementari rispetto a tale prodotto sono
quelle occorrenti per la formazione delle diverse marche di tiglio — e pertanto
 l’industria agraria della canapa sarà data dall’insieme di operazioni
che vanno dalla macerazione alla pettinatura (siano esse eseguite da imprese
 di agricoltori che da altre imprese) mentre le successive operazioni
di filatura e tessitura non costituiranno più industria agraria.
Analogamente verranno ritenute industrie agrarie: l’attività che si
svolge in Sicilia e in Calabria per la estrazione delle essenze dagli agrumi
ma non quella che tali essenze impiega nella confezione di profumi; l’attività
 per la produzione del citrato di calcio e non quella che ne ricava il
relativo acido, anche se in taluni impianti il processo in questione si svolge
in ciclo continuativo. Saranno industrie agrarie le distillerie di vinacce, di
frutta, ecc. ma non le fabbriche di liquori. L’industria zuccheriera sarà
industria agraria; l’industria dolciaria invece, che impiega lo zucchero nella
fabbricazione dei prodotti di pasticceria, si trova al di 1à del limite e non
appartiene più alle industrie agrarie, ma alle industrie alimentari.
In aderenza alle esposte considerazioni le attività industriali concepite
 nei limiti di complementarità dell’attività agricola vengono a
costituire nel quadro delle industrie manufatturiere, che utilizzano co--munque
 prodotti agricoli, uno specifico settore a sè stante.
        <pb n="13" />
        i - IL CONCETTO DI INDUSTRIA AGRARIA, ECC.

lA

Ciò posto, il termine « industrie agrarie » assume il definito significato
di « industrie complementari dell’agricoltura ».
Potrebbe obiettarsi che con tale precisazione restano escluse quelle
industrie che non lavorano prodotti agricoli intesi in stretto senso, ma prodotti
 vegetali non coltivati e cioè di produzione spontanea della terra,
come i prodotti forestali, le piante officinali ecc. Ma con estendimento
analogico anche tali industrie vanno considerate come industrie agrarie.
{n base allo specificato criterio normativo e delimitativo, sono da
considerarsi come « industrie agrarie » quelle operanti a mezzo di un complesso
 organizzato di attrezzature appositamente predisposte allo scopo di
sottoporre il prodotto agricolo, come proveniente dal produttore, a trattamenti
 ed operazioni di ordine fisicò, meccanico, chimico, biologico perchè
 possa esser destinato al consumo diretto o reso conservabile per il
consumo differito.
Non si nasconde la difficoltà che, pur partendo da tale impostazione, si
presenta per stabilire un taglio netto fra quelle che si sono dette industrie
agrarie e le altre numerose industrie, le quali, pur utilizzando prodotti
dell’agricoltura, sottopongono questi ad operazioni e trattamenti non più
considerabili come necessariamente complementari nel senso già esposto.
Sembra pertanto corrispondere a criterio di praticità la compilazione
di un elenco nel quale — previo ponderato esame della casistica che la
situazione relativa a ciascuno dei prodotti agricoli oggetto di attività industriale
 localmente presenta, ed alla cui stesura dovrà procedersi con il più
ampio contributo di discussione, di critica e di segnalazioni delle categorie
interessate — risultino stabilite e specificate le industrie agrarie nel senso
innanzi esposto (1).

4. - La opportunità di individuare, in base ad un criterio obiettivo,
nell’ambito delle industrie manifatturiere quelle definibili industrie agrarie
 muove dalla considerazione che la legislazione vigente in materia di
bonifica e altri provvedimenti particolari già tengono conto di tali industrie,
 per le quali predispongono una serie di agevolazioni.

(1) A titolo indicativo si elencano le attività industriali da considerare quali
industrie agrarie; come riferimento orientativo si è assunta la classificazione delle
attività industriali adottata nel Censimento industriale 1937-39.
a) Industrie afferenti a prodotti provenienti da piante erbacee coltivate o spontanee:
Trebbiatura, pilatura, sgranatura, essiccazione e conservazione dei cereali;
macinazione: dei cereali; lavorazione, conservazione, essiccazione degli ortaggi; produzione
 di fecole; lavorazione delle barbabietole ed estrazione dello zucchero; produzione
di alcool e di lieviti da melasso; estrazione di olio da semi o frutti oleaginosi; macerazione
 e stigliatura di piante tessili; sgranatura e imballaggio del cotone; selezione,
essiccazione, conservazione e imbottamento delle foglie di tabacco; preparazione e
imballaggio del crine vegetale; produzione del succo di liquirizia: lavorazione delle
piante officinali.
b) Industrie afferenti a prodotti provenienti da piante legnose coltivate o spontanee:
Produzione di vino e aceto; produzione di alcool da vinelli, vini guasti e
vinacce; produzione di mosti concentrati e succhi di uva; estrazione dell’olio dalle
(segue nota a pag. 16)
        <pb n="14" />
        (8

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

I criteri adottati però da tale legislazione, come meglio si vedrà in
un capitolo successivo (1), considerano in genere gli aspetti ubicazionali
e imprenditoriali delle industrie allo studio; dal che deriva che una stessa
industria, a seconda che sia gestita da un tipo di impresa piuttosto che da
un altro, può beneficiare o no di determinate agevolazioni.
Siccome, sulle industrie che lavorano i prodotti dell’agricoltura si fa
particolare affidamento per iniziare la fase di industrializzazione del Mezzogiorno,
 si rende. necessaria per esse una attiva politica di sostegno,
da realizzarsi attraverso una serie di adatti provvedimenti: da quelli
per la disciplina dei criteri e dei metodi produttivi che in esse vengono
applicati, a quelli per il riconoscimento delle caratteristiche di tipicità
 ad una serie di loro prodotti, fino a quelli, a carattere finanziario,
fiscale e tariffario, che si propongono di favorire il miglioramento della
struttura e delle attrezzature degli impianti, per rafforzarne le possibilità
di contatto con i grandi mercati di consumo nazionali ed esteri (2).
Ora è evidente che, per attivare un determinato settore industriale,
occorre fare léva, mediante appropriati stimoli, su tutti gli operatori economici,
 a qualunque categoria essi appartengano.
La varietà delle situazioni in cui nel nostro Paese viene prodotta e
commerciata la materia prima agricola è tale infatti da rendere inoperante
qualsiasi linea di industrializzazione che volesse basarsi esclusivamente su
una o poche formule organizzative, che si proponesse cioè di far svolgere
il processo in questione ad opera di soli agricoltori o di soli industriali, di
sole imprese di speculazione oppure di cooperazione o di imprese consorziali
 di pubblico interesse.
E’ logico invece predisporre strumenti che, tenendo conto di determinate
 caratteristiche intrinseche, proprie del processo di trasformazione
dei prodotti agricoli e delle necessità che ne derivano all’organizzazione
dei vari fattori che entrano a far parte del ciclo produttivo, possano applicarsi,
 sia pure con adattamenti da caso a caso, ai diversi tipi di impresa
che intendono dare vita ad una industria agraria.

(seguito della nota di pag. prec.}
olive e dalle sanse; raffinazione degli oli destinati al consumo alimentare; preparazione
e conservazione delle olive destinate al consumo diretto; preparazione, essiccazione,
confezionamento delle frutta destinate al consumo diretto allo stato secco; produzione
di marmellate e succhi di frutta; preparazione e conservazione delle frutta destinate
al consumo allo stato fresco; produzione di essenze, conserve e succhi dagli agrumi;
produzione del citrato di calcio; squadratura dei tronchi; segagione, stagionatura e
conservazione del legno; preparazione e prima lavorazione delle scorze di sughero;
produzione di carbone vegetale; produzione di estratti vegetali per tinta e per concia.
c) Industrie afferenti a prodotti di provenienza animale:
Macellazione degli animali; lavorazione e conservazione di carni e dei relativi
 sottoprodotti; conservazione e trasformazione del latte; salagione e stagionatura
dei formaggi; concia delle pelli; lavatura, scelta e imballaggio della lana: essiccazione
dei bozzoli; conservazione e lavorazione del miele.
E’ ovvio che le operazioni industriali elencate implicano tutto il complesso di
dotazioni edilizie e di attrezzature meccaniche che sono ad esse necessariamente inerenti.
(1) Vedasi il cap. IV: Credito ed altri interventi, ecc.
(2) Vedasi il cap. V: Lineamenti di un programma. ecc.
        <pb n="15" />
        1 + IL CONCETTO DI INDUSTRIA AGRARIA, ECC.

]

La legislazione di bonifica e sul credito agrario, che ha saputo tenere
conto, meglio della legislazione industriale a favore del Mezzogiorno, di
tali caratteristiche e di tali necessità obiettive, e che quindi possiede una
notevole gamma di strumenti (sussidi, mutui a particolari condizioni di
favore, intervento diretto dei Consorzi nella esecuzione di determinate
opere ecc.) idonei allo scopo di cui trattasi, non si adatta, per i principi
stessi che l’hanno ispirata e ancor più per i criteri interpretativi di cui è
stata oggetto, ad essere applicata nei confronti delle industrie agrarie
gestite da categorie non agricole.
Qualora però si volesse addivenire ad appositi provvedimenti per promuovere
 lo sviluppo delle industrie in questione appare necessario darne
una definizione o per lo meno stabilirne un elenco; e ciò per non restringere
 eccessivamente il campo di applicazione degli interventi, come ora
accade in forza dei criteri soggettivi adottati dalla vigente legislazione, e
d’altra parte, per non estenderlo troppo, con il rischio di disperdere
parte della loro efficacia propulsiva e di fare beneficiare industrie di tipo
diverso da quello che si intende agevolare.
Quanto detto nei precedenti paragrafi vuole appunto proporre una
discussione per giungere a tali finalità, le quali del resto trovano una loro
sostanziale giustificazione:
a) nell’interesse pubblico, di ordine sociale e di ordine economico, di
approntare con tempestività lo strumento industriale che assicuri la valorizzazione
 della produzione agricola attuale e più di quella che si otterrà
come risultato della intensivazione dell’agricoltura, che deriverà come
conseguenza della esecuzione delle opere di bonifica.
Legate come sono intimamente ai fatti dell’agricoltura, le industrie
agrarie agiscono in funzione di stimolo per l’incremento della produzione
e per il progresso dell’agricoltura, aprendo una serie di possibilità
e cioè: di realizzare, attraverso la trasformazione industriale, profitti
aggiuntivi a vantaggio dell’economia locale; di meglio proporzionare alle
richieste del mercato la disponibilità di prodotto, distribuendola tra il commercio,
 l’esportazione e l’industria; di migliorare il diagramma del lavoro
agricolo, assorbendone nei propri impianti una quota, specie nei periodi
di disoccupazione stagionale. La presenza dello stabilimento è spesso condizione
 indispensabile per potere incrementare determinate colture miglioratrici,
 come è, ad es., il caso dello zuccherificio, del conservificio, dell’essiccatoio
 di tabacco e via dicendo. In molti casi, l’industria è l’elemento determinante
 per avviare la coltura, che la rifornisce, lungo vie di progresso,
sollecitandone l’adeguamento della qualità e della resa alle esigenze della
trasformazione, nonchè la tempestività della maturazione dei prodotti,
perchè avvenga nelle epoche più opportune e in periodi non di mercato
sovrasaturo;
b) nel fatto che le industrie agrarie presentano, per la intrinseca natura
 della materia prima oggetto di lavorazione maggiori rischi e maggiore
onerosità di esercizio derivanti dai seguenti fattori: la stagionalità delle
        <pb n="16" />
        18

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

lavorazioni che fra l’altro crea un forte bisogno di circolante nel periodo
degli approvvigionamenti, non diluibili nel corso dell’anno; la necessità di
tenere installato un potenziale superiore a quello mediamente utilizzato ‘per
poter fare fronte alle punte dei raccolti, al fine di non mandare dispersa la
materia prima; la relativa impossibilità tecnica di modificare, oltre ad un
certo limite (1), la natura della materia prima stessa; il basso rapporto
in genere, che sussiste tra il valore del prodotto trasformato e il valore
del prodotto grezzo.
Tali elementi hanno dirette conseguenze sul processo di formazione dei
costi e dei ricavi di tali industrie e, tra l’altro, si riflettono nel lento ammodernamento
 delle loro attrezzature, nella cristallizzazione della loro struttura
 produttiva, che ancora si presenta polverizzata malgrado i nuovi mezzi
e le nuove vie di comunicazione e malgrado la sua noti corrispondenza alle
esigenze di mercato; nel lento sorgere di unità concepite con criteri di alta
efficienza. |
In relazione all’importanza crescente delle industrie agrarie ed ai loro
peculiari bisogni è auspicabile che siano adottati provvedimenti organici,
i quali, in stretta aderenza alle situazioni di fatto, siano in grado di stimolare
tutti gli operatori, a qualunque categoria appartengano, a dare vita ad un
complesso di moderne unità per la migliore trasformazione e valorizzazione
dei prodotti agricoli.

(1) Si pensi ad esempio ai limiti che ha l’industria frantoiana di modificare,
migliorandole, le caratteristiche organolettiche dell’olio estratto da una partita di
olive gravemente intaccate dalla mosca; il prodotto dell’industria frantoiana è, in questo
caso, costretto a passare per un’altra industria, quella della raffinazione, prima di essere
ammesso al consumo.
        <pb n="17" />
        LA STRUTTURA DELLE INDUSTRIE AGRARIE

1. - Le principali industrie agrarie meridionali raggruppavano, prima
della guerra (1), 49.824 esercizi attivi con 134.751 addetti; gli esercizi dotati
di forza motrice, in numero di 14.123, disponevano di una potenza pari
a 246.867 cavalli-vapore. Mentre sul complesso delle industrie italiane gli
addetti alle industrie agrarie (2) rappresentavano il 9,5% nel Mezzogiorno
gli addetti alle industrie agrarie costituivano il 16,3% di tutti gli addetti
all’industria meridionale. Analogamente, mentre la potenza utilizzabile
presso le industrie agrarie dell’intero territorio nazionale era pari al 15,2%
della disponibilità totale, nel Mezzogiorno essa era pari al 30,7% della
rispettiva disponibilità.

(1) Per un esame delle linee strutturali delle industrie agrarie, i dati del Censimento
 1937-39, anche se ormaî vecchi di un quindicennio circa, sono ancora significativi
ed il presente studio pertanto si attiene ad essi per illustrare il settore meridionale. Sui
criteri seguiti dal Censimento non è il caso qui di ripetersi, essendo stati ampiamente
illustrati sia nelle Avvertenze ai vari volumi pubblicati dall’IstaAtT sia nello studio
x Particolari aspetti strutturali dell’industria italiana » pubblicato nel Rapporto della
Commissione economica al Ministero per la Costituente - Vol. I, Industria, 1947. Qui va
precisato che l’esame, oggetto del presente studio, è stato condotto sugli esercizi attivi
e non su quelli censiti, salvo che per il dato concernente la potenza utilizzabile; e ciò
perchè, per i primi, è disponibile una serie di dati più ampia di quella disponibile per
gli esercizi censiti e poi perchè lo scarto tra attivi e censiti, nel settore in questione, è
minimo, rappresentando gli attivi sui censiti rispettivamente il 95,5% e il 91,1% in
Italia e nel Mezzogiorno. Lo scarto massimo si ha per i frantoi da olive, dove quelli
attivi alla data del Censimento erano l82,1% di quelli censiti in Italia e il 76,2.% di
quelli censiti nel Mezzogiorno: divario anche questo che, per un esame degli aspetti
strutturali, non porta pregiudizio.
(2) Circa i criteri, con cui sono state scelte le varie sottoclassi del Censimento,
per comporre il settore delle industrie agrarie, considerato nel presente studio, vedasi
il cap. Il concetto di industria agraria ecc. Non sempre però la classificazione adottata dal
Censimento consente una piena corrispondenza con la classificazione proposta nel cap. cit.,
per cui si sono dovuti considerare, ad esempio, nel loro insieme, perchè così li espone
il Censimento, i dati della sottoclasse 54: Distillerie di alcool di 2° categoria e produzione
 di acquaviti e liquori ecc. A rigore, si sarebbe dovuto invece tenere conto solo
delle distillerie e non delle fabbriche di liquori ecc. I dati illustrati nel presente studio
hanno quindi solo un carattere orientativo, anche perchè il gruppo di sottoclassi esaminato
comprende solo le principali industrie agrarie, restandone escluse altre di minore rilievo.
Infine, va precisato che in questo studio si sono considerati tutti gli esercizi, sia
quelli dal Censimento definiti industriali che quelli artigiani; e ciò perchè nelle industrie
agrarie una tale distinzione, lungi dall’essere soddisfacente, avrebbe comportato, qualora
 sì fosse esclusa una delle due categorie, un grave svisamento delle linee strutturali,
che caratterizzano il settore in questione.
        <pb n="18" />
        20

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

TAB. 1. — POSIZIONE DELLE PRINCIPALI INDUSTRIE AGRARIE DEL MEZZOGIORNO
NELL'AMBITO DELLE INDUSTRIE AGRARIE ITALIANE.

SOTTOCLASSI DI INDUSTRIA

Molitura cereali .......scccsii iii!
Lavorazione carni .........csc... !
Conservazione frutta e ortaggi.. |!
Lavorazione latte.......ccicc.ile
Spremitura olive... .sscccsess ene
Estrazione e raffinazione oli.....
Produzione vino .....sscssssesssse
Distillazione alcool di 2* cat. ... |!
Produzione zucchero.............
Estrazione essenze........sssccsa
Produzione derivati agrumari...
Produzione estratti concia ......
Concia pelli eesrsssesereszonsonen or
Lavorazione sughero.........s.se
Prima lavorazione legno.........
Lavorazione crine vegetale......
Egssiccazione bozzoli ........s. ce.
Maceraz. e pett. lino e canapa (**)
Lavatura e card. lana...........
Stagionatura tabacco............

IN COMPLESSO...

RSERCIZIU ATTIVI

ADDETTI

FORZA MOTRICE

in complesso

|

con forza
motrice
no

. | negli esercizi
in complesso 0A. Forza
motrice
no

cavalli-vapore
installati
no

no

Mezzo- | 0 sn]
giorno | Italia
=

Mezzo- | % su
giorno ! Italia

Mezzo- | 0 su '
giorno " Italia |

Mezzo- - % su! Mezzo- | % su
giorno ! Italia | giorno | Italia
4 i TO

&amp;amp;

To

6.831 | 50,4 | 6.421
2.242 | 8,7 19
2.363 | 73,4 249
14.757 | 40,1 142
13.919 | 62,8 | 4.712
82 44,3 71
2.694 ! 33,1
344 22,0
1,9
31 36,0
843 | 97,8
4 10,0
321 37,5
197 | 49,0
2.700 | 29,7
1.222 | 57,8
32 7,1
235 | 59,8
604 | 40,7
402 67 7!

30,2
4,0
37,8
2,0
54,9
41,3
31,3
31,5
1,9
57,4
90,9
7,7
23,8
10,7
19,1
63,8
ad
18 7° 7
290 5,0
28 | 27.5

17.397 33,5 16.832 33,6 |131.287 ' 33,8
2.686 9,5 154 2,4 ' 92 0,8
22,817 58,2 17.659 52,9 ! 11.399 42,7
5.564 ' 13,0 1.262 4,9 1.298 4,1
25.98] | 70,6 25.981 70,6 40.261 65,2
4.328 ' 49,4 4,302 49,3 7.578 26,0
6.485 29,5 3.745 25,7 18.449 37,6
2.603 30,7 1.964 30,5 | 2.101 36,3
1.301 3,2 1.301 | 3,2 2.492 | 2,5
524 | 79,5 521 88,9 1.060 97,5
2.411 98,8 806 | 98,5 2,368 | 99,7
1 9,0 160 | 8,9 sn 6,1
2,769 | 16,6 2.482 | 15,0 5.736 | 22,2
878 | 21,5 405 | 11,4 262 | 10,9
12.160 23,7 6.684 1 27,4 18.625 | 15,4
1.993 ' 57,3 517 67,5 316 | 75,1
167° 3,8 135 | 3,3 68 | 1,2
3.358 22,7 2.841 20,4 5.308 | 23,4
731 34,0 70 132 | 12,0
20.442 75 0 | 4.532 334 | 30.3

114
167

49 824

E 4

14.123 | 29 0 ‘134.751

33.1

92.303

29 5 ‘239,545 | 27.6

(*) Gli addetti furono censiti solo per gli esercizi attivi azionati con forza inanimata.
(**) Il Censimento considerò solo la macerazione del lino, attribuendo alle attività agricole la macerazione della canapa.

Il valore aggiunto delle industrie alimentari (1) era il 17,6% del valore
aggiunto di tutta l’industria italiana; tale percentuale per il Mezzogiorno
saliva al 40,1% di quello relativo all’industria meridionale.

(1) La parte presa dalle industrie agrarie sul complesso dell’industria (in Italia
e nel Mezzogiorno), calcolata sulle cifre degli addetti e della forza motrice è superiore
alla realtà, in quanto il Censimento del 1937 rilevò le industrie agrarie nei mesi o
giorni di piena efficienza. Calcoli più corretti si potrebbero fare sulla base dei valore
(segue nota a pag. 21)
        <pb n="19" />
        II - LA STRUTTURA DELLE INDUSTRIE AGRARIE

21

Il Mezzogiorno deteneva nel 1936-37 il 36,4% degli esercizi e il 33,1%
degli addetti in complesso ma solo il 29% degli esercizi dotati di forza motrice,
 il 29,5% degli addetti in essi impiegati, e il 27,6% dei cavalli-vapore
in essi installati, per cui risultò che, mentre nel Nord gli esercizi con forza
motrice costituivano il 45% di tutti gli esercizi, nel Sud essi costituivano
appena il 28,3% e che gli addetti impiegati in tale categoria di esercizi
erano 1’80,8% di tutti gli addetti al settore agrario nel Nord e il 684%
nel Sud.
Assumendo, in prima approssimazione, il contributo medio, pari al
35,8%, del Mezzogiorno alla formazione della produzione agricolo-forestale
nazionale nel quadriennio 1936-39 (1), come indice di un ipotetico livello
naturale, a cui le industrie agrarie avrebbero potuto portarsi, se esse si
fossero ripartite nel Paese nella stessa proporzione della produzione, si
potrebbe dire che le industrie agrarie lo hanno quasi raggiunto solo come
numero di addetti (33,1%) ma non come cavalli-vapore installati negli
esercizi dotati di forza motrice (27,6%), nè come valore aggiunto (2)
(30,9% circa).
Le industrie agrarie del Mezzogiorno, per quanto siano uno dei settori
che più vi si è potuto affermare, hanno sofferto delle stesse cause ritardatrici
 che ‘hanno influito sullo sviluppo di tutto il complesso industriale
meridionale; un’altra conferma si ha dall’esame dei dati contenuti nella
tab. 2.
Se i dati riportati mettono in rilievo la posizione di prevalenza che le
industrie agrarie tengono nel complesso industriale meridionale, i dati
della tab. 1 stabiliscono a loro volta la posizione che le industrie agrarie
meridionali hanno nell’ambito delle industrie agrarie italiane.
Per mille abitanti si hanno nel Nord 4,1 esercizi, 9,8 addetti e 23,1
cavalli-vapore di potenza utilizzabile nelle industrie agrarie, mentre per
il Mezzogiorno si hanno, rispettivamente, i seguenti valori: 3,3; 8,8; 16,2.
Analoghe differenziazioni si manifestano facendo riferimento alla superficie
 produttiva: sul territorio settentrionale esercizi, addetti e cavallivapore
 si addensano sempre in misura superiore a quella con cui si addensano
 nel Mezzogiorno.
Dalla tab. 2 si vede inoltre come le differenze fra Nord e Sud siano
strettamente connesse al diverso sviluppo raggiunto, nelle due circoscrizioni,
 da tutto il complesso industriale.

(seguito della nota di pag. prec.)
aggiunto, che riguarda l’intero ciclo annuale; non essendo però stato calcolato su base
regionale il valore aggiunto delle singole sottoclassi ma solo il valore aggiunto delle
classi (vedasi: Svimez, Notizie sull’economia del Mezzogiorno, Roma 1950, Tab. XXVII),
non è stato possibile esaminare, in relazione al gruppo di industrie appositamente formato
 per il presente studio, tale dato economico. Nel testo viene riferito il valore
aggiunto delle industrie alimentari, le quali non sono, secondo i criteri accolti, da considerarsi
 tutte industrie agrarie nè le comprendono tutte: il dato è perciò da considerarsi
solo largamente indicativo.
(1) Vedasi: « Informazioni Svimez », La produzione agricolo-forestale nel Mezzogiorno,
 n. 38, Roma 1952.
(2) Vedasi nota (1) a pag. prec.
        <pb n="20" />
        22

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

TAB. 2. — DENSITÀ DEGLI ESERCIZI INDUSTRIALI RISPETTO ALLA POPOLAZIONE
E ALLA SUPERFICIE PRODUTTIVA.

CIRCOSCRIZIONI

NORD

SUD

SETTORI DI INDUSTRIA

industrie agrarie.........
Altre industrie...........

Industrie agrarie.........
Altre industrie ...........

per 1000 abitanti

esercizi |

addetti

no

nu

4,1
11.8

9,8
'14_6

3,3
18 4

8,8
45 3

DENSIT

È

CV

esercizi

+]

23,1
159 3

D 5
16

16,2
36 5

1,4
i

per Kmg.

'_ addetti

“0

1,6
88

i |

3

Dv

3,8
26 2

e

Correlativo al minore sviluppo quantitativo delle industrie agrarie meridionali
 è il loro più basso livello qualitativo, commisurabile (1) sulla base
dell’ampiezza media degli esercizi e del grado di meccanizzazione.
L’esercizio medio del settore agrario meridionale risulta, inferiore a
quello medio del Nord sia sotto l’aspetto dell’ampiezza che sotto quello
della meccanizzazione. Ciò si spiega per la forte presenza nel Mezzogiorno
di esercizi che non impiegano forza motrice inanimata: su 100 esercizi nel

TAB. 3. — ELEMENTI CARATTERISTICI DELLE INDUSTRIE AGRARIE.

CIRCOSCRIZIONI

NORD» see reeninie nia nin

Indici (Nord = 100).

AMPIEZZA MEDIA DEGLI ESERCIZI
(n° di unità per esercizio)

Addetti

Cavalli-vapore

CV + addetti

in
complesso


nei soli
esercizi
conf.m.

in
complesso


nei soli
esercizi '
con f.m.:

in
complesso


nei soli
esercizi
con f.m.

11° 6,4
271 6.5)

7,5 18,2 | 10,4
4,8 | 17,0 7,5
7 9” PSI

24,5
23,5 '

27

102

ni

GRADO DI MECCANIZZAZIONE

CV per addetto ' Esercizi | Addetti
confam. negli
ÈsercIzi
sul con fan.
compl. sul
i compL
degli | “egli
esercizi addetti
o

5,3
1,8’

2,91 15
2,6 | 2
n

L

A

12

Nord ve ne sono 45 che impiegano tale tipo di forza motrice mentre nel
Sud ve ne sono solo 28 e su 100 addetti nel Nord ve ne sono 79 che lavorano
 in impianti meccanizzati, mentre nel Sud ve ne lavorano soltanto 64.

(1) Sul
COSTITUENTE,
Roma. 1947.

significato dei rapporti illustrati nella tab. 3 vedasi: MINISTERO PER LA
Particolari aspetti strutturali dell’industria italiana; in vol. I, Industria,
        <pb n="21" />
        il - LA STRUTTURA DELLE INDUSTRIE AGRARIE

23

Merita poi di essere rilevato che, nel Mezzogiorno, nell’esercizio medio
dotato di forza motrice, trova impiego, sia pure in lieve misura, un maggior
 numero di addetti pur essendovi installato un minore numero di
cavalli-vapore; a parità di questi, il Mezzogiorno impiega circa un 7% in più
di mano d’opera: il che potrebbe anche interpretarsi, entro certi limiti,
come il derivato di una minore efficienza della sua motorizzazione.

Tar. 4. — IMPORTANZA DELLE VARIE SOTTOCLASSI DI INDUSTRIA NEL SETTORE
DELLE INDUSTRIE AGRARIE.

SOTTOCLASSI DI INDUSTRIA

Molitura cereali .......c. alle aa E
Lavorazione carnî........ccccssiaiaaiaa aaa sa ae
Conservazione frutta e ortaggi ..............
Lavorazione latte (*) ........cscscscccci ii a ee
Spremitura olive (8): svasa EVENTO CETO
Estrazione e raffinazione oli ,.. ves
Produzione vino (*) ....... i
Distillazione alcool] di 2° categoria ..........
Produzione zucchero .......... siena rna
Estrazione essenze ....J..cscecccic essa aa aaa ea
Produzione derivati agrumari ........ccccila
Produzione estratti concia.......ssssiaa iii le
Concia pelli...... csi sessi na e
Lavorazione sughero ....... nh
Prima lavorazione legno :.....sscssaiiia cei le
Lavorazione crine vegetale .... da
Essiccazione bozzoli........ PA
Macerazione e pettinatura lino e canapa...
Lavatura e cardatura lana .....sssscccciicce
Stagionatura tabacco .......scsicssiiii iii i

IN COMPLESSO .

IMPORTANZA VALUTATA IN BASE AL NUMERO DI:
Addetti + CV

Addetti

Cavalli-vapore

Nord

Sud

Nord

Sud

Nord

Sud

12,7
9,4
6,0
13.6
LO

12,9
2,0
17,0
4,1
19.2
32

10,9
1.8

er 9

12 4

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0,7
21

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5

18
17.7
2
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2,4
1,3
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0,3
6,9
9,6
0,1
2,3
0,2
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5,7
2,2
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0

9.6
5,1
1,2
14,3
0,5
1,5
1,2
0,5
2

2,1
2.1
9,7
9,0
15
9,1
2,5
9,5
15 2

na

no

n 8

55

4

6.1
0,6
12,6
0,2
1,1
3,2
0,3
08

9,3
119

2
7
n 1

9,9
‘8
0,2
1

2
0,1
0.2

I00 0

100 0

100.0

100.0

100.0

100.0

(*) La effettiva importanza delle tre sottoclassi indicate con asterisco potrebbe ritenersi svisata dal fatto che nell’industria
casearia vennero censiti solo gli addetti agli esercizi “ industriali ”; nell’industria frantoiana solo gli addetti agli esercizi
azionati da forza inanimata; nell'industria enologica solo gli addetti agli esercizi aventi più di 500 ettolitri di capacità di
invaso; lo stesso dicasi per i cavalli vapore. La mancanza di tale rilevazione, tuttavia, incide limitatamente sulla graduatoria
 in esame, la quale tende a porre in evidenza il peso delle singole indusirie, da un punto di vista, per così dire,
strumentale ; la primitività degli esercizi esclusi è tale infatti che quasi potrebbe non farli considerare unità indusiriali e
gli addetti, che in essi lavorano, dedicano alle attività di trasformazione una quota di tempo troppo limitata perchè sia
sufficiente a farli qualificare tra ìe categorie dei lavoratori dell’industria.
        <pb n="22" />
        da

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

2. - Data la non grande mobilità che caratterizza la grande massa di
prodotti agricoli destinati alla trasformazione industriale — per la loro
facile deperibilità e per il loro basso valore unitario — le singole sottoclassi
 di industria assumono un diverso peso nelle due circoscrizioni, in
stretta correlazione alla differente disponibilità in posto della materia prima
 e quindi alla diversa struttura agricola dei territori considerati.
Sulla base dei dati offerti dal Censimento, un tentativo di valutare
l’importanza di ciascuna sottoclasse — non soccorrendo altri dati più significativi,
 come potrebbe essere quello del valore aggiunto o quello del capitale
 investito negli impianti — si può fare tenendo conto del numero degli
addetti, o del numero dei cavalli-vapore o della somma dei due elementi
anzidetti, la cui combinazione può ritenersi abbastanza significativa agli
effetti voluti.
La graduatoria, emergente in base agli addetti solamente, colloca ai
primi posti nel Nord l’industria per la lavorazione del legno, quella casearia
 e quella zuccheriera, ciascuna assorbendo circa il 14% di tutti gli
addetti al gruppo di industrie considerato; nel Sud i primi tre posti di
graduatoria sono tenuti, nell’ordine, dall’industria frantoiana, da quella
delle conserve vegetali e dagli stabilimenti per la cura del tabacco.
Sulla base dei cavalli-vapore la graduatoria si modifica più al Sud
che al Nord in quanto che in questa circoscrizione continuano ad essere
presenti nei primi tre posti in classifica due delle industrie che già li
avevano acquisiti in forza degli addetti da esse impegnati: l’industria
dello zucchero e quella del legno.
Al posto, occupato nella precedente graduatoria dall’industria casearia,
 subentrano i molini con ben il 40,9% dei cavalli-vapore installati: questi
 stessi impianti nel Sud entrano in classifica con il 54,8% addirittura,
seguiti a distanza dal 16,8% dovuto ai frantoi da olive e da un 5,7% dovuto
all’industria del legno. Come si vede, ben scarsa è la meccanizzazione delle
altre 17 sottoclassi.
Infine, nella graduatoria derivante dalla combinazione dei due elementi,
 l’industria molitoria è sempre al primo posto (32,4% al Nord e
39,7% al Sud) ma le punte prima rilevate si attenuano e assumono maggior
spicco, al Nord, le industrie dello zucchero (15%), del legno (12,6%), del
latte (7,6%), mentre al Sud il secondo, il terzo e il quarto posic sono tenuti
dall’industria olearia, da quella conserviera e da quella del legno.
Per approfondire maggiormente la natura delle industrie agrarie riescono
 significativi i dati medi caratteristici per singole sottoclassi della
tabella 5.
Il massimo grado di meccanizzazione è raggiunto, in entrambe le circoscrizioni,
 dall’industria molitoria: il secondo posto è preso, nel Nord, dall’industria
 di estrazione e raffinazione degli olii, e nel Sud dall’industria
 enologica; il terzo posto dall’industria per la produzione degli
estratti da concia nel Nord e dall’industria agrumaria nel Sud.
        <pb n="23" />
        II - LA STRUTTURA DELLE INDUSTRIE AGRARIE

25

TAB. 5. — ÉLEMENTI CARATTERISTICI DELLE INDUSTRIE AGRARIE.

AMPIEZZA MEDIA DEGLI ESERCIZI

SOTTOCLASSI DI INDUSTRIA

Molitura cereali ..... accasa
Lavorazione carni ......sssssa asi
Conservazione frutta e ortaggi .....
Lavorazione latte ........ ssa ssaa
spremitura olive ..... scasso
Estrazione e raff. olii ............
eroduzione vino .......a see eee
Distillazione alcool di 2% cat. .....
Produzione zucchero ......... a.
Estrazione essenze .......csss ss
Produzione derivati agrumari ......
Produzione estratti concia .........
Concia pelli ..... ssa eee
Lavorazione sughero .......s ssa
Prima lavorazione legno ...........
Lavorazione crine vegetale .........
Essiccazione bozzoli ........ el
Mac. e pett. lino e canapa .........
Lavatura e cardatura lana .........
Stagionatura tabacco ..

IN COMPLESSO ...

Addetti per esercizio
no

i | mei soli esercizi
in complesso con f.m

Nord | Sud
Pa

i Nord | Sud
i a

2,2
1,1
19,2
1,7
1,3
13,1
2,9
4,8 5
50 ,4| 1.301 7
7,5 1A t
4,6 due!
15,3 10,"
26,0
15,6
5,1
1,7
10,0
72,2
6
= 5

2,2
13,7
38.4
3.5
3
o

2,6
8,1
70,9
8,9
5,5
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010)
19,3
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0

Cavalli-vapore per esercizio
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 megli esercizi
con f.m.
Nord | Sud
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Nord] Sud
- | =

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4,8 375
01 14
2,9 5.6
22°4| 213,5
5.0 9.1
6.1 10,2
92.0] 1.852,1
4.2 0
28 0.8
96.0| 164,2
791 85.2

(9.2

20,4
4.8
15,8
91
8.5
106,7
12.1
12°6
2.492 .0
39%3
29°5
128.0
380
12°”
17

2
‘2
62

58]

4 +
I)
4,6
2

7)

16.2

17.0

Segue: TAB. 5 — ELEMENTI CARATTERISTICI DELLE INDUSTRIE AGRARIE.

SOTTOCLASSI DI INDUSTRIA

Molitura cereali ...... sacca
Lavorazione carni ....... ssa
Conservazione frutta e ortaggi ....
Lavorazione latte ........ 0. ss se
spremitura olive ...... ssaa ea al
Estrazione e raff. olii .... sacca
Produzione vino ....... ssa ea ee
Distillazione alcool di 2% cat. ......
Produzione zucchero ....... sue
Estrazione essenze ......... se
Produzione derivati agrumari ......
Produzione estratti concia .........
Concia pelli .... a asse ea aa eee ea
Lavorazione sughero .......... e
Prima lavorazione legno ...........
Lavorazione crine vegetale ........
Essiccazione bozzoli ....... «aaa ee
Mac. e pett. lino e canapa .........
Lavatura e cardatura lana .........
stagionatura tabacco ..... si...
IN COMPLESSO ...

AMPIEZZA MEDIA DEGLI ESERCIZI
Addetti più CV per esercizio
40

. | nei soli esercizi
in complesso con f.m.
Nord | Sud ‘+ Nord | Sud
10 il | 12 13

18,6
16
71
i

27 8 19,6 23.1)
12 38,9 12,9
14,5) 75,9) 116,7
0, 7,0 18,0
18 8,2 14,0
145 | 257,4) 167,3
4 E 15,4
13,7) 22 7 2403
175° 0| 2.602 5| 3.793,0
1 3,2 58,6
2,8, 839,6
209°"! gp:
113,
30,2
316!
10° 4l
25.3
147
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2,7 |
39,5 7
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E
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34 si

24.5

(RADO DI MECCANIZZAZIONE

Cavalli-vapore per addetto

negli esercizi ' negli esercizi
in complesso con f.m.

Nord | Sud
ae

Nord Sud
16 17

[A

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’
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6)

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07
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|

1

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2
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0.2
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A

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2,2
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ia

O]

32/7
        <pb n="24" />
        26

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

L’ampiezza massima, commisurata sulla base del binomio addetti
cavalli-vapore, è raggiunta dall’industria zuccheriera, la quale è seguita
dagli impianti per la macerazione e la pettinatura del lino e della canapa,
cui seguono, nel Nord, gli impianti di estrazione e raffinazione degli olii,
e, nel Sud, l’industria per la produzione degli estratti da concia.
Occorre tuttavia avvertire che in questa qualificazione, dedotta dai
dati del Censimento, alcune industrie agrarie non appaiono negli aspetti

TAB. 6. — ELEMENTI CARATTERISTICI DELLE INDUSTRIE AGRARIE.
Indici: Nord = 100

SOTTOCLASSI DI INDUSTRIA

Molitura cereali ....... 0...
Lavorazione carni ......... le
Conservazione frutta e ortaggi ......
Lavorazione latte .......... 0...
Spremitura olive ...... cs.
Estrazione e raff. olii ..........la le
Produzione vino ........si eee
Distillazione alcool di 2% cat. ......
Produzione zucchero ...... sale
Estrazione essenze ..... ss... eee
Produzione derivati agrumari .....
Produzione estratti concia ........
Concia pelli ..... aa
Lavorazione sughero ....... c.c... ile
Prima lavorazione legno ......... a.
Lavorazione crine vegetale ........
Essiccazione bozzoli ........ aa
Mac. e pett. lino e canapa .........
Lavatura e cardatura lana ........
Stagionatura tabacco .............

IN COMPLESSO ..

AMPIEZZA MEDIA DEGLI ESERCIZI
Addetti | Cavalli-vapore | Addetti più C.V.
per esercizio per esercizio per esercizio

GrADo ni
MECCANIZZAZIONE

Cavalli-vapore
per addetto

, nei soli nei soli
a com | esercizi | Com» | esercizi
piesso |con f. m.' Plesso |con f. m.l

. nei soli nei soli
pe Com | esercizi | in como esercizi
Pp'es80 icon f. m.l Plesso con f. m.
PI

113,6} 118,2! 117,1] 117,9) 117,20
109,1} 591] 19,0) 75,0
50,5) 184,6] 26,8] 122,1] 391
23,5| 254,3 7,1| 206,8} 16,1
146,2) 196,4] 111,5] 151,8| 123.1
122,5) 138,0! 44,1] 50,0] 57,€!
82,8] 77,3) 122,0] 133,0| 105%; |
158,3| 95,9) 203,3) 123,5] 173,4
173,4|  173,4| 134,5) 134,5| 145.7
576,0) 584,8} 1.900,0|  786,0| :.188 4
181,3) 673,3|. 933,3 3.687.5| 85.0
89,0) 117,7 58,5) 78,0) 65.1!
33,1] 56,7) 28,3) 44,6) 5.8
28,8| 107,8 12,5] 102;0) 225
72,8] 89,4] 427] 77,5i  £3.0
9,1) 117,8] 300,0) 1710] 105,6
320) 80,8) 15,7] 289) 311
19,8!‘ 73,8 20,6] 118,4 20 *“
75,0| 13323 18,2) 270,6) 51,9
ds; 263,7) 20,0; 114,4] 130,9!
87,1 101.71 de il 93.4 3721

117,9
33.2
153,8
227.8
168,7
65.0
113,2
108.0
145,7
114,6
1./21,7
£5.5
7,6
"7

101,3
— 3,3
55,5) 70.0
25,0) 76,9
80,0) 80,0
36,7/ 36,7
150,0] 171,4
133,3 13,8
76,0) 76,0
285,7 133.3
500,0| . 580,0
66,7] 66,7
70,0| 80,0
12,9] 100,0
57,9 8313
200,0] 150,0
30,8 35.7
16’ 1188
lai 190.0
| - 50.0
250) 78,3} 897

102 7!

strutturali (1) che le caratterizzano nella realtà: basti infatti pensare che il
Censimento, nel rilevare l’industria enologica, ha tenuto conto soltanto delle
cantine aventi almeno 500 hl di capacità di invaso e ha trascurato le altre
piccole cantine, che pur detengono più dei due terzi della intera capacità
di tutta la sottoclasse. Analogamente va tenuto conto che, in alcune sottoclassi,
 come ad esempio quella dell’industria di distillazione, sono state
comprese le liquorerie che, secondo i criteri esposti in altra sede (2), non
andrebbero comprese tra le industrie agrarie.

(1) Se sulla graduatoria esposta nella tab. 4, le omissioni del Censimento non
avevano grande influenza, dato che gli esercizi non rilevati, per la loro modestissima
attrezzatura, potevano, in un certo senso, anche non considerarsi unità industriali vere e
proprie, ad un esame della struttura produttiva delle singole sottoclassi tali omissioni
nascondono uno degli aspetti più meritevoli di attenzione e cioè quello della polverizzazione.

(2) Vedasi il cap. I: Il concetto di industria agraria. ecc.
        <pb n="25" />
        Il - LA STRUTTURA DELLE INDUSTRIE AGRARIE

27

Ciò che pertanto merita di essere rilevato con maggiore attenzione,
più dei valori assoluti, sono i valori relativi, esposti nella tab. 6, con cui si
intende mettere in evidenza come, nella maggioranza delle sottoclassi, il
Mezzogiorno abbia esercizi-di minore ampiezza e meno meccanizzati che
il Nord. Questo stato di cose appare con frequenza maggiore allorchè i
rapporti siano riferiti al complesso degli esercizi e al complesso degli
addetti; quando invece i rapporti vengono fatti sulla base dei soli esercizi
dotati di forza motrice e dei soli addetti in essi impiegati, il Sud mantiene
un più aderente contatto con il Nord, arrivando in casi frequenti a presentare
 valori unitari superiori a quelli dell’esercizio settentrionale. Il che
può essere assunto ad indice della capacità delle industrie agrarie del
Mezzogiorno a raggiungere livelli organizzativi pari o superiori a quelli
delle industrie agrarie del Nord quando non ostino condizioni d’ambiente
sfavorevoli, resistenze di tradizione, mercati locali meno attivi di quelli del
Nord a sollecitare l’ammodernamento ed il potenziamento delle industrie.
Un altro aspetto da mettere in evidenza è quello relativo alla distribuzione
 che presentano le singole industrie nelle classi di ampiezza, stabilite
 dal Censimento sulla base del numero di addetti per esercizio. Come
osserva il Rapporto al Ministero per la Costituente (1), se la maggiore o
minore ampiezza di un ramo di industria, rispetto ad un altro, non può
considerarsi come sinonimo di maggiore o minore grado di industrializzazione
 o di sviluppo industriale, nell’ambito di ciascun ramo, invece,
le diverse classi di ampiezza possono costituire, entro certi limiti, un
buon indice del diverso sviluppo industriale raggiunto da un esercizio
rispetto ad un altro.
A tale fine si è ritenuto opportuno considerare separatamente e con
riferimento al solo Mezzogiorno gli esercizi con forza motrice e quelli
senza forza motrice.
TL’industria, nel settore agrario, si esprime soprattutto attraverso i viccoli
 esercizi fino a 10 addetti: nel gruppo di unità dotate di forza motrice,
la classe fino a 10 addetti raggruppa il 91,9% degli esercizi, in cui si ritrovano
 il 42,1% degli addetti e il 64,6% dei cavalli-vapore; nella classe dei
medi esercizi tra 11 e 50 addetti si ha solo il 6,7% degli esercizi con il
20% degli addetti e il 17,3% dei cavalli-vapore. Nella classe degli esercizi
con oltre 50 addetti, che per molte industrie agrarie possono già rappresentare,
 in termini assoluti, grandi unità, si ha soltanto l’1,4% degli esercizi.
 ma il 37,9% degli addetti e il 18,1% dei cavalli-vapore.
A formare la classe da oltre 100 addetti contribuisce in prevalenza,
come numero di esercizi, l’industria conserviera, che vi concentra 34 unità
sulle novanta da cui è costituita l’intera classe; nella classe da 51 a 100
addetti, insieme all’industria conserviera con 24 unità, entrano l’industria
molitoria con 26 unità, quella per l’estrazione e raffinazione degli olii con
19 unità e quella per la prima lavorazione del legno con 11 unità.

1) Vedasi pag. 241 del Rapporto cit.
        <pb n="26" />
        28

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

TAB. 7. — ÉSERCIZI, ATTIVI, CON FORZA MOTRICE.

CLASSI DI AMPIEZZA :

SOTTOCLASSI DI INDUSTRIA

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da 2 a i

da 6 a 10

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Ta E | RT Pg 7 (140

Molitura cereali .... ss... .
Lavorazione carni ......sssss assenso
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Lavorazione latte ......... sasso see
spremitura olive ...... css esse ee
Estrazione e raffinazione olii .......
Produzione vino ........ ss ss ssa see
Distillazione alcool di 2% cat. ......
Produzione zucchero ....... ss sane
Estrazione essenze .......sssssosae
Produzione derivati agrumari ......
Produzione estratti concia .........
Concia pelli .... css eee
Lavorazione sughero ...... css sc...
Prima lavorazione legno ............
Lavorazione crine vegetale .........
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Macer. e pett. lino è canapa .......
Lavatura e cardatura lana ........
Stagionatura tabacco ......... sasa
IN COMPLESSO .......

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15 32
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Conservazione frutta e ortaggi ......
Lavorazione latte ........... scese
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Estrazione e raffinazione olii .......
Produzione vino ........ssssssse sa
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Produzione zucchero ............ 0.
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Produzione derivati agrumari ......
Produzione estratti concia .........
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Maceraz. e pett. lino e canapa....
Lavatura e cardatura lana ........
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11,5
5,3
15,7
27,5
39.7

12,1
2,7
11.0

(*) Per i dati complessivi vedansi le. colonne 4, 8, 10 della Tap. 1 a pag. 20.
(**) Numero complessivo di esercizi = 100; di addetti = 100; di CV = 100.
        <pb n="27" />
        il - LA STRUTTURA DELLE INDUSTRIE AGRARIE

20

PER CLASSI DI AMPIEZZA NEL MEZZOGIORNO.

ESERCIZI CON ADDETTI

da 11 a 25

Eserc. | Add. | cv
T ! 19 713

da 26 a 50

da 51 a 100

oltre 100

| Eserc. | Aaa. cv | Esere. | Add. | cv | Essere. | Ada.
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69,1
11.2
        <pb n="28" />
        30

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

Per converso, nella classe minima con esercizi in cui vi è appena un
addetto le quattro industrie più rappresentate sono quella molitoria,
quella olearia, quella enologica e quella per la prima lavorazione del legno.
Nel gruppo degli esercizi senza forza motrice la polverizzazione risulta
ancora maggiore.
Appena lo 0,9% degli esercizi ha più di 10 addetti. E in proposito va
tenuto presente che sui 49.824 esercizi attivi nel settore meridionale delle
industrie agrarie ben 35.701 risultarono sprovvisti di forza motrice, prodotta
 da motori inanimati (termici, elettrici, idraulici): in 30.000 esercizi

TAB. 8. — ESERCIZI, ATTIVI, SENZA FORZA MOTRICE, PER CLASSI DI AMPIEZZA NEL
MEZZOGIORNO.

SOTTOCLASSI

DI INDUSTRIA

Molitura cereali ..
Lavorazione carni
Cons. frutta e ort.
Lavorazione latte
Spremitura olive .
Estraz. e raff. olii
Produzione vino gs.
Distill. alcool di 2°
Produz. zucchero
Estrazione essenze
Prod. der. agrum.
Prod. estr. concia..
Concia pelli .....
Lavoraz. sughero
Prima lav. legno
Lavor. crine veget.
Essiccaz. bozzoli .
Mac.-pett. lino-can.
Lavat. e card. lana
Stagion. tabacco .
IN COMPLESSO .

Molitura cereali .
Lavorazione carni
Cons. frutta e ort.
Lavorazione latte
Spremitura olive .
Estraz. e raff. olii
Produzione vino .
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Produz. zucchero.
Estraz. essenze .
Prod. der. agrum.
Prod. estr. concia..
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Lavoraz. sughero .
Prima lav. legno
Lavor. crine veget.
Essiccaz. bozzoli .
Mac.-pett. lino-can.
Lavat. e card. lana
Stagion. tabacco .
IN COMPLESSO .

In complesso

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100,0
100.0
100.0
100,0

CLASSI DI AMPIEZZA
Esercizi con addetti
fino al da2a5 da 6a1l0 | da lla25 oltre 25
Eserc. | Add. i Add. i Add. - Add. po Add.

Cifre a«

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31,7 | 1,21 7,2

14 6
        <pb n="29" />
        II - LA STRUTTURA DELLE INDUSTRIE AGRARIE

31

circa di questa categoria e cioè nell’84% non risultò impegnato più di un
addetto, in altri 5.000 esercizi circa gli addetti variavano tra 2 e 5 e soltanto
nei residui 700 esercizi circa il numero degli addetti era superiore a 5.
In complesso, gli addetti agli esercizi attivi sprovvisti di forza motrice
risultarono nel Mezzogiorno in numero di 42.448 pari al 31,6% di tutti
gli addetti al gruppo delle industrie agrarie qui considerate: 15.910 erano
addetti alla sola industria per la cura del tabacco e di essi 15.314 risultarono
 in esercizi con più di 25 addetti. Facendo astrazione da questa particolare
 industria, gli addetti, censiti in esercizi senza forza motrice e con
non più di cinque persone, risultarono pari al 72,8% del totale.
Anche tenendo conto dei particolari criteri seguiti dal Censimento,
secondo i quali venne rilevato l’esercizio e non lo stabilimento, per cui le
unità che caratterizzano un settore vengono in qualche caso moltiplicate
per quante sono le lavorazioni che si eseguono in uno stesso stabilimento,
i dati riportati possono ritenersi altamente significativi dello stato di polverizzazione
 del settore, dato che, nel caso delle industrie agrarie, quasi
sempre l’esercizio corrisponde allo stabilimento.

3. - Dopo avere esaminato la posizione delle industrie agrarie
meridionali, nei confronti delle industrie agrarie del Nord, e averne
messo in evidenza gli elementi più caratteristici, si può rilevare
come si ripartisce la consistenza del settore fra le singole regioni
meridionali. A tale fine, si è limitata l’analisi al solo dato della potenza
utilizzabile (1), ritenendolo sufficiente ad individuare, tra gli esercizi
delle singole sottoclassi, quella quota che, per il fatto di essere meccanizzata,
 può essere assunta a distinguere un nucleo più propriamente definibile
 industriale da un altro nucleo non meccanizzato e che potrebbe definirsi
 artigiano (2).
Il nucleo di esercizi, più importante come potenza utilizzabile, ‘appare
in ciascuna regione quello molitorio; in Abruzzi e Molise seguono l’industria
 frantoiana e l’unico zuccherificio esistente nel Mezzogiorno (Avezzano)
 all’epoca del Censimento: tale esercizio da solo deteneva il 10,9%
della potenza utilizzabile di tutte le industrie agrarie abruzzesi. In Campania,
 le due industrie maggiori, dopo quella molitoria, sono la conserviera
e quella per la prima lavorazione del legno; in Puglia, l’industria olearia
e quella vinicola; in Basilicata quella olearia, assieme a quella molitoria,
è praticamente l’unica espressione del settore allo studio; in Calabria è
ancora l’industria olearia, cui segue quella per la prima lavorazione del
legno; in Sicilia e in Sardegna l’industria olearia e quella vinicola.

(1) Per dati più analitici vedasi l’AlIl. 1 a pag. 40; si avverte che nell’allegato
è riportato, anzichè il dato dei cavalli-vapore di potenza utilizzabile, quello dei cavallivapore
 installati: auesti sono compnlessivamente 239.545 pari a 246.867 HP di potenza
utilizzabile.
Sul significato di potenza utilizzabile vedasi: A. MoLinarr, Statistica delle macchine
generatrici di energia e calcolo della pot. utilizz., in vol. I, Censim. ind., Risultati generali,
Roma 1942.
(2) Evidentemente la definizione è del tutto convenzionale.
        <pb n="30" />
        32

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

Tar. 9. — DISTRIBUZIONE PER CIRCOSCRIZIONI DELLA POTENZA UTILIZZABILE.

POTENZA UTILIZZABILE NEGLI ESERCIZI CENSITI CON FORZA MOTRICE

SOTTOCLASSI DI INDUSTRIA

Molitura cereali .....
Lavorazione carni ...
Conserv. frutta e ort. ..
Lavorazione latte ...
Spremitura olive ....
Estraz. e raffinaz., olii
Produzione vino ....
Distill. alcool di 2% .
Produzione zucchero .
Estrazione essenze ...
Prod. deriv. agrumari
Produz. estratti concia
Concia pelli ......« se
Lavorazione sughero.
Prima lavoraz. legno
Lavoraz. crine vegetale
fssiccazione bozzoli ..
Mac. pett. lino canapa
Lavatura e card. lana
Stagionatura tabacco.
IN COMPLESSO ...

Abruzzi | Cam- i | Basi- . e Sar- || Mezzo-€
 bruzzi | nania | Puglia | licata | Calabria | Sicilia | degna ' giorno | Nord | Trania

Cavalli - vapore
5.824| 11.383!

15.582| 34.335
98
9.802
s11
2.759
1.741
196|
480

La
450
73,
14.526.
4.473
8.564
962

9,414! 134.941} 261.075] 396.016
99| 11.756] 11.855
12.136! 15.446| 27.582
1.298! 30,571] 31.869
41.568 21.854] 63.422
7.660| 21.739) 29.399
14.019) 22.523] 36.542
2.118| 3.727 5.845
2.492| 100.014] 102.506
1.390 185 1.575
2.698 9 2.707
384| 5.931} 6.315
5.806) 41.406) 47.212
262) 2.139) 2.401
13.801} 75.141| 88.942
316 106 422
105 7.415] 7.520
5.308| 17.984| 23.292
i 132 966] 1.09
334 800! 1.134
64 970] 13.676) 246.867) 640.787) 887.654

56)
52
3.185°
85
9£
4
2492
194

2
1.245

aan
1
"500
352
ny

610
162
a

3.914!
125:
6.097!
5.509
25 25
90 198
22.851 65.584)

£e7

on

"aa

€
48.885) 7.349) 23.552

Percentuali territoriali
»

Molitura cereali .....
Lavorazione carni ...
Conserv. frutta e ort. ..
Lavorazione latte ...
Spremitura olive ....
Estraz. e raffinaz. olii
Produzione vino .....
Distill. alcool di 2°...
Produzione zucchero .
Estrezione essenze ...
Produz. deriv. agrum.
Produz. estratti concia
Concia pelli ........
Lavorazione sughero .
Prima lavoraz. legno
Lavoraz. crine vegetale
Essiccazione bozzoli ..
Mac. pett. lino canapa
Lavatura e card. lana
Stagionatura tabacco.

ÎN COMPLESSO .....

Molitura cereali .....
Lavorazione carni ...
Conserv. frutta e ort. ..
Lavorazione latte ...
3premitura olive ....
Estraz. e raffinaz. olii
Produzione vino ....
Distill. alcool di 2%...
Produzione zucchero.
Estrazione essenze ...
2?rod. deriv. agrumari
Produz. estratti concia
Concia pelli ........
Lavorazione sughero .
Prima lavoraz. legno
Lavor. crine vegetale
Essiccazione bozzoli ..
Mac. pett. lino canapa
Lavatura e card. lana
Stagionatura tabacco.
IN ‘COMPLESSO ...

sei
2,8
ao
1
2% 1
294
i
4
-0°3
AP e

E
2,3 3 15 0
i - ; 3 25)
2.8 7.4 5.5) o.al 27) 7.1 al 27,8)

Percentuali ner sottoclassi in ciascuna Circoscrizione
79 3

1?
©
PI
&amp;amp;,8)
0,6

47

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4,9
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100
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100
100
100
100
100

44,6
1,6
3,3
3.1
7.2
ax
4.1
07
11,6
02
03
0.7
5.3
0,3
1020
0,9
2°6
0.1
0.1
100
        <pb n="31" />
        il - LA STRUTTURA DELLE INDUSTRIE AGRARIE

33

Considerando le singole sottoclassi di industria, l’apporto che ciascuna
regione dà alla formazione del nucleo dotato di forza motrice appare
strettamente subordinato alla struttura agricola regionale e alla produzione
 che da tale struttura proviene. L’eccezione a tale regola è soprattutto
rappresentata dall’industria molitoria della Campania; questa regione, che
ha una produzione granaria inferiore a quella di altre regioni, meno dotate
di molini, lavorava, più in passato che ora, notevoli quantitativi di grani
esteri affluenti al porto di Napoli.
Anche la lavorazione delle carni in esercizi dotati di forza motrice è
presente nella sola Campania, che non è la regione meridionale più forte
allevatrice di suini. Per il latte invece e per i prodotti ortofrutticoli da
conservare, di cui la Campania è la principale fornitrice, lo sviluppo dell’industria
 è strettamente correlativo a quello della produzione regionale.
Per l’industria degli olii, del vino e dell’alcool la Puglia detiene il primo
posto così come lo detiene per la produzione della materia prima. Per lo
zucchero l’unica coltivazione meridionale di barbabietole, nel 1936, era
localizzata nel Fucino e di conseguenza in Abruzzo era localizzato l’unico
zuccherificio (1). La Sicilia e la Calabria possiedono il principale nucleo
di industria agrumaria ed essenziera; la Sicilia tiene il primato per la
produzione degli estratti per concia, in relazione al fatto che l'isola è
l’unica produttrice di sommacco. Fa meraviglia non trovare al primo posto
nell’industria sugheriera la Sardegna, che possiede il più vasto patrimonio
italiano di sugherete; ciò è dovuto al fatto che gli impianti di lavorazione
del sughero si trovano di preferenza ubicati nella Valle Padana, in prossimità
 dei grandi centri di consumo, dato che lo stivaggio dei manufatti
di sughero sulle navi da carico è molto più costoso dello stivaggio della
corteccia grezza. Per il crine vegetale, ricavato dalla palma nana, l’industria
 è localizzata nelle zone di produzione, che sono la Sicilia e la Sardegna;
 la macerazione e la pettinatura della canapa sono logicamente concentrate
 in Campania e così gli impianti dotati di forza motrice per la cura
del tabacco sono anch’essi dislocati in prevalenza in Campania, benchè
sia la Puglia la principale produttrice di tabacco; ma ciò si spiega con la
diversa qualità della foglia ottenuta nelle due regioni: i tabacchi leggeri
pugliesi non richiedono infatti particolari attrezzature, dato che la loro
cura viene compiuta al sole.
Volendo, a questo punto, rendersi meglio conto di ciò che rappresenti,
in ciascuna regione, il gruppo degli esercizi dotati di forza motrice rispetto
al complesso degli esercizi, si deve ricorrere, non consentendolo altri dati
del Censimento, ad un semplice rapporto tra il numero degli addetti.
Tale rapporto ha scarsa efficacia per rappresentare il peso economico degli
esercizi esaminati nella tab. 7.sulla rispettiva sottoclasse, variando tra
l’altro la produttività dell’addetto all’esercizio con forza motrice e del-(1)

 Gli zuccherifici che entreranno in funzione nella campagna bieticola 1953
nel Mezzogiorno sono sette, ubicati ad: Avezzano, Giulianova, Chieti, Capua, Battipaglia,
Sant'Eufemia e Oristano.
        <pb n="32" />
        3

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

l’addetto all’esercizio senza forza motrice e variando inoltre tale produttività
 in funzione della lavorazione eseguita in ciascuna sottoclasse. Anche
dei dati della tab. 7 occorrerà quindi servirsi a scopo orientativo e sopratutto
 per vedere come le singole regioni e le singole industrie facciano
diverso ricorso alla meccanizzazione per trasformare i prodotti agricoli.
Di fronte ad un’industria zuccheriera e ad un’industria di estrazione
e di raffinazione degli oli, i cui addetti trovano impiego solo in esercizi
dotati di forza motrice, stanno l’industria per la lavorazione delle carni,
quella per la produzione di derivati agrumari e quella per la stagionatura
del tabacco, in cui appena un terzo o meno dei rispettivi addetti trova im-Tar.

 10. — LA MECCANIZZAZIONE DELLE INDUSTRIE AGRARIE NELLE SINGOLE
CIRCOSCRIZIONI.
Rapporto percentuale tra il numero degli addetti negli esercizi attivi con forza motrice e il numero degli addetti negli esercizi attivi
in complesso {con e senza f. m.}.

n

SOTTOCLASSI
DI INDUSTRIA

Molitura cereali .....
Lavorazione carni ...
Consery. frutta e ortag.
Lavorazione latte ...
Spremitura olive (*)..
Estraz. e raffinaz. olii
Produzione vino ....
Distill. alcool di 2* cat.
Produzione zucchero .
Estrazione essenze ..
Produz. deriv. agrum.
Produz. estratti concia
Concia pelli .........
Lavorazione sughero...
Prima lavoraz. legno
Lavor. crine vegetale
Essiccazione bozzoli ..
Mac. pett. lino canapa
Lavatura e card. lana
Stagionatura tabacco.

IN COMPLESSO ...

Abruzzi
a Molise

0,99

0,65
0,51
0,78
1.00

0,37
0,09
1,00
1 00

0 70

0,25
0 826

fn 20

Campania


Puglia

Basilicata


Calabria

0,97
0.11

1.00

0.87

0,95

0.98

0,71
0,23 | 0,01
0,79
0,99
0,79
0 94

0,49
0,01
0,56
1,00
0,17
0 682

0,46
0,61
1,00
0,20
0.54

0,25
| 0 59

1.00

1 00

1,00
0,38
0,50
0 85

1,00
0.08

0,93
0,9
0 39

0 45

| 0.11

{i 62

081

0,89
0,21
70

0 02

0 47

0 17

277 |!
252

053 | né

Sicilia

0.97

0,23
0,27
083

0 9

0,55
0 91

0,99

0.62

0,92
0,84
0.83
0,32
1,00
n 50

{fl AS

Sardegna


0,97

0.01

0,96
0,15
0.84

1 00

0.60
fl 42

0,60

0.29
0,63
0.78

O 46

Mezzo- |
giorno

Nord

0,97
0,06
0,77
0,23
0,74
0.99
0,58
0,75
1,00
0,99
0.33
1,00
0,88
0,46
0,55
0,26
0,81 | 0,94
0.85 | 0,9
0.10 | 0.71
A 9292

0,96
0,25
0,96
0,65
0.67

’ 1.00
| 0,70
| 0.76
| 1,00
| 0,48
0,40
1.00
| 099

| 267

0 44

n 79

‘i ITALIA

0,97
0,23
0,85
0,60
0,72
1,00
0,66
0,76
1,00
0,89
0,34
1,00
0,97
0,87
0,75
0,22
0,93
0,95
0,50
033

074

(*}) Il Censimento non ha rilevato gli addetti nei frantoi azionati a forza animata: lo si è calcolato in via congetturale.
        <pb n="33" />
        il - LÀ STRUTTURA DELLE INDUSTRIE AGRARIE

35

piego in esercizi motorizzati. In genere, per quasi tutte le sottoclassi e in
tutte le regioni si vede come siano diffuse ancora le lavorazioni a mano
ed è ben noto come tale sistema, anche se in taluni casi riesce a dare ai
prodotti caratteristiche di altissimo pregio e di inconfondibile tipicità, sia
pur tuttavia la causa fondamentale del loro alto costo, che non da oggi
pregiudica il loro smercio soprattutto all’estero.
Circa la situazione nelle singole regioni, si ha conferma della maggiore
 primitività, rispetto al Nord, che caratterizza le industrie agrarie di
quasi tutto il Mezzogiorno, ad eccezione di quelle abruzzesi e campane
per le quali il rapporto trovato più si avvicina a quello delle
regioni settentrionali. La presenza in Abruzzo dello zuccherificio,
così come il forte nucleo conserviero campano sono tuttavia i
fattori determinanti la posizione di privilegio che il dato numerico
mette in evidenza, nascondendo situazioni di arretratezza in tutta la
restante serie di industrie delle due regioni in questione. Sicchè alla tab. 10
è da riconoscersi, ai fini ricercati, un buon grado di rappresentatività,
soprattutto nei valori riguardanti le grandi circoscrizioni Nord e Sud,
per le quali lo squilibrio numerico non fa che rispecchiare, in funzione
di un dato di censimento, una realtà, per tanti altri aspetti, ben nota.

4. - Gli elementi caratteristici delle industrie agrarie, esaminati nei
precedenti paragrafi, mettono, tra l’altro, in evidenza la diversità di comportamento
 delle singole sottoclassi e, nell’ambito di una stessa sottoclasse,
la diversità degli aspetti assunti dall’industria nelle singole regioni.
Per quanto i motivi di questa differenziazione debbano in primo luogo
riferirsi alla diversa tecnologia impiegata in ciascuna industria, non si
può trascurare il motivo d’ordine storico che pregiudizialmente ha influito
sulla situazione in oggetto. Mentre le industrie più antiche portano tuttora
con sè elementi caratteristici della loro impostazione d’origine, legata ad
un’area di rifornimento della materia prima il più delle volte circoscritta
entro l’ambito dell’azienda rurale, ad un mercato di consumo curtense
o, tutt’al più, comunale, a tecnologie e a strumenti di lavoro che il progresso
 tecnico lascia ancora sussistere accanto alla numerosa gamma dei
nuovi mezzi di produzione, le industrie più recenti, per le quali la vita
non tocca ancora il secolo, non hanno risentito di tali legami e si sono
portate quindi, fin dal loro inizio, su un piano dimensionale e organizzativo,
 che è proprio della moderna attività manifatturiera, affermatasi
attraverso la rivoluzione industriale (1).

(1) « Non occorre copiosità di citazioni — scrive il La RotTonDa — per ricordare
che dalla storia della evoluzione dell’industria mondiale appaiono chiari e significativi
rapporti fra ascesa ponderale della produzione, incremento dei redditi, rendimento
dell’impresa e affinamento qualitativo della produzione stessa, livello di specializzazione
 delle maestranze, dimensione e perfezionamento degli impianti ». (C. La RoTONDA,
La sperimentazione, il controllo e l’istruzione professionale nell’industria del pomodoro,
 in «Annali della Facoltà di Agraria dell’Università di Napoli», Serie III, volume
 XVII), 1950)
        <pb n="34" />
        36

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

L’effetto più evidente della diversa epoca di origine delle industrie
allo studio è dato dal largo permanere in quelle più antiche di forme di
impresa agricola, in cui cioè gestore dell’industria è lo stesso produttore
della materia prima; forme di impresa che invece quasi non esistono
nelle industrie comparse solo di recente.
Naturalmente, mentre nelle prime gli esercizi sono portati a proporzionarsi
 alla modesta produzione realizzabile in un’azienda rurale, nelle
seconde, in cui l’organizzazione degli approvvigionamenti si basa sulla
produzione di tutto un territorio, spesso neppure situato in prossimità
dell’impianto, gli esercizi tendono a costituirsi secondo dimensioni ottimali
tecniche ed economiche, in funzione, queste ultime. dei mercati di approvvigionamento
 e di smercio.
Da uno studio dell’Istituto Nazionale di Economia Agraria (1) sulla
distribuzione regionale del valore lordo della produzione agricola, si rileva
che gli agricoltori avrebbero trasformato, con proprie industrie (2), una
quota dei prodotti, ottenuti dalle colture e dagli allevamenti, che è pari,
in valore, al 16,6% della produzione lorda vendibile agricola realizzata
nel 1949.

Tam. 11. — IL VALORE LORDO DELLA PRODUZIONE AGRICOLA TRASFORMATA DA
INDUSTRIE GESTITE DA AGRICOLTORI.

CIRCOSCRIZIONI

ITALIA csesinininia #64
NORD ....

SUD.

Abruzzi e Molise .....
Campania ...
Puglia .. . a
Basilicata ...
Calabria ...
Sicilia ...
Sardegna ...

VALORE DELLA PRODUZIONE LORDA VENDIBILE
di cui proveniente da industrie gestite
da agricoltori

In complesso
L.
(milioni)

LL.
(milioni)

%
. ° ge
territoriali
—— -

1.976.171
1.393.028
583.143

328.302
189.572
138.730

16,6
13,6
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42,3

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112.321
27.536
69.093
120.698
50.082

13.849
21.799
39.771
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19.255
32.488
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17,8
17,4
35,4
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27,9
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1,2
6,7
12,1
1,2
5,9
9,9

45 i

(1) Inga, Note sul metodo di valutazione della produzione lorda vendibile dell’agricoltura,
 a cura di G. OrLanpo, Roma 1951.
(2) In realtà, nella quota di valore riportata si deve ritenere compresa, anche se lo
studio citato non ne fa che occasionale menzione, quella parte di valore attinente a prodotti
 che gli agricoltori si sono fatti trasformare per proprio conto da industrie, che si
limitano a fornire a terzi il servizio di trasformazione.
        <pb n="35" />
        Il - LA STRUTTURA DELLE INDUSTRIE AGRARIE

37

Pur tenendo conto della diversa qualità della produzione che si ottiene
nelle singole regioni, e pur non volendo attribuire a questi dati un significato
 assoluto, data la loro origine estimativa di larga massima, la tab. 11
sottolinea l’esistenza, già per altri aspetti nota (1), di un legame tra agricoltura
 e industrie trasformatrici più forte nel Mezzogiorno che nel Nord,
in quanto che il 23,8% della produzione lorda vendibile meridionale esce
dalla azienda allo stato di prodotto già trasformato mentre nel Nord ne
esce in tale stato solo il 13,6%. Questi valori possono contribuire a spiegare
il fenomeno della maggiore polverizzazione che si riscontra per il settore
di industrie in questione nel Mezzogiorno, in quanto le -unità. che permangono
 entro l’ambito aziendale, non possono, per evidenti motivi, assumere
dimensioni di una certa consistenza, specie se si limitano a lavorare i
soli prodotti ottenuti nell’azienda del gestore dell’industria.
E che la produzione trasformata direttamente dagli agricoltori del
Mezzogiorno non provenga, per lo più, se non da unità industriali minime
è dimostrato dallo scarsissimo sviluppo che in tale circoscrizione hanno
raggiunto le cooperative. -
Al 31 dicembre 1948 (2) le cooperative per la trasformazione dei prodotti
 agricoli erano in tutta Italia 915, di cui appena 49 dislocate nel Mezzogiorno;
 queste, in media, raggruppavano 156 soci per ciascuna, mentre
quelle del Nord ne raggruppavano 96; il capitale ammontava a 210 milioni
circa, di cui poco più di 71 milioni sottoscritti dai cooperatori del Mezzogiorno.

Nel 1937, per il quale anno soltanto si conosce la ripartizione degli
impianti cooperativi tra i vari rami di industrie agrarie, risultavano nel
Mezzogiorno 80 latterie e caseifici, 26 cantine, 3 distillerie. 14 oleifici,
6 molini e 13 essiccatoi di tabacco.
Le poche cifre riportate sono sufficienti a fare comprendere quale
modesto apporto abbia finora dato il movimento cooperativo del Mezzogiorno
 allo sviluppo delle industrie agrarie. Per quanto riguarda il futuro
sembrerebbe pertanto di dover contare più su forme che, almeno in un
primo momento, non si potranno chiamare cooperative, dato il carattere
non propriamente volontario che esse assumeranno: si intende alludere a
quegli impianti per la trasformazione dei prodotti che gli enti di riforma
dovranno mettere a disposizione dei nuovi piccoli proprietari, i quali, solo
se convenientemente assistiti e guidati nella fase di avviamento della
industria — fase che non si prevede breve — potranno un giorno trasformarsi
 in veri cooperatori.

(1) Vedansi in proposito le Monografie per singole industrie pubblicate dallo
ISTAT, in occasione del Censimento industriale e commerciale 1937-39.
(2) Vedasi: « Informazioni SvimeEz », Le Cooperative agricole nel Mezzogiorno. n. 3.
Roma 1953.
        <pb n="36" />
        38

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

Oltre che su queste iniziative, le quali, dato il servizio a cui dovranno
corrispondere, non potranno non dar luogo ad unità di una certa mole, c’è
da fare conto, per un ridimensionamento e per un concentramento delle
unità del settore, su quelle iniziative, che potranno essere prese dai consorzi
 agrari, dai consorzi di bonifica, da quegli agricoltori più intraprendenti
 che sapranno associarsi, giuridicamente o di fatto, per dare vita a
moderne unità industriali. Occorrerà inoltre, per portare le industrie agrarie
 del Mezzogiorno ad un alto livello di efficienza e di consistenza, che
altri imprenditori, provenienti da categorie non agricole, intervengano.
con i loro capitali e la loro capacità di intrapresa.

5. - Sulla base dei dati riportati si possono fare le seguenti considerazioni
 conclusive: -

a) le industrie agrarie rappresentano nel complesso industriale meridionale
 un nucleo notevolmente più forte di quello che le stesse industrie
 rappresentano nel complesso nazionale; ;

b) le industrie agrarie del Mezzogiorno hanno però dimensioni minori,
 e più basso è il loro grado di meccanizzazione rispetto al Nord: il
che fa presupporre che si mantengano, in definitiva, in uno stato di
maggiore arretratezza:

c) per la disponibilità di materia prima trasformabile, le industrie
agrarie hanno ancora possibilità di sviluppo nel Mezzogiorno. Tale sviluppo,
 lungi dal deformare la struttura industriale del Mezzogiorno,
ampliando eccessivamente il settore delle industrie agrarie a detrimento
di altri settori, ha ancora, se non altro, da raggiungere, sotto l’aspetto
della meccanizzazione e quindi della efficienza, quel livello naturale, che
gli competerebbe in base all’apporto che il Mezzogiorno dà alla produzione
 agricolo-forestale o quella densità che esso già ha raggiunto nel
Nord:

d) l’attuale posizione di prevalenza del complesso agrario sull’intero
complesso industriale meridionale è relativa al generale basso livello di
industrializzazione del Mezzogiorno.

Un effettivo potenziamento delle industrie agrarie è però pensabile
solo a condizione che anche in questo settore si superi la fase di polverizzazione
 che oggi lo contraddistingue. Solo ampliando l’unità di lavorazione
 — e per far ciò occorrerebbe in primo luogo una revisione di
fondo dei criteri con cui oggi le industrie agrarie provvedono ai propri
approvvigionamenti di materia prima — si potrebbe meglio equilibrare
il ritmo di lavoro delle singole unità, aumentarne la produzione, razionalizzare
 e meccanizzare le attrezzature, abbassare i costi di lavorazione. mi-
        <pb n="37" />
        Il - LA STRUTTURA DELLE INDUSTRIE AGRARIE

39

gliorare il reddito di impresa. Non sembra, al di fuori di questa sequenza
di azioni, in rapporto tra loro di causa ad effetto, che vi possa essere altra
via per il potenziamento e il risanamento del settore allo studio. E pertanto
 l’associazione degli agricoltori per la trasformazione diretta dei
propri prodotti o l’istituzione di impianti che eseguano la trasformazione
dei prodotti per conto degli agricoltori, e, più in generale, un miglioramento
 di tutti i fattori di mercato, per cui sia reso più facile e più conveniente
 il reperimento, da parte dell’imprenditore non agricolo, di una
massa di materia prima sufficiente a dar vita ad unità industriali maggiori
delle attuali sono le vie maestre su cui può impostarsi un processo di
sostanziale potenziamento delle industrie agrarie. Processo, del resto, che
l’ampliamento dei mercati, in funzione del progressivo miglioramento
delle vie di comunicazione e dei mezzi di trasporto e i nuovi strumenti
tecnici di produzione giustificano e che le più affinate esigenze del consumo
 rendono sempre meno differibile.
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        10

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

ALL. 1. — LE PRINCIPALI INDUSTRIE AGRARIE
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Abruzzi e Molise

Campania

Puglia

SOTTOCLASSI DI INDUSTRIA

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        II - LA STRUTTURA DELLE INDUSTRIE AGRARIE

NELLE SINGOLE REGIONI DEL MEZZOGIORNO.
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INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

ALL. 2. — LE PRINCIPALI INDUSTRIE AGRARIE
B) Esercizi con f. m., addetti e

Abruzzi e Molise

Campania

Puglia

SOTTOCLASSI DI INDUSTRIA

Molitura cereali ...........
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Lavorazione carni ...... 0... sese
Conservazione frutta e ortaggi .....
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Estrazione e raffinazione olii .......
Produzione vino ......... as. ssa ee
Distillazione alcool di 2% cat. ......
Produzione zucchero ....... siae
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Produzione derivati agrumari .......
Produzione estratti concia .........
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Prima lavorazione legno ...........
Lavorazione crine vegetale .........
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Maceraz. e pett. lino e canapa....
Lavatura e cardatura lana ..........
Stagionatura tabacco ............ a
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Conservazione frutta e ortaggi .....
Lavorazione latte ......... sa ssa eee
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Produzione zucchero .......... 0...
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Produzione estratti concia .........
Concia pelli .... sie aaa
Lavorazione sughero ....... ssa eee
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        II - LA STRUTTURA DELLE INDUSTRIE AGRARIE

NELLE SINGOLE REGIONI DEL MEZZOGIORNO.
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Basilicata

Calabria

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NECESSITA’ DI UNO SVILUPPO DELLE INDUSTRIE AGRARIE

1. - Lo sviluppo e il rinnovamento delle industrie connesse con l’agricoltura
 vanno intesi come condizione necessaria per consolidare l’economia
 delle regioni meridionali, a struttura fondamentalmente agricola, in
quanto che, attraverso la trasformazione industriale, vengono conferiti ai prodotti
 del suolo quegli elementi di conservabilità e di stabilità che consentono
 loro di superare i periodi critici di mercato e di ampliare l’area del
loro collocamento.
Normalmente, i generi agricoli hanno un duplice mercato: quello di
consumo diretto e quello industriale. Il mercato di consumo diretto, specie
se trattasi di prodotti allo stato fresco, per i quali non sia stata adeguatamente
 predisposta neppure una temporanea conservazione mediante il
freddo o altri mezzi, è quello che più risente della stagionalità delle produzioni
 e della disparità dei raccolti nelle singole annate, per cui si lamentano,
 con ricorrente frequenza, crisi di sovraproduzione, con conseguenti
perturbamenti degli ordinamenti aziendali.
Il mercato di consumo per una serie di prodotti riesce talora a trovare
il suo equilibrio smistando le partite fra una clientela nazionale ed una
clientela internazionale; ma è superfluo rilevare l’aleatorietà e la insufficienza
 di tale compensazione, sulla quale interferiscono assai spesso
fattori extra-economici, non controllabili nè prevedibili dalle categorie
produttrici.
Il mercato industriale, quello cioè che acquista i prodotti dell’agricoltura
 per trasformarli e renderli più serbevoli nel tempo e più convenientemente
 trasferibili nello spazio, verrebbe invece a rappresentare,
inserendosi opportunamente in una economia bene equilibrata, il naturale
volano dei mercati di consumo. L’industria, con l’assorbimento delle eccedenze
 nei periodi di sovraproduzione e con la costituzione di riserve non
deperibili, adempirebbe ad un triplice scopo: garantire -all’agricoltura la
difesa degli interessi dei produttori; sopperire, nei periodi di scarsa produzione,
 ai bisogni dei consumatori, offrendo sul mercato prodotti di buona
qualità ed a prezzi convenienti; costituire una massa di generi facilmente
manovrabile a seconda delle esigenze della politica generale.
Se si considera la deficienza delle diete alimentari di molti paesi e dell’Italia
 meridionale in particolare, specialmente per quanto riguarda le
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INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

categorie meno abbienti, si constata che il mercato mondiale e il mercato
interno sono lungi dall’essere saturi di generi alimentari, quali, ad esempio,
gli olii, i vini, le conserve di frutta, gli ortaggi inscatolati, i latticini ed
altri. Si deve altresì constatare che lo scarso consumo di quelle popolazioni
è, tra l’altro, fondamentalmente collegato all’elevato costo che, nella situazione
 attuale della relativa industria, assumono i prodotti trasformati.
Difficoltà, questa, che induce logicamente ad argomentare sui mezzi di
azione valevoli ad eliminarla o a ridurne la portata.
Se le osservazioni che è dato a tutti di fare sull’andamento del mercato
dei prodotti agricoli (frutta, ortaggi, olii, vini, latte ed altri di minore
importanza) rendono evidente, già nel momento attuale, la necessità di
sviluppare le industrie trasformatrici, uno sguardo all’avvenire, in rapporto
 alla realizzazione dei progettati piani di bonifica, di irrigazione e di
trasformazione fondiaria e agraria, rafforza la validità della deduzione.
I programmi, già in avviata esecuzione, prevedono di estendere la irrigazione
 nel Mezzogiorno, nel corso del prossimo decennio, su circa 350
mila ettari, il che rappresenta un aumento superiore al 100% dell’attuale
 superficie irrigua. Basta questo dato per fare intravvedere la
notevole massa di nuovi prodotti che dalle campagne affluiranno al mercato
 industriale in tempo non molto differito.
Infatti, se si tiene presente che trasformazione fondiario-agraria
significa, in ultima analisi, sostituzione di colture cerealicole (vale a dire
di prodotti naturalmente conservabili) e di magri pascoli (cioè di scarsi
prodotti zootecnici) con colture intensive (fruttiferi, ortaggi, vite, olivo,
pomodoro, tabacco, bietola) e con prati in rotazione per allevamento di
bestiame da reddito (vale a dire con prodotti non conservabili naturalmente)
 ci si convince sempre più dell’accennato carattere di necessità,
che le industrie agricole rivestono e rivestiranno maggiormente in futuro.
per l’economia del Mezzogiorno. i
Va inoltre aggiunto che un’ processo di industrializzazione di aree
sottosviluppate — dovendo essere preceduto da una serie di fondamentali
presupposti di diverso ordine e portata, difficilmente creabili in un tempo
limitato — trova nel settore delle industrie agrarie la base più adatta per
il proprio avviamento, in quanto che tali industrie, mentre utilizzano materia
 prima locale, richiedono, in media, per occupare stabilmente una unità
lavorativa, una quantità di capitale fisso inferiore a quella richiesta da
quasi tutti gli altri settori di industria (1).
Dagli studi citati in nota risultano infatti — anche se, come avvertono
i vari Autori, ai dati medi da loro riportati non bisogna riconoscere un carattere
 di rigorosa rappresentatività — valori di capitale fisso per unità lavora-(1)

 Vedasi: P. Saraceno, Elementi per un piano economico 1949-1952, Roma 1948;
S. GuiporTt1, Il fabbisogno di capitale per unità lavorativa e tendenze nello sviluppo
dell’Occupazione, in « L’Industria » n. 2, Milano 1952; Banco pI SiciLIA, Sette anni di
attività della Sezione di credito' industriale, Palermo 1952.
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        III - NECESSITÀ DI UNO SVILUPPO DELLE INDUSTRIE AGRARIE

17

tiva impiegata nel settore alimentare — in cui rientrano in elevata misura
le industrie agrarie — oscillanti tra 1,6 milioni e 2,1 milioni di lire mentre,
in media, per il complesso dei vari settori, il fabbisogno finanziario varia
tra 3,2 e 4,1 milioni di lire.

Tap. 1. — INVESTIMENTI FISSI UNITARI PER NUOVI IMPIANTI.

SET. ORI DI INDUSTRIA

SECONDO I DATI FORNITI DA!

Alimene | Chimico | Meccanico
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Legno | ì settori

milioni di lire attuali per addetto

Saraceno-Guidotti .............
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Saraceno-Guidotti .........
Banco di Sicilia ..

indici: investimenti nel settore alimentare
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1 dati del Saraceno, espressi in dollari 1948, sono stati riportati in lire attuali dal Guidotti (op. cit.}.

E’ noto inoltre che le industrie agrarie, oltre ad utilizzare materia
prima disponibile localmente, hanno un consumo di energia, per unità
di prodotto, inferiore a quasi tutte le altre industrie.
Se si tiene conto che la situazione meridionale è largamente caratterizzata
 da scarsità di capitali e da un basso limite di producibilità di nuova
energia, le minori esigenze delle industrie agrarie diventano motivo di
scelta preferenziale.
Il problema delle industrie connesse con l’agricoltura manifesta,
oltre l’aspetto della creazione di nuove unità (sia in zone ove esiste già
una produzione in atto non ancora trasformata, sia, in futuro, nelle zone
sottoposte o da sottoporsi a bonifica) anche l’altro aspetto, non meno importante,
 dell’ammodernamento e del potenziamento degli impianti già
esistenti, la cui realizzazione si presenta con carattere di urgenza tanto
sotto il punto di vista della resa di lavorazione e dei costi di produzione
quanto in rapporto alla qualità e conservabilità dei prodotti. L’esperienza
di imprenditori e di maestranze già da tempo addestrate sui vecchi impianti,
 se convenientemente assistita e guidata, consente di procedere più
facilmente ai nuovi avviamenti, secondo linee più aderenti alle novità
apportate dalla tecnica ed alle esigenze così mutevoli dei consumatori.
Non sorgono, d’altra parte, i problemi complessi legati all’impianto di
nuove industrie (condizioni ambientali e ubicazionali).
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        18

INDUSTRIE AGRARIE, NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

2. - Spesso le nuove costruzioni, come nel caso del settore conserviero,
oleario, vinicolo, ecc., assumono la funzione di impianti sostitutivi, in quanto
che presuppongono la scomparsa di tutta una serie di aziende piccole e
piccolissime tecnicamente arretrate ed economicamente non convenienti.
Sotto questo aspetto esse possono assimilarsi, negli effetti, agli
ammodernamenti e potenziamenti degli impianti esistenti, anche se, nel
provvedere ad una più economica distribuzione della capacità produttiva
esistente e alla razionalizzazione del processo produttivo, esse faranno
aumentare la potenzialità dei vari settori.
In relazione a questa funzione sostitutiva di una parte di attrezzature
preesistenti non è da escludere che alcune razionalizzazioni, mentre
avranno effetti positivi sui costi e sulla qualità del prodotto, possano però
provocare una minore occupazione di mano d’opera.
In proposito tuttavia si osserva che in parte non indifferente tale
mano d’opera è fornita dalle stesse categorie agricole, le quali trovano la
loro fondamentale occupazione nelle operazioni campestri. Si tratterà, nel
caso ipotizzato, di ottenere che il rinnovamento degli impianti si accompagni
 ad una intensificazione degli ordinamenti colturali e ad un maggiore
assorbimento in essi di unità lavorative, anche in vista di fornire alla
industria una materia prima più abbondante e più pregiata.
Il rammodernamento delle attrezzature e il concentramento degli
esercizi possono anche comportare la necessità che gli impianti abbandonino
 la loro tradizionale sede, costituita dall’azienda agricola, non più
sufficiente ad alimentare con la sua sola materia prima la moderna unità.
In questo caso perchè gli agricoltori possano continuare a beneficiare
direttamente dell’incremento di valore derivante dalla trasformazione dei
loro prodotti, si aprono due vie: la prima è quella della gestione associata
di un impianto dove far confluire le singole partite; la seconda è quella
della creazione, da parte di enti pubblici, di impianti che eseguano lavorazioni
 per conto degli agricoltori. In questo senso, ad esempio, si sta orientando
 il programma inteso alla creazione di una rete di centrali ortofrutticole
 nel Mezzogiorno.
Al di fuori di queste soluzioni, il processo di concentrazione della
struttura di molti settori dell’industria agraria non sembra realizzabile
per opera degli agricoltori. E in conseguenza si pongono dei problemi di
natura commerciale per far sì che la rinuncia degli agricoltori a trasformare
 direttamente il loro prodotto sia garantita da un sistema di contrattazioni
 capace di valutare le qualità intrinseche delle singole partite di
materia prima fornite; d’altra parte ci si dovrà preoccupare anche che
l’impegno degli industriali ad acquistare il raccolto abbia in contropartita
la sicurezza di una costante fornitura di merce avente i requisiti voluti.
Ma efficienti rapporti fra produttori agricoli e industriali non
potranno raggiungersi se alle garanzie contrattuali inerenti alla fase di
compravendita della materia prima non si aggiungeranno altre condizioni
e strumenti e provvidenze, quali, ad es.: agevolazioni tariffarie, per favo-
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        III - NECESSITÀ DI UNO SVILUPPO DELLE INDUSTRIE AGRARIE

19

rire il concentramento della materia prima nei luoghi di insediamento
degli impianti; un adeguato credito di esercizio, per consentire ad epoca
opportuna le anticipazioni da parte dell’industria agli agricoltori, al fine
di impegnarne il raccolto; un risanamento del mercato da quella serie di
passaggi parassitari, che incidono gravemente sui costi di approvvigionamento;
 una perequazione tra i prezzi dei mezzi strumentali necessari all’agricoltore
 e i prezzi cui egli dovrà poi esitare il raccolto, con tali mezzi
ottenuto.

3. - Posta in rilievo la necessità di un’azione intesa a dare sviluppo
alle industrie agrarie del Mezzogiorno, è da considerare quale orientamento
 abbiano fin’ora seguito gli operatori economici, sollecitati dai provvedimenti
 a favore del Mezzogiorno (1). '
Benchè le domande di finanziamento presentate ai Banchi meridionali
debbano considerarsi solo approssimativamente indicative del potenziale
di iniziativa esistente nel settore in esame, tuttavia i dati disponibili
forniscono già alcuni indizi su quelle che saranno, almeno in una prima
fase, le linee evolutive di un processo di industrializzazione delle regioni
meridianali.
Si osserva dalla tab. 2 che, nel gruppo di finanziamenti concessi, a
tutto il dicembre 1951 dai Banchi meridionali in base al D.L. 14 dicembre
 1947, n. 1598 e successive modifiche, il settore delle industrie agrarie
e alimentari vi è presente con il 40,9% delle iniziative finanziate e con
il 31,9% dell’ammontare globale dei finanziamenti concessi.
Anche se in tale settore, per i criteri con cui sono stati elaborati i dati,
sono comprese industrie che, per quanto detto in altra parte (2), non sono da
ritenersi industrie agrarie, c’è però da tenere presente che altri settori contengono
 iniziative strettamente legate alla trasformazione dei prodotti agricoli
 e, come tali, classificabili tra le industrie agrarie; in principale modo
il settore tessile, ove sono compresi alcuni impianti per la sgranatura del
cotone, per la lavatura della lana e per la macerazione e la sfibratura della
canapa e di altre piante spontanee e coltivate. Vi è quindi una certa compensazione
 fra le eccedenze e le lacune che i dati della tab. 2 presentano,
per cui si può affermare, in base ai valori sopra indicati, che la dinamica
evolutiva manifestatasi nel primo quadriennio di applicazione del principale
 provvedimento emanato a favore dell’industrializzazione del Mezzogiorno,
 è orientata largamente verso l’impiego delle materie prime fornite
dall’agricoltura, dimostrando così che gli operatori sono particolarmente
sensibili a quei fattori di cui si è detto nei precedenti paragrafi.
L’indirizzo è confermato dall’esame, oltre che del settore tessile, cui si
è già fatto cenno, anche del settore chimico, che come numero e ammontare
 globale dei finanziamenti occupa il secondo posto nella graduatoria.
Molte iniziative in tale settore concernono la lavorazione di oli vegetali

&amp;lt;1) Vedasi il cap. IV: Credito ed altri interventi, ecc.
(2) Vedasi il cap. I: Il concetto di industria agraria, ecc.
        <pb n="47" />
        50

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

TAB. 2. — I FINANZIAMENTI CONCESSI ALL’INDUSTRIA NELLE SINGOLE REGIONI
* DEL MEZZOGIORNO (1).

Abruzzi
e Molise

Campania | Puglia

Basilicata

Calabria |

Sicilia

i Sardegna

Mezzogiorno


SETTORI

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n° porto | 2° | porto | n° | porto n po © n° | porto | 2° | porto | ° | porto || 2° porto

Milioni di lire

Agrario e aliment.
Legno ..........
Elettrico ........
Minerario ..... e
Metallurgico .....
Meccanico .......
Chimico .........
Tessile e abbigl.
Mater. da costruz.
Ceramico e vetrario
Cartario e poligraf.
Servizi e varie ..
IN COMPLESSO .

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18,685)
2) *3| 1.815 :
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17° al 487 296
45] f| 714 9r”
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1.741 224] 9.042
5% 2051. 27 900
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il 320] 4 3 479
: ° s00| 3 24| 1,344
31 8a 467 46| 2.735
224] 20| 1.672! 66| 4.375
213] 7j 1.093 30| 2.339
al 19) 959: 56| 2.480
al | 200 — — || 14] 943
9 222) 2 109] 32| 1.327
10| 2.286) 2 76| 15| 1.892
i
16) 298| 46! 2.108! L44) 8.800 21 562) zar log.324

1) Percentuali di composizione

Agrario e aliment.
Legno ........
Elettrico ........
Minerario .......
Metaliurgico .....
Meccanico ......a
Chimico ......
Tessile e abbigl.
Mater. da costruz.
Ceramico e vetrario
Cartario e poligraf.
Servizi e varie ..
IN COMPLESSO ..

19,8)|28,6 1,
3114.3102
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 4,8] 5,1) a
714,3] 12,6| 4 4
38 -—| — aa
0] 9.5| 10,6 12,1
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15,9] 9.5| 5,9 10.2
2,38 — | — [26 33
i } 6,2) 275| 9.5| 19,4| 5,8) 4,7
=_= e a e ur 6,9) 14,6] 9.5] 13;5| 2.7) 627
100 | 100 | ro 100 l100 | 100 [109 [100 Lo È 00 lj00 100 |100 | 100 lo 100

31,9
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3) Percentuali territoriali

Agrario e aliment.
Legno ....... a
Elettrico ........
Minerario .......
Metallurgico .....
Meccanico .......
Chimico .........
Tessile e abbigliam.
Mater. da costruz.
Ceramico e vetrario
Cartario e poligraf.
Servizi e varie ...

IN COMPLESSO ..

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10.82

10,3} 2,
22° 8112
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100
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100
100
100
100
100
100
100
100
100
100
100
100
100

(1) Finanziamenti al 31 dicembre 1951 concessi dai Banchi di Napoli, Sicilia e Sardegna in base al D. L. 14 dicembre 1947,
n. 1598 e L. 9 maggio 1950, n. 261. Vedasi per un dettaglio maggiore: « Informazioni » SvIMEZ n. 25 del 18 giugno 1952.

non alimentari (olio di ricino, di lino, di cotone), la produzione di derivati
agrumari e di essenze, di estratti vegetali per concia; industrie tutte che,
alimentandosi di materie prime di origine agricola presentano in non pochi
casi quell’aspetto di complementarità del processo produttivo agricolo e
        <pb n="48" />
        III - NECESSITÀ DI UNO SVILUPPO DELLE INDUSTRIE AGRARIE

51

quegli altri elementi che si sono indicati come necessari e sufficienti a
caratterizzare nell’ambito del settore manifatturiero il particolare settore
delle industrie agrarie.
4. - Estendendo l’esame all’aspetto distributivo dei finanziamenti
concessi tra le singole regioni, si rileva che, in prevalenza, le zone relativamente
 più industrializzate sono state quelle più ricettive e sensibili alle
disposizioni emanate, assorbendo in conseguenza le più elevate quote di
capitale. La Campania, che detiene il maggior numero di addetti all’industria
 nel Mezzogiorno (28%), ha avuto il 38,6% dei finanziamenti.
Segue, al secondo posto, la Sicilia con il 23,7% di addetti e il 31,1% di
finanziamenti. La Basilicata, che, come numero di addetti, occupa l’ultimo
posto, mantiene tale posizione anche nella graduatoria dei finanziamenti.

TAB. 3. — CORRELAZIONE TRA ADDETTI ALLE INDUSTRIE ESISTENTI E FINANZIA-MENTI
 CONCESSI PER LA INDUSTRIALIZZAZIONE.

CIRCOSCRIZIONI

RIPAR'

“ONE PERCENTUALE DI

Rapporto i .
tra addetti Finanziamenti Rapporto tra
alle ot _ ifinanziamenti
agrarie alle industrie
alle industrie /alle industrie e alimentari latte industrie|alle industrie] agrarie a
in complesso agrarie e addetti agrarie alimentari e
e alimentari alle industrie] in complesso | 4 alimentari finanziamenti
in complesso in complesso

»

Abruzzi e Molise .........
Campania ea aa
Puglia. sssssossi as dda sd a
Seasilicata »vssssesinieecnaiesn saga
Calabria .....
Sicilia...
Sardegna ..

MEZZOGIORNO ...

2,3
28,0
18,4
2,7
8,5
23,7

o 4

100,0

11,5
25,6
20,9
31

8,7
23,4
5.8

100.0

26,7
19,8
24,5
24,9
22,2
21,3
15,6

21.6

10,2
38,6
os
1,1
7.4
31,1
20

100.0

13,3
37,2
15,8
2,3
10,8
19,3
13

100.0

41,7
30,8
52,8
69,8
16,3
19,8
21,7

31,9

Alle correlazioni, che la tab. 3 prospetta, non va, evidentemente,
attribuito un valore determinante agli effetti dei finanziamenti concessi,
in quanto gli elementi considerati nelle prime tre colonne dello specchio
sono già essi stessi l’espressione e il risultato di un complesso di cause che
hanno, nel corso del tempo, interferito sul processo di industrializzazione
delle singole regioni.
La stretta aderenza, che si nota tra la serie degli indici dello stato di
industrializzazione in atto e la serie degli indici dell’incremento realizzato
dai complessi industriali regionali sotto lo stimolo dei provvedimenti
emanati, sta a confermare soltanto il giudizio, secondo il quale l’inter-
        <pb n="49" />
        52

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

vento, attuato per mezzo delle sole leggi per la industrializzazione, può
determinare bensì un ulteriore sviluppo nelle regioni già industrializzate,
ma ha scarse possibilità di operare un movimento di rottura nelle regioni
più depresse capace di farle uscire dalla persistente situazione di arretratezza
 economica.
A questo scopo risulteranno senza dubbio più idonei interventi del
tipo che la Cassa per il Mezzogiorno sta attuando per trasformare l’ambiente
 e creare in esso quei fattori di preindustrializzazione, che costituiscono
 la premessa indispensabile alla successiva fase.
Anche per le industrie agrarie si possono, in linea generale, ripetere
le considerazioni già svolte, giacchè i finanziamenti loro concessi ripetono
la graduatoria che le singole regioni presentano in base agli addetti al
complesso preesistente. Solo c’è da osservare come la preminenza assoluta
raggiunta dalle industrie agrarie in alcune regioni confermi che i fattori,
di cui si è discorso, hanno giuocato un ruolo fondamentale nel
determinare il comportamento degli operatori economici. Ciò è di
tanto maggiore rilievo in quanto, come si avverte in altra parte (1),
la strumentazione dei provvedimenti in esame non era tale da favorire
in particolare le industrie agrarie, specie nel caso di nuovi impianti e
ancor più nel caso di nuove industrie non tradizionali per il Mezzogiorno.
E che le condizioni generali di ambiente e il carattere di necessità
— che le industrie agrarie rivestono come fattore complementare del
processo produttivo agricolo — abbiano influito sulla azione degli imprenditori
 e degli istituti di finanziamento, indirizzandola verso tali industrie,
 si può arguire dal fatto che nelle regioni, che hanno un grado di
depressione generale più accentuato (2), i finanziamenti alle industrie
agrarie hanno assorbito quote notevolissime, come ad esempio nel caso
della Basilicata, dove il 69,8% del capitale mutuato è affluito ad iniziative
del settore allo studio. In regioni a minore grado di depressione generale e
più industrializzate, come ad esempio la Campania e la Sicilia, le industrie
agrarie hanno avuto, invece, proporzionalmente, una quota di finanziamento
minore (19,8% in Sicilia; 30,8% in Campania) dato che il complesso di tutte le
altre industrie trovava già localmente una situazione abbastanza favorevole
 al proprio sviluppo e, nello strumento legislativo, elementi più
adeguati ai propri bisogni, che a quelli delle industrie agrarie. I dati riportati
 nella tab. 3 non presentano sempre correlazioni di evidenza così immediata
 come nel caso delle regioni citate: così per la Sardegna, che pure
ha un elevato grado di depressione generale e una bassa percentuale di
addetti alla industria, si vede che al settore agrario è affluito appena
i] 21,7% dei finanziamenti, mentre a questo stesso settore, in Puglia, che è,

(1) Vedasi il cap. IV: Credito ad altri interventi, ecc.
(2) Il grado di depressione generale è pari per gli Abruzzi e Molise a — 23; per
la Campania a —20; per la Puglia a —24; per la Basilicata a —35; per la Calabria
a — 36; per la Sicilia a — 25; per la Sardegna a —29; per il Mezzogiorno a — 25. Vedasi:
Gradi di depressione e importanza proporzionale delle diverse regioni del Mezzogiorno,
in Svimez, Relazione del Consiglio di amministrazione al Bilancio 1949, Roma 1950.
        <pb n="50" />
        II - NECESSITÀ DI UNO SVILUPPO DELLE INDUSTRIE AGRARIE

53

tra le regioni meridionali, una delle meno depresse, ne è affluito il 52,3%.
Le ragioni di questi fatti, apparentemente contrastanti con quanto si è
venuto prima esponendo, sono però da ricercarsi più nei criteri di elaborazione
 dei dati — i quali, muovendosi su basi regionali, nascondono
la realtà delle zone circoscritte in seno alla regione stessa — che in
elementi di fatto in grado di invertire un orientamento imprenditoriale
che, per rilievi molteplici, appare sicuramente subordinato a quelle condizioni
 particolari di cui si è fatto cenno e a quelle generali, tra cui sono da
ricordare:
a) l’ambiente, deficiente dei cosidetti fattori agglomerativi, necessari
 per lo sviluppo di industrie più complesse di quelle agrarie; i
b) lo stato di sviluppo e di insediamento del complesso industriale
italiano;
c) la situazione e le possibilità dei mercati di rifornimento delle
materie prime e di collocamento dei prodotti.

5. - Tutte le accennate condizioni concorrono, con motivi diversi, nel
fare ritenere che le industrie agrarie debbano costituire la base su cui fare
leva per avviare un processo di industrializzazione nel Mezzogiorno.
Appare quindi indispensabile preparare ed affinare quanto più possibile
gli strumenti idonei a fornire a questo settore quegli elementi necessari
a potenziarlo ulteriormente e a portarlo su linee evolutive su cui non
sempre, pur nella dinamica dimostrata anche in occasione dei finanziamenti
 concessi nel dopoguerra, ha saputo o potuto portarsi da solo.
[Infatti se si passa ad analizzare la ripartizione dei finanziamenti concessi
alle industrie agrarie tra i vari rami che compongono il settore, si vede
che, sui 9.042 milioni di lire interessanti 224 iniziative, 3.424 milioni
(37,9%) sono affluiti all’industria molitoria e della pastificazione (73 iniziative);
 1.937 milioni (21,4%) all’industria olearia (53 iniziative); 1.097
milioni (12,1%) all’industria enologica (35 iniziative). Il residuo 28,6%
dell’ammontare globale dei finanziamenti è andato ad alimentare 63 iniziative
 sorte in rami diversi.
L’iniziativa si è mossa con notevole slancio nel settore in esame, ma
orientandosi in prevalenza verso quelle industrie che, per essere più
tradizionali nel Mezzogiorno, rischiano un ulteriore inflazionamento in
seguito al nuovo apporto di potenziale lavorativo, mentre quello esistente,
come nel caso della industria molitoria, è già costretto ad una parziale
inattività

Per contro, dei finanziamenti concessi nel quadriennio considerato,
pochi sono stati quelli che hanno contribuito a dare vita ad unità modernamente
 concepite per realizzare una nuova gamma di prodotti, o un
migliore sfruttamento dei sottoprodotti, o l’integrazione di tipo verticale
di diversi processi produttivi.
E’ indubbio ‘che per realizzare tutto ciò l’imprenditore meridionale
avrebbe avuto bisogno di incentivi più adeguati ai suoi effettivi bisogni
        <pb n="51" />
        34

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO ‘- PARTE PRIMA

di quanto non fossero quelli predisposti dalle leggi citate. Di queste si
può qui anticipare quanto verrà detto in altra parte (1) e cioè che
hanno svolto una funzione soltanto contingente consentendo, in primo
luogo, una notevole attività di ricostruzione degli impianti danneggiati
dalla guerra e avviando poi quel processo di ammodernamento delle unità
più antiguate, che si è visto essere uno degli aspetti fondamentali della
riforma di struttura auspicata per il settore.
I dati della tab. 4 mettono infatti in evidenza come le industrie
in esame siano state, insieme con le industrie del legno, quelle che hanno
dedicato la minore parte dei finanziamenti ricevuti alla creazione di
nuove unità.

TAB. 4. — FINANZIAMENTI PER NUOVI IMPIANTI E PER POTENZIAMENTI E RICO-STRUZIONI.
 AMMONTARE MEDIO DEL FINANZIAMENTO.

FINANZIAMENTI *

SETTORI

Agrario, alimentare, legno .......
Altri ..

IN COMPLESSO ...

+ per potenziain
 complesso | per innovi menti e rico.
impianti eo
Imp: struzioni

AMMONTARE
MEDIO DEL
FINANZIAMENTO
(milioni di lire)

» 8 i
Pe sa
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SIE Lari
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“| ci | EEE
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Su SA Sai
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221

9.306
11 454

18,2

e

25 9

25,8
dI

81,8
74 1

74,2
52 9

57,1
84 1

36,6
42.1

447

20.760 | 21,9 | 34,2 | 78.1 | 65,8 | 72.5 | 391

(*) I dati della presente tabella si riferiscono ai finanziamenti al 31 dicembre 1951, concessi dai soli Banchi di Napoli e
Sardegna: mancano quelli del Banco di Sicilia, per il quale l’elaborazione dei dati secondo lo schema della tabella non è
possibile farsi con riguardo specifico ai finanziamenti concessi sulla base dei soli D. L. 14 dicembre 1947, n. 1598 e L. 9 maggio
 1950, n. 261. Tale elaborazione, nel volume: « Sette anni di attività della Sezione di credito industriale » edito dal Banco
di Sicilia è fatta con riguardo a tutte le fonti di finanziamento attivate nel dopoguerra. Vedasi: « Informazioni Svimez »,
n. 10, 1953.

Non si può negare il carattere di necessità che, per le industrie in
genere, ha informato gli investimenti effettuati nel periodo preso in
esame, in cui urgevano ancora i problemi della ricostruzione dei danni
di guerra e della riconversione di molte industrie sorte in periodo protezionista.
 In particolare per le industrie agrarie c’è anche da osservare che
esse, per il fatto di essere tra le più antiche del Mezzogiorno, erano anche
quelle più abbisognevoli di revisioni e di rinnovamenti. Superata la fase
di assestamento, occorre però che nuovi strumenti propulsivi siano messi
in atto perchè le industrie agrarie possano trovare in essi l’incentivo, la

1) Vedasi il cap. IV: Credito ed altri interventi. ecc.
        <pb n="52" />
        III - NECESSITÀ DI UNO SVILUPPO DELLE INDUSTRIE AGRARIE 55

guida e il sostegno a raggiungere un livello più confacente alle attuali
condizioni ed esigenze di mercato e più adeguato alla nuova agricoltura
che, attraverso l’opera di bonifica e lo sviluppo della irrigazione, si vuole
instaurare nel Mezzogiorno.
D’altra parte, un processo che attivi un nutrito e differenziato gruppo
di iniziative nel settore agrario, lungi dall’essere pregiudizievole allo sviluppo
 di altri settori, è da riguardarsi, oltrechè come mezzo necessario di
valorizzazione di produzioni locali, come fattore di lievitazione che, insieme
 ad altri interventi di carattere pubblico, prepara l’ambiente a ricevere,
in tempi successivi, altre industrie nelle loro più complesse e moderne
manifestazioni.
        <pb n="53" />
        CREDITO ED ALTRI INTERVENTI
PER SVILUPPARE LE INDUSTRIE AGRARIE (*)

1. - Le industrie agrarie presentano nei riguardi del Mezzogiorno un
rilevante interesse, perchè esse formano uno dei nuclei di attività industriale
 più cospicui che, fin’ora, sia riuscito ad affermarvisi e perchè, in
relazione alle disponibilità attuali della produzione agricola e, ancor più,
in relazione a quelle future, che si otterranno attraverso la
bonifica, tali industrie offrono la possibilità di ulteriori sviluppi e rappresentano
 quindi un contributo di particolare valore per il processo
di industrializzazione di quelle regioni. Tali industrie pertanto, anche
perchè già fin d’ora impegnano, e ancor più ne impegneranno in avvenire,
una notevole massa di mano d’opera, costituendo una attiva fonte
di reddito per quelle popolazioni, postulano una politica di sostegno, che
consenta loro di raggiungere la massima efficienza sotto tutti gli aspetti
economici e sociali.
Se all’economia del Mezzogiorno si vuole dare una salda intelaiatura
industriale, iniziando da quelle attività, come le industrie agrarie, che
sono più immediatamente suscettibili di sviluppo, occorre infatti svolgere,
nei confronti di esse, una adeguata politica intesa, tra l’altro, a meglio
qualificare e dimensionare gli interventi di carattere finanziario, in modo
da garantire il sorgere di iniziative che, una volta superata la fase di
avviamento, possano acquistare una propria vitalità, evitando il moltiplicarsi
 di altre che, per deficienze strutturali e per mancanza di modernità
nell’indirizzo produttivo, non ad altro contribuiscono che ad aumentare
 quel potenziale di scarto e inutilizzato, che già, purtroppo, grava in
molti settori.
Di proposito si omette di trattare, in questa sede, della serie di provvidenze
 ambientali e di quelle di natura fiscale, tariffaria o d’altro genere,
che sono state riconosciute indispensabili per una coordinata ed efficace
azione industrializzatrice (1), perchè questa nota vuole limitarsi a conside-(*)

 Da: « Informazioni Svimez », n. 7 e n. 8-9 del 18 febbraio-4 marzo 1953.
(1) Vedasi: M. Annges1, La recente legislazione economica per il Mezzogiorno,
SvIMEZ, Roma 1948; M. Anngesr, Aspetti legislativi dell’industrializzazione del Mezzogiorno,
 Svimezi, Roma 1949; SvimeEz, Osservazioni e proposte sulle agevolazioni per
l’industrializzazione del Mezzogiorno - Relazione presentata al 2° Convegno nazionale
degli ingegneri industriali, Bari 1951.
        <pb n="54" />
        58

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

rare solo alcuni aspetti specifici riguardanti il finanziamento d’impianto
delle industrie agrarie ed in particolare le principali agevolazioni finanziarie
 e creditizie, di cui tali industrie poterono o avrebbero potuto o
possono beneficiare, e che sono:
a) sussidi in capitale;
b) finanziamenti:
1) a medio o lungo termine con o senza il contributo dello Stato
in forma di concorso nel pagamento degli interessi, oppure a
tasso di favore;
2) a medio o lungo termine a tasso di favore e con o senza la
garanzia, accordata dallo Stato all’istituto mutuante, sulle eventuali
 perdite accertate;
3) a medio o lungo termine specificamente riservati all’acquisto di
macchinari e attrezzature; |
c) compartecipazioni azionarie di enti finanziari di diritto pubblico
nel capitale di impianto e di gestione.
2. - Il primo tipo di agevolazione è fondamentalmente regolato dal
R. D. 13 febbraio 1933, n. 215, che contiene nuove norme per la bonifica
integrale.
Ai sensi di tale provvedimento, le opere, con le quali si attua la
bonifica integrale di un determinato comprensorio, vengono distinte in due
categorie: opere di bonifica propriamente dette e cioè quelle che si compiono
 1n base a un piano generale di lavori e di attività coordinate con
rilevanti vantaggi igienici, demografici, economici e sociali, e opere di
miglioramento fondiario e cioè quelle che si compiono a vantaggio di uno
o più fondi, indipendentemente da un piano generale di bonifica.
Le opere di bonifica vengono distinte in due gruppi: quello delle opere
di competenza dello Stato e quello delle opere di competenza dei privati.
Tra le prime, in quanto potrebbero avere attinenza anche con le industrie
agrarie, ricorderemo: le opere edilizie o d’altra natura che siano di interesse
 comune del comprensorio o di una parte notevole di esso. La spesa
per la esecuzione di tali opere è sostenuta dallo Stato in misura dell’87,5%
nei comprensori del Mezzogiorno. |
Sono invece opere di bonifica di competenza dei proprietari consorziati
e riguardanti fondi ricadenti nel comprensorio di bonifica, ed obbligatorie
per essi, tutte le opere giudicate necessarie ai fini della integralità tecnica
ed economica della bonifica. Per queste è stabilita la concessione di un
sussidio nella spesa, in misura percentuale che può arrivare nel Mezzogiorno,
 per la maggior parte delle opere, fino a quella massima del
38 per cento (1).

(1) Sulla misura massima del sussidio è in atto una corrente di opinione che
tenderebbe ad elevarla ulteriormente, in analogia a quanto già disposto con il DLCPS
18 marzo 1947, n. 281, istitutivo dell’Ente per lo sviluppo dell’irrigazione e la trzsfor-(segue
 nota a pag. 59)
        <pb n="55" />
        IV - CREDITO ED ALTRI INTERVENTI PER SVILUPPARE LE INDUSTRIE AGRARIE 59

Anche per le opere di miglioramento fondiario, di cui il decreto tratta
specificatamente all’art. 43 e successivi, possono essere concessi gli stessi
sussidi previsti per le opere di bonifica di competenza privata e possono
essere accordati anche (art. 45) « a chi non sia proprietario o possessore
dei terreni » (1) salvo stabilire a cura del Ministero d’agricoltura, nel
caso che « l’opera, l’impianto o l’apparecchio sussidiato siano suscettibili di
esercizio lucrativo, le modalità di determinazione delle tariffe di uso e
di periodica revisione delle medesime, nonchè eventualmente le modalità
di riscatto da parte dei proprietari interessati ».
Nelle disposizioni riportate, come si vede, manca un preciso richiamo
alle industrie agrarie, anche se non vi può essere dubbio, come è stato
messo in evidenza dai più eminenti studiosi della legislazione sulla bonifica,
che le industrie agrarie possono di diritto aspirare alla concessione delle
provvidenze previste nel precitato decreto in quanto, realizzando la trasformazione
 dei prodotti, consentono, indiscutibilmente, di raggiungere quel
« vantaggio per uno o più fondi » richiamato nella definizione delle opere
di miglioramento e quell’« interesse comune del comprensorio o di una
parte notevole di esso » richiamato nella classificazione, tra le opere pubbliche,
 delle opere edilizie o di altra natura.
Per altro, il predetto decreto — va attentamente annotato — non stabilisce
 criteri discriminativi nei confronti degli operatori che intendessero
beneficiare dei sussidi, purchè, in particolari casi, si sottomettano alla osservanza
 di determinate norme nella condotta di impianti suscettibili di esercizio
 lucrativo, come appunto potrebbero essere gli impianti delle industrie
agrarie. Il sussidio pertanto potrebbe essere concesso ad agricoltori come
ad industriali, singoli come associati nelle più diverse forme e di cui la
legge non si preoccupa di stabilire le caratteristiche. Ed anzi è fondatamente
 opinabile che se tra le opere edilizie o d'altra natura di interesse

{seguito della nota di pag. prec.)
mazione fondiaria in Puglia e Lucania, che eleva detta misura fino al 45 % della spesa,
e anche al 60% ove si tratti di piccole aziende e le opere siano di particolare onerosità
ma limitatamente a quelle regioni, e con la legge a favore dei territori montani, che
la eleva fino al 50 %, ma limitatamente ai territori comunali riconosciuti come ricadenti
 in zona montana.
La L. 22 marzo 1950, n. 144, a sua volta, ha precisato all’art. 2 che: « Il sussidio
dello Stato per le opere di miglioramento fondiario di cui alle vigenti leggi, può essere
elevato al 45% della spesa, quando le opere siano di particolare onerosità ».
La legge citata, che in tutto si compone di tre articoli, ratifica precedenti provvedimenti
 concernenti provvidenze a favore della piccola proprietà contadina, per cui
si dovrebbe ritenere che l’aumento del sussidio riguardi esclusivamente opere di miglioramento
 fondiario eseguite su tale tipo di proprietà; è anche vero però che il testo
dell’articolo citato non vi fa riferimento specifico, ma richiama solo il carattere della
onerosità delle opere per cui, stante la rilevata disparità di trattamento tra i. diversi
territori e le diverse proprietà, si sarebbe indotti a vedere nell’articolo in questione una
norma di validità generale, che risponde alle istanze in atto specialmente nel Mezzogiorno.
(1) La circ. 41318/52 del 18 giugno 1952 della Cassa per il Mezzogiorno precisa
opportunamente, a proposito di coloro che hanno facoltà di richiedere il sussidio, che
« riessun documento potrà essere richiesto a corredo della domanda di sussidio circa la
proprietà e il possesso del terreno. Nè occorre accertare: a quale titolo il richiedente non
proprietario intende procedere ai lavori, ecc. ».
        <pb n="56" />
        50

INDUSTRIE AGRARIE NFL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

comune di un comprensorio o di una parte notevole di esso, fossero state
comprese — nessun ostacolo essendo opposto dalla legge a tale inserimento
 — le industrie agrarie gestite da enti pubblici — enti di colonizzazione
 e consorzi — gli impianti rispettivi avrebbero potuto addirittura
 essere costruiti beneficiando del contributo dell’87,50% della spesa
da parte dello Stato.
FE’ invece notorio che la legge del 1933 è stata, per un lungo periodo,
del tutto inoperante nei confronti delle industrie agrarie, perchè l’elenco
di opere da sussidiare, riportato, a titolo indicativo, nell’art. 43 del decreto, è
stato interpretato restrittivamente e con esclusione quindi di tutte le iniziative
 interessanti il settore allo studio.
Solo nel 1949 il legislatore, nello stabilire la ripartizione della quota
fondo lire destinata all’agricoltura, ha sentito la necessità di precisare,
con L. 23 aprile 1949, n. 165, che tra i miglioramenti fondiari sussidiabili a
norma della legge di bonifica, dovessero essere compresi anche gli impianti
 per la conservazione, lavorazione e trasformazione dei prodotti agricoli
 e armentizi e dei relativi sottoprodotti (1); questa legge però inseriva,
a differenza della legge di bonifica, un criterio discriminativo nei confronti
 degli operatori che potevano beneficiare del sussidio, precisando che
potevano essere sussidiate le industrie agrarie appartenenti ad imprenditori
 agricoli singoli, ad imprese cooperative, a consorzi agrari e ad enti
di colonizzazione. Tutte le altre categorie di imprenditori, che pure nel
settore in esame possono esercitare una funzione di altissimo interesse
per la valorizzazione dei prodotti agricoli, restavano così escluse.
Per quanto consta circa l’applicazione di questa legge, si può dire che
essa ha effettivamente contribuito alla realizzazione nel Mezzogiorno di
un certo numero di iniziative industriali; se non che la limitatezza dei
mezzi (1 miliardo di lire) messi a disposizione, ne ha in breve esaurito
le possibilità applicative, anche perchè, nei successivi stanziamenti di
bilancio del Ministero di agricoltura, non è più stata specificata la tranche
da destinare alle industrie agrarie.
In seguito sarà fatto rilevare l’inconveniente di tale mancata specificazione,
 i cui effetti hanno avuto, tuttavia, una attenuazione dal fatto che,
a partire dal 1952, la Cassa per il Mezzogiorno, attingendo ai propri fondi
di dotazione. ha ripreso l’éerogazione dei contributi nelle spese di impianto

(1) La L. 23 aprile 1949, n. 165 precisa che la concessione del contributo può
essere fatta anche:

a) alle opere edili, impianti ed attrezzature occorrenti per la conservazione, la
lavorazione e la trasformazione dei prodotti agricoli ed armentizi, semprechè tali opere
siano di potenzialità non eccedente il fabbisogno della azienda agricola a cui debbono
servire e si inseriscano nella struttura della azienda stessa in modo da, formare, con gli
altri fattori produttivi, un complesso organico unitario;
b) alla costruzione, acquisto, ampliamento, riattamento e attrezzatura — da parte
di Enti di colonizzazione, di Cooperative agricole e di Consorzi agrari — di stabilimenti
per la conservazione, lavorazione e trasformazione di prodotti agricoli, nonchè — quando
l’ente interessato si proponga la integrale utilizzazione dei prodotti stessi — per la
conservazione. lavorazione e trasformazione dei relativi sottoprodotti.
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        iV - CREDITO ED ALTRI INTERVENTI PER SVILUPPARE LE INDUSTRIE AGRARIE 61

di industrie agrarie, sia pure limitatamente a quelle unità che sorgono
nei comprensori di bonifica attribuiti alla sua competenza.
Oltre alle due leggi indicate, di carattere generale e valide per tutti
i rami delle industrie agrarie, purchè gestiti da determinate categorie di
imprenditori, sono da ricordare alcuni provvedimenti destinati specificatamente
 a qualche settore od a qualche speciale forma di impresa (cooperativa,
 consorzio di produttori, ente morale o pubblico). Di tali provvedimenti
 si fa soltanto menzione di quelli disposti con le leggi 30 maggio 1932,
n. 720 e 15 aprile 1942, n. 545 e col D.L. 15 aprile 1948, n. 664. Data la
particolarità di alcune norme, non previste nelle leggi generali, sarebbe
opportuno che detti provvedimenti venissero convenientemente ripresi da
una legislazione a favore delle industrie agrarie del Mezzogiorno.
La L. 30 maggio 1932, n. 720 prevede speciali contributi, nella misura
del 25% della spesa, per costruzione e attrezzamento di silos e di magazzini
per la conservazione di cereali, nonchè per il riattamento o adattamento di
locali destinati o da destinarsi a tale uso. Prevede inoltre, per il caso in
cui sia necessario ricorrere al credito per provvedersi della restante quota
di capitale necessaria per allestire il magazzino, che, in aggiunta al suddetto
 contributo, lo Stato concorra, per non oltre 25 anni, con il 2,5%
nel pagamento degli interessi sulla parte di mutuo non eccedente la metà
dell’ammontare della spesa globale (1).
La legge citata concede tali provvidenze « ad agricoltori singoli o consociati,
 ad enti od istituzioni agricole, a Consorzi di bonifica e di irrigazione,
 a Camere di commercio e a Magazzini generali » e contempla inoltre
 la costituzione, da parte di agricoltori che intendano costruire e gestire
magazzini per cereali, di consorzi volontari di cui il Ministro di agricoltura
si riserva il riconoscimento, mediante decreto, col quale, tra l’altro, può
« in via eccezionale » essere concessa a detti Consorzi la facoltà di imporre
contributi annuali, con il carattere di obbligatorietà.
Molteplice è l’interesse che presenta questa legge, per quanto consideri
 solo una industria agraria, quella molitoria, limitatamente ai magazzini
 di conservazione della materia prima. Da un punto di vista
pratico si rileva che tale legge è stata di recente richiamata in vigore
dalla Cassa per il Mezzogiorno, per finanziare una rete di magazzini granari
 costruiti ad opera dei singoli consorzi agrari provinciali, ai quali
vengono concessi un contributo del 25% sulla spesa ed un mutuo pari al
50% della stessa spesa al tasso di favore del 4,5% per la durata di 13 anni.
Da un punto di vista giuridico è da rimarcare, oltre alla concessa
facoltà di accumulare, per un’unica operazione, due tipi di contributi
— facoltà che le leggi prima richiamate escludono — l’esplicito riferimento
ad enti, quali i Magazzini generali — che, come è noto, il più delle volte
fanno capo ad imprese od istituzioni di natura non agricola, ma a vere e

(1) Scontando all’attualità, al tasso del 4%, tale contributo venticinquennale, si
avrebbe un valore ragguagliato in capitale pari a L. 27,4 per ogni cento lire di capitale
mutuato.
        <pb n="58" />
        62 . INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

proprie imprese commerciali — e ai consorzi volontari tra produttori cui
può venire concessa la facoltà di emettere ruoli obbligatori di contribuenza
e, quindi, un fondamentale mezzo, per adire il credito con tale possibilità
di garanzia.
La legge 15 aprile 1942, n. 545, che prevede speciali contributi erogabili
 in unica soluzione (1) a collaudo delle opere, nella misura massima
del 40% della spesa di costruzione e attrezzatura di « stabilimenti destinati
alla conservazione, prima lavorazione e congelamento delle frutta e degli
ortaggi, con particolare riguardo alle esigenze della esportazione ».
La particolarità di questo provvedimento risiede nel fatto che detti
contributi possono essere concessi, oltrechè ad agricoltori singoli o associati
 e ad enti o istituzioni agrarie, anche a società e ditte industriali. Nell’interesse
 dei produttori, il decreto stabilisce poi che le tariffe e le modalità
 di funzionamento degli stabilimenti, fruenti del contributo, siano
determinate dal Ministero dell’agricoltura e delle foreste, con facoltà
di controllarne l’osservanza.
Per la accennata particolarità, la legge del 15 aprile 1942 può ritenersi
l’unico provvedimento, che, almeno nei confronti di una industria agraria,
abbia inteso sollecitare l’iniziativa di tutti gli operatori economici, senza
distinzione di categoria, giustamente tenendo conto della difformità del
regime fondiario del nostro Paese; difformità ché non consente soluzioni
imprenditoriali uniformi, ma differenziate da caso a caso e ad opera tanto di
imprenditori agricoli come di imprenditori industriali, di singoli come di
cooperative, come di « società commerciali », di privati come di enti.
Questa legge, nell’originario piano finanziario formulato nel 1937 (1),
conteneva un’autorizzazione di spesa straordinaria di 60 milioni di lire,
per la concessione di contributi, fino all’esercizio 1971-72. Si può dire che,
in applicazione di essa, un certo numero di stabilimenti ortofrutticoli è
sorto nel Nord, mentre nel Mezzogiorno pochissime sono state le iniziative
 sollecitate dal provvedimento in esame. Oggi però esistono due
società, la «Sacam» e la «Sacos» (2) con il preciso intento di dare vita ad
una rete coordinata di centrali ortofrutticole nelle regioni meridionali ed
è da auspicare che la Cassa per il Mezzogiorno (3), analogamente a quanto
ha già disposto per i magazzini granari, ponga di nuovo in essere, con
congrui stanziamenti, l’applicazione di questa legge, la quale consente di
intervenire in misura adeguata per sostenere le varie iniziative, qualunque

(1) A norma del R.D.L. 25 marzo 1937, n. 949.
(2) Società anonima centrali agricole meridionali, con sede in Napoli e Società
anonima centrali ortofrutticole siciliane, con sede in Palermo.
(3) Come risulta dalla relazione di T. FrAscHETTI sul credito e turismo, fatta al
Convegno di Napoli del 13-14 ottobre 1952, la Cassa avrebbe già predisposto nei confronti
 delle centrali ortofrutticole e delle centrali del latte una formula creditizia di
favore del tipo seguente: importo del finanziamento non eccedente il 66 % del capitale
occorrente; tasso di interesse pari al 3,5 % annuo; durata massima del mutuo pari a
18 anni. Viene così escluso ogni contributo a fondo perduto, che avrebbe messo gli interessati
 in condizioni di poter più facilmente ricorrere al credito normale, senza precedenti
gravose ipoteche sugli impianti, per approvvigionarsi degli ulteriori mezzi occorrenti.
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        IV - CREDITO ED ALTRI INTERVENTI PER SVILUPPARE LE INDUSTRIE AGRARIE 63
i _ i —_—_—_—_ oo _—_ e

sia la categoria degli imprenditori (agricoltori, industriali, privati, enti) intenzionata
 a costruire gli stabilimenti.
Il D.L. 15 aprile 1948, n. 664 autorizza la concessione di contributi
nelle spese di impianto di enopoli e cantine sociali nella misura massima
 del 30%: e ciò ai sensi della L. 10 giugno 1937, n. 1266, ma con in
più questa particolarità e cioè che a quelli di tali impianti collettivi, distrutti
 o danneggiati dalla guerra e situati in alcune zone più colpite, può
essere concesso, in aggiunta al contributo del 30% richiamato dal decreto,
anche il concorso (1) nel pagamento degli interessi sui mutui accesi per
la riparazione dei danni bellici, fermo rimanendo, per il complesso delle
due forme di intervento, ragguagliato il secondo in conto capitale, il limite
massimo del 60%.
Del decreto in questione va rilevata, oltre alla concessione della
facoltà di cumulare due contributi, la elevata misura del sussidio (2), che
si è riconosciuta necessaria per la ricostruzione degli impianti enologici
cooperativi, danneggiati dalla guerra: misura di sussidio che molti impianti,
 e non solo quelli enologici, denotano, ancora nel momento attuale,
indispensabile per la loro ripresa (3).
Con, riguardo poi a tutte e tre i provvedimenti citati, devesi ancora
una volta sottolineare l’elevatezza del contributo di cui possono beneficiare
 i settori di' industria in essi considerati e di cui indiscutibilmente
altri settori, che ne risultano esclusi, potrebbero avvantaggiarsi. Si rileva
altresì che non si trova giustificazione alla prassi con cui, nel procedere
alla concessione dei contributi per opere di miglioramento fondiario previsti
 dalle due leggi n. 215 del 1933 e n. 165 del 1949, si tende ad abbassare
la misura del contributo, quando si tratti di industrie agrarie, a percentuali
spesse volte troppo distanti da quel limite del 38%, che il legislatore ha
fissato, sia pure come massimo. E’ da augurarsi perciò che, nell’applicazione
 della recente L. 25 luglio 1952, n. 991, a favore dei territori montani,
la quale, richiamandosi ai due citati provvedimenti, eleva il limite del contributo
 statale in opere di miglioramento fondiario ed altre sino al 50%
della spesa, si superi tale criterio restrittivo che deprime una delle poche
possibilità, fin’ora concesse alla montagna, per realizzare una serie di
iniziative industriali, necessarie per valorizzare i prodotti di quei territori.

3. - Il secondo tipo di agevolazione è quello derivante dall’ordinamento
 dato dal R.D.L. 29 luglio 1927, n. 1509, convertito in L. 5 luglio 1928,
n. 1760 e relative norme regolamentari, al credito agrario e, in particolare,
per quanto riguarda le industrie allo studio, al credito agrario di miglioramento.


(1) Previsto dal D.L.P. 27 giugno 1946, n. 383.
(2) Un contributo del 2,50% su un mutuo trentennale al 5,5%, ragguagliato in
capitale al tasso di sconto del 4%, sarebbe pari a L. 31,63 su ogni 100 lire di capitale
mutuato.
(3) Vedasi la mozione votata al Convegno dei sinistrati di guerra di Salerno del
10 novembre 1952.
        <pb n="60" />
        34

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

I finanziamenti per opere di miglioramento, che vengono concessi da
Istituti speciali o appositamente autorizzati in base alle citate disposizioni
 legislative. hanno le seguenti caratteristiche:

1) « dovranno essere estinti in rate annuali (1), il cui numero massimo
 non può eccedere quello di trenta a datare, di regola, dall’anno nel
quale i miglioramenti sono divenuti produttivi » — art. 5 — « ma, in ogni
caso, non oltre cinque anni dall’ultima somministrazione » — art. 16 delle
Norme regolamentari;
2) « saranno di regola concessi previa stipulazione di apposito contratto
 e dietro prestazione di garanzia ipotecaria, o altra ritenuta idonea
dall’Istituto mutuante » (1); « potranno essere effettuati anche mediante
sconto di cambiali agrarie, purchè l’operazione non abbia durata superiore
a cinque anni » — art. 6;
3) « potrà essere accordato dal Ministero dell’agricoltura e delle
foreste un concorso nel pagamento degli interessi, da graduarsi dal Ministero
 predetto (2), entro il limite massimo del 2,50 per cento » — art. 22.

Nulla è precisato circa il Saggio di interesse relativo all’ammontare
del finanziamento, ma ciò si spiega con il fatto che quando gli Istituti
in questione debbono approvvigionarsi del denaro necessario sul mercato
normale, « si trovano costretti ad effettuare i propri finanziamenti a condizioni
 in tutto simili a quelle praticate dagli Istituti ordinari ad imprese
commerciali o industriali — che di regola sono in grado di sopportare saggi
più elevati — e debbono variare continuamente i propri saggi, con il
variare del costo. del denaro e del tasso ufficiale di sconto. il che male si
addice al credito agricolo » (3). i
L’entità del finanziamento va commisurata alla convenienza tecnica
ed economica delle opere; al costo delle stesse, nel senso che l’importo
non può eccedere tale costo; alla solvibilità dei richiedenti, per le operazioni
 cambiarie quinquennali; alla garanzia offerta, per le operazioni ipotecarie.
 In sostanza, dipendendo il tutto dalla capacità di garanzia del
mutuatario, si può dire che le operazioni di credito in esame sarebbero in
grado di coprire, almeno in via di principio, l’intero fabbisogno per creare
l’impianto. Vedremo in seguito che altri mutui invece sono commisurati,
per legge, solo ad una quota dell’intero fabbisogno.

(1) Le Norme regolamentari per l’esecuzione del citato decreto, approvate con
D.M. 23 gennaio 1928 e successivamente aggiornate, stabiliscono:
«1 mutui ipotecari debbono essere rimborsati in un periodo non superiore ai
30 anni, con il sistema dell’ammortamento mediante semestralità fisse. comprensive
di capitale, interessi ed accessori » art. 16;
« L'Istituto mutuante può accettare, a suo discrezionale*giudizio, altre garanzie
idonee come ipoteche su altri fondi, fidejussione di persone solvibili, depositi di
titoli e simili » art, 19.
(2) «In relazione alla natura e produttività dei miglioramenti e alla durata
delle operazioni &amp;gt; art. 52 delle Norme.
(3) Vedasi: L. Pacani, Commento alla legislazione italiana sul credito agrario,
Venezia 1935.
        <pb n="61" />
        IV - CREDITO ED ALTRI INTERVENTI PER SVILUPPARE LE INDUSTRIE AGRARIE 65

Solo nel caso degli impianti di uso collettivo, le Norme regolamentari
stabiliscono, all’art. 23, che i finanziamenti non possono superare il 75%
della somma risultante dal costo degli impianti e dal valore di stima
rauzionale del terreno, su cui sorge la costruzione o che è a questa particolarmente
 annesso.
I finanziamenti sono riservati:

a) a privati, enti ed associazioni che posseggano o conducano terreni
 in forza di un titolo, il quale consenta la esecuzione dei lavori e delle
opere, l’assunzione dell’onere del mutuo e la prestazione delle garanzie
richieste, nonchè a consorzi di bonifica, di irrigazione e simili, che provvedano
 all’esecuzione di opere nell’interesse dei consorziati (art. 4 del
R. D.L. 5 luglio 1928, n. 1760);
b) ai consorzi volontari dei produttori legalmente riconosciuti e
costituiti ai sensi della L. 18 giugno 1931, n. 987 (art. 30 della legge citata
e art. 10 della L. 5 gennaio 1939, n. 411);
c) ai consorzi agrari provinciali; agli enti di colonizzazione e alle
cooperative agricole (art. unico della L. 12 febbraio 1942, n. 190).

Come si vede, la legge sul credito agrario, anche se con campo di
più limitata applicazione rispetto a quello consentito dalla legge di bonifica,
 si rivolge ad una cerchia di operatori notevolmente più vasta di
quella precisata dalla legge n. 165 del 1949.
Tuttavia, la natura stessa del credito agrario, cui si connettono per
legge determinate forme di garanzia a base terriera, ha di fatto limitato
fin da un primo tempo il campo degli operatori e, successivamente, per la
influenza dei criteri informativi della prassi applicativa della legge di
bonifica, anche il campo delle opere finanziabili. In base alle norme
fondamentali regolanti il credito agrario di miglioramento potevano infatti
essere finanziate anche:

a) la costruzione e riattamento di fabbricati rurali destinati alla
conservazione e manipolazione dei prodotti agricoli (art. 3, lettera e);
b) la costruzione, riattamento ed adattamento di fabbricati per uso
collettivo di conservazione e distribuzione di prodotti agrari (art. 3, n. 3).

Ma per la restrittiva applicazione dell’art. 43 della legge di bonifica,
come non sono stati ammessi alla concessione del sussidio in conto capitale
 gl’impianti di trasformazione dei prodotti, altrettanto queste opere
sono state escluse dal beneficio del concorso statale negli interessi e,
praticamente, dalla possibilità di adire il credito di miglioramento.
Bisogna comunque tener presente che, come poco fa si è accennato,
dati la natura stessa del credito in questione ed il meccanismo e il tipo
delle garanzie richieste, gli impianti richiamati in a) avrebbero potuto
essere finanziati solo a patto che lavoràssero soltanto prodotti aziendali
così come gli impianti richiamati in b) sono stati finanziati solo se appartenenti
 ad enti o società, legalmente costituiti e composti da agricoltori, in
        <pb n="62" />
        66

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

prevalenza conduttori diretti dei propri fondi. (Art. 23 delle Norme regolamentari)
 (1).
Per quanto poi riguarda gli impianti, da costituirsi ad opera di consorzi
 di bonifica e di irrigazione nell’interesse dei consorziati, la. pratica
impossibilità, che hanno tuttora tali consorzi di agire di iniziativa, non ha
loro consentito che raramente di realizzare stabilimenti industriali: per
far ciò occorrerebbe, oltre alla concorde volontà dei consorziati, che fossero
modificate le norme, che attualmente regolano il privilegio speciale per
la riscossione dei contributi consorziali, imposti per garantire operazioni
di mutuo nel caso che i consorzi procedano ad esecuzione di opere di
carattere collettivo nell’interesse dei consorziati.
Le norme vigenti rendono infatti impossibile il ricorso al credito da
parte dei consorzi, dato che detto privilegio non pregiudica le ipoteche
o gli altri oneri reali preesistenti a carico del fondo, per cui gli istituti
finanziatori non riconoscono alle delegazioni, accettate dagli esattori sui
ruoli di contribuenza, una sufficiente capacità di garanzia.
Per le varie limitazioni contro cui venivano ad urtare, sia pure per
motivi diversi, le iniziative di carattere industriale tendenti ad usufruire
del credito di miglioramento, così com’era regolato dalla sua legge istitutiva,
 la L. 5 gennaio 1939, n. 411, si preoccupò di precisare, nei riguardi
almeno dei consorzi dei produttori — costituiti ai sensi della L. 18 giugno
 1931, n. 987 — che le operazioni di mutuo per la costruzione, l’acquisto,
l’ampliamento o riattamento e relativa attrezzatura di stabilimenti per la
conservazione, la selezione e la trasformazione dei prodotti e sottoprodotti
agricoli, dovevano considerarsi quali operazioni di credito agrario di
miglioramento, effettuabili con il concorso dello Stato nel pagamento degli
interessi.
Con la L. 12 febbraio 1942, n. 190 veniva infine concesso lo stesso riconoscimento
 alle operazioni di credito effettuate per il finanziamento di
industrie agrarie appartenenti ai consorzi agrari provinciali, agli enti di
colonizzazione e alle cooperative agricole.
In applicazione della legge del 1939 sorsero enopoli, elaiopoli, sgranatoi
di cotone e una serie di altre industrie agrarie a carattere consortile; ma
ciò fu possibile soprattutto perchè la politica dell’epoca favoriva tali iniziative,
 le quali erano state messe in grado di rilasciare in garanzia, tra
l’altro, anche delegazioni esattoriali su contributi esigibili con le stesse
norme procedurali previste per la riscossione delle imposte dirette, e

(1) A proposito di questi impianti, acutamente osserva il Pacani (op. cit.), che
la legge «per involontaria omissione» non faceva cenno alle industrie agrarie in
quanto gli impianti « per uso collettivo di conservazione e distribuzione dei prodotti »
non sono ancora gli impianti di trasformazione cui possono riferirsi le cantine, i
caseifici, i frantoi, ecc. L’A. afferma comunque che «non vi è dubbio che anche
tali impianti possono essere ammessi al finanziamento ».
C’è inoltre da osservare che, sovente, la semplice dizione « fabbricati » non
accompagnata dall’ulteriore precisazione «e relativa attrezzatura » ha pregiudicato
il finanziamento di questa seconda parte dell’impianto, che per un'industria agraria
costituisce, come ben si comprende, l’elemento fondamentale e spesso il più costoso.
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        IV - CREDITO ED ALTRI INTERVENTI PER SVILUPPARE LE INDUSTRIE AGRARIE 67

quindi molto più valide di quelle dei consorzi di bonifica; i consorzi dei
produttori potevano inoltre chiedere alle proprie Federazioni nazionali di
prestare ulteriori garanzie agli istituti di credito.
Per quanto riguarda la legge del 1942 c’è da osservare che, mentre
i consorzi agrari e gli enti di colonizzazione hanno potuto beneficiare del
credito per creare delle industrie, data la loro consistenza patrimoniale e
quindi la loro capacità di garanzia, non ne hanno invece beneficiato che
in ridottissima misura le cooperative, cui tale capacità è quasi sempre
mancata.

4. - Come già si è visto, trattando dei contributi in conto capitale,
la legge che ha riconosciuto alle industrie agrarie, facenti capo ad alcune
categorie di imprenditori, il diritto di beneficiare del credito di miglioramento
 con il concorso statale nel pagamento degli interessi è quella del
23 aprile 1949, n. 165.
Però, mentre per i contributi in conto capitale questa legge provvide
direttamente al relativo stanziamento di fondi, destinando 1 miliardo di
lire alle industrie agrarie del Mezzogiorno, per il concorso nel pagamento
degli interessi per mutui da stipularsi non stabilì nulla, così che, in base
alla convenzione 30 giugno 1950 successivamente intervenuta tra i Ministeri
competenti ed alcuni istituti per erogare il miliardo e mezzo destinato al
credito agrario nel Mezzogiorno, le industrie agrarie vennero escluse da
ogni beneficio, insieme ad una serie di altre opere di miglioramento.
Tale esclusione fu di pregiudizio per il buon esito applicativo della
convenzione — la quale prevedeva la stipulazione di mutui ventennali
al tasso del 4,5% — in quanto l’iniziativa privata, costretta a muoversi
entro un limitatissimo campo di opere finanziabili (1), non si avvalse di
questa particolare fonte di credito, tanto che al 15 gennaio 1953 del
miliardo e mezzo stanziato ne era stata erogata solo la metà.
Nè sorte migliore ha avuto finora il fondo di rotazione istituito presso
il Ministero del Tesoro con L. 27 ottobre 1951, n. 1208. Detto fondo, a cui
la legge destina 1,5 miliardi e a cui dovranno affluire le quote di ammortamento
 e i relativi interessi del miliardo e mezzo di cui si è detto innanzi,
avrebbe dovuto essere erogato, in mutui di miglioramento ventennali al
tasso del 4,5%, secondo una convenzione da stipularsi tra i Ministeri competenti
 e gli Istituti autorizzatì al credito agrario e secondo norme dettate
da apposito comitato e concernenti le opere da finanziare, i tipi di progetti
 e l’ammontare massimo dei singoli mutui. Al 15 gennaio 1953 non
V’era convenzione, nè le norme erano ancora state dettate e quindi nessun
mutuo era stato concesso su tale fondo.

(1) La convenzione limitava i finanziamenti alle piccole e medie &amp;lt;csziende, a
cifre massime varianti, a seconda delle opere, tra il mezzo e i cinque milioni di lire,
e alle seguenti categorie di opere: sistemazione idraulica ed idraulico-agraria dei
terreni, con particolare riguardo agli impianti di irrigazione; provvista ed utilizzazione
delle acque a scopo agricolo e potabile; dissodamenti; miglioramento dei pascoli montoni;
costruzione e riattamento di silos da foraggio e di concimaie; impianto di frutteti;
impianto di cabine e di linee elettriche e acquisto di macchinario elettrico.
        <pb n="64" />
        88

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

FE’ quindi da augurarsi che nei provvedimenti normativi che saranno
emanati per attivarlo possano trovare conveniente posto anche gli impianti
 in genere, destinati alla trasformazione dei prodotti agricoli e che
vi siano incluse anche quelle categorie di imprenditori, che già la legge
fondamentale sul credito agrario e quelle successive avevano ammesso
al beneficio dei prestiti e mutui di miglioramento.
Solo il più recente provvedimento in tema di credito, la L. 25 luglio
 1952, n. 949 — con il relativo regolamento approvato con D.P.R.
17 ottobre 1952, n. 1317, che costituisce un fondo di rotazione presso il Ministero
 dell’agricoltura e delle foreste di 125 miliardi da impiegare fino
al 30 giugno 1964 per concessione di prestiti e mutui ad agricoltori, singoli
od associati, con preferenza ai piccoli, ai medi e alle cooperative, nella
misura massima del 75% del costo delle singole opere, al tasso del 3%,
comprensivo di ogni onere e per durate variabili tra cinque e dodici anni
a seconda del tipo delle opere — elenca tra le opere finanziabili: |
1) l’acquisto di macchine agricole di produzione italiana, utilizzabili
per la conservazione, manipolazione e trasformazione dei prodotti, solo
in quanto « trovino appropriata ed economica utilizzazione nell’ambito dell’azienda
 agraria cui il prestito si riferisce » o siano « proporzionate alla
attività agricola che i richiedenti si propongono di svolgere nell’ambito
delle rispettive aziende » (art. 7 del Reg.);
2) la ricostruzione, il riattamento e gli ampliamenti di edifici rurali
destinati alla conservazione, manipolazione e trasformazione dei prodotti,
sempre che « siano di potenzialità non eccedente il fabbisogno dell’azienda
agricola a cui debbono servire » 0, in caso di agricoltori comunque associati.
 non eccedano il fabbisogno delle aziende dei mutuatari.

Sembra tuttavia che le varie clausole sopra riportate corrispondono
alle esigenze di industrializzazione solo per ciò che riguarda la rapidità di
procedura con cui le singole pratiche vengono espletate e il tasso di
interesse, che è veramente favorevole. Ciò è stato consentito dal cospicuo
approvvigionamento di mezzi agli Istituti di credito, fatto a cura dello
Stato. Il che permette, come prima si è accennato, quella stabilità e quella
modicità del saggio di interesse che è una delle condizioni fondamentali
per attivare gli investimenti nel campo agricolo.
L’iniziale vantaggio del basso interesse risulta però notevolmente menomato
 per la brevità di tempo concessa agli ammortamenti. Osserva il
Pagani (1) che «non si può parlare di condizioni di tasso di interesse
senza approfondire il problema connesso dell’ammortamento delle operazioni.
 Sta di fatto, anzi, che è quasi un problema unico perchè unico e
complessivo è l’onere che ricade sull’agricoltore che contrae l’obbligazione
 ».

(1) L. PacanI, Alcune considerazioni sulle provvidenze di credito agrario disposte
dalle leggi per lo sviluppo della economia e l’incremento della occupazione e per î
territori montani, in «Rivista delle Casse di risparmio », n. 12, Roma 1952.
        <pb n="65" />
        IV - CREDITO ED ALTRI INTERVENTI PER SVILUPPARE LE INDUSTRIE AGRARIE 69

Nel caso in esame l’onere globale annuo, calcolato in base alla
durata del mutuo, risulta pari al 21,88% del mutuo per acquisto
di macchinario e al 10,04% del mutuo per la costruzione o riattamento
 di fabbricati. Tale onere non può essere sostenibile, nel
momento attuale, da uno stabilimento enologico del Mezzogiorno,
che voglia razionalizzare le proprie attrezzature in vista di una
migliore affermazione dei suoi prodotti. Molto più favorevole riuscirebbe
al gestore di tale stabilimento un’operazione sulla base del tradizionale
credito agrario di miglioramento che gli comporta un onere trentennale,
 con il contributo statale nel pagamento degli interessi, di circa
7 lire per ogni cento mutuate. In più v’è da dire che il mutuo fatto
sulla base della L. 5 luglio 1928, n. 1760, può coprire anche tutto il
fabbisogno di capitale di impianto, mentre quello previsto dalla legge
del 1952 ne copre solo il 75%; con il primo tipo di mutuo inoltre il periodo
di preammortamento può durare anche cinque anni, con il secondo
tipo. di regola non potrà superare i dodici mesi circa.
Impianti che presentano carattere di novità per il Mezzogiorno, come
ad esempio una centrale ortofrutticola cooperativa, e che quindi abbisognano
 di una non breve fase di avviamento, non eccessivamente oberata da
impegni finanziari, ben difficilmente richiederanno i mutui di cui alla
citata legge per lo sviluppo dell’economia e l’incremento della occupazione.
Per un intervento creditizio che volesse veramente agevolare il consolidamento
 di una sana struttura nel settore delle industrie agrarie, le
clausole contenute nelle leggi più recenti presentano un altro grave inconveniente,
 costituito dall’obbligo che i macchinari e gli impianti in genere
siano strettamente proporzionati alla materia prima realizzata in una
azienda agricola o nelle aziende degli agricoltori associati.
Il macchinario più moderno, che oggi l’industria meccanica offre per
attrezzare un impianto di lavorazione e trasformazione dei prodotti agricoli,
 ben difficilmente ha una potenzialità corrispondente alla esigua
massa di materia prima realizzabile in una singola azienda. Ne consegue il
rischio di mantenere le macchine in gran parte inutilizzate — e cioè il
rischio di non riuscire ad ammortizzarne il capitale in soli cinque anni —
e quindi l’agricoltore è costretto a ricercare nella lavorazione per conto
una integrazione delle sue possibilità di approvvigionare l’industria.
Nè potrebbe essere altrimenti, e non solo nel settore illustrato, a
meno di non voler costringere le industrie agrarie entro limiti, che la
moderna tecnica di produzione e le esigenze di mercato più non consentono,
 e di volerle mantenere invece in quello stadio di polverizzazione.
che è uno degli aspetti più gravi del settore.
Al momento attuale, i provvedimenti, in tema di credito di miglioramento,
 che possono presentare più interesse per le ‘industrie allo studio,
sono pertanto quelli sul tipo della L. 31 luglio 1952, n. 1090, che aumenta
di 200 milioni all’anno per cinque anni il limite di impegno dello Stato
per la concessione del concorso nel pagamento degli interessi sui mutui
        <pb n="66" />
        10

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

di miglioramento ed eleva la partecipazione dello Stato al capitale del
Consorzio nazionale per il credito agrario di miglioramento da 18,5 milioni
 a 185 milioni. In tal modo, infatti, si danno ai vari istituti autorizzati
 al credito agrario nuove possibilità di agire sulla base dei loro
ordinamenti tradizionali che, come si è visto, consentono di finanziare
industrie appartenenti, oltre che ad agricoltori singoli o associati, anche
ad enti di colonizzazione, a consorzi volontari di produttori, a consorzi
agrari, a consorzi di bonifica, di miglioramento e simili: enti tutti che,
se sono rimasti finora praticamente inattivi — ad eccezione dei consorzi
agrari — nel settore in esame, dovrebbero però in un futuro molto prossimo
 essere chiamati a partecipare intensamente ad un processo di industrializzazione
 delle zone di rispettiva competenza.
Tale prospettiva, per non riuscire vana, andrebbe però collegata ad
un rafforzamento delle capacità di garanzia, che specie alcuni degli enti
indicati oggi non hanno, per adire il credito; il cenno fatto a proposito
del privilegio legale sui contributi consortili per opere private, eseguite
dal Consorzio di bonifica per conto degli agricoltori, non pone che una
delle questioni che in tale materia andrebbero attentamente rivedute.
Così, ad esempio, occorrerebbe istituire una particolare garanzia statale
ai mutui stipulati da cooperative, cui il più delle volte il valore cauzionale
dell’impianto e della relativa area occupata non è sufficiente per acquisire
il finanziamento necessario.

5. - Per completare la rapida disamina delle diverse formule creditizie
 di cui, in misura più o meno grande, hanno potuto o potrebbero beneficiare
 le industrie agrarie gestite da agricoltori o da enti vari di natura
agricola, occorre far menzione della recente prassi instaurata dalla Cassa
per il Mezzogiorno ai sensi della sua legge istitutiva (L. 10 agosto 1950,
n. 646, art. 5) in tema di credito agrario di miglioramento.
Disponendo di fondi statali, la Cassa intanto ha potuto prefissare nella
misura del 5,5% il saggio (1) di interesse a cui alcuni istituti (2)
faranno per essa le operazioni di credito, con il concorso statale nel pagamento
 degli interessi, previste dagli artt. 43 e 46 del R.D.L. 13 febbraio
 1933, n. 215 e dall’art. 9 della legge 23 aprile 1949, n. 165. La Cassa
contribuisce con il 2,5%, per cui il saggio diventa di fatto pari al 3%.

(1) La Cassa prevede anche l’eventualità che un imprenditore non ricorra a
questi speciali mutui a tasso agevolato, ma al normale credito agrario di miglioramento
trentennale. In questo caso, che l’art. 17 della sua legge istitutiva prevede, la Cassa
concede un contributo al mutuatario per ridurre il saggio di interesse sui mutui intesi
« alla costruzione, all’ampliamento o all’adattamento di immobili utilizzati per la valorizzazione
 di prodotti agricoli ». L’ammontare di tale contributo verrà fissato da caso
a caso dalla Cassa, la quale lo erogherà periodicamente, alla scadenza delle rate annuali
o semestrali, salvo che si tratti di iniziative prese da Enti pubblici ai quali il contributo
potrà essere erogato anche in unica soluzione capitalizzando, al 4%, le quote periodiche
di contributo: posto che questo sia pari al 2,5 % e abbia la durata di 30 anni il relativo
valore attuale ammonterebbe a L. 31,63 per ogni 100 lire.
(2) Banco di Napoli, Banco di Sicilia, Banca Nazionale dell’Agricoltura, Consorzio
nazionale di credito agrario di miglioramento, Istituto di credito agrario per la Sardegna,
Cassa di risparmio di Calabria e Banca Nazionale del Lavoro.
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        IV - CREDITO ED ALTRI INTERVENTI PER SVILUPPARE LE INDUSTRIE AGRARIE 7]

A seconda dei tipi di opera, sono stati stabiliti periodi diversi di ammortamento
 oscillanti tra gli 8 e i 20 anni: in particolare, per quanto ha
attinenza con le industrie allo studio, sono stati stabiliti 8 anni per
l’acquisto di macchinari elettrici per l’utilizzazione dell’energia a scopo
agricolo; per le opere di costruzione ed ampliamento di fabbricati destinati
 alla conservazione ed alla prima lavorazione di prodotti agrari e
zootecnici e per l’impianto di cabine di trasformazione o di linee fisse e
mobili di distribuzione di energia elettrica ad uso agricolo e, in genere, per
le installazioni elettro-agricole, sono stati stabiliti 15 anni (1). È’ stato poi
stabilito un'periodo di preammortamento — di circa 2 anni — decorrente
dal primo giorno del terzo anno successivo a quello in cui sia avvenuta
l’erogazione dell’ultima quota di mutuo, che si effettua dopo il collaudo
delle opere oggetto del mutuo stesso.
L’unica garanzia richiesta è quella ipotecaria su immobili e quindi
vengono esclusi i prestiti quinquennali con garanzia cambiaria, già previsti
 dall’ordinamento sul credito di miglioramento: viene però lasciata
facoltà agli Istituti di chiedere, nel caso che mutuatario sia un Consorzio
di bonifica, il rilascio delle delegazioni sui ruoli di contribuenza appositamente
 redatti. Non è dato conoscere se la Cassa abbia inteso dare a tale
forma di garanzia un carattere sostitutivo o semplicemente integrativo
della garanzia ipotecaria; siccome però la responsabilità dei finanziamenti
grava totalmente sugli istituti di credito, c’è da credere che, per la scarsa
efficacia del titolo, le delegazioni continueranno ad essere considerate
insufficienti. Ad ogni buon conto, va anche rilevato che, tra la documentazione
 che un Consorzio di bonifica deve esibire per la stipulazione del
contratto di mutuo, la Cassa stabilisce che vi sia copia del più recente
bilancio preventivo e consuntivo, vistata dal Prefetto e nella quale sia
riportata integralmente la situazione economico-patrimoniale dell’ente.
L’entità del mutuo può corrispondere all’intero importo dell’opera
oppure solo al 60% di questo: in tal caso, il mutuatario potrà essere ammesso
 a beneficiare del sussidio integrativo previsto dall’art. 46 della
legge di bonifica del 1933.
Si è già accennato (2) alle agevolazioni finanziarie e creditizie concesse
 ai magazzini granari (3), alle centrali ortofrutticole e alle centrali
del latte e, per quanto riguarda il credito industriale che la stessa Cassa
erogherà attraverso speciali istituti, si dirà in seguito.
Concludendo quindi sulle agevolazioni riguardanti il credito agrario
di miglioramento, merita di essere segnalato che al 30 giugno 1952 la

(1) La circ. n. 41318/52 del 18 giugno 1952 della Cassa per il Mezzogiorno precisa
che «1a sussidiabilità agli impianti per la conservazione e trasformazione dei prodotti
agricoli va intesa per il complesso dell’impianto e perciò il sussidio sarà concesso in
uguale misura sia per le opere murarie che per i macchinari ».
(2) Vedasi quanto è detto a proposito dei magazzini granari dei Consorzi agrari
provinciali e a proposito delle Centrali ortofrutticole.
(3) Al 10 giugno 1952 risultava approvata la costruzione di 133 magazzini per
una capacità complessiva di q.li 1.195.000.
        <pb n="68" />
        72

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

Cassa aveva già finanziato 12 caseifici, 45 oleifici, 38 cantine, il cui costo
complessivo ammontava a circa 716 milioni di lire.

Questa non indifferente massa di investimenti, che, per la funzione
esercitata dalla Cassa, si è potuta orientare verso le industrie agrarie fa
bene sperare per le sorti di questo importante settore, di cui non era stato
mai così nettamente puntualizzato il carattere di necessità come è stato
invece fatto nel Convegno di Napoli, tenuto ad iniziativa della Cassa per il
Mezzogiorno nell’ottobre 1952 (1).
Ma perchè un programma di sviluppo delle industrie agrarie possa
sortire gli effetti sperati sarà necessario che la Cassa:
1) anzichè attendere le domande degli interessati — con il rischio di
vedere muoversi soltanto quelle iniziative che più sono tradizionali al
Mezzogiorno e in quelle forme che spesso sono ormai superate e già appesantiscono
 largamente il settore — si faccia promotrice di veri e propri
piani di industrializzazione, indicando quali sono le industrie che, anche
se non tradizionali, possono però sorgere convenientemente nel Mezzogiorno,
 quali sono le zone dove meglio potrebbero andare ad ubicarsi,
quali sono i tipi tecnici e le caratteristiche economiche che meglio potrebbero
 garantire l’esito dell’iniziativa;

2) superi il limite di potenzialità, che anche recenti disposizioni
tendono ad imporre alle unità industriali agrarie, stabilito entro la modesta
 misura che può consentire la materia prima aziendale. Bisognerebbe,
invece, permettere il finanziamento, con le agevolazioni del credito agrario
di miglioramento, degli impianti in cui, oltre alla materia prima dell’azienda
 dell’agricoltore o delle aziende degli agricoltori associati, si
lavori anche materia prima per conto di terzi e anche materia prima
acquistata; e ciò per incominciare a sanare quella struttura polverizzata
che, tra l’altro, moltiplica i costi di reperimento delle singole partite per
formare la massa necessaria al mercato;

3) affini gli strumenti agevolativi già messi in atto soprattutto dal
punto di vista delle garanzie, che l’industria agraria non sempre può
dare nella misura richiesta dagli Istituti di credito che operano per conto
della (Cassa.

E’ necessario infatti adottare una politica di sostegno e di propulsione
nei confronti delle industrie agrarie, che sia coraggiosa, pur senza essere
imprudente. Sembra che organismo più adatto della Cassa ad attuare tale
politica, non sia mai sorto nel Mezzogiorno e che nessun organismo, se
non la Cassa, possa assumersi la responsabilità di una tale politica.

‘1) Vedasi la relazione Agricoltura. di F. Curato, in Atti del Conv. cit.
        <pb n="69" />
        IV - CREDITO ED ALTRI INTERVENTI PER SVILUPPARE LE INDUSTRIE AGRARIE 73

6. - Oltrechè nel settore del credito agrario di miglioramento, la
Cassa per il Mezzogiorno interviene anche nel settore del credito industriale.
 A tale fine la Cassa stipulò, in un primo tempo (1), una convenzione
 con l’Istituto per lo sviluppo economico dell’Italia meridionale
— «Isveimer» — con il Banco di Sicilia e con il Banco di Sardegna per la
concessione di finanziamenti ad iniziative industriali.
Le condizioni di concessione erano le seguenti: durata del
mutuo non superiore a 10 anni; saggio di interesse, comprensivo di ogni
altro onere salvo i diritti erariali, del 5,5% annuo; possibilità, diversa da
caso a caso, di un periodo di preammortamento; entità del mutuo proporzionata
 ad una percentuale, da caso a caso stabilita dalla Cassa, del fabbisogno
 finanziario complessivo determinato sulla base del costo dell’impianto
 (2); garanzia ipotecaria sull’impianto ed eventuali altre garanzie.
Si dirà in seguito dei vari punti discutibili che il credito per la industrializzazione
 del Mezzogiorno, effettuato in base ai vari provvedimenti
emanati nel dopoguerra, ha manifestato per poter corrispondere alle
effettive esigenze di un’attività industriale che si muove ancora impacciata
da orientamenti tradizionali e superati, mal sostenuta dalla modestissima
capacità di autofinanziamento e dalla povertà delle sue garanzie, di natura
prevalentemente terriera, dubbiosa ed incerta nei confronti del mercato,
che, per la lunga assenza di rapporti diretti. conosce poco e male.

(1) Con L. 11 aprile 1953, n. 298, il credito industriale a favore del Mezzogiorno
è stato integralmente riorganizzato.
E’ stato riveduto l’ordinamento giuridico dell’IsveImER, costituito con R. D. L.
3 giugno 1938, n. 883; sono state stabilite le norme di funzionamento dell’Irs1s (Istituto
regionale per il finanziamento alle medie e piccole industrie in Sicilia) costituito con
Decreto 31 ottobre 1952 dell’Assessore regionale alle finanze; è stato costituito il CIS
(Credito industriale sardo). a
Al fondo di dotazione di ciascuno dei tre Istituti partecipa la Cassa per il Mezzogiorno,
 con una quota pari al 40.% dell’ammontare complessivo dei singoli fondi.
Le operazioni che i tre Istituti sono autorizzati a compiere sono:
a) mutui ed aperture di credito assistiti da garanzie mobiliari od immobiliari,
ovvero, eccezionalmente, da garanzie personali;
b) sovvenzioni e sconti cambiari;
c) sconti o anticipazioni su annualità dovute dallo Stato, dalle Provincie, dai
Comuni, dai Consorzi e da altri enti pubblici, in base a regolari deleghe;
d) sottoscrizioni di titoli obbligazionari all’atto dell’emissione;
e) riporti e anticipazioni su titoli di Stato, titoli obbligazionari, nonchè sconti
di buoni ordinari del Tesoro.

Salvo disposizioni contrarie, che potranno venire annualmente impartite agli Istituti
dal Comitato interministeriale per il credito ed il risparmio, la durata massima delle
singole operazioni non può superare: per i mutui, i dieci anni; per le sovvenzioni e gli
sconti cambiari, i cinque anni; per le aperture di credito, i tre anni. A garanzia delle
operazioni di cui in a) e in b), gli Istituti possono convenire la costituzione di privilegi
su impianti e macchinari a norma del D. L. 1° ottobre 1947, n. 1075 e successive modifiche.
Previa autorizzazione del Comitato citato, i tre Istituti possono concorrere, entro
il limite del 10% dell’ammontare dei rispettivi fondi di dotazione e speciali, alla costituzione
 di società finanziarie, che abbiano lo scopo di sviluppare l’industria meridionale.
(2) In un primo tempo, sembrava che il finanziamento potesse essere fatto anche
per una quota del capitale circolante, necessario per la condotta dell’impianto.
        <pb n="70" />
        {4

INDUSTHIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

Si pone ora in rilievo come in questa situazione così profondamente
depressa, la mancanza della garanzia statale agli istituti che eserciteranno
il credito industriale renderà i finanziamenti in esame — se questi istituti
non sapranno immedesimarsi del compito loro affidato e affrontarlo con
meditato coraggio — molto laboriosi e spesso inattuabili, allorchè l’imprenditore,
 esaurite. tutte le sue possibilità per acquisire ij mezzi necessari
all’impianto, rischiasse di non poter avere più credito alcuno per i bisogni
dell’esercizio.
La breve durata del mutuo, che non può oltrepassare i 10 anni, e che
quindi comporta una quota di ammortamento molto onerosa, costituisce
un altro elemento assolutamente pregiudizievole che si dovrà tentare con
ogni mezzo di eliminare, ottenendo di poter prolungare il periodo di ammortamento
 o concedendo un lungo periodo di preammortamento.
Ci si dovrà anche preoccupare che la quota di autofinanziamento,
cui gli imprenditori dovranno provvedere, dato che il mutuo non potrà
coprire l’intero fabbisogno d’impianto, non riesca eccessiva, attribuendo a
tale quota il significato che essa deve avere — e cioè quello di un segno
tangibile della fiducia che l’imprenditore ha nella propria iniziativa — ed
evitando così il pericolo di esaurire integralmente i mezzi finanziari di una
impresa che è già costretta a muoversi in mezzo a tante altre difficoltà.
Quanto sopra, e altre considerazioni, che ancora si potrebbero fare,
hanno evidente riferimento a tutto quanto concerne il credito alle industrie
 del Mezzogiorno in genere e non solo a quelle agrarie.
Si deve tuttavia riconoscere che, nella manovra combinata dei sussidi in
conto capitale, del credito agrario di miglioramento e del credito industriale,
la Cassa, pur nelle limitazioni cui ciascuna di dette provvidenze dà luogo
nei confronti delle industrie agrarie, ha una possibilità di eccezionale importanza,
 mai prima d’ora concessa ad altri organismi, per avviare un processo
di revisione e di razionalizzazione della struttura, ora polverizzata, antiquata
 e sovente inefficiente e mal distribuita del settore allo studio.
La Cassa, oltre a preoccuparsi di uno stretto coordinamento dell’azione
dei vari organismi che operano nel suo ambito, dovrebbe avviarsi a formulare,
 in analogia ai piani delle opere pubbliche e delle opere di trasformazione
 fondiaria, dei piani di industrializzazione agraria, dai quali la
industria privata e pubblica, agricola e industriale, potrebbe trarre vantaggiosissimi
 orientamenti.
La Cassa, come è stato chiaramente espresso nel Convegno di Napoli
dallo stesso suo Presidente, dovrebbe cioè attivare formule di intervento,
anche di carattere straordinario, che siano atte a suscitare un sano ed
intenso processo di sviluppo delle industrie agrarie.

7. - Il terzo tipo di agevolazione è quello rappresentato dai finanziamenti
 a medio e lungo termine a tasso di favore e con la garanzia, accordata
 dallo Stato all’Istituto mutuante, sulle eventuali perdite accertate.
Tale tipo di agevolazione — anche se in fase di esaurimento, in seguito alla
riorganizzazione del credito industriale, effettuata con L. 11 aprile 1953,
        <pb n="71" />
        IV - CREDITO ED ALTRI INTERVENTI PER SVILUPPARE LE INDUSTRIE AGRARIE 75

n. 298 (1) — merita di essere qui ricordato perchè rappresenta un tentativo
di particolare interesse per risolvere il grave problema delle garanzie. Lo
Stato, volendo svolgere una determinata politica di industrializzazione e, prima
 ancora, di ricostruzione del complesso industriale colpito dalla guerra, con
il D.L.L. 1° novembre 1944, n. 367, si addossò l’onere di garantire al 100%,
in via sussidiaria, i mutui concessi da istituti esercenti il credito mobiliare,
provvedendo d’altro lato ad autorizzare gli Istituti stessi ad avvalersi eventualmente,
 per il recupero delle somme dovute loro dai mutuatari, delle
norme e dei privilegi stabiliti per la riscossione delle imposte dirette.
Al 31 dicembre 1951 (2), ai sensi di tale decreto erano stati erogati nel
Mezzogiorno ai settori oleario, enologico, conserviero, molitorio e ad altre
industrie agrarie e alimentari, circa 930 milioni di lire su un complesso di
finanziamenti pari a 7,2 miliardi circa.
Programmaticamente importanti per le industrie in esame, dato
l’espresso accenno che ad esse vi si fa, erano anche il D. L.L. 28 dicembre
 1944, n. 416, riguardante la Sicilia ed il D.L.L. 28 dicembre 1944, n. 417,
riguardante la Sardegna, i quali prevedevano la concessione di mutui con scadenza
 fino a 20 anni, assistiti dalla garanzia sussidiaria dello Stato, limitata
però solo al 60% dell’importo di ogni singola operazione, oppure, facendo a
meno di detta garanzia, con il concorso statale nel pagamento degli interessi
fino alla misura massima del 3%.
In pratica però, per la Sardegna, le disposizioni accennate non
ebbero applicazione, mentre per la Sicilia consta che a fine dicembre 1951
erano stati erogati alle industrie agrarie e alimentari circa 548 milioni su
un complesso di operazioni di poco superiore ai 2 miliardi: risulta che
i mutui furono erogati in prevalenza per ricostruzioni e ampliamenti
e in modesta misura per nuove unità.
Ma di tutta la legislazione di favore per la industrializzazione meridionale
 il provvedimento più importante, soprattutto per i mezzi messi a disposizione,
 fu il D.L.C.P.S. 14 dicembre 1947, n. 1598 e successive integrazioni e
modifiche, il quale prevedeva, insieme ad altre agevolazioni di varia natura,
finanziamenti di favore per la costruzione, il primo impianto, la trasformazione,
 l’ampliamento, la ricostruzione, la riattivazione e il trasferimento
nel Mezzogiorno da altre regioni di « stabilimenti industriali tecnicamente
organizzati ». In un primo tempo, le condizioni di finanziamento furono le
seguenti: concessione di mutui per un totale di 10 miliardi con la garanzia

(1) Vedasi nota (1) a pag. 73. La L. 11 aprile 1953, n. 298, prevede che, oltre ai
fondi di dotazione, siano costituiti presso i tre Istituti, dei fondi speciali. A questi, tra
l’altro, dovranno affluire le disponibilità nette che a mano a mano riaffluiranno a
seguito della estinzione dei prestiti fatti, impiegando i fondi di garanzia costituiti rispettivamente
 presso le Sezioni di credito industriale dei Banchi di Napoli, Sicilia e Sardegna,
 ai sensi del D.L, 14 dicembre 1947, n. 1598 e successive modifiche e integrazioni.
 Inoltre, a partire dal 1° gennaio 1956, affluiranno a detti fondi speciali le somme
che si renderanno disponibili dai fondi di garanzia costituiti a norma del D.L. 15 dicembre
 1947, n. 1419.
(2) Vedasi: « Informazioni Svimez», 1 finanziamenti all’industriìia del Mezzogiorno,
n. 25, del 18 giugno 1952.
        <pb n="72" />
        76

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

statale del 70% non più sull’ammontare del mutuo, ma solo sulla perdita
accertata e con il concorso statale nel pagamento degli interessi sino ad un
massimo di 10 anni e sino ad un onere complessivo di 400 milioni. Il concorso
statale nel pagamento degli interessi poteva quindi arrivare al 4%; il residuo
 onere a carico del mutuatario di fatto ammontava a sua volta pure
al 4 per cento.
Tuttavia con la Legge 28 dicembre 1948, n. 1482, gli Istituti meridionali
furono autorizzati a procurarsi ulteriori disponibilità, in aggiunta ai 10 miliardi,
 con l’emissione di obbligazioni e buoni fruttiferi; in tal modo il limite
massimo del concorso statale, previsto nel 4%, divenne praticamente non
raggiungibile, in quanto si superò nel complesso delle concessioni lo
stanziamento all’uopo stabilito in L. 400 milioni e pertanto i finanziamenti
vennero concessi ad un tasso pari al 6-7%. Tasso eccessivamente elevato
se si considera la finalità dei finanziamenti e se si tien presente che per
finanziamenti a lungo termine tale tasso era già in vigore anche da parte di
altri Istituti di credito.
Tutto il sistema, dopo l’erogazione delle somme stanziate, venne modificato
 con la. Legge 9 maggio 1950, n. 261, che autorizzò la concessione
di prestiti decennali alle Sezioni di credito industriale per nuovi finanziamenti
 per un totale di 20 miliardi, da prelevare dal Fondo-lire per gli esercizi
 1948-49 e 1950-51 (1), e la corrispondente emissione di 20 miliardi di
obbligazioni. Venne allora abolito il concorso statale e fu stabilito che i
finanziamenti fossero concessi, con preferenza per le medie e piccole imprese
 industriali (2), al tasso complessivo del 5%; nel contempo, la garanzia
 dello Stato venne ridotta ulteriormente dal 70 al 50%.

(1) Dei 20 miliardi sopra indicati 10 furono prelevati effettivamente sul fondo
lire 1948-49 mentre gli altri 10 si dovettero stanziare con L. 30 giugno 1952. n. 763,
sul bilancio 1951-52 del Ministero del Tesoro.
(2) Il Ministero dell’industria stabilì i seguenti criteri di massima che i Comitati
tecnico-amministrativi dovevano tenere presenti nelle deliberazioni dei finanziamenti:
1} tener conto, per la entità delle singole operazioni, della raccomandazione del
Parlamento di favorire le medie e piccole iniziative e, comunque, fare riferimento,
nella determinazione del limite di somme da erogare, alla valutazione sostanziale delle
singole iniziative, della loro vitalità e dell’apporto economico-sociale che ciascuna di
esse potrà dare; -
2) puntare prevalentemente sui nuovi impianti, ossia sulle nuove occasioni di
lavoro, assecondando una ripartizione di equilibrio regionale e degli aspetti sociali,
dato che in genere si verificano tendenze ad agglomeramenti non sempre giustificati
dai fattori economici della integrazione e della complementarietà;
3) orientare il credito verso progetti che costituiscano dei fatti nuovi nell’economia
 industriale del Mezzogiorno e che contengano i presupposti della sanità e
della redditività;
4) favorire le iniziative che comportino un maggiore impiego di mano d’opera,
sempre considerando la necessità di ottenere i fattori concorrenziali del mercato nazionale
 ed internazionale; -
5) cercare di armonizzare le iniziative meridionali con quelle del rimanente
territorio nazionale, ove siano anch'esse aiutate a vario titolo dallo Stato, per evitare
la creazione di duplicati i quali, all’infuori del naturale meccanismo selettivo che non
si intende ostacolare, esprimono aperte possibilità di danno all’economia particolare
del settore e generale del Paese;
6) assecondare le iniziative che tendano a valorizzare prodotti e materie prime
proprie dell’Italia meridionale e insulare.
        <pb n="73" />
        IV - CREDITO ED ALTRI INTERVENTI PER SVILUPPARE LE INDUSTRIE AGRARIE 77

La entità di ciascun finanziamento non poteva superare, come già prevedeva
 il D.L. 1598, il 66% della somma occorrente a realizzare l’iniziativa.
Circa le caratteristiche di questo particolare strumento di industrializzazione,
 è stato osservato (1) che la garanzia statale limitata prima al solo
70% della perdita accertata e poi, addirittura al 50%, ha portato gli istituti di
credito meridionali a mantenersi su posizioni di rigidità nella erogazione
dei mutui e ad una valutazione delle garanzie private, sotto un aspetto
strettamente bancario; le aziende finanziate, dovendo impegnare le attività
 immobiliari e spesso anche quelle personali, per il credito d’impianto,
spesso non poterono più alimentare il processo produttivo con il credito di
esercizio. Questo venne infatti ostacolato dall’avere esaurito i privati la
propria capacità di garanzia e per l’appunto, proprio nel momento in cui
il circolante era indispensabile, tra l’altro, anche per far fronte agli ammortamenti
 della precedente operazione. Ed in proposito devesi ricordare
che l’ammortamento dei prestiti non avviene, come sarebbe logico, in forma
graduale, in modo che le rate dei primi periodi di attività, nei quali il profitto
 è minore, non essendosi l’azienda ancora assestata, siano più leggere
di quelle degli ultimi periodi nei quali il profitto dell’azienda è ovviamente
più alto.
Per quanto concerne più direttamente le industrie agrarie, si rileva che
esse vennero ammesse come tutte le altre industrie a beneficiare dei mutui di
cui si è detto: questo particolare credito, infatti, a differenza del credito
agrario di miglioramento, non fa riferimento alla categoria e alla natura
degli imprenditori ma solo alla categoria degli impianti che si vogliono
creare. I regolamenti applicativi adottati dagli istituti bancari meridionali
si limitano, infatti, a precisare che i mutui di favore possono essere concessi
 solo per costituire « veri e propri impianti industriali, che eseguano
cioè lavorazioni ed abbiano un ciclo tecnologico che termini in un prodotto
 » (Deliberazione del Comitato Tecnico consultivo del Banco di
Napoli) (2).

Indubbiamente questo è un aspetto di grande interesse, in quanto che,
come più volte si è osservato, il settore allo studio, per raggiungere un alto
livello di efficienza, deve poter contare sull’apporto di tutte le categorie
di operatori. Tuttavia va rilevato che le modalità di concessione dei finanziamenti,
 soprattutto per quanto riguarda la loro durata (3) non sempre
si addicono ad una industria agraria, la quale ripete ancora da vicino le

(1) Vedasi: M. AnnegEsr, op. cit.
(2) Vedasi: SvimEz, Agevolazioni per l’industrializzazione e lo sviluppo economico
 del Mezzogiorno, 3* ediz., Roma 1951.
(3) La durata dei finanziamenti non è precisata dalle disposizioni di legge, le
quali si limitano a fissare in 10 anni al massimo il periodo in cui lo Stato può concorrere
nel pagamento degli interessi, ed in 10 anni il termine per la restituzione dei prestiti al
Tesoro da parte dei Banchi.
A questa deficienza legislativa gli organi competenti sopperiroho, prima dell’emanazione
 della L. 11 aprile 1953, n. 298, fissando dei criteri di massima ciascuno per la
(segue nota a pag. 78)
        <pb n="74" />
        18

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

caratteristiche del processo agricolo, lento ed incerto nel maturare i redditi,
avaro nel commisurarne l’entità.
A fine dicembre 1951 risultavano finanziate dai Banchi meridionali
250 iniziative nel settore delle industrie agrarie e in quello delle industrie
alimentari (1) per un ammontare complessivo di 9,8 miliardi circa su una
massa di finanziamenti pari a circa 29,6 miliardi di lire. ‘
Delle 250 iniziative suddette 198 vennero finanziate dal Banco di Napoli
e dal Banco di Sardegna e per queste sole è dato conoscere che 38 riguardavano
 nuovi impianti mentre le altre 160 riguardavano ricostruzioni ed ampliamenti.
 Il che conferma che questo strumento creditizio non era adeguato
alle esigenze finanziarie che determina la creazione ex novo di una unità
per la lavorazione e la trasformazione dei prodotti agricoli.
Nella serie dei provvedimenti di carattere creditizio con garanzia statale
 c’è da ricordare per ultima, data la sua recente emanazione, la Legge
25 luglio 1952, n. 991 in favore dei territori montani con il relativo Regolamento
 approvato con D.P.R. 16 novembre 1952, n. 1979. All’art. 2 detta
legge prevede l’anticipazione agli istituti esercenti il credito agrario di
miglioramento di 19 miliardi in un decennio perchè siano concessi mutui
— a coltivatori diretti, piccoli e medi proprietari, piccoli e medi allevatori
ed artigiani, singoli o associati — da destinare, tra l’altro, all’impianto e allo
sviluppo di aziende trasformatrici di materie prime prodotte nei territori
montani. Tali mutui saranno concessi per un ammontare pari all’80% della
spesa riconosciuta tecnicamente ammissibile e saranno rimborsabili in
30 anni, con una quota annua di ammortamento e di interessi del 4%. Per
detti mutui è concessa la garanzia sussidiaria dello Stato sino ad un ammontare
 complessivo del 70% della perdita accertata.
L’interesse che presenta questa legge è molteplice, in quanto essa:

a) riporta la garanzia dello Stato a coprire l’eventuale perdita con
una quota da cui, come si è visto a proposito dei provvedimenti per l’industrializzazione,
 tendeva, col passare del tempo, a discendere;
b) determina l’onere annuo che dovrà gravare sui mutuatari, sia
come interessi che come ammortamento, fissandolo nella misura del 4%;
c) consente un ammortamento trentennale, come per i tradizionali
mutui di credito agrario di miglioramento;

{seguito della nota di pag. prec.)
propria competenza. Il Banco di Napoli stabilì che i finanziamenti avessero, in linea di
massima, la durata sino a 10 anni, pur non escludendo una durata superiore.
Il Banco di Sicilia, dal canto suo, stabilì: « la durata dell’operazione non può
essere minore di cinque anni e non potrà superare i venti anni ».
Il Banco di Sardegna, infine, stabilì due forme di finanziamento: i finanziamenti
 a lungo termine e i finanziamenti a medio termine. 1 finanziamenti a lungo
termine avevano forma di mutuo ed una durata minima di cinque anni e massima di
venti anni; quelli a medio termine avevano forma di apertura di credito e durata minima
di 1 anno e massima di 5.
(1) Non è possibile fornire dati relativi al solo settore delle industrie agrarie in
quanto nella documentazione disponibile (vedansi: « Informazioni Svimez », cit.) vengono
sempre riferiti d2ti globali per i due settori indicati.
        <pb n="75" />
        IV - CREDITO ED ALTRI INTERVENTI PER SVILUPPARE LE INDUSTRIE AGRARIE 79

d) consente al mutuo la copertura del fabbisogno finanziario per la
realizzazione dell’opera nella misura dell’80%, che è nettamente superiore a
quella consentita per i mutui per la industrializzazione — 66% — e che può
ritenersi come la massima acconsentibile se si vuole, come si deve, che la
parte di autofinanziamento lasciata al privato rappresenti la prova tangibile
della sua fiducia nella iniziativa e che pertanto lo impegni a ricercarne il
miglior risultato, senza con ciò costringerlo ad impegnarsi con mezzi superiori
 alle sue forze;
e) ammette a beneficiare di tali mutui non solo operatori appartenenti
 a categorie agricole, ma anche operatori, come gli artigiani, che non vi
appartengono.

Per tutti gli aspetti prima indicati, la legge a favore della montagna
apre possibilità di finanziamento finora sconosciute al credito agrario di
miglioramento e assomma in sè una serie di norme quali riteniamo dovrebbe
 avere un provvedimento di carattere creditizio, inteso allo sviluppo
delle industrie agrarie.

8. - Per completare la disamina delle agevolazioni, di cui hanno potuto
o potrebbero beneficiare le industrie agrarie, resta da fare un cenno ai
finanziamenti a medio e lungo termine, specificatamente riservati all’acquisto
 di macchinari e attrezzature per i quali, di recente, sono stati messi a
disposizione nuovi fondi, destinati agli acquisti di macchinari in Italia.
Circa questi finanziamenti, conosciuti comunemente sotto il nome di
« prestiti ERP » si rileva che essi non consistono nella erogazione di somme,
da destinarsi dall’imprenditore all’acquisto di attrezzature e mezzi strumentali,
 come si verifica nei casi finora illustrati; consistono invece nell’acquisto
di un determinato macchinario fatto per conto del mutuatario da uno degli
enti delegati dallo Stato a questa funzione e nella successiva cessione di
esso al mutuatario stesso. E’ appena il caso di rilevare che i prestiti ERP
avebbero potuto svolgere nei confronti delle industrie agrarie di nuovo impianto
 un’apprezzabile funzione solo se fossero stati integrati con la erogazione
 di mutui per il soddisfacimento di quelle esigenze determinate dalla
messa in opera di uno stabilimento (locali, attrezzature varie, ecc.). Il che
non si verifica, perchè la garanzia offerta per il prestito assorbe quasi tutte le
possibilità dell’azienda.
Tali mutui avrebbero potuto invece svolgere una funzione veramente
efficace nel caso dei rammodernamenti delle attrezzature, se alla erogazione
 di essi avessero presieduto determinati criteri tecnici selettivi (1),
intesi ad avviare quelle riforme di struttura così necessarie a molti rami
delle industrie agrarie meridionali.

(1) Vedasi il cap. XVI: Vicende di un finanziamento ai frantoi da olive.
        <pb n="76" />
        30

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

Le norme (1) che regolano tali « prestiti ERP » variano a seconda dell’ammontare
 dell’operazione, dei paesi ove il macchinario deve essere acquistato
 e dell’ente con cui si intende compiere l’operazione. La durata del
finanziamento varia tra un minimo di 6 ed un massimo di 25 anni e, a
seconda dei casi, il mutuatario può fruire di una moratoria di 1 o 2 anni nel
pagamento delle quote, sia di interessi che di ammortamento; il saggio di
interesse è del 5,5%; la garanzia è costituita mediante iscrizione del riservato
 dominio oppure del privilegio speciale mobiliare ed immobiliare previsto
 dal D. L.L. i° novembre 1944, n. 367 oppure mediante fidejussione
bancaria, la quale però è concessa dopo una congrua offerta di garanzie
reali da parte degli interessati; le suddette forme di garanzia vengono integrate
 eventualmente da caso a caso, da altre. Sono ammesse a beneficiare
dei finanziamenti suddetti imprese industriali, agricole e artigiane.
Al 31 dicembre 1951 (2) risultava che, su un complesso di circa 253 miliardi
 di finanziamenti per acquisto di macchinari e attrezzature, il Mezzogiorno
 se ne era avvantaggiato appena per 49 e cioè per il 19,5%.
Anche se non si posseggono i dati relativi ai singoli settori di industria,
si ha ragione di ritenere che, come la più povera industria del Mezzogiorno
ha potuto beneficiare di tali finanziamenti meno della più ricca industria
del Nord, così le industrie agrarie abbiano trovato nei prestiti ERP uno
strumento poco adatto ai loro bisogni e abbiano quindi potuto beneficiarne
meno di altri rami di industria.

9. - Per quanto infine riguarda le partecipazioni azionarie all’impresa
industriale da parte degli istituti di credito, c’è da dire che esse, previste in
alcuni provvedimenti di legge (3), non hanno trovato che modestissima
applicazione nel settore delle industrie agrarie. La stessa L. 29 novembre
 1928, n. 2630, che autorizzava i Banchi di Napoli e di Sicilia, la Camera
agrumaria, l’Istituto per il commercio estero e la Confederazione nazionale
degli agricoltori a partecipare alla costituzione di consorzi, per la gestione
di magazzini e stabilimenti per il deposito e la condizionatura dei prodotti
ortofrutticoli, con il conferimento di quote del capitale occorrente, non ha
dato luogo a nessuna iniziativa.
Avendo già fatto non pochi cenni alla scarsa capacità di autofinanziamento
 degli imprenditori meridionali ed alla altrettanto scarsa loro
capacità di garantire i finanziamenti, di cui avrebbero bisogno per rinno-(1)

 Leggi 3 dicembre 1948, n. 1425, 21 agosto 1949, n. 730, 18 aprile 1950, n. 258,
30 luglio 1950, n. 723 e 4 novembre 1950, n. 922.
Tra le leggi citate, in particolare vanno tenute presenti la L. 18 aprile 1950, n. 250,
con la quale si riservano 4 miliardi al Mezzogiorno sui 10 stanziati e la legge 4 novembre
 1950, n. 922, con la quale si riservano 8 miliardi al Mezzogiorno sui 20 stanziati.
(2) Vedansi: « Informazioni Svimez », cit.
(3) Si ricordano tra gli altri: R. D. L. 23 luglio 1926, n. 1298, per la costituzione di
un fondo speciale presso il Banco di Sicilia per consentirgli l’assunzione di partecipazioni
 in iniziative industriali, particolarmente idonee a svilupparsi nell’ambiente
economico siciliano; R. D.L. 3 giugno 1938, n. 883, per la costituzione dell’Istituto per
lo sviluppo economico dell’Italia meridionale (IsveIMmER); D.L.L.. 28 dicembre 1944,
(segue nola a pag. 81)
        <pb n="77" />
        IV - CREDITO ED ALTRI INTERVENTI PER SVILUPPARE LE INDUSTRIE AGRARIE 81

vare radicalmente i loro impianti o per dare vita a nuove e razionali unità
di lavorazione dei prodotti agricoli, non si può non riconoscere nella
formula della partecipazione azionaria uno strumento di valore risolutivo
per determinate situazioni. La costituzione di una serie di impiantipilota
 incoraggiata dall’intervento responsabile di capitale pubblico, potrebbe,
 tra l’altro, assolvere quella importante funzione di guida di. cui,
con molteplici segni, ha manifestato il bisogno l’iniziativa privata meridionale
 e potrebbe portare nelle zone sottosviluppate del nostro Paese i primi
elementi di una moderna industrializzazione (1).

10. - Le osservazioni fatte, esaminando i vari tipi di agevolazioni, sulla
maggiore o minore loro aderenza alle effettive necessità delle industrie
agrarie e quindi sulla loro efficacia nel promuovere e nel sostenere un
processo di sviluppo del settore allo studio, consentono di formulare alcune
considerazioni di carattere conclusivo.
In via generale, le agevolazioni, di cui si è detto, possono tutte ricondursi
 a due grandi gruppi: il gruppo promanante dall’indirizzo politico
tenuto nei confronti dell’agricoltura ed il gruppo promanante dall’indirizzo
tenuto nei confronti della industria meridionale. Al primo vanno riferiti
i contributi in conto capitale e il credito agrario di miglioramento; al
secondo i finanziamenti garantiti in via sussidiaria dallo Stato, i finanziamenti
 per l’acquisto di macchinari e i provvedimenti che consentono la partecipazione
 azionaria in imprese industriali di enti finanziari di diritto
pubblico.

La prima e fondamentale caratteristica, che distingue i due gruppi,
consiste nel fatto che i provvedimenti di carattere agrario possono agevolare,
 dopo la restrittiva interpretazione data alla legge di bonifica, la crea-(seguito

 della nota di pag. prec.)
n. 416, per la costituzione presso il Banco di Sicilia di una Sezione di credito industriale
 autorizzata ad assumere partecipazioni azionarie in enti, società, consorzi finanziari
 o consorzi d’imprese pubbliche o private, a condizione che tali operazioni
tendano alla ricostruzione, riparazione o trasformazione di impianti industriali o alla
rostruzione e alla attrezzatura di nuovi stabilimenti, con speciale riguardo a quelle
industrie che possano dare impiego ad un rilevante numero di lavoratori e a
quelle che hanno per oggetto la valorizzazione, mediante la trasformazione industriale,
 dei prodotti della industria estrattiva e dell’agricoltura siciliana; D.L.L. 28 dicembre
 1944, n. 417 che istituisce il Banco di Sardegna e, presso di esso, una
Sezione autonoma di credito industriale con gli stessi poteri e le stesse facoltà attribuite
dal decreto n. 416 alla Sezione di credito industriale del. Banco di Sicilia; Legge regionalc
 20 marzo 1950, n. 29 per la costituzione del fondo per partecipazioni in società industrial
 iin Sicilia. Vedasi anche quanto è detto alla nota (1) di pag. 73 circa la facoltà,
concessa ai nuovi istituti per il credito alle medie e piccole industrie, di partecipare alla
costituzione di società finanziarie per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno.
(1) La L. 10 agosto 1950, n. 646, che istituisce la Cassa per il Mezzogiorno, apre
anche in questo campo, al nuovo ente, possibilità di azione, in quanto l’art. 7 stabilisce
che « per opere dirette alla valorizzazione, ai fini industriali e commerciali, dei prodotti
agricoli, la Cassa può promuovere la creazione di enti idonei e — con l'autorizzazione del
Comitato dei Ministri — concorrere al loro finanziamento con le opportune garanzie ».
Fino ad oggi non è però dato conoscere se la Cassa intenda effettivamente avvalersi della
facoltà concessale e soprattutto, se, una volta creati gli enti, vorrà partecipare al loro
s2apitale sociale, oppure se si limiterà a concedere loro dei mutui.
        <pb n="78" />
        32

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

zione di industrie appartenenti a determinate categorie di operatori, mentre
gli altri provvedimenti esaminati prescindono dal tipo di impresa e mirano
alla riuscita dell’opera in sè. Il primo gruppo si potrebbe quindi dire che
ha carattere personale e soggettivo, in quanto interessa determinati soggetti
del campo economico; il secondo ha invece carattere obiettivo perchè
considera lo stabilimento industriale nelle sue caratteristiche tecniche di
opificio organizzato per determinate lavorazioni e trasformazioni di
prodotti.
Altra caratteristica, che distingue i due gruppi citati, è conseguenziale
alla precedente e consiste nel tipo di agevolazione che si intende concedere
nell’uno e nell’altro caso: agli agricoltori si concedono sussidi in conto capitale
 o si danno agevolazioni di credito a lunghissimo termine fino ad arrivare
 a 35 anni, con il concorso statale nel pagamento degli interessi, o
entrambe le provvidenze; agli stabilimenti industriali il credito a medio
termine, che di regola non supera i 10 anni, sostenuto però, nelle leggi del
dopoguerra per il Mezzogiorno, dalla garanzia sussidiaria statale e agevolato
nel pagamento degli interessi.
Qual'è la posizione delle industrie agrarie e quali le loro necessità e possibilità
 di beneficiare dei vari strumenti citati?
Si ricordano in proposito due fatti, che sembrano di capitale importanza
per poter avviare l’auspicato sviluppo delle, industrie agrarie nel Mezzogiorno,
 e cioè:
a) che le industrie agrarie ripetono, per molti aspetti e per motivi
legati alla loro stessa funzione (1), la fisionomia propria dei fatti dell’agricoltura,
 che hanno ritmi produttivi lenti e realizzazioni periodiche, molto
distanziate nel tempo, molto aleatorie e modestamente redditizie;
b) che le industrie agrarie, per il processo storico del frazionamento
della proprietà fondiaria, dell’ampliamento dei mercati, dello sviluppo e del
perfezionamento della tecnica di attrezzatura degli impianti e di condotta
dei processi produttivi, vengono sempre più spinte fuori dai tradizionali
luoghi di insediamento rurale e abbisognano quindi dell’apporto di capitali
e di capacità imprenditoriali, che sovente le categorie agricole non sono in
grado di conferire.

Ora, se il primo gruppo di provvidenze risponde bene alla situazione
prospettata in a), non altrettanto corrisponde alle esigenze prospettate in b),
dato che esso esclude, di massima, tutti gli operatori che non siano agricoli;
viceversa il secondo gruppo, che in via di principio si rivolge a tutti i tipi di
impresa, di fatto esclude le industrie agrarie, le quali nella brevità dei periodi
di ammortamento concessi dal credito per la industrializzazione trovano
l’ostacolo maggiore per poterne beneficiare.
Entrambi i gruppi presentano poi nei confronti del settore allo studio
aspetti insoluti o aspetti che, risolti da uno di essi, non sono ancora stati
affrontati dall’altro: in primo piano si presenta il problema delle garanzie.
(1) Vedasi il cap. V: Lineamenti di un programma per lo sviluppo, ecc.
        <pb n="79" />
        IV - CREDITO ED ALTRI INTERVENTI PER SVILUPPARE LE INDUSTRIE AGRARIE 83

Per un impianto modernamente attrezzato per la miglior riuscita del prodotto,
 le garanzie terriere, che il credito agrario richiede, spesso non sono
sufficienti ad assicurare i mezzi finanziari occorrenti, così come il più delle
volte non è sufficiente la ipoteca presa sull’impianto stesso, dato il suo basso
valore cauzionale.
Ed è proprio in relazione alle garanzie che la dibattuta questione dei
sussidi a fondo perduto e del credito agevolato trova il suo logico inquadramento:
 la preferenza verso l’uno o l’altro tipo di agevolazione non è giustificata
 se non nei casi per cui si possa contare su una determinata capacità
di autofinanziamento dell’impresa o su una sua capacità di garantirsi i
mezzi necessari dal credito. Casi non frequenti nel Mezzogiorno, specie
quando si debba dar vita ad un impianto industriale.
Nella maggioranza delle situazioni, il sussidio in conto capitale deve
essere riguardato come un mezzo necessario, anche se non sempre sufficiente,
 per ridurre l’indebitamento degli operatori e per proporzionare a
tale necessità le capacità di garanzia dei singoli; quindi le due forme di
provvidenze sono da riguardarsi come complementari l’una dell’altra e concedibili
 non in via alternativa ma cumulativamente. .
Ma anche con ciò il problema delle garanzie non potrebbe ritenersi
risolto: bisognerebbe per questo affrontare decisamente la questione della
garanzia sussidiaria dello Stato e renderla operante, in modo che essa possa
effettivamente assicurare i finanziamenti a quei settori che più ne abbisognano.
 Se lo Stato, che già impegna il pubblico denaro nelle opere pubbliche,
 intende portare queste al raggiungimento delle loro finalità, deve
necessariamente preoccuparsi che nelle zone bonificate sorga una agricoltura
 moderna e quindi industrializzata: ci sembra che, per arrivare a questo
obiettivo, la garanzia ai finanziamenti delle opere di industrializzazione sia,
oltre che necessaria, giustificata, anche perchè essa rappresenterebbe la
prova tangibile di un indirizzo di politica preso con decisione e serietà
di intenti. Allo stesso fine potrebbero anche agire, in alcune determinate
situazioni, le partecipazioni azionarie di enti pubblici i quali, fino ad oggi,
hanno dimostrato per il settore allo studio ben scarsa sensibilità.
Quest’ultimo rilievo, che del resto già si è avuto occasione di fare,
apre un altro problema di carattere generale, per i due gruppi di provvedimenti
 esaminati. Si è visto che nei confronti di alcune industrie agrarie
e più ancora nei confronti di alcuni tipi di impresa, che intendessero gestire
determinate industrie agrarie, sono state concesse, nel tempo, alcune agevolazioni
 specifiche e si è anche visto che tali agevolazioni hanno dato,
in genere, buoni risultati, attivando, nei singoli settori interessati, l’iniziativa
 imprenditoriale. Tali agevolazioni ripetevano, nelle loro caratteristiche
fondamentali, quelle di carattere generale contenute specialmente nella
legge di bonifica e in quella sul credito agrario di miglioramento.
Si è visto, invece, che di queste ultime disposizioni, per motivi diversi,
scarsamente hanno potuto beneficiare le industrie agrarie, le quali, per
altre ragioni ancora, scarsamente hanno potuto usufruire dei mezzi predisposti
 per l’acquisto di macchinari; analogamente, dei mezzi predisposti
        <pb n="80" />
        34

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

per l’industrializzazione del Mezzogiorno non hanno potuto avvalersi che
per una modestissima quota i nuovi impianti mentre maggior beneficio
hanno tratto le ricostruzioni e gli ampliamenti di aziende del settore in
questione.
Di tutto ciò va ricercato il motivo, oltrechè nelle condizioni che regolano
 i due gruppi di provvidenze, nella stessa natura delle industrie agrarie,
le quali hanno caratteristiche e bisogni simili, sotto determinati aspetti, a
quelli della comune attività agricola e, sotto altri, a quelli dell’attività industriale.

Questa figura complessa delle industrie agrarie si risolve in definitiva
a loro discapito, all’atto dell’acquisizione delle provvidenze di legge: in sede
di erogazione di sussidi o di credito agrario di miglioramento si vedono
posposte ad altre opere più strettamente connaturate all’esercizio dell’agricoltura
 e più attinenti ai fini perseguiti dagli enti incaricati di applicare le
agevolazioni suddette. In sede di finanziamenti industriali, quando qualche
impresa tenta di beneficiarne, si trova di fronte alla concorrenza di industrie
 più agguerrite e più forti e a cui, in definitiva, meglio si adattano le
caratteristiche di tali finanziamenti.
In queste condizioni, la conclusione cui si deve giungere è che per una
politica, intesa a sviluppare e a potenziare le industrie agrarie nel Mezzogiorno,
 occorrono interventi finanziari specifici e, soprattutto, interventi
articolati in forme (durata e costo dei finanziamenti, entità dei contributi
in conto capitale, intervento dello Stato, diretto od indiretto, per proporzionare
 le garanzie disponibili alle necessità, sempre maggiori, del finanziamento,
 ecc.) e in norme che garantiscano l’affermazione e il consolidamento
di tutto il settore.
Occorre dar ragione di questa ultima necessità: le industrie agrarie, per
motivi legati alla loro stessa natura, sono le più antiche forme di esercizio
 industriale, spesso sono le sole che, in determinate zone, siano riuscite
a svilupparsi. Da ciò deriva loro una impostazione tradizionalistica, spesso
priva di modernità, ancora legata, malgrado tutto, a rapporti di mercato
locale e a concezioni tecniche superate.
E’ vivo negli imprenditori, che le gestiscono, uno spirito imitativo che
non riesce a spaziare nel campo delle numerose possibilità offerte dal progresso
 e che viene « rafforzato in molti casi da errate valutazioni di cospicui
profitti, forse dovuti unicamente a trascorse circostanze contingenti » (1).
Da tutto ciò deriva un generale impaccio al settore che, sollecitato,
risponde in modi del tutto particolari, gonfiandosi 1là dove occorrerebbe una
decisa azione di decongestione e rimanendo inerte in altri rami di industria
che occorrerebbe invece potenziare.
Per questa ragione, l’azione propulsiva dello Stato dovrebbe agire selettivamente
 in modo da sollecitare quelle industrie di cui vi è più bisogno
e trattenere quelle altre meno necessarie. Ma l’azione selettiva non

(1) Vedasi: M. BAarTTt:sSTELLI, Considerazioni sugli aspetti tecnico-economici delle
iniziative industriali nell’Italia meridionale, Svimez, Roma 1949.
        <pb n="81" />
        IV - CREDITO ED ALTRI INTERVENTI PER SVILUPPARE LE INDUSTRIE AGRARIE 85

dovrebbe limitarsi a questo solo aspetto; bensi dovrebbe tendere a che in
ciascun ramo di industria si rafforzino le imprese che meglio ne garantiscono
 l’efficienza, prescindendo quindi da un giudizio aprioristico di preferenza
 verso l’uno o l’altro tipo di imprenditore. Dovrebbe, infine, preoccuparsi
 — con riguardo alla attuale struttura polverizzata, alla diffusa presenza
 di attrezzature mal concepite, disarmoniche, inefficienti, alla dominante
 condotta empirica dei processi produttivi — di stabilire da caso a
caso rigorosi criteri tecnico-economici per la scelta e la installazione delle
attrezzature. E ciò perchè l’esperienza ammonisce che molte nuove aziende,
che moltissimi cosiddetti rinnovamenti, che moltissimo macchinario introdotto
 nelle industrie agrarie anche negli anni più recenti non corrispondono
a quelle esigenze di riforma strutturale che è indispensabile attuare se si
vogliono conservare i mercati.
Non dovrebbe essere difficile realizzare tutto quanto si è detto in un
momento, come l’attuale, in cui lo Stato si avvia sempre più ad essere il
naturale rifornitore dei mezzi necessari agli istituti di credito incaricati di
sostenere una determinata politica di investimenti: lo Stato è perciò in
diritto di stabilire la destinazione dei sussidi e dei finanziamenti, di determinarne
 tutte le caratteristiche e di porre le condizioni a cui debbono essere
erogati.
        <pb n="82" />
        LINEAMENTI DI UN PROGRAMMA
PER LO SVILUPPO DELLE INDUSTRIE AGRARIE (*)

1. - La permanenza nell’azienda rurale di molti impianti per la lavorazione
 dei prodotti agricoli fa spesso attribuire alle industrie agrarie in
genere la caratteristica di avere limitate esigenze in capitali strumentali e
di voter realizzare, con relativa semplicità, i propri processi produttivi.
Un tempo la localizzazione degli impianti in prossimità delle fonti di
rifornimento permetteva all’impresa agricola di gestire convenientemente
anche le industrie agrarie, malgrado la loro frammentazione e le loro dimensioni
 ridotte. Le operazioni di trasformazione dei prodotti agricoli
assorbivano in certi periodi dell’anno una parte delle stesse maestranze
addette ai lavori dei campi ed energie utilizzabili anche per altre operazioni;
 trasformavano prodotti, che, o per la loro stessa naturale deperibilità
 o per l’andamento stagionale sfavorevole o per altre cause avverse
alla loro conservazione, non potevano costituire una partita facilmente commerciabile
 o convenientemente trasferibile. Gli impianti producevano dei
generi consumati dal personale stesso dell’azienda di cui facevano parte e
fornivano dei sottoprodotti, praticamente utilizzabili solo nell’ambito dell’azienda
 stessa; realizzavano dei beni che, in genere, per essere destinati al
soddisfacimento di bisogni primari, trovavano, già entro un ristretto raggio.
 possibilità di collocamento.
Tutto ciò consentiva l’esistenza di forme imprenditoriali di tipo familiare
 e artigiano, ed una scarsa consistenza dei rapporti con il mercato:
in un certo senso, giustificava anche il lento aggiornamento delle attrezzature.
 destinate a svolgere processi di trasformazione piuttosto primitivi.
Da una situazione siffatta è derivato alla nostra legislazione agraria e,
ancor più, alla sua prassi applicativa, quell’atteggiamento nei confronti delle
industrie allo studio, per il quale esse vengono considerate essenzialmente
come elementi complementari del capitale fondiario delle singole aziende.
Per tali criteri i relativi problemi sono quasi sempre accomunati con quelli
di un qualsiasi altro miglioramento fondiario privato, che, come tale, può e
deve trovare, nell’ambito dell’azienda, i limiti del suo dimensionamento e
della sua funzionalità. 1 contributi in conto capitale nella spesa, o il conf*)

 Da: « Informazioni Svimez». n. 1 del 7 gennaio 1953
        <pb n="83" />
        38

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

corso nel pagamento degli interessi sui mutui accesi per realizzare un impianto,
 vengono pertanto concessi solo a patto che questo sia proporzionato
al quantitativo di materia prima realizzabile dal fondo del mutuatario o del
beneficiario del contributo o, tutt’al più, dalle aziende di un gruppo di agricoltori
 associati in cooperativa o facenti parte di determinati enti.

2. - Il continuo mutare e perfezionarsi delle attrezzature tecniche e
delle esigenze mercantili ha agito sempre più intensamente nel modificare
alcuni degli originari tratti fisionomici delle industrie agrarie. Al bisogno
di disporre di sempre più affinati strumenti tecnici si collega la necessità di
disporre di una sufficiente massa di materia prima con cui utilizzare
tutta la capacità produttiva del moderno macchinario; a sua volta, l’indirizzo
 della gestione è costretto, nella ricerca di un mercato di collocamento
dei prodotti più ampio, ad adeguarsi ai gusti di una cerchia di consumatori
più vasta e di più varia esigenza. Il che implica la produzione di partite
in proporzioni sempre maggiori, per imporre le proprie caratteristiche all’attenzione
 dei consumatori. Altrettanto, i nuovi processi di conservazione
ed i mezzi sempre più celeri di trasporto, allargano, per le industrie agrarie,
sia il campo dei rifornimenti entro distanze, che prima sarebbero state antieconomiche
 (1), che quello del collocamento dei prodotti lavorati.
Cade anche, sotto la spinta dei bisogni dell’allevamento zootecnico intensivo
 e del moderno sviluppo dell’industria che utilizza i sottoprodotti
dell’agricoltura e delle connesse attività trasformatrici, la convenienza della
azienda all’utilizzazione diretta degli scarti.
Il progresso tecnico e la configurazione assunta dal mercato hanno
quindi spezzato quella posizione di monopolio locale nell’approvvigionamento
 e nella distribuzione che caratterizzava un tempo le industrie chiuse
in ristretto ambito. Uno dei problemi di fondo che pertanto si propone a
quelle di esse che ancora si trattengono in tale ambito, è se possano adeguarsi
 alle nuove esigenze e a quali condizioni, oppure se debbano abbandonare
 l’originario insediamento nell’azienda rurale e conformarsi, secondo
schemi propri dell’industria manifatturiera, ripetendone la complessa problematica
 delle scelte ubicazionali, delle forme di gestione e dei rapporti
mercantili.
Qualunque sia la soluzione che si voglia dare al problema non potrà
non derivare alle industrie in questione la necessità di una radicale revisione
 dei criteri che tuttora presiedono alla condotta economica della loro
maggior parte.
L’impossibilità di una affermazione di una numerosa serie di prodotti,
che pur racchiudono in sè una eccezionale somma di pregi, allorchè vi sì
accompagni la garanzia dell’origine e della buona tecnica di preparazione,

(1) Esempio caratteristico è quello degli zuccherifici di nuovo impianto che non
esitano a programmare i propri rifornimenti su un raggio molto più ampio che in
passato, dato che la rapidità dei mezzi di trasporto riduce il pericolo della retrogradazione
 zuccherina nelle bietole, e i costi di rifornimento hanno una incidenza sul costo
generale di trasformazione contenuta entro i limiti di convenienza.
        <pb n="84" />
        V - LINEAMENTI DI UN PROGRAMMA PER LO SVILUPPO DELLE INDUSTRIE AGRARIE 89

deriva soprattutto dal fatto che essi sono disponibili in partite così modeste
e tanto differenziate, che il grande consumo non ha la possibilità di conformarvi
 il proprio gusto.
Vi è poi tutta un’altra serie di prodotti che, quando non trova ostacoli
allo smercio per difetti provenienti dalla rudimentalità dei processi di trasformazione,
 li trova per l’alto prezzo, su cui grava una somma di costi,
dovuti alle perdite di lavorazione, agli scarti di magazzino, al mancato impiego
 dei sottoprodotti e a una serie di altre cause, strettamente connesse
alla primitività dell’azienda e all’empirismo dei metodi di lavorazione.
In queste condizioni ben può dirsi che la difficoltà più grave da sormontare
 per lo sviluppo delle industrie agrarie sia costituita dalla struttura
polverizzata e antiquata in cui permane ancora gran parte del settore in
esame. che produce a costi troppo elevati per soddisfare consumi di massa.

3. - Uno dei mezzi di più facile e consuetudinario impiego, che l’impresa
 rurale ha posto in atto per cercare di mantenere nel proprio campo
di attività le industrie di trasformazione, è quello di eseguire, oltre che la
lavorazione della materia prima aziendale, anche la lavorazione per conto
terzi: la limitatezza della partita del singolo agricoltore può trovare così un
correttivo nella integrazione con le partite di altri conferenti e ciò rende
possibile anche un certo ridimensionamento degli impianti, secondo i requisiti
 tecnici delle macchine moderne, che altrimenti non sarebbe possibile
affrontare.
Se non che tale indirizzo di gestione pone già in evidenza l’azione di
quelle forze centrifughe che, presto o tardi, determinano la separazione
dell’esercizio industriale da quello agricolo.
Se fosse concesso di seguire, sulla base di una serie storico-statistica di
rilevamenti, il processo di sviluppo seguito dalle industrie, che più si prestano
 alla lavorazione anche per conto terzi — molini, frantoi, pilerie — si
vedrebbe come, col passare del tempo, la quantità di prodotto lavorato tende
ad essere formata sempre più da partite non direttamente prodotte nella
azienda, per cui la lavorazione per conto viene a rappresentare per l’impresa
agraria, non un caposaldo su cui consolidarsi, ma sostanzialmente un passaggio
 intermedio che fatalmente l’avvia a successivi sviluppi evolutivi.
Altro mezzo a cui l’agricoltura ricorre per conservare a suo profitto i
redditi delle industrie agrarie è quello di istituire gestioni associate di
agricoltori sia in forma capitalistica che in forma cooperativa.
Lo sviluppo delle due forme di impresa è però lento: in ambedue i casi,
accanto ad un diverso grado di difficoltà di ordine finanziario, l’ostacolo
fondamentale risiede nello spirito individualistico che anima le categorie
rurali. i
Da una rilevazione compiuta nel 1938 (1) è stato messo in evidenza che
il movimento cooperativo si è sviluppato con enorme difformità nelle varie
industrie agrarie e che ha avuto scarsissime affermazioni nel Mezzogiorno.

(1) Vedasi: Istat, Annuario statistico dell’agricoltura italiana 1936-38, Roma 1940.
        <pb n="85" />
        90

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

Eppure non può disconoscersi che in alcune zone esistano tutte le condizioni
 perchè la cooperativa si attui; e precisamente in quelle dove la piccola
 proprietà è riuscita col tempo ad acquisire una tradizione di dignità, cui
si collegano piccole fortune individuali, posizioni sociali di una certa levatura
 dei singoli; rapporti personali di fiducia tra gli agricoltori e gli istituti
di credito e dove vi è l’elemento capace, portato, per preparazione acquisita
negli studi o per innata tendenza, a promuovere l’iniziativa di una
impresa associata.
L’ostacolo che, anche in queste favorevoli situazioni, si oppone a concrete
 realizzazioni è costituito dalla deficienza di capitali. Perchè limpianto
 risponda ai requisiti voluti e dia le necessarie garanzie per un conveniente
 esito della gestione si richiedono oggi investimenti in misura che
supera di gran lunga la stessa disponibilità finanziaria di tutti i soci riuniti.
Esistono però numerose altre zone — ivi incluse per tempo non breve
le nuove zone di proprietà contadina costituita in applicazione delle leggi di
riforma fondiaria — dove quegli elementi potenziàlmente favorevoli a
forme di impresa associata non esistono: sono elementi — è facile rendersene
 conto — di lenta e graduale formazione e non creabili per semplice
atto di legge.
In queste zone, per l’eccesso della frammentazione della proprietà, per
la assoluta penuria di capitali, per l’impreparazione stessa degli imprenditori
 agricoli ad addossarsi, oltre a quelli della propria azienda, anche i rischi
di unm’azienda industriale, è vano attendersi che sorga, per forza spontanea,
la cooperativa industriale.
Si deve quindi trovare una soluzione per assicurare la massima parte
del finanziamento di impianto — altrimenti irrealizzabile con le disponibilità
 dei privati o con la loro scarsa capacità di garanzia di fronte ad ipotetiche
 possibilità di mutui — e una competente e disciplinata gestione, neppure
 essa affrontabile dai singoli, impreparati tecnicamente ed amministrativamente.
 Sarebbe forse da orientarsi verso la costituzione di imprese pubbliche
 (consortili, comunali, ecc.), che provvedano alla costruzione di impianti
 per la fornitura del servizio di conservazione, manipolazione e trasformazione
 dei prodotti a tutti gli agricoltori di una zona; si potrebbe
anche prevedere la creazione, da parte di enti pubblici (enti di riforma,
consorzi di bonifica) di impianti da affidare poi in gestione a cooperative
agricole.
Sono in sostanza le obiettive condizioni economico-sociali che determinano
 da luogo a luogo la convenienza delle soluzioni indicate o di altre.
Per completare la disamina dei modi posti in atto dall’impresa agricola,
per mantenere le proprie posizioni nel settore delle industrie agrarie,
occorre ricordare l’orientamento che, in tempi recenti, si è manifestato
verso la ricerca di mezzi strumentali di modeste dimensioni. i
La debolezza però di questa soluzione appare evidente, per il fatto che,
non potendo ottenere prodotti tipici di una certa entità, capace di attirare e
conservarsi una clientela, la piccola impresa non può nemmeno stringere
        <pb n="86" />
        V - LINEAMENTI DI UN PROGRAMMA PER LO SVILUPPO DELLE INDUSTRIE AGRARIE 91

solidi rapporti con il mercato, senza cadere preda degli intermediari e degli
speculatori.
A] mantenimento delle industrie agrarie nello stretto ambito dell’azienda
 rurale e nelle tradizionali forme artigianali, si oppongono quindi
anche le esigenze di mercato, che sono sostenute e giustificate dalle possibilità
 della tecnica industriale e, nel caso particolare dei prodotti alimentari.
 dai dettami delle moderne vedute dietetiche.
Inoltre, il costante progressivo frazionamento della proprietà terriera
e, in correlazione, dell’azienda rurale, costituisce un altro fattore che, inevitabilmente,
 porterà le industrie agrarie ad uscire dai tradizionali luoghi di
insediamento aziendale. E ciò perchè la stessa polverizzazione delle partite
da trasformare, le modeste attività collaterali in cui impiegare i sottoprodotti,
 la scarsità della mano d’opera familiare non vi consentiranno più
una conveniente installazione di attrezzature.
La graduale diminuzione del numero degli impianti che in molti rami
delle industrie agrarie viene denunciata dai successivi censimenti, ed il
correlativo aumento delle disponibilità medie di materia prima annualmente
 lavorata da ciascun esercizio, fanno ritenere che tale diminuzione
si verifichi soprattutto a carico degli impianti rurali, a mano a mano
assorbiti da imprese di natura extra agricola.

4, - Occorre tuttavia riconoscere che le industrie agrarie, uscendo dall’ambito
 dell’azienda rurale, pur acquisendo le forme di moderni complessi
manifatturieri, continuano a portare con sè, necessariamente, alcuni fondamentali
 elementi « fisiologici », che ne condizionano l’esercizio e l’attitudine
a seguire il ritmo imposto dal progresso tecnico al rinnovo e al perfezionamento
 delle attrezzature. i
Alle industrie agrarie si possono infatti attribuire, in forma o esclusiva
o certamente più accentuata che in altri settori, le seguenti caratteristiche:

a) necessità di un dimensionamento delle attrezzature in funzione
delle ampie oscillazioni nell’entità complessiva dei raccolti; ciò comporta
di conseguenza che, nelle annate a decorso sfavorevole, una quota più o
meno grande della potenzialità installata rimanga in molti casi inattiva
e gravi quindi sulle voci passive del bilancio in modo sconosciuto ad altri
rami di industria;
b) funzionamento in massima parte a carattere stagionale degli impianti,
 con conseguenti aggravi di immobilizzi e di oneri di manutenzione;
c) necessità di una particolare politica degli approvvigionamenti di
materia prima, i quali spesso vengono fatti mediante le cosidette anticipazioni
 colturali, che richiedono notevoli disponibilità finanziarie per tutta la
durata della campagna. L’approvvigionamento industriale inoltre soffre,
specie per alcuni prodotti (canapa, frutta, ortaggi, agrumi, ecc.) di
particolari oscillazioni di mercato in relazione all’andamento del consumo
diretto e dell’esportazione dei medesimi prodotti: oscillazioni che il più
delle volte sono sconosciute ad altri rami di industrie;
        <pb n="87" />
        g2

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE ‘PRIMA

d) basso rapporto tra il valore del prodotto trasformato da gran
parte delle industrie agrarie e quello delle materie prime impiegate, che
riduce quindi, fino ad annullarli, nelle annate di scarsa produzione, i margini
 di utile alla impresa.
Tutti questi elementi hanno dirette conseguenze sul processo di formazione
 dei costi e dei ricavi nelle industrie in esame; esse sono quindi caratterizzate
 da limitate disponibilità finanziarie le quali, stante gli elevati
bisogni di circolante che ha l’impresa, difficilmente possono da queste
essere destinate ad ammodernamenti frequenti delle attrezzature.
5. - La bonifica di vasti territori meridionali e la trasformazione di
quegli ordinamenti prevalentemente cerealicoli mediante l’introduzione di
colture, tipicamente rifornitrici di industrie agrarie, pongono il problema di
attivare nel detto settore un processo di sviluppo che gli consenta di
esprimersi nelle forme più convenienti e più adatte a stringere proficui
rapporti con il mercato: e quindi non solo nelle tradizionali forme imprenditoriali,
 intimamente connesse con l’azienda rurale e con le categorie agricole,
 ma anche nelle più diverse forme di impresa autonoma gestita da
categorie extra agricole.
Non si vede motivo per non riconoscere anche agli impianti di queste
categorie una funzione di pubblica utilità per il raggiungimento di quei
fini economici e sociali che la bonifica e in genere la politica antidepressione
sì propongono: chè anzi in attrezzature che trasformano i prodotti di estesi
territori riesce più facile vedere, che non nell’impianto che trasforma il
prodotto di una sola azienda, quel « minimo di interesse pubblico » (1),
requisito necessario che solo giustifica la partecipazione dello Stato nella
spesa delle opere.
Le caratteristiche indicate nel precedente paragrafo sembrano a loro
volta poter fornire l’altro elemento giustificativo dell’intervento dello Stato e
cioè la incerta convenienza economica dell’opera, se riguardata nei confronti
della sola iniziativa privata. Inoltre il carattere di novità di molte industrie,
per gli ambienti di bonifica, in relazione necessaria con gli indirizzi produttivi
 impressi da una politica antidepressione pone su un piano realistico
l’istanza di una legislazione di favore per le industrie agrarie, che non sia
espressa, come lo è ora, in funzione di determinate categorie imprenditoriali
 soltanto, ma in funzione dei caratteri tecnici ed economici, comuni alle
industrie agrarie qualunogue sia il tipo di impresa che le gestisce.

6. - L’analisi sommaria del processo di evoluzione organizzativa che,
nel campo di attività delle industrié agrarie, si viene imponendo per motivi
tecnici e per motivi economici, e la confermata necessità di una politica,
volta a sollecitare e dirigere lo sviluppo di tali industrie, induce a riflettere
sulle linee di orientamento di tale politica.

(1) Vedasi: E. JanpoLo, Le legge sulla bonifica integrale, $ 40 - La nozione di
miglioramento fondiario. Padova. 1935.
        <pb n="88" />
        Vv - LINEAMENTI DI UN PROGRAMMA PER LO SVILUPFO DELLE INDUSTRIE AGRARIE 93

In sintesi, le questioni di base che si pongono nei riguardi dello sviluppo
 delle industrie agrarie meridionali concernono:

a) la dimensione che si deve garantire o consentire alle industrie
agrarie — nel loro complesso, per singoli settori, per singole unità, per zone
di insediamento — in relazione alla disponibilità di prodotti agricoli e alla
loro distribuzione fra consumo diretto, esportazione e industrie di trasformazione:


b) il tipo ed il grado di connessione tecnica ed economica che deve
esistere tra l’agricoltura, che fornisce la materia prima, e l’industria che la
trasforma; la forma di gestione (privata o pubblica, individuale o associata)
che appare più conveniente, tanto in funzione del rapporto, che si voglia
conservare o istituire, fra industria e agricoltura, quanto in funzione delle
dimensioni dell’attività di trasformazione;
c) le forme dell’intervento finanziario dello Stato che più sono adatte
alle diverse caratteristiche delle industrie agrarie e l’entità di tale intervento,
 in relazione alle stesse caratteristiche e alle necessità di una trasformazione
 strutturale del settore; i tipi di incentivi (assistenza tecnica agli
imprenditori, formazione della mano d’opera, dotazione dei servizi generali,
agevolazioni fiscali, tariffarie, doganali, ecc.) atti a promuovere e a sostenere
 in fase di avvio tanto le nuove imprese quanto le iniziative di trasformazione
 di sistemi di imprese già esistenti.

Si tratta in sostanza, per quanto esposto al punto a), di garantire un
conveniente mercato di rifornimento delle materie prime alle industrie
agrarie per sottrarle a quella disordinata concorrenza di accaparramento che
in determinati periodi sono costrette a subire dalla fornitura dei mercati di
consumo e di esportazione, concorrenza che eleva talvolta i prezzi dei
prodotti da trasformare a livelli non sostenibili dalle industrie.
Per quanto riguarda il punto b) si tratta di stabilire se e fino a quale
limite e in quali condizioni sia conveniente che le categorie agricole provvedano
 direttamente, oltrechè al miglioramento dei propri fondi e all’incremento
 produttivo di essi, anche alla trasformazione dei prodotti ottenuti e
con quali forme tecniche (dimensioni e tipi degli impianti) ed imprenditoriali
 (cooperative, consorzi, società commerciali di agricoltori ecc.); se e
fino a quale limite e in quali condizioni siano convenienti interventi di
carattere pubblico per la creazione di industrie agrarie e quali caratteristiche
 debbano assumere tali interventi (creazione e gestione di impianti in
servizio pubblico, partecipazioni azionarie ad imprese private, creazione di
unità da affidarsi poi in gestione a privati, ecc.); se e fino a quale limite e in
quali condizioni sia conveniente che le industrie agrarie siano gestite da
categorie industriali. In questo caso sarà da preoccuparsi che la rinuncia da
parte degli agricoltori a trasformare direttamente la loro produzione sia
garantita da un sistema di contrattazioni capace di valutare le qualità
intrinseche delle singole partite fornite, affinchè il valore di tutta la massa
di materia prima non venga deprezzato al livello della partita più sca-
        <pb n="89" />
        94

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE PRIMA

dente, come purtroppo, ora sovente avviene. D’altro lato, dovranno altresì
essere fissate norme contrattuali che garantiscano ad entrambe le parti
contraenti il mantenimento degli impegni reciproci.
Per quanto accennato al punto c) si tratta di stabilire un complesso di
norme, che pur abbracciando in una visione organica tutto il settore delle
industrie agrarie e pur tenendo conto di quelle caratteristiche comuni di
carattere tecnico ed economico che giustificano l’intervento e i provvedimenti
 di favore dello Stato, sappiano differenziarsi a seconda delle condizioni
 assunte da luogo a luogo dalle industrie agrarie, soprattutto sotto lo
aspetto del tipo di impresa che le gestisce.
E’ da osservare infine che questi problemi di organizzazione industriale,
considerati tanto dal punto di vista degli interessi e delle possibilità dei privati
 quanto dal punto di vista della funzione di regolamento e di stimolo,
che compete alla pubblica autorità, sono da porsi facendo riferimento a due
fondamentali situazioni, ovviamente distinguibili nel settore allo studio:

a) la situazione caratterizzata dal trapasso di un sistema di imprese
esistenti dalle forme produttive e di gestione proprie dell’artigianato e
della primitiva industria agraria alle forme tecniche e istituzionali corrispondenti
 ad un aggiornato livello di produzione industriale;
b) la situazione caratterizzata dalla creazione ex-novo di un complesso
 di esercizi destinati ad utilizzare una disponibilità aggiuntiva di
prodotti, che si determini in seguito alla valorizzazione di risorse prima
non sfruttate; situazione che nel Mezzogiorno si sta profilando con particolare
 evidenza in dipendenza della esecuzione del programma di bonifica.
La razionalizzazione. e il ridimensionamento del vecchio sistema di
imprese e la creazione di quello nuovo non possono essere evidentemente
separate da un punto di vista economico, ma devono essere però distinte
dal punto di vista del diverso tipo di provvidenze tecniche, organizzative e
finanziarie che i due processi esigono.
Garantire la differenziazione e la diversa graduazione dell’intervento
statale con visione unitaria dell’obiettivo economico costituisce certamente,
 specie in una situazione frammentata come quella del settore considerato,
 l’aspetto più delicato e complesso di una politica volta allo sviluppo
delle industrie agrarie.

7. - Per studiare in concreto le linee di tale politica bisognerebbe
poter disporre di un’analisi documentata della struttura attuale dei vari
rami in cui tali industrie si differenziano e di studi programmatici in grado
di indicare le effettive necessità e le possibilità di nuovi investimenti nel
settore allo studio. Entrambi questi tipi di documenti scarseggiano.
Ad ogni modo, le considerazioni svolte possono essere sufficienti per
mostrare la sistematica inadeguatezza e la frammentarietà dei provvedimenti
 fin qui attuati, anche se, limitatamente agli aspetti finanziari e creditizi,
 la nostra legislazione abbia da tempo riconosciuto alle industrie agrarie,
        <pb n="90" />
        V - LINEAMENTI DI UN PROGRAMMA PER LO SVILUPPO DELLE INDUSTRIE AGRARIE 95

con disposizioni di favore relative a determinati settori (sussidi nelle spese
di impianto alle cantine sociali, ad esempio) e con disposizioni di carattere
generale (credito agrario e sussidi ad opere di miglioramento) il diritto a
beneficiare di talune agevolazioni.
Per il fatto di non essere inserite in un quadro di organica politica
industriale-agraria, tali agevolazioni hanno infatti fornito allo sviluppo
del settore in esame un incentivo del tutto limitato. Tra l’altro anche
perchè, nel caso delle disposizioni particolari, la esiguità dei fondi stanziati
non fu mai in grado di attivare un processo di sostanziale sviluppo industriale.
 Nel caso delle disposizioni generali sul credito agrario e sulla bonifica,
 gli elementi obiettivi (industria facente parte di un fondo agricolo) e
soggettivi (impresa agricola singola o associata), richiamati dalle leggi come
condizioni indispensabili per la loro applicazione, costituiscono — come si è
osservato in precedenza — un artificioso limite alla iniziativa. Questa infatti,
 per motivi tecnici (dimensioni e attrezzature degli impianti) ed economici
 (volume e qualificazione del prodotto) spesso ha bisogno di soluzioni
imprenditoriali non legate all’ambito aziendale e alle categorie agricole. A
ciò aggiungasi che le industrie agrarie hanno sempre sofferto, per i criteri
applicativi delle citate leggi, di una condizione di inferiorità nei confronti
di altri investimenti — più direttamente connessi agli aspetti del regime
fondiario — ai quali esse sono state pertanto costantemente posposte.
Si aggiunga, inoltre, a proposito dei provvedimenti per la industrializzazione
 del Mezzogiorno, che le industrie agrarie sono soggette ad un
analogo tipo di concorrenza nelle concessioni dei fondi messi a disposizione.
Sono infatti le altre industrie più forti, più dotate di garanzie, più abituate
ai rapporti con le banche che vengono soddisfatte, specie quando, meno
esposte alla congiuntura di mercato, possono, più delle industrie agrarie,
attendere a lungo il mutuo richiesto. Infine le condizioni a cui le provvidenze
 per la industrializzazione sono concesse non sempre si attagliano a
quelle caratteristiche delle industrie allo studio, per le quali si richiedono
formule di ammortamento e tassi di interesse del tipo previsto dalla legislazione
 agraria di favore.
In definitiva, nei confronti del Mezzogiorno, la richiamata necessità di
una particolare politica di sostegno nei confronti delle industrie agrarie,
adeguata alle situazioni economiche ed alle speciali caratteristiche del processo
 produttivo che in esse si svolge, trae la sua giustificazione, oltre che
dai motivi generali prima esposti, anche da motivi particolari legati all’importanza
 sempre maggiore che tali industrie dovranno assumere in quelle
regioni, come naturale completamento dell’opera di miglioramento dell’agricoltura
 e dell’incremento della produzione agricola in corso di attuazione
 attraverso la bonifica, nonchè dallo stato di arretratezza in cui si
attarda un grande numero di impianti in conseguenza del permanere in essi
di elementi, che le esigenze del mercato e le possibilità della tecnica rendono
ormai anacronistici.
        <pb n="91" />
        PARTE SECONDA

LA VALORIZZAZIONE DEI PRODOTTI ORTOFRUTTICOLI
        <pb n="92" />
        77

NECESSITA’ DI UNA ADEGUATA ATTREZZATURA FRIGORIFERA (*)

L’esame comparativo tra la produzione ortofrutticola meridionale e
quella delle altre regioni italiane, nonchè il confronto tra la produzione
complessiva dell’Italia e quella di altri Pàesi, nel corso dell’ultimo quarto di
secolo, mettono in evidenza che: la produzione ortofrutticola italiana ha
segnato costantemente un livello inferiore, salvo sporadiche eccezioni, a
quello raggiunto nel 1923-28 (1); che il Mezzogiorno manifesta decrementi
maggiori (2) che non le altre regioni; che alcune produzioni ortofrutticole,
cui è particolarmente interessato il Mezzogiorno, hanno segnato un aumento
 proporzionalmente molto maggiore in altri Paesi che in Italia (3).
In tali Paesi l’aumento della produzione va di pari passo con quello
dei consumi pro-capite (4) e, in qualche caso, anche con l’aumento delle

(*) Da: « Informazioni Svimez », n. 73-74 del 25 maggio 1949.
(1) I.N.E.A., Annuario dell’agricoltura italiana 1948. Fatta eguale a 100 la produzione
 ortofrutticola italiana del sessennio 1923-28 le produzioni dei singoli anni successivi
 segnano i seguenti indici: per gli ortaggi, 98,6 - 90,8 - 87,9 - 103,8 - 87,7 - 96,4 -
79,6 - 87,8 - 98,3 - 95,1 - 85,6 - 97,5 - 94,3 - 95,1 - 79,1 - 78,7 - 61,9 - 85,4 - 98,1
- 105,1. Per le frutta, gli indici sono: 106,2 - 94,8 - 91,5 - 115,0 - 93,8 - 92,5 - 85,7 - 78,1 -
84,8 - 84,0 - 82,9 - 82,2 - 86,2 - 78,1 - 82,3 - 80,4 - 84,7 - 82,6 - 96,3 - 82,8.
(2) Vedasi: « Informazioni SvimeEz », n. 61-62, 1948: Il valore della produzione agricola
del Mezzogiorno. La produzione meridionale di frutta e agrumi per il biennio 1946-47
segna un indice di 94,4 rispetto al 100 del quadriennio 1936-39, mentre la produzione
del Nord segna per gli stessi periodi un indice di 120,1
‘La situazione è migliorata negli ultimi anni (Vedasi: « Informazioni Svimez », n. 38,
1952: La produzione agricolo-forestale del Mezzogiorno). Gli indici delle frutta e agrumi,
sempre rispetto al 1936-39, sono passati nel quadriennio 1948-51 a 167,9 per il Nord e a
107,5 per il Sud. Per il complesso dei prodotti ortofrutticoli, gli indici sono 135,7 per
il Nord e 115,9 per il Sud.
(3) La produzione di arance e mandarini in Palestina è passata da 692.000 q.li
(media 1924-28) a q.li 1,2 milioni (media 1929-34) a q.li 3,5 milioni (media 1934-38); nel
1950 la produzione di arance e mandarini dello Stato di Israele è stata pari a q.li 3,4
milioni e nel 1951 a q.li 2,6 milioni: Negli Stati Uniti la analoga produzione è passata
per gli stessi periodi da q.li 12,3 milioni, a q.li 16,5 milioni, a q.li 22,8 milioni; a q.li 48,1
milioni nel 1951. L’Italia segna per gli stessi periodi i dati seguenti: q.li 3 milioni, q.li 3,6
milioni e q.li 3,8 milioni. Si nota un notevole aumento a partire dal 1950: in quell’anno
la produzione sale a q.li 6,1 milioni e nel 1951 a q.li 5,8 milioni. Vedasi: I.LA.,
Compendium international de Statistiques, Roma 1944 e F.A.O., Bull. mensuel economie
et statistique agricoles, n. 2, 1952.
(4) Il consumo pro-capite di agrumi negli Stati Uniti è passato da circa chilogrammi
 7 nel 1909 a Kg 8,5 nel 1924, a Kg. 15 nel 1935, a Kg. 22 nel 1938, a Kg. 27 nel
1939, a Kg. 31 nel 1944 e a circa Kg. 45 nel 1948 (Vedasi: Citrus, Rivista della Camera
agrumaria., Messina).
        <pb n="93" />
        100

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

esportazioni. Esaminando il fenomeno più in profondità si rileva inoltre
come l’aumento della richiesta non sia dovuto tanto ad un maggiore assorbimento
 dei mercati di consumo quanto all’eccezionale incremento che in
quei Paesi ha avuto l’industria trasformatrice dei prodotti agricoli.
Viceversa, esaminando le correnti commerciali, per le quali si incanala
la nostra produzione ortofrutticola, si nota che esse sono fondamentalmente
basate sull’impiego degli ortaggi e delle frutta allo stato fresco sia nei
mercati interni che in quelli internazionali.
I fatti indicati mettono in evidenza lo stato di inferiorità in cui la nostra
ortofrutticoltura si è venuta a trovare e pongono anche il problema dei
modi con i quali risolvere tale situazione.
Per quanto gravi sull’industria conserviera la cappa di piombo degli alti
costi dell’inscatolamento e dell’inzuccheramento effettuati, per forza di cose,
con materiali il cui prezzo è superiore a quello internazionale, tuttavia determinati
 orientamenti tecnici di recente acquisiti e largamente realizzati
in altri Paesi a industria conserviera più progredita, consentirebbero di liberarci
 in parte dal gravame costituito dallo zucchero (succhi e creme di
frutta) e aprirebbero alcune possibilità a tipi di confezione che non debbono
ricorrere alla banda stagnata.
Gli è che la nostra industria conserviera, intesa nel suo significato più
ampio, ha urgenza di rinnovare la sua attrezzatura che, generalmente parlando,
 non è più in grado di corrispondere alle esigenze dei mercati di
consumo.
Ma anche supponendo attuabile lo sviluppo del settore conserviero, tramite
 un radicale rinnovamento delle attrezzature relative, occorre non dimenticare
 che la generale situazione economica, legata a caratteristiche specifiche
 dell’ambiente italiano manterrà sicuramente lo sviluppo industriale
 di questo settore ad un livello più basso di quello raggiungibile da
altri Paesi. Occorre perciò prendere in considerazione l’esteso campo del
consumo. allo stato fresco, che strutturalmente costituisce il pilastro su cui
poggia la convenienza economica della produzione ortofrutticola italiana,
per realizzarne il maggiore potenziamento possibile. i
A questo riguardo va rilevato che i fattori che giuocano a favore della
valorizzazione immediata degli ortaggi e delle frutta sono particolarmente:
1) la posizione geografica dell’Italia rispetto al continente europeo,
che consente di inviare rapidamente i treni-derrate sui mercati europei (1);
2) le condizioni climatiche differenziali tra una regione e l’altra della
penisola che, estendendosi in latitudine, determina il diverso maturare delle
specie e delle varietà di frutta e ortaggi in stagioni successive e in continuo
 avvicendamento. Ciò rende possibile rifornire i mercati in ogni mese
dell’anno di prodotti, che mantengono integralmente gli elementi nutritivi
e le qualità originarie;

(1) Attualmente (1949) in sei giorni i treni derrate arrivano dal Mezzogiorno sul
mercato di Londra, in quattro su quello di Amburgo e in tre giorni e mezzo su
quello di Zurigo.
        <pb n="94" />
        VI - NECESSITÀ DI UNA ADEGUATA ATTREZZATURA FRIGORIFERA 101

3) la funzione di rifornimento, esplicata dall’ortofrutticoltura italiana,
 di mercati relativamente poveri (quello interno e quello tedesco), che
male sopportano gli aggravi di prezzo, determinati dalla trasformazione
industriale. Questa, in qualsiasi forma attuata, imponendo una aggiunta di
costo al prodotto naturale, espone i prodotti conservati ad una concorrenza
molto ampia di una serie di altri generi con essi più facilmente fungibili
di quanto non lo siano i prodotti allo stato fresco. Per cui, mentre da un
lato i prodotti stabilizzati hanno il vantaggio della minore deperibilità e
della più facile trasferibilità, hanno per contro il difetto di costi maggiori
e soprattutto della più facile sostituibilità con altri prodotti (cioccolato al
posto di marmellate, ecc.).

Inoltre, poichè l’incremento dei consumi di vegetali è legato essenzialmente
 ai nuovi principi dietetici, che riconoscono in alcuni elementi, tra cui
quelli vitaminici, la funzione alimentare principale di tali prodotti, è evidente
 che il consumatore sarà naturalmente portato a richiedere quei generi
che contengono i suddetti principi nelle dosi massime e cioè le frutta e gli
ortaggi freschi, senza pertanto sottilizzare eccessivamente sulla natura
delle specie, diverse a seconda dei periodi stagionali.
Il potenziamento del consumo può essere realizzato essenzialmente
attraverso due vie: l’una di carattere agricolo-organizzativo che tenda al
miglioramento della produzione (selezione di varietà, difesa antiparassitaria,
 ecc.), alla riduzione dei costi e ad un’organizzazione commerciale e di
propaganda capace di interessare sempre più larghi strati di consumatori
italiani e stranieri; l’altra di carattere tecnico-industriale intesa ad impostare
 un complesso di attrezzature indispensabili per la piena valorizzazione
dej prodotti.
Tralasciando di trattare in questa sede l’aspetto agricolo organizzativo,
occorre soffermarsi sull’attrezzatura, rispetto alla quale riveste fondamentale
 importanza quella relativa alla pratica della refrigerazione e a quella
della prerefrigerazione. Con la refrigerazione, che si realizza con una temperatura
 aggirantesi mediamente intorno a 1°-2° C., si può prolungare notevolmente
 il periodo di commerciabilità di alcuni prodotti (1) con beneficio
evidente per le categorie interessate. A questo scopo i più moderni procedimenti
 di conservazione refrigerata a lungo termine, tendono ad abbinare
 all’azione del freddo l’azione dell’anidride carbonica (gas storage) che,
rallentando sensibilmente l’attività vegetativa dei frutti, permette di prolungarne
 la conservabilità e di mantenere così allo stato di immediato
consumo anche specie e varietà che con la normale refrigerazione
deperiscono in breve tempo e non dànno perciò apprezzabili risultati
economici.

(1) Per le pere invernali, per le mele e per le arance la durata della conservazione
 in frigorifero può raggiungere i 3-5 mesi; per le pesche 2-3 settimane; per l’uva
5-6 settimane. Non si prestano invece alla refrigerazione prolungata le fragole, le ciliege,
le prugne, gli ortaggi e le verdure in genere.
        <pb n="95" />
        102

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

Ma per il Mezzogiorno (1) ancor più della refrigerazione, assume particolare
 interesse la prerefrigerazione che consente di valorizzarne le produzioni
 di primizia, quando in altri Paesi non sono ancora giunte a maturazione.
 (2).
Questa pratica consiste nel raffreddamento del prodotto, prima della
spedizione, fino ad una temperatura di 4-5 gradi sopra zero, sufficiente ad
attenuare i processi vitali dei vegetali e a mantenerli in buone condizioni di
freschezza e di conservazione. Il trattamento può essere compiuto in impianti
 fissi o in impianti mobili oppure sugli stessi carri ferroviari isotermici
 mediante apparecchi di ventilazione ( elettro-aspiratori); oppure
ancora su veri e propri treni frigoriferi attrezzati con una centrale del
freddo, in grado di prerefrigerare i prodotti nel corso del viaggio. Gli elementi
 fondamentali, per realizzare questo trattamento degli ortaggi e delle
verdure, consistono quindi in impianti con i quali si attua la prerefrigerazione,
 e in mezzi di trasporto capaci di mantenere al prodotto il necessario
 grado di raffreddamento (3).
Disponendo di una sufficiente massa di prodotti deperibili, l’impianto
fisso rappresenta la soluzione più raccomandabile. Esso consente: di regolare
 l’andamento delle lavorazioni e delle spedizioni con una certa indipendenza
 rispetto all’andamento, spesso discontinuo o troppo accelerato, della
raccolta; di sfruttare al massimo l’efficacia dell’applicazione del freddo ai
fini della buona conservazione della merce durante il trasporto; di compiere
una serie di altre operazioni che permettono di realizzare forti economie sul
costo di esercizio.
Senonchè l’attrezzatura frigorifera meridionale presenta gravi deficienze:
 dal Censimento industriale del 1937 risulta infatti che gli impianti
frigoriferi fissi del Mezzogiorno erano a quell’epoca appena 23 (4) sui 323,
che rappresentavano il complesso italiano: nessuno dei 23 impianti suddetti
era attrezzato per la prerefrigerazione.
Sopperiscono in parte-a tale grave deficienza gli elettroaspiratori mobili
 (5), per il funzionamento dei quali sono attrezzate alcune stazioni fer-(1)

 Le quote, con cui il Mezzogiorno partecipa mediamente alla produzione
orto-frutticola nazionale sono: per i limoni il 99%; per le arance il 96 %; per i mandarini
 il 99 %; per le mele il 27 %; per le pere il 37%; per le pesche il 21%; per le
albicocche il 72 %; per le susine il 28 %; per le ciliege il 44 %; per le fragole il 37 %; per
i piselli freschi il 61 %; per i fagioli freschi il 29 %; per le patate primaticce il 76 %;
per le fave fresche il 74%; per i pomidoro il 47 %; per i cavoli il 36 %;! per i cavolfiori
il 57 %; per i carciofi il 66 %; per i poponi e i cocomeri il 47%; per le cipolle e gli
agli il 38 %; per i cardi, i finocchi ed i sedani il 57 %.
(2) Il trasporto prerefrigerato dal Mezzogiorno si rende indispensabile per alcuni
prodotti più delicati (spedizioni di produzioni precoci di piselli, fagiolini, ciliege, albicocche
 e pesche) anche per le destinazioni dell’Alta Italia, che richiedono in pratica
oltre 48 ore di viaggio.
(3) FE’ evidente che nel caso dei treni frigoriferi i due elementi vengono realizzati
contemporaneamente con un'unica attrezzatura.
(4) Esclusi i frigoriferi dei magazzini generali e dei mercati rionali.
(5) Gli elettro-aspiratori, piazzabili sopra le ghiacciaie dei carri isotermici (carri
Hg e Hgb), aspirano attraverso il ghiaccio l’aria interna e ve la riproiettano raffreddata,
consentendo così di realizzare nello stesso vagone un abbassamento della temperatura
del prodotto fino a livelli sufficienti ver medie esigenze.
        <pb n="96" />
        VI - NECESSITÀ DI UNA ADEGUATA ATTREZZATURA FRIGORIFERA

103

roviarie del Mezzogiorno e precisamente: Nocera Inferiore, Pagani, Nola,
Napoli C., del compartimento di Napoli; Bari, Barletta, Bisceglie, Giovinazzo,
 Grottaglie, Mola di Bari, Molfetta, Monopoli, Ofantino, Polignano.
Taranto, Trani, del compartimento di Bari; Mazara del Vallo, Milazzo,
Catania Acquicella, Scicli, Bagheria, del compartimento di Palermo.
All’impiego degli elettroaspiratori sì possono però obiettare due inconvenienti:
 il consumo elevato di ghiaccio che, nell’Italia meridionale ha costi
molto elevati (1); una notevole esigenza di controllo e di accuratezza perchè
l’operazione si realizzi con efficacia. Nel momento attuale va considerato poi
il fatto che gli impianti mobili installati presso le stazioni ferroviarie, ceduti
dall’I.C.E. a privati, sono stati posti in gran parte fuori uso.
L’altro elemento indispensabile perchè la prerefrigerazione raggiunga
i] risultato voluto è costituito dai mezzi di trasporto isotermici, con i quali
sì rende possibile far mantenere al prodotto le basse temperature a cui è
stato portato.
Per le operazioni di carico sui carri ferroviari isotermici sarebbero
necessarie gallerie chiuse raffreddate e termicamente isolate, dove effettuare
 il caricamento della merce estratta dalle celle comunicanti con la
galleria (2). '
Ove la mancanza del binario ferroviario non consenta il carico diretto
dalle celle di preraffreddamento ai detti vagoni, il prodotto dovrebbe essere
portato in stazione a mezzo di adatti veicoli forniti di cassoni isotermici.
Negli impianti del Mezzogiorno nessuno dei sistemi sopra indicati è
realizzato. Per quanto riguarda i cassoni mobili, raffreddati con ghiaccio
asciutto o con ghiaccio eutectico, si assiste in Italia ad un inspiegabile fenomeno
 di incomprensione verso questo mezzo di conservazione, che si sta
invece diffondendo con un ritmo accelerato in molti altri Paesi.
Le vicende belliche hanno d’altro lato gravemente inciso sul nostro
parco ferroviario di carri isotermici (carri Hg e Hgb) — che da 1.000 unità
nel 1926 erano arrivati a 5.200 nel 1942 — per cui nella stagione di esportazione
 1945-46 si potè disporre di appena 500 unità efficienti. Attualmente
il parco è ricostituito con 4.812 carri di cui 1.276 a sagoma inglese (Hgb) e
cioè ammessi a viaggiare sulle ferrovie britanniche. Su questi carri viene
fatta una carica di ghiaccio all’atto della partenza di 25 q.li, sufficienti per
60 q.li di prodotto; tale carica viene rinnovata parzialmente, a seconda della
natura delle derrate e della stagione, ogni 2-4 giorni.
Per avere una idea del movimento di carri isotermici richiesto dal
trasporto dei prodotti ortofrutticoli. basti ricordare che i vagoni utilizzati

(1) Occorrerebbero per la prerefrigerazione di un vagone 35 q.li ed anche 40 se
si volesse compiere un lavoro razionale, ai posto dei 20-25 a.li usabili con prodotto
prerefrigerato a parte in impianti fissi.
(2) In mancanza di galleria, qualora l’impianto di prerefrigerazione sia dotato di
raccordo ferroviario, il raffreddamento dell’interno del carro può essere realizzato a
mezzo di maniche, raccordate con l’impianto di refrigerazione delle celle e il caricamento
 può essere fatto collegando la porta di uscita delle celle con quella del carro
mediante un passaggio a soffietto, per sottrarre la merce al contatto con la più elevata
temveratura esterna.
        <pb n="97" />
        104 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

nella stagione 15 marzo-15 settembre 1947 furono 2.000 per complessivi
11.530 viaggi di cui 8.530 all’estero e, in particolare, 1.530 in Gran Bretagna;
per cui, supponendo una carica media di 5 tonn. di merce per carro si
avrebbe un quantitativo esportato isotermicamente di 426.500 q.li.
Tale quantitativo appare basso quando si pensi che tutte le pere estive,
le pesche, le prugne, le ciliege, le albicocche, l’uva, i pomidoro, i fagiolini, i
piselli, le insalate richiederebbero, già per viaggi di 48 ore, il preventivo
trattamento col freddo e il trasporto nei carri appositi e che la loro esportazione
 ammontò nel 1947 a cirea 1,5 milioni di q.li.
Si deve quindi dedurre — come confermano le numerose circolari
dell’Istituto Nazionale per il Commercio Estero, richiamanti l’attenzione
degli esportatori sulla necessità della prerefrigerazione, nonchè i casi
denunciati di merce riscontrata in deperimento all’arrivo sui mercati di consumo
 — che il nostro commercio ortofrutticolo non ha ancora raggiunto
quella organizzazione tecnica desiderabile per la massima valorizzazione dei
prodotti.
Il problema che pertanto sorge, con particolare urgenza per il Mezzogiorno,
 è quello di creare l’attrezzatura industriale necessaria alla prerefrigerazione
 e al rifornimento di ghiaccio per i vagoni isotermici. Nei mesi
di punta il ghiaccio prodotto nei centri di spedizione meridionale: spesse
volte è insufficiente e raggiunge allora quotazioni elevatissime che incidono
notevolmente sul costo del prodotto esportato. Esperti dell’I.C.E. hanno calcolato
 che nella stagione 1941-42 su un movimento di spedizioni in tutta
Italia, che ha impegnato complessivamente 24.000 viaggi di carri isotermici,
sia stata impiegata una massa di ghiaccio pari a 800.000 q.li di cui
600.000 q.li richiesti per la carica iniziale dei carri Hg e Hgb e 200.000 q.li
per i rifornimenti lungo il percorso. Uno sviluppo quindi delle fabbriche di
ghiaccio ubicate nei centri orto-frutticoli — oltrechè in quelli pescherecci
che pure lamentano spesso gravi deficienze di tale materiale — potrebbe
essere favorito al massimo. Ma perchè il ghiaccio immesso nei vagoni possa
espletare efficacemente la sua azione è assolutamente indispensabile che i
prodotti vengano caricati dopo aver subita la prerefrigerazione. L’I.C.E., a
questo proposito, nelle norme recentemente emanate (1), sconsiglia assolutamente,
 qualora non sia possibile prerefrigerare il prodotto, l’uso di carri
Hg e Hgb, al posto dei quali tanto vale impiegare i carri ordinari per derrate,
 che sono molto meglio ventilabili (2). Il quantitativo di ghiaccio trasportato
 sul vagone non è infatti sufficiente, da solo, a portare le frutta e gli
ortaggi alla temperatura necessaria a limitare il processo di maturazione e
di deperimento, per cui sovente si verifica. specie in alcuni casi (ad es.

(1) I.C.E., Norme da osservarsi per la spedizione in carri con ghiacciaia dei
prodotti ortofrutticoli estivi destinati all’estero e istruzioni per l’uso degli elettro-aspirutori
 mobili, Roma, marzo 1949.
(2) Tale principio è stato sostenuto anche in occasione del Convegno sulla prerefrigerazione
 tenuto a Verona nel 1948. FK’ evidente che se tale principio verrà preso in
considerazione — del resto giustamente — dalle FF.SS. i centri di esportazione meridionali
 non attrezzati per la prerefrigerazione avranno un’assegnazione ridotta di
carri Hg e Hgb.
        <pb n="98" />
        VI - NECESSITÀ DI UNA ADEGUATA ATTREZZATURA FRIGORIFERA 105

fagiolini) che dopo solo 48 ore la merce, pur essendo stata convenientemente
stivata nel carro con ghiacciaia, è irrimediabilmente deteriorata.
Oltre a ciò — quando con alcuni prodotti più resistenti tali danni non si
verificano — la mancata prerefrigerazione comporta un più frequente
servizio di rifornimento di ghiaccio lungo il tragitto (1), rifornimento che,
oltre a non essere sempre effettuabile — specie ora che non tutte le stazioni
di confine e le stazioni estere hanno ristabilito tale servizio — è notevolmente
 costoso (2).
La necessità della creazione di impianti di prerefrigerazione nel Mezzogiorno
 trae pertanto motivo da esigenze tecniche e da esigenze economiche.

Al settore della prerefrigerazione si aprono tre vie per realizzare la
propria attrezzatura:
1) la creazione di impianti fissi sia presso gli stabilimenti ortofrutticoli
 — in analogia a quanto è già stato fatto in altre regioni (Veneto, Romagna,
 Emilia) — sia presso stabilimenti collettivi, centrali ortofrutticole
{(consorziali, cooperative. comunali);

2) l’installazione di apparecchi di ripiego (elettroaspiratori) oltrechè
presso tutti i principali centri ferroviari di spedizione anche presso gli stessi
magazzini privati;
3) la creazione di un servizio mobile di prerefrigerazione di tipo consorziale
 che sia dotato di tutta una attrezzatura speciale (celle smontabili,
compressori frigoriferi autotrasportabili, cassoni isotermici) da spostare a
seconda delle stagioni, nei diversi distretti di produzione ortofrutticola (3).

Poichè la fondamentale esigenza tecnica che la prerefrigerazione richiama
 è quella che il trattamento venga effettuato quanto più possibile immediatamente
 dopo la raccolta, è evidente come a questa esigenza potrebbe
corrispondere bene una attrezzatura minuta, capillarmente distribuita e
raccordata direttamente con la stazione dei carri isotermici, essendo dotata
di cassoni isotermici per il trasporto della merce alla ferrovia. E’ evidente
però come tale soluzione comporti spese di impianto, il cui gravame è
tanto più sentito in quanto l’attrezzatura di prerefrigerazione (4) ha un

(1) Per i prodotti sottoposti a preventiva razionale prerefrigerazione, di regola,
non è necessaria la ricarica di ghiaccio prima di 4 giorni; per i prodottì non prerefrigerati
 occorrerebbe un rifornimento ogni 24 ore.
(2) Si calcola che il rifornimento di ghiaccio di un carro spedito dal Mezzogiorno
a Londra, effettuato a Chiasso, a Basilea e a un porto della Manica venga a costare oggì
mediamente 13 sterline, con massimi che arrivano fino a 18 sterline.
(3) Nel Convegno europeo organizzato nel 1948 dalla F.A.O. a Copenaghen sulla
conservazione degli alimenti mediante il freddo, la organizzazione internazionale Transalt
ha esposto un programma di noleggio di frigoriferi smontabili costruiti con elementi
prefabbricati di alte caratteristiche tecniche. (Si veda in proposito: F. Traparnr, Relazione
 sul Convegno di Copenaghen, Istituto per il Commercio Estero, Roma 1948).
(4) E’ un fatto sintomatico l’attuale tendenza degli esportatori dell’Italia centromeridionale
 ad abbandonare la lavorazione in magazzini propri e ad acquistare il prodotto
 preparato dai cosidetti speculanti con la clausola di «salvo passaggio al controllo ».
        <pb n="99" />
        106 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

periodo di impiego limitato alla stagione di maturazione, spesso assai breve,
di uno o dei pochi prodotti della zona.
Da ciò deriva la necessità di provvedere almeno i centri di maggior
produzione, situati in zone ove rapidamente possono affluire numerose
varietà di frutta e di ortaggi in stagioni diverse, di impianti a carattere
pubblico. L’esperienza fatta in altri paesi ha dimostrato che la concentrazione
 delle lavorazioni ortofrutticole in moderni impianti collettivi
— centrali ortofrutticole, collegabili anche ai mercati all’ingrosso (1) —
ha dimezzato le spese delle lavorazioni stesse, migliorando inoltre lo
standard della merce.
Nei casi invece in cui non sia conveniente creare tali centrali, un
servizio mobile adeguatamente attrezzato troverebbe la sua ragione di
essere. Questa moderna concezione della industria di prerefrigerazione è già
attuata all’estero (Inghilterra, Stati Uniti) con risultati molto soddisfacenti.
Un servizio mobile di prerefrigerazione potrebbe essere attuato da una
società in cui intervenissero, con i privati, anche enti pubblici; tale servizio
costituirebbe uno strumento essenziale per la valorizzazione economica di
molti distretti del Mezzogiorno, ove grandi masse di prodotto maturano in
brevissimo periodo di tempo in zone diverse e distanti fra loro (2).

(1) Si veda sull’argomento la citata relaz. del dott. Traparp: al Convegno sulla
prerefrigerazione, Verona 1948. Allo scopo di ridurre le spese di gestione, in tali centrali
potrebbero venire realizzate, oltre alla prerefrigerazione, operazioni diverse quali la
conservazione in frigorifero (con la moderna pratica del gas storage) delle pomacee
per l’inverno e degli agrumi per l’estate, la conservazione e la pregermogliazione delle
patate da semina, ecc., oltrechè le cernite e le selezioni delle varie partite; la centrale
potrebbe assolvere anche una vera e propria funzione mercantile sia direttamente sic
per conto di produttori e di commercianti;
(2) Come passo iniziale su questa via gli esperti dell’I.C.E. prospettano anche la
creazione di treni frigoriferi raffreddati a mezzo di un impianto montato su vagone.
Questa soluzione presenterebbe una serie di vantaggi, fra cui: l’eliminazione del problema
 del capitale d’impianto, dato che i vagoni Hg del tipo esistente sopperirebbero
allo scopo (la spesa di impianto si ridurrebbe ad attrezzare un carro ferroviario comune
con un gruppo frigorifero e con le relative tubature per il trasporto della corrente
refrigerante ai vagoni del convoglio); l’economia di esercizio derivante dalla eliminazione
 dell’impiego del ghiaccio; una ampia possibilità di sfruttamento del treno mediante
lo spostamento di esso in zone diverse di successiva maturazione.
In una prima fase si potrebbero attrezzare due o quattro convogli da far funzionare
a coppia sul litorale tirrenico e su quello adriatico.
        <pb n="100" />
        VI]

RETE DI CENTRALI PER LA LAVORAZIONE E LA CONSERVAZIONE
DEI PRODOTTI ORTOFRUTTICOLI (*)

1. - La ortofrutticoltura costituisce uno dei pilastri dell’economia del
Mezzogiorno dato che vi apporta circa il 24% dell’intero valore lordo della
produzione agricola:

Tape. 1. — VALORE DELLA PRODUZIONE AGRICOLO-FORESTALE
NEL QUADRIENNIO 1948-1951.

RIPARTIZIONE PERCENTUALE PER SETTORI

CIRCOSCRIZIONI

Settentrione ....... a.
Centro ... al
Meridione ....
Isole ...

NORD

ITALIA .

Ammon-TARE

COMPLESSIVO
{milioni
di lire
1938)

21.788 |
7.764 |
10.501
5.078

29.547
15.579 |

45.126

Ortofrutticolo


14,2
10,8
22,6
26 4

13,3
23 8

16.9

Agricolo
(è

47,4
55,0 |
54,7
53 1

49,4
54,2

51 1

Footecnico

34,8
29,0
18,6
19,5

33,3
18 9

28.3

Forestale

3,6
5,2 |
4,1
10

1,0
31

32.7

TOTALE

100
100
100
100

100
100

400

(*) Tutte le produzioni agricole eccettuati gli ortaggi e le frutta.

Benchè il peso del settore in esame sia tanto più forte nel Sud che nel
Nord, le condizioni in cui si svolge l’attività ortofrutticola nelle due grandi
circoscrizioni e, in particolare, le forze, che la sostengono, sono andate, col

(*) Dal volume: SvIimEz, Aspetti economici,
lizzazione del Mezzogiorno, Roma 1949. I dati delle
nati in base allo studio riportato in « Informazioni
forestale nel Mezzogiorno, n. 38, 18 settembre 1952

tecnici e giuridici della industriatabelle
 originarie sono stati aggior-SvIMEZ
 », La produzione agricolo-
        <pb n="101" />
        108

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

tempo, affievolendosi nel Mezzogiorno, contrariamente a quanto si è verificato
 nel Settentrione. Nel 1936-39 la produzione ortofrutticola meridionale
forniva al settore il 52,6% del valore complessivo; nel 1948-51 tale contributo
 era sceso al 48,6%.

TAB. 2. — ANDAMENTO DELLA PRODUZIONE ORTOFRU'TTICOLA.

CIRCOSCRIZIONI

Settentrione ....
Centro .......
Meridione .....-Isole
 ...

NORD ..

SUD...

ITALIA ....

Ripartizione percentuale della produzione
ortofrutticola

1936-39

1948-51

Ortaggi

Frutta

Ortaggi + Frutta

10 4
18,3
30,8
10 5

30,4
6,6
33,4
29% 6

38 7
16,8
31,6
12.9

41,9
6,0
30,5
21 6

58 7
113

37,0
63.0

55,5
14 5

147,9
52 1

100 0 | 100 0

100 0

100 0

Numeri indici
1936-39 — 100

Ortaggi | Frutta

115,2
110,5
123,9
147 1

178,8
117,2
118,4
95,0

113,7
129,8

167,9
107 5

120.4 |

129.8

Dalla tab. 2 si vede come l’entità della produzione ortofrutticola fra il
1936-39 e il 1948-51, si sia modificata: il volume della produzione nel 1948-51
è aumentato del 68% per le frutta prodotte nel Settentrione, e solo dell’8%
per quelle del Sud; per gli ortaggi si ha, per il Mezzogiorno, un indice più
favorevole di quello del Nord ma non tale tuttavia da compensare i minori
vantaggi toccati nel settore delle frutta. Il valore della massa complessiva
dei prodotti ortofrutticoli è passato, per il Nord, da 2.891 milioni di lire del
1938 a 3.923 milioni, con un aumento di circa un miliardo di lire, mentre
nel Sud l’aumento è stato solo di mezzo miliardo: si è passati da 3.201 milioni
 a 3.710 milioni.
E° certo che, per la interruzione di determinate correnti di esportazione
in seguito alla guerra, alcune produzioni si sono venute riducendo o sono
peggiorate di qualità; è certo anche che alcune colture, per i bassi prezzi
spuntati in confronto di altre, sono state trascurate ed in parte sostituite.
Ai fini di una ripresa di questo importante settore agricolo, un intervento,
 vivificatore della produzione e del mercato, si rende indispensabile;
la creazione di una attrezzatura, capace di valorizzare il prodotto e di determinare
 particolari orientamenti produttivi in relazione alle esigenze del
commercio, appare come uno degli strumenti più efficaci di tale intervento.
I valori indicati nella tab. 1 vanno riferiti ad un complesso di circa
25 milioni di quintali di frutta e a più di 60 milioni di quintali di ortaggi,
di cui al Sud spettano circa 13 e 25 milioni di quintali rispettivamente.
        <pb n="102" />
        VII - RETE DI CENTRALI PER LA LAVORAZIONE E LA CONSERVAZIONE, ECC. 109

Di queste masse di prodotti forniti dal Sud si può ritenere grosso modo
che un 10% venga destinato ai mercati stranieri e un 30% ai grandi mercati
nazionali prevalentemente del Nord, mentre la restante quota si ripartisce
tra i mercati locali sia dell’industria che del consumo diretto.
L'imponente corrente di traffico, rappresentata da circa 15 milioni di
quintali, che annualmente si determina dalle regioni meridionali per rifornire
 di ortaggi e di frutta i grandi mercati, pone in forma decisa il problema
della salvaguardia e del potenziamento dei canali commerciali, attraverso i
quali la produzione agricola raggiunge la sua valorizzazione.
La struttura dell’economia ortofrutticola meridionale, per ragioni
diverse insite nella posizione geografica dell’Italia rispetto al continente
europeo e nella natura dei mercati di sbocco verso cui si incanala naturalmente
 la produzione, si fonda sul consumo allo stato fresco, a differenza di
quanto avviene per le zone ortofrutticole di altri Paesi ove l’industria conserviera
 e di trasformazione, assume una funzione molto rilevante. E’ evidente
 perciò che un potenziamento della ortofrutticoltura deve riguardare
in particolare i mezzi per rendere tale produzione quanto più possibile
perfetta e quanto più possibile capace di mantenere le sue caratteristiche
originarie nel tempo e nello spazio.
In sintesi, le attrezzature necessarie alla produzione ortofrutticola assolverebbero
 allo scopo di:
1) migliorare lo standard di presentazione dei prodotti sui grandi
mercati esteri e dell’Italia settentrionale;
2) difendere i prodotti dai danni che possono provocare ad essi, dopo
la raccolta, numerosi parassiti, la cui presenza, anche in piccola percentuale,
costituisce, oltre a tutto, per alcuni paesi, motivo per rifiutare le partite già
arrivate a destinazione:

3) salvaguardare, nel periodo estivo, i prodotti più deperibili dagli
effetti del caldo e assicurare così agli esportatori la buona riuscita delle
spedizioni:

4) contenere, con l’immagazzinamento frigorifero, l’offerta dei prodotti
 nei mesi di punta del raccolto e diluirla quindi nel corso dell’anno
con un migliore equilibrio rispetto alla domanda:
5) costituire in alcune.zone produttrici, che ne sono sprovviste, un
primo nucleo di concentramento della produzione al fine di attivare attorno
ad esso la formazione di un « mercato alla produzione », di cui vi è assoluta
esigenza ai fini di una moralizzazione del commercio ortofrutticolo.

2. - La vendita sui grandi mercati di consumo a clientele esigenti in
fatto di qualità e la durata stessa dei trasporti necessari per far affluire la
merce su tali mercati, comportano una serie di lavorazioni e di trattamenti
che rendono ormai indifferibile la creazione di un adeguato complesso di
attrezzature. Le lavorazioni comprendono operazioni diverse come quelle
di selezione, calibratura, preparazioni varie, avvolgimenti, imballaggi; i
        <pb n="103" />
        110 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

trattamenti riguardano essenzialmente processi di disinfestazione e di refrigerazione.
 Mentre le lavorazioni adempiono allo scopo di fornire al consumatore
 un prodotto scelto e ben presentato, i trattamenti hanno funzione
più essenziale, inquantochè disinfestazione e refrigerazione fanno sì che
il prodotto conservi inalterate le sue qualità e prolunghi la sua vita commerciale.

Se in altri Paesi e nelle regioni italiane settentrionali si è da tempo
cercato di assolvere a tali esigenze creando impianti che si vanno sempre
più perfezionando, nel Mezzogiorno, sia l’attrezzatura di lavorazione che
quella di disinfestazione e di refrigerazione sono quanto mai deficienti (1).
Per avere una idea dello stato delle attrezzature, basti osservare i dati
rilevati dall’Associazione Frigorifera Italiana nel 1949: urn’indagine sulle
attrezzature di disinfestazione ne denuncerebbe la quasi assoluta carenza;
ed una sulle attrezzature di lavorazione metterebbe in evidenza, specie
nel Mezzogiorno, il basso livello tecnico medio in esse raggiunto.

TAB. 3. — ATTREZZATURA FRIGORIFERA ESISTENTE NEL 1949.

+ A 2 RISTICHE

CIRCOSCRIZIONI

Settentrione ........
Centro ... ssaa
Meridione .... da aaa
Tanle

NORD vassoi ia
SUI: resonare
ITALIA oo

IMPIANTI! celle i
in | frigorie-ora
no mura» io
tura (migliaia)

104

625
137
AR

35.977
3.566
2.437
1.300 |

|?

e

n

!2]

TA?

39,543
3.737

2

82

124

RE0

43.220

capaci

Là

#0
produzione della
giornaliera] capacità
di ghiaccio | in me.
q.li

me.

q.li

388.018 | 1.049.150 | 16.415 || 87.3
19.202 | 33.250 | 2.740 4.3
26.544 | 55.750 4.750 6.0
10.652 | 15.000 | 5.050 2,4

407.220
37.196

1.082.400
70.750

19,155
9.800

91.6
8.4

444 416

1.153.150

28.955

100 0

A commento dei dati su esposti — per i quali va in particolare osservato
che si tratta di attrezzatura frigorifera destinata alle derrate alimentari in
genere e che in piccolissima quota, specie nel Sud, serve alla produzione
ortofrutticola — vale riscontrare in altri Paesi la potenzialità frigorifera (2),
che negli Stati Uniti è pari a un volume di 80 me. per 1.000 abitanti; nella
Gran Bretagna è pari a 50 mec.; in Olanda è pari a 33 mce.; in Francia è
pari a 14 mce.; in Italia è invece pari a circa 10 me.

(1) Si veda in proposito: Svimez, Produzioni e mercati ortofrutticoli della Campania,
 Roma 1950. -
(2) Consiglio Nazionale delle Ricerche: BaLBINO DEL Nunzio, Evoluzione delle
attrezzature frigorifere all’estero, in Atti del 1° Convegno per la ortofrutticoltura
meridionale. Napoli 1949.
        <pb n="104" />
        VII - RETE DI CENTRALI PER LA LAVORAZIONE E LA CONSERVAZIONE, ECC. 111

La Francia con il piano Monnet prevede la creazione di una rete di
frigoriferi per la conservazione di ortaggi e di frutta con una capacità complessiva
 pari a 1 milione di quintali di pomacee da conservare a lungo
termine e a 3,5 milioni di quintali di frutta e di verdura da prerefrigerare.
Qualora anche da noi ci si orientasse verso uno sviluppo di questa
industria si potrebbero preventivare incrementi di reddito non molto diversi
 da quelli previsti dal piano francese (1), per cui apparirebbe manifesta
anche da un punto di vista generale la convenienza a dotare le regioni
meridionali di attrezzature per i prodotti ortofrutticoli.

3. - L'esperienza ormai acquisita in questo settore ha dimostrato che
la funzionalità e il rendimento economico delle attrezzature, che trattano
 i prodotti ortofrutticoli — i quali si possono classificare come materie
prime a basso valore unitario e a lavorabilità periodica — si raggiungono
soltanto a condizione che le diverse lavorazioni e i trattamenti vengano
assolti in forma accentrata, per far sì che le spese generali possano essere
diluite su una massa sufficientemente grande di generi e l’impianto possa
prolungare la propria attività, ripartendola tra settori diversi, nei singoli
mesi dell’anno.
Nasce così il concetto di « centrale ortofrutticola », di un impianto
cioè in cui sono riuniti diversi servizi che vanno dalla lavorazione alla
disinfestazione e alla refrigerazione e in cui si possono ritrovare anche
— a seconda dei casi e a seconda delle localizzazioni delle centrali e delle
condizioni generali del luogo — altri servizi quali quelli della vendita per
conto, delle informazioni di borsa e di mercato, di banca, di posta e telegrafo.
 ecc.
L’aspetto predominante del problema è tuttavia quello della attrezzatura
 che richiama preliminarmente il vaglio di una serie di soluzioni per
definire se la centrale:
1) deve essere ubicata nelle zone di produzione oppure nei centri di
consumo o in determinati punti di grande transito;
2) può funzionare come unico complesso accorpato oppure come
organismo suddiviso in più sezioni, ubicate in punti diversi di una stessa
zona;
3) deve assumere, come caratteristica predominante, quella derivantele
 dalla sezione per le lavorazioni in genere, oppure dalla sezione per
la disinfestazione (è il caso delle zone di concentramento delle frutta

(1) Il piano francese è stato impostato su uno stretto calcolo di convenienza dal
quale si è dedotto che il freddo avrebbe permesso di eliminare le perdite di derrate, prima
del consumo, valutabili annualmente: in 30 miliardi di franchi per la carne; 12 miliardi
per il latte e i formaggi; 6,5 miliardi per le frutta e le verdure; 7,5 miliardi per
ì pesci; 14 miliardi per le uova e il pollame.
E’ stato inoltre considerato l’incremento indiretto di valore conseguente alla possibilità
 di prolungare la commercializzazione dei prodotti che verrebbero così sottratti
alle brusche cadute di prezzo nei momenti di punta del raccolto.
Il freddo, applicato alle patate da seme, consentirà un aumento del rendimento
dell’ordine di 5 miliardi di franchi.
        <pb n="105" />
        112 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

secche) oppure dalla sezione di prerefrigerazione delle frutta e degli ortaggi
estivi, oppure ancora dalla sezione di conservazione frigorifera a lungo
termine (è il caso delle zone di produzione delle pomacee e, in parte,
degli agrumi).

In qualche caso può sorgere il quesito se la centrale possa lavorare
oltrechè i prodotti ortofrutticoli, anche altri prodotti al fine soprattutto
di normalizzare il ciclo di attività delle celle frigorifere.
Circa l’ubicazione, la posizione geografica e la struttura economica del
Mezzogiorno richiamano soltanto due delle tre scelte prima indicate e cioè
la creazione delle centrali ortofrutticole in vicinanza dei luoghi di produzione
 oppure in determinati punti di grande transito (1).
All’atto pratico questa scelta coinvolge un problema di natura strutturale,
 inquantochè per alcuni prodotti, ad esempio mandorle, fichi, agrumi,
si sono consolidate da tempo correnti di flusso mercantile soprattutto verso
i grandi porti, per cui questi sono diventati il centro di gravitazione e di
mercato di quelle frutta. Non sempre perciò una razionale ubicazione della
centrale corrisponderebbe con i punti di ammasso, poichè potrebbe apparire
più conveniente intervenire con una appropriata disinfestazione o in genere
con una appropriata lavorazione subito dopo il raccolto, vale a dire
nelle stesse zone di produzione. A sua volta però una soluzione del genere,
giustificata dal lato tecnico, potrebbe non apparire attuabile su base
economica, dato il frazionamento e la esiguità delle singole partite
reperibili nelle aree di coltura e che soltanto, in alcuni punti determinati,
riescono a fare massa sufficiente a consentire il. razionale trattamento.
Si tratterà quindi caso per caso di studiare attentamente la situazione
locale, cercando però di valutare con la maggiore approssimazione possibile
gli eventuali effetti che una nuova attrezzatura potrebbe beneficamente
determinare sulle tradizionali correnti di traffico. In generale si può dire
che l’ubicazione di una centrale ortofrutticola potrà essere scelta in vicinanza
 dei luoghi di produzione tutte le volte che in questi luoghi si concentri
 una massa tale di prodotti da garantirne un regolare funzionamento
nel corso dell’anno; negli altri casi l’ubicazione dovrà essere scelta nei punti
di accentramento della produzione.
Per quanto riguarda la struttura accentrata o decentrata delle attrezzature
 si può dire che, in linea di principio, la soluzione accentrata dovrebbe
essere preferibile almeno per quei servizi su cui incidono spese generali,
che per loro natura sono malamente divisibili: così ad esempio è difficile
 pensare ad una sezione frigorifera ripartita in più nuclei, poichè in
questo caso meglio sarebbe addirittura prevedere la creazione di altret-(1)

 Il problema assume aspetti diversi in relazione alle condizioni ambientali ed
economiche delle singole regioni. Così nell’Est americano prevale il criterio di dislocamento
 in prossimità dei luoghi di produzione (nuclei di frigoriferi di fattoria); nel Nord
ovest invece prevale il criterio della ubicazione in determinati punti di raccolta e di
grande transito (complessi cooperativi di grandi dimensioni); nel Settentrione europeo
gli stabilimenti frigoriferi sono situati generalmente nei grandi centri di consumo e nei
grandi porti di importazione. - BaLBINO DEL Nunzio, op. cit.
        <pb n="106" />
        Big 473wstw1 17. 2.54,

VII - RETE DI CENTRALI PER LA LAVORAZIONE E LA CONSERVAZIONE, ECC. 113

tante centrali distinte. Altrettanto difficilmente si può immaginare una
distinzione tra la sezione per la prerefrigerazione e la sezione per la conservazione
 frigorifera a lungo termine, poichè la prima — dato il suo breve
funzionamento stagionale — ha convenienza di venire realizzata solo in
connessione con il magazzino frigorifero vero e proprio. Si potranno invece
istituire più sezioni di lavorazione ripartite nei luoghi di produzione delle
principali specie di prodotti. Talora nelle sezioni distaccate le frutta e gli
ortaggi potranno subire solo alcuné delle necessarie operazioni per poi
affluire, per gli ulteriori bisogni, alla sezione principale della centrale.
Così pure si può immaginare che in una zona ortofrutticola la sezione
di disinfestazione delle frutta secche possa essere distaccata dal resto
dei servizi.
Per quanto riguarda il terzo punto, le condizioni della produzione di
volta in volta determineranno la caratteristica principale della centrale.
Affiora qui il problema del minimo dimensionale ottimo delle varie sezioni
e, correlativamente, nasce il quesito se la possibilità o meno di impiantare
tutte o solo alcune sezioni di lavorazione renda la centrale egualmente conveniente
 dal punto di vista della gestione finanziaria.
Dalle relazioni presentate al Primo Convegno per l’ortofrutticoltura
meridionale svoltosi a Napoli dal 30 settembre al 2 ottobre 1949 si possono
desumere alcuni orientamenti in merito alle dimensioni più adatte per il
Mezzogiorno: lo studio dell’ing. G. Cavallini (1) assume come dati base la
potenzialità di conservazione fino a 20 mila quintali (2.700 mg. di superficie
utile); di prerefrigerazione di 12-16 carri ferroviari al giorno (2 gallerie
vagoni per due vagoni ciascuna) e di lavorazione sino a 50 quintali-ora.
La relazione dell’ing. A. Stradelli (2) considera invece come modulo fondamentale
 — sul quale può essere calcolata in forma armonica tutta la
centrale nelle sue varie parti — il « posto di prerefrigerazione carri » nelle
gallerie di pre-raffreddamento. Viene stimato che in un posto prerefrigerazione
 carri possono essere — come minimo — convenientemente trattati
4 carri ferroviari al giorno e, in caso di bisogno, anche 6; il che corrisponde
giornalmente a quintali 240-360 di merce. |
Lo studio di Sudindustria (3) considera invece una sezione frigorifera
di una capacità media di 12 mila quintali con relativo impianto di prerefrigerazione
 per 500 quintali giornalieri e una sezione di lavorazione per
75 quintali di prodotti all’ora.

(1) G&amp;amp;G. CAvALLINI, Schema di progetto di centrale ortofrutticola, in Atti del
Convegno cit.
(2) A. StrapnELLI, Dati e raccomandazioni per un progetto di centrale ortofrutticola,
ibidem.
(3) F. Masci, Studio di massima per una rete di centrali ortofrutticole nel
Mezzogiorno continentale, ibidem.
        <pb n="107" />
        114

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

Tutti gli studi in genere tendono a mettere in evidenza l’importanza
della sezione frigorifera come di quella che — oltre ad essere la più necessaria
 nelle condizioni attuali dell’ortofrutticoltura meridionale — meglio
garantisce un armonico esercizio della centrale.
La scelta di una dimensione minima ottimale dei vari reparti risponde
essenzialmente a tre scopi:
1) di creare una struttura funzionale sia dal punto di vista tecnico
che da quello economico;
2) di stabilire un « modulo » base convenientemente ampliabile in
funzione di esigenze sviluppabili con l’andare del tempo; a
3) di proporzionare l’attrezzatura, non alle totali disponibilità delle
zone ma ad una quota prudenziale sufficiente a garantire il pieno funzionamento
 iniziale della centrale e, nello stesso tempo, a permettere larghe
possibilità di vita ad altre iniziative già in atto o capaci di sorgere per
l’azione promotrice dei nuclei pilota. ,

4. - Va tenuto presente che per il regolare servizio delle centrali
 ortofrutticole occorre una larga disponibilità a bassi costi di alcuni
mezzi di lavorazione per consentire, oltrechè la migliore presentazione
dei generi ortofrutticoli, anche la più alta economicità di gestione. Tra i
mezzi di più comune impiego nelle centrali sono gli imballaggi, il cui costo
incide mediamente per una quota del 15% sul valore del prodotto. Uno
dei risultati immediati della istituzione delle centrali ortofrutticole sarà
l’economia, che vi si può conseguire, nelle spese per gli imballaggi. Il
fabbisogno di grandi quantitativi di essi, collegabile quindi ad una produzione
 tipicizzata e standardizzata, permetterà una forte riduzione degli
sprechi nelle lavorazioni del legname e un abbassamento notevolissimo
dei costi. Il riferimento agli imballaggi, fatto a titolo esemplificativo, richiama
 però un problema di carattere generale riguardante una serie di altri
servizi che potrebbero essere assolti, non per ogni singola centrale separatamente,
 ma per un complesso di centrali; dal che sorge — per un
ulteriore processo di affinamento nell’impostazione del problema riguardante
 lo sviluppo delle attrezzature — il concetto della « rete di centrali
ortofrutticole », armonicamente distribuite nelle singole regioni meridionali.
 Occorre però precisare in proposito che il concetto di rete di centrali
 non implica strettamente la soluzione integrale e totalitaria del problema
 relativo alla valorizzazione commerciale dei prodotti dell’ortofrutticoltura,
 ma semplicemente potrebbe segnare, con una serie razionalmente
studiata di localizzazioni iniziali, i centri di ulteriori sviluppi di questo
nuovo tipo di attrezzatura. In altri termini, una rete di centrali ortofrutticole,
comunque possa essere impostata e gestita, non ha e non può avere che una
funzione pilota e indicatrice e promuovitrice di successive iniziative.
        <pb n="108" />
        VII - RETE DI CENTRALI PER LA LAVORAZIONE E LA CONSERVAZIONE, ECC. 115

5. - A questo punto può porsi il quarto quesito relativo alle centrali:
dopo aver detto della ubicazione, della struttura e delle dimensioni delle
singole sezioni occorre dire della forma di gestione che le centrali possono
avere. L’esperienza fatta in altre aree ortofrutticole non fissa un canone
assoluto in merito: per cui talvolta nella stessa zona coesistono impianti
gestiti da privati singoli o associati in forma azionaria o in forma cooperativa
 e impianti gestiti consorzialmente da categorie economiche omogenee
(agricole) o eterogenee (agricole-commerciali-industriali) o da enti vari
tra cui anche quelli a carattere pubblico.
Appare chiaro in ogni caso che il carattere di queste centrali è quello
proprio delle aziende produttrici di servizi e come tali ne vanno considerate
l’impostazione finanziaria e la gestione economica. La convenienza delle
centrali va infatti valutata soprattutto in via indiretta, con riguardo agli
incrementi di valore che-i prodotti trattati possono acquistare sui mercati di
consumo e alla capacità che esse hanno di influire sugli orientamenti della
produzione, al fine di intensificare, in determinate zone, colture più ricche
e più redditizie. In sintesi, il problema della creazione di una rete di centrali
ortofrutticole nel Mezzogiorno, offre, agli effetti dello sviluppo industriale,
una serie di elementi che si possono così sintetizzare:

1) creazione nel Mezzogiorno di un complesso industriale di cui vi
è assoluta carenza e che pertanto non presenta quegli aspetti di sovrasaturazione
 relativa, propria di altri complessi industriali;

2) creazione di una attrezzatura che non pone problemi di concorrenza
 tra Nord e Sud, inquantochè, nella grandissima maggioranza dei casi,
le produzioni ortofrutticole delle due grandi circoscrizioni italiane hanno
uan loro ben definito e distinto calendario di smercio;

3) creazione di una serie di impianti i cui benefici sono specialmente
da commisurarsi in funzione di quel coefficiente moltiplicatore di redditi,
che qui agirebbe in uno dei settori fondamentali dell’economia meridionale:
4) possibilità di una larga fornitura di attrezzature per le industrie
meccaniche soprattutto del Nord, dove si concentrano le ditte costruttrici
di materiale frigorifero:

5) reciproco vantaggio delle due circoscrizioni, nel senso che il Mezzogiorno,
 nell’affinare e valorizzare i propri prodotti, offre al Nord merce
meglio preparata e, proprio perchè razionalmente lavorata, a costi minori
e quindi sopportabili da più ampie categorie di consumatori.

Da un punto di vista più generale si può riconoscere che soltanto con
una adeguata attrezzatura di lavorazione e di conservazione la nostra ortofrutticoltura
 può mettersi in grado di sostenere la seria concorrenza di
altre aree ortofrutticole mondiali; concorrenza che solo si può battere
migliorando oltrechè la qualità, che è un problema eminentemente agricolo,
anche la presentazione, che è un problema eminentemente commerciale e,
        <pb n="109" />
        L16

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

in questa sede, non dimenticando che la presentazione ha a sua volta due
aspetti: quello del modo migliore con cui selezionare, preparare e conservare
 la merce e quello del tempo più adatto nel quale offrirla sui mercati,
allo scopo di mantenere ai prezzi dei livelli capaci di assicurare ai produttori
 da un lato e ai consumatori dall’altro la convenienza di rapporti reciproci
 costanti.

6. - Un primo studio per una rete di centrali ortofrutticole nel Mezzogiorno
 continentale è stato compiuto dalla Società per l’industrializzazione
 delle regioni meridionali — Sudindustria (1).
Lo studio non fa previsioni sui tempi della realizzazione nè graduatorie
 di priorità tra i bisogni accertati nelle singole regioni, rinviando le
une e le altre a successivi progetti esecutivi. i
E’ in questa sede che sarà affinato il proporzionamento delle attrezzature
alle effettive disponibilità di prodotto — tenendo anche conto di quelle quote
che già affluiscono ad impianti esistenti — ed alle reazioni, obiettivamente
prevedibili, che la tecnica più moderna e razionale potrà provocare nella
coltivazione e nel commercio ortofrutticolo.
Lo studio in esame rappresenta, infatti, nella concezione che lo ha
determinato, più che una pianificazione categorica e definitiva delle attrezzature,
 una prospettazione dei punti nevralgici della produzione e delle
sue necessità e, quindi, dei modi nuovi con cui risolverle. i
Agli effetti pratici, pertanto, la rete studiata non ha — e non potrebbe
avere del resto nelle obiettive condizioni del momento — che uno scopo:
quello di mettere a disposizione delle categorie economiche una visione
panoramica, osservata con spirito obiettivo, di ciò che andrebbe fatto nel
Mezzogiorno per valorizzare e potenziare l’ortofrutticoltura.
FE’ evidente la necessità che uno studio di tal fatta dovesse partire da
una preliminare individuazione dei centri, su cui gravitano le colture ortofrutticole
 delle singole regioni, e quindi da una valutazione quantitativa
dei diversi prodotti e delle loro rispettive caratteristiche. La produzione
in esame, quale è presentata dalla statistica, comprende elementi che, per
la loro diversa qualità, per il loro diverso valore mercantile, per il modo

(1) Tra il 1950 e il 1951 si sono costituite per dar vita ad unà rete di centrali
ortofrutticole la S.A.C.A.M. (Società anonima centrali agricole meridionali) con sede
in Napoli e la S.A.C.O.S. (Società anonima centrali ortofrutticole siciliane) con sede
in Palermo. Anche la FeperconsorzI si è interessata al problema delle centrali ortofrutticole.
 Agli inizi del 1953 risultavano in fase di costruzione, ad opera della FepER-CONSORZI,
 due centrali, una a Pontecagnano (Salerno) e una ad Aversa (Napoli); ad
opera della S.A.C.A.M. una centrale a Napoli; con la partecipazione della stessa Società
erano in corso di finanziamento una centrale a Pescara ed una a Nocera (Salerno); ad
opera della S.A.C.O.S. erano in corso di progettazione esecutiva tre centrali per le
zone rispettivamente di Catania, Siracusa e Messina.
        <pb n="110" />
        VII - RETE DI CENTRALI PER LA LAVORAZIONE E LA CONSERVAZIONE, ECC. 117

della loro produzione e per la destinazione che viene loro data, assumono
un significato economico variante da caso a caso. In particolare, dai rilevamenti
 statistici non si riesce ad individuare quanta parte della produzione
 venga direttamente consumata e quindi non compaia neppure sui
mercati; nè si ha la possibilità di conoscere quanta parte della stessa quota,
che è oggetto di compra-vendita, sia costituita da quei prodotti pregiati che
hanno bisogno di manipolazioni accurate e dei particolari trattamenti necessari
 per i trasporti a distanza. _-Per
 avere quindi una misura, sia pure approssimata, dei quantitativi di
frutta e di ortaggi, che presentano interesse nei confronti delle future centrali,
 è stato necessario compiere una numerosa serie di stime e di sondaggi
nei vari settori della produzione e del commercio ortofrutticolo.

Determinata la produzione gravitante su una determinata zona (è oppor-[uno
 a questo proposito precisare che, in alcuni casi, si è tenuto conto non
solo della produzione effettivamente realizzata entro i confini della zona
ma anche di quella produzione che tradizionalmente vi affluisce per essere
oggetto di scambio) è stato necessario analizzarla, per vedere quanta parte
di essa potesse essere oggetto di spedizione a distanza e richiedesse quindi
particolari cure nella lavorazione e gli specifici trattamenti con il freddo.
Si sono definite: produzione lavorabile, quella che si è ritenuta destinabile
 con una certa probabilità all’estero e ai grandi mercati di consumo
del Settentrione; produzione prerefrigerabile quella quota della produzione
lavorabile in magazzino, che è destinata, nel periodo estivo, ai mercati
richiedenti tre o più giorni effettivi di viaggio; produzione conservabile in
frigorifero quella di prodotti medio-tardivi che troverebbero indiscutibili
vantaggi ad essere venduti dilazionati nel tempo. Risulta infatti evidente
— dall’analisi sia pure superficiale che a tutti è dato di fare sull’andamento
dei prezzi nel succedersi delle stagioni — che non basta al prodotto raggiungere
 un determinato livello qualitativo per acquistare una valutazione economica
 elevata. Occorre anche che tale prodotto compaia sui mercati al
momento giusto, quando cioè la domanda è vivace e non è soffocata sotto la
pressione delle offerte.
La pratica della conservazione in frigorifero è quasi del tutto ignorata
nel Mezzogiorno: eppure vi sono produzioni come le mele, gli agrumi, le
uve e via dicendo che, se convenientemente manovrate e diluite nel tempo,
potrebbero trovare quel proficuo collocamento che invece oggi invano
ricercano.

L’indagine ha, secondo i criteri accennati, accertato 18 zone di concentramento
 della produzione ortofrutticola, delle quali 8 dislocate lungo la
direttrice tirrenica, 8 lungo la direttrice adriatica e 2 lungo il litorale ionico.
A titolo indicativo, poichè occorrerà affinare l’indagine con ulteriori accertamenti,
 i centri in cui potrebbero convenientemente sorgere le centrali
        <pb n="111" />
        118

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

sono: per la direttrice tirrenica, Villa Literno, Napoli, Nola, Torre Annunziata,
 Pontecagnano, Cosenza, Gioia Tauro e Reggio Calabria; per la direttrice
 adriatica, Giulianova, Pescara, Trinitapoli, Bisceglie, Bari, Polignano,
Ostuni, Parabita; per il litorale ionico, Massafra e Sibari.
In sintesi, la produzione delle singole zone è classificabile nel modo
seguente:

TAB. 4. — ZONE DI CONCENTRAMENTO DELLA PRODUZIONE ORTOFRUTTICOLA
NEL MEZZOGIORNO CONTINENTALE.

CIRCOSCRIZIONI

Abruzzi .....
Campania .......
Puglia .... c.c.
Basilicata .........
Calabria ...

TOTALI ...

ZONE

E)

Lavorabile

530

. .890
1 3220

915

4.715

ENTITÀ DELLA PRODUZIONE
(migliaia di q.li)
di cui

Disinfestabile | Prerefri-(1)
 serabile

i
70
40

45
205
175

577

461

Conservabile
in frigorifero

05

260
289

305

949

(1) Lo studio prevede anche la possibilità di disinfestare 345.000 q.li di prodotti freschi.

Nel determinare i quantitativi destinabili ai vari trattamenti, si è
tenuto conto di criteri assolutamente prudenziali tanto che la massa di
produzione considerata rappresenta appena il 20% della produzione totale:
è poi da tenere presente che nella prevista creazione degli impianti, anche
se non se ne fa sempre specifico accenno, dato il carattere di massima del
progetto, si ritiene possibile, e conveniente in qualche caso, di rinnovare
o potenziare attrezzature già esistenti e che trattano quindi già"una quota
della produzione rilevata.
Va infine detto che le valutazioni riportate non riflettono i quantitativi
oggi trattati nelle varie zone ma bensì quelli che potrebbero convenientemente
 esserlo, alla luce della moderna tecnica, quale si va sempre più sviluppando
 in altri paesi.
Non appare nel prospetto riportato la Basilicata dove, nel momento
attuale, non esistono vere e proprie zone di concentramento ortofrutticolo:
la produzione che si ottiene nella regione, anche se riesce a raggiungere, in
alcuni casi, pregevoli caratteristiche qualitative, è dispersa e affluisce ai
        <pb n="112" />
        VII - RETE DI CENTRALI PER LA LAVORAZIONE E LA CONSERVAZIONE, ECC. 119

mercati di regioni vicine: solo in un secondo momento, perciò, quando la
progettata trasformazione irrigua sarà realizzata, si potrà convenientemente
 estendere la rete ortofrutticola anche alle provincie lucane.

7. - In questo primo progetto di rete di centrali — il quale deve ritenersi
 come traccia su cui potrebbe poi intessersi uno studio completo dei
servizi da creare a vantaggio dell’ortofrutticoltura meridionale — quelle
che sono state definite zone di concentramento rispecchiano talora il
territorio di produzione, talora, più esattamente, quello dove affluisce,
oltrechè una produzione locale, anche quella di territori limitrofi. Per cui
ora in un caso ora nell’altro ha predominato il criterio della ubicazione in
prossimità delle zone di produzione oppure il criterio della ubicazione in
prossimità dei punti di concentramento (nodi ferroviari o porti di imbarco).
Nè lo studio scende, per la sua impostazione di massima, a stabilire per
ogni zona se la centrale dovrà avere tutti i suoi servizi accorpati oppure se
dovrà averne alcuni distaccati in zone diverse. E’ in realtà questo un problema
 che soltanto un progetto a carattere esecutivo potrà risolvere: Sudindustria
 si limita soltanto a prospettarne l’esistenza e nel contempo precisa
che, dati i criteri prudenziali con cui sono state impostate le progettazioni
delle attrezzature, a una indagine più precisa molto probabilmente potrà
apparire la convenienza di creare in una stessa zona anche più di una. centrale.
 Circa la caratteristica predominante che le centrali potranno assumere
 in funzione dello sviluppo relativo delle singole sezioni di lavorazione,
da questa prima prospettazione appare che le centrali saranno caratterizzate
 dal complesso frigorifero per la prerefrigerazione e la conservazione a
lungo termine: conservazione che in alcune regioni potrà essere estesa
anche ad altre derrate alimentari che non siano le frutta e gli ortaggi.
Ed è evidente la ragione di tale impostazione tecnica quando si pensi
che ci si trova in una fase di iniziale avviamento di una attrezzatura che,
specie sotto l’aspetto del freddo, manca quasi totalmente nel Mezzogiorno.
Il problema delle minime dimensioni utili nelle varie sezioni è stato
però — e non poteva non essere — accuratamente approfondito, per cui
tutto il progetto si basa sui seguenti valori minimi o « moduli», la cui
funzionalità è stata verificata attraverso l’analisi tecnica ed economica:

1) modulo per la lavorazione: è costituito da una doppia linea di
macchine per una capacità media di 75 quintali orari;
2) modulo per la disinfestazione: è costituito da due autoclavi per
una capacità oraria di 10 quintali ciascuna;

3) modulo frigorifero: è costituito da una batteria di celle aventi una
superficie utile di 2.000 mq., da un annesso impianto di prerefrigerazione
sufficiente per 10 vagoni al giorno e da una. fabbrica di ghiaccio per
150 quintali giornalieri.
        <pb n="113" />
        120

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

Determinati i moduli e conoscendo le disponibilità dei vari prodotti da
lavorare nelle singole sezioni, il progetto prevede l’istituzione in ciascuna
zona individuata di uno o più moduli e determina così la possibilità di istituire
nelle diverse regioni del Mezzogiorno continentale le seguenti attrezzature:

TAB. 5. — ATTREZZATURA DELLA RETE DI CENTRALI ORTOFRUTTICOLE
NEL MEZZOGIORNO CONTINENTALE.

CIRCOSCRIZIONI

ZonE
DI CONCEN-TRAMENTO


MopunL1J

di di | di
lavorazione | disinfestazione | refrigerazione

Abruzzi .....
(Campania .....
Puglia .........
Rasilicata ........
Calabria ..

TOTALI ssi esi aa

Con le attrezzature sopra indicate si prospetta un diagramma di lavoro
del tipo seguente: scarico delle merci; pesatura; pulitura; selezione; calibratura;
 prerefrigerazione; disinfestazione; incartamento; imballo; immagazzinamento;
 marchiatura; carico; fornitura di ghiaccio; spedizione.
Si può ritenere che, data la destinazione a mercati di grandi centri,
tutti i prodotti indistintamente abbiano bisogno di quei vari processi, razionalmente
 eseguiti, che vengono realizzati nel modulo di lavorazione. I prodotti
 da prerefrigerare sono invece essenzialmente quelli più delicati e che
maturano nei mesi caldi: vanno compresi tra essi le albicocche, le pesche, le
ciliege, le pere estive, le uve, le susine, le fragole, i fagiolini, i pomidoro e i
piselli. Tra i prodotti per cui esiste invece la convenienza alla conservazione
di lunga durata in frigorifero vanno annoverati: le mele, le pere, le uve (1),
gli agrumi, i loti, i pomidoro tardivi, i fichi secchi, le mandorle.

(1) « E’ noto il rilevante traffico europeo di uva tardiva spagnola (disponibile fino a
febbraio); a tale imponente traffico di uva tardiva corrisponde una altrettanto imponente
importazione di uva tardiva californiana e australiana (Emperor): ciò che dimostra la
possibilità e la convenienza economica di diluire nei mesi invernali una parte delle
disponibilità di uva da tavola. D’altro canto il frigorifero si presta ottimamente per integrare
 la non completa conservabilità delle varietà da tavola normalmente coltivate.
E’ noto che l’Italia Meridionale ed in particolare gli Abruzzi e soprattutto la Puglia
dispongono di quantitativi sempre più imponenti di uva da tavola (Pergolona, Regina, ecc.)
che richiedono di poter diluire la loro troppo accentrata stagione di vendita (settembreottobre)
 e che, d’altronde, dopo le prime piogge richiedono di essere conservate in
frigorifero dove possono mantenervisi anche per parecchie decine di giorni.
Anche i pomidoro tardivi alimentano un rilevante traffico esportativo dalle Canarie
e costituiscono la parte preponderante delle importazioni inglesi di detto prodotto.
Tali pomidoro tardivi sono ottenibili anche in Italia ma non senza difficoltà culturali,
 oltre un certo limite di tempo: il frigorifero invece ne consente — con adatto
regime — la tranquilla conservazione e quindi la possibilità di integrare nel modo mi-(segue
 nota a nag. 121)
        <pb n="114" />
        VII - RETE DI CENTRALI PER LA LAVORAZIONE E LA CONSERVAZIONE, ECC. 121

8. - Il criterio che è stato tenuto presente nello studio e nella progettazione
 delle attrezzature è stato essenzialmente quello di adottare tipi di
macchinari e cicli di lavorazione della più alta efficienza allo scopo di ottenere
 i più bassi costi di esercizio possibili e di raggiungere nello stesso
tempo il più alto grado di perfezionamento nella manipolazione e nella conservazione
 dei prodotti.
La necessità di attrezzature tecniche particolarmente perfezionate e
moderne deve infatti essere considerata dominante rispetto a qualunque
altra considerazione, specie nella prima fase di realizzazione in cui agli impianti
 è affidata una funzione pilota promotrice di ulteriori sviluppi.
Il progetto della Sudindustria prevede pertanto i costi unitari seguenti
per ciascun tipo di modulo:

TAB. 6. — Costo UNITARIO DEI MODULI DELLE CENTRALI.
(Migliaia di lire)

A

3 uv

VOCI DI SPESA

Terreni, ssa een *
Fabbricati «vs ssmssawasaonee
Macchinario ..... 0...
Mezzi di trasporto sssss4% 454% xe
Raccordo ferroviario ..... dda aa ala
Scorte di inateriali vari (1) ..........
Attrezzature e impianti vari ..........
Imprevisti ......

di i di
lavorazione disinfestazione

2.000
1.400
18.000
72000

200

.000

» pn

28.000
6.000
2.600

no
800

75.000

11 000

di
| refrigerazione

5.000

15.000

15 000

12 000

11.000
12.000

200.000

in
coniplesso

7.200
127.400
21.000
1.000
12.000
28.000
18.000
15.400

286.000

(1) Imballaggi, casse di campagna, ecc.

(seguito della nota di pag. prec.)
gliore una media tardività di coltura e di raccolta, assicurando l’ampliamento del periodo
delle vendite.
A proposito degli agrumi sarà opportuno ricordare la ciclica crisi dei prezzi che
si verifica a fine febbraio, quando il prodotto, non collocato ancora, richiede di essere
raccolto e conservato; ma va soprattutto tenuta presente la eccessiva rarefazione dei
limoni estivi (per riduzione delle colture dei verdelli) con triplicamento dei prezzi e ia
già affermata pratica californiana della lunga conservazione a temperatura controllata
dei limoni verdi delle ultime raccolte invernali e delle raccolte primaverili. Le cipolle
tardive, nel periodo primaverile, così come le patate da semina, tendono a germogliare:
quindi anche questi prodotti potrebbero ricevere dalla conservazione frigorifera un
prezioso aiuto.
Con gli inizi della stagione calda alcune frutta secche come ad esempio i fichi,
tendono a deteriorarsi rapidamente e anche in questo caso il freddo può intervenire efficacemente
 ». F. TraparoI, Ragioni e funzioni delle centrali ortofrutticole, in « Atti » op. cit.
        <pb n="115" />
        09

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

Per un conveniente funzionamento di una rete di centrali, come si è già
accennato, occorre prevedere la costituzione di alcuni servizi generali, tra
cui quelli adibiti alla preparazione degli imballaggi. Questa industria
è ora generalmente organizzata sulla base di piccole imprese, a limitata
 capacità di lavoro e con scarsissima disponibilità di mezzi, che, sotto
la pressione della richiesta, sono costrette ad una produzione affrettata e
scadente, e che, viceversa, si rivalgono della congiuntura stagionale per innalzare
 esosamente le loro pretese. La mancanza di uno standard costruttivo,
uniforme nelle dimensioni, nelle chiodature e nelle resistenze ai carichi,
legato appunto alla sopra accennata struttura dell’industria fornitrice,
richiama l’urgenza di provvedere ai bisogni delle centrali con rifornimenti
costanti, e a prezzi stabilizzati, di buoni imballaggi. La rete di cui si va
discorrendo prevede pertanto la costituzione di due o tre stabilimenti in
prossimità delle zone di rifornimento del legname, attrezzati con macchinario
adatto alle lavorazioni in serie di elementi smontati e facilmente componibili
 nelle centrali stesse, all’atto dell’impiego. Il costo complessivo, previsto
per l’organizzazione industriale fabbricatrice di imballaggi, ammonta a
lire 500 milioni.
In complesso, il fabbisogno finanziario per i moduli precedentemente
stabiliti — tenendo conto che il costo di un impianto non è direttamente
proporzionale al numero dei moduli necessari ma diminuisce di una certa
quota con l’ampliarsi delle dimensioni della centrale — ammonta ad 11 miliardi,
 di cui 4,2 per terreni e fabbricati, 3 per macchinari, 1,5 per attrezzature
 varie e mezzi di trasporto, 1,4 per scorte di materie prime e 0.9
per varie.
Il progetto, più che stabilire un conto economico di spese e profitti, considera
 una serie di indici, rivelatori della convenienza o meno della iniziativa.

Avendo accertato che la rete occuperebbe costantemente 2.100 operai,
di cui 1.400 addetti ai moduli di lavorazione, 100 a quelli di disinfestazione,
400 a quelli di refrigerazione e almeno 200 alle fabbriche di imballaggi, si
possono determinare i seguenti parametri:

a) rapporto tra impiego di capitale d’impianto e addetti = L. 4,5
milioni;
b) rapporto tra fatturato (1) e addetti = L. 2,8 milioni.

Sul primo indice, che può ritenersi elevato in linea assoluta, va osservato
 che esso è riferito ad una industria produttrice di servizi e non di
beni e che pertanto va confrontato con gli indici di industrie similari: dal
confronto appare che l’iniziativa possiede caratteri di assoluta normalità.

(1) Il calcolo è fatto attribuendo alla lavorazione un costo di L. 4 a kg.; alla
disinfestazione L. 0,50 al kg.; alla conservazione in frigorifero L. 2 a kg.-mese; alla prerefrigerazione
 e fornitura di ghiaccio L. 3,5 a kg.; alla fornitura degli imballaggi L. 6 al kg.
A tali costi, il fatturato si aggira sui 3 miliardi di lire all’anno e, se vi si aggiunge
la fornitura degli imballaggi. su poco meno di 6 miliardi.
        <pb n="116" />
        VII - RETE DI CENTRALI PER LA LAVORAZIONE E LA CONSERVAZIONE, ECC. 123

Dal secondo indice risulta invece la garanzia di tranquilla convenienza
che l’impresa può offrire dato che il valore del parametro può ritenersi
senza altro positivamente alto anche nel campo generale dell’industria e
altissimo nel settore che produce solo servizi.
Ma oltre che alla luce di questi indici specifici la convenienza di una rete
di centrali ortofrutticole nel Mezzogiorno va considerata nei suoi aspetti
più complessi, che investono un fondamentale settore economico, il quale
costituisce fonte di reddito per milioni di operatori, assicura al Paese notevoli
 entrate di valuta pregiata, raggruppa un complesso di colture tra le più
confacenti alle condizioni ambientali di quelle regioni e, per converso, ha
assoluta urgenza di migliorare il proprio livello qualitativo, minacciato da
una generale deficienza di attrezzature all’interno e, in contrasto, da un
continuo ravvivarsi di iniziative nei paesi concorrenti.
        <pb n="117" />
        TTT]

PROBLEMI DELL’INDUSTRIA CONSERVIERA (*)

1. - La ripresa del commercio dei prodotti ortofrutticoli allo stato fresco,
realizzata nel 1948 con un quantitativo pari all’87% di quello prebellico,
contrasta con il difficoltoso e torpido andamento della esportazione dei
prodotti conservati (concentrati, pelati, marmellate, ortaggi in conserva) (1).
Anche i dati relativi alla produzione conserviera denotano il ritmo
ridotto a cui l’industria lavora, avendo raggiunto i concentrati di pomodoro
il 64% del quantitativo del 1938, i pelati il 28%, le marmellate e le conserve
di frutta il 70%, gli ortaggi conservati l’82% (2).
La situazione profondamente depressa, che questo settore denuncia,
ha gravi ripercussioni per il Mezzogiorno, dove il conservificio impiega una
massa di lavoratori molto elevata: la mano d’opera, assorbita dal solo ramo
delle conserve vegetali nel Mezzogiorno, ammontava infatti nel 1936 a
22.817 unità pari al 58% del complesso nazionale e la produzione rappresentò
dquantitativamente nell’anno del Censimento il 55% sul totale italiano.

(*) Da: « Informazioni Svimez », n. 75-76 dell’8-15 giugno 19489.
(1) Le singole voci di esportazione hanno il seguente andamento: concentrati di
pomodoro q.li 192.922 (65 % rispetto al 1938), pomidoro pelati q.li 275.165 (52 %), marmellate
 e gelatine di frutta q.li 1.774 (4%), ortaggi conservati q.li 66.439 (42 %).
TL’esportazione dei prodotti dell’industria conserviera è migliorata a partire dal
1950 per i pomidoro pelati, che sono stati esportati per 1.051.449 q.li nel 1950, per 980.072
quintali nel 1951 e per 590.774 nel 1952. Le conserve di pomidoro nei tre anni citati
sono state esportate per quantitativi pari rispettivamente a q.li 328.017, 466.287, 434.497.
L’esportazione di marmellate e gelatine di frutta è arrivata appena a q.li 5.829 nel 1951
e a q.li 10.716 nel 1952. L’esportazione di ortaggi conservati è rimasta stazionaria:
q.li 68.323 nel 1951 e q.li 65.799 nel 1952.
(2) Lo stato di disagio del settore appare ancor più evidente quando si confrontino
ì dati attuali con quelli raggiunti nel 1940, sotto lo sforzo bellico; le percentuali di
produzione diventano infatti per le voci indicate rispettivamente il 40 %, il 65 %, il 38 %,
e il 56 %. I dati assoluti per il 1948 sono i seguenti: concentrati di pomodoro q.li 450.000,
pelati q.li 230.000, marmellate e conserve q.li 300.000, ortaggi conservati q.li 135.000
(IstrITUTO NAZIONALE PER LE CONSERVE ALIMENTARI, Alcuni dati statistici sulle conserve
alimentari, Roma 1949). La situazione prospettata nel testo e valida per il 1948, è
migliorata, sia pure in misura diversa da settore a settore, a partire dal 1950: da tale
anno la produzione di concentrati dì pomodoro è passata a q.li 795.000 nel 1950, a quintali
 745.000 nel 1951, a q.li 600.000 nel 1952. La produzione di pelati è passata a quintali
 835.000 nel 1950, a q.li 1.204.000 nel 1951 e a q.li 790.000 nel 1952; la produzione di
marmellate e frutta sciroppata è passata a q.li 370.000 nel 1950, a q.li 440.000 nel 1951
e a q.li 500.000 nel 1952; la produzione di ortaggi in conserva è passata a q.li 150.000 nel
1950, a q.li 183.000 nel 1951 e a q.li 147.000 nel 1952. (Vedasi: INEA, Annuario dell’Agricoltura
 italiana, Roma 1951-53).
        <pb n="118" />
        |26

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

Gli elementi specifici, che concorrono a deprimere il tono di questa
attività, vanno attribuiti ad una serie di cause in parte di natura strumentale
 e in parte di natura strutturale. Tra i motivi d’ordine strumentale possono
 annoverarsi: i rifornimenti di banda stagnata e di zucchero a costi
particolarmente gravosi; gli approvvigionamenti della materia prima
(frutta ed ortaggi) spesso realizzati in concorrenza con il mercato di consumo
 e quindi a prezzi elevati; la scarsa disponibilità di prodotti di qualità
e selezionati secondo i criteri più confacenti ai bisogni della trasformazione
industriale (1).
Tra i motivi strutturali incidono: l’eccessivo frazionamento delle imprese;
 il frequente stato arretrato dell’attrezzatura, che contrasta con le
esigenze di un dimensionamento ottimale in grado di produrre qualitativamente
 ed economicamente; l’influenza esercitata dalla produzione scadente
 sui mercati e sui gusti dei consumatori; il mancato adeguamento della
tecnica conserviera ai più moderni ritrovati e alle richieste delle clientele
che a tale moderna tecnica si sono assuefatti.
Non si può pensare ad una decisa ripresa di questa industria se non
verranno eliminati tali fattori limitanti e tanto meno si possono formulare
prospettive di sviluppo per il conservificio meridionale se non prevedendo il
sorgere di impianti che, per la loro attrezzatura, per il loro orientamento
produttivo e per la loro stessa impostazione organizzativa, possano sottrarsi
 il più possibile all’influenza di queste cause negative.
D’altro canto, l’andamento delle importazioni e dei consumi dei prodotti
 conservati in alcuni Paesi fanno intravvedere possibilità di aperture
commerciali per la nostra produzione conserviera, quando questa sia realizzata
 in condizioni migliori delle attuali.
Si è tentato di delineare in altro capitolo i motivi che giustificano la
fisionomia assunta dalla ortofrutticoltura italiana -quale rifornitrice dei
mercati di prodotti allo stato fresco, segnalando tra detti motivi il basso
potere di acquisto dei mercati tradizionali, — quello interno e quello
tedesco — che male sopportano alti costi per prodotti conservati. Sembra
pertanto logico prospettare per l’industria conserviera l’esigenza di orientare
 la propria produzione essenzialmente verso l’esportazione in paesi ricchi,
 ritenendosi che in ciò possa essere favorita, oltre che dalla maggiore
capacità di acquisto in essi riscontrabile, dalla possibilità di sottrarsi ai
due gravami strumentali prima indicati — quelli relativi ai costi interni
della banda stagnata e dello zucchero — attraverso il regime della tempo-(1)

 In particolare si lamenta il caso del pomodoro, le cui varietà hanno subito col
tempo un processo di degenerazione, il quale determina un notevole abbassamento
della resa industriale e un peggioramento della qualità, oltre a una serie di altri
inconvenienti tra cui quello di una maturazione meno graduata, che costringe le industrie
 a lavorazioni affrettate e concentrate in un limite eccessivamente ristretto di tempo.
Così per una serie di varietà di frutta, particolarmente adatte ai trattamenti industriali
— è ad esempio il caso delle pesche gialle da sciroppo — si lamenta una graduale scomparsa
 perchè sostituite con varietà meno adatte ai bisogni dell’industria. Si lamenta
ancora un generale decadimento della qualità in seguito alla mancata difesa contro i
parassiti, per cui il prodotto arriva alle fabbriche in uno stato di deperimento più o
meno avanzato, che determina quindi maggiori scarti e riflette anche i suoi effetti sulla
dualità del prodotto industriale.
        <pb n="119" />
        VIII - PROBLEMI DELL'INDUSTRIA CONSERVIERA

127

ranea importazione, che dovrebbe realisticamente adeguarsi per tali elementi
 alle esigenze industriali.
Jn’impostazione produttivistica, rivolta al collocamento dei prodotti
ortofrutticoli conservati sui mercati esteri in migliore situazione economica
del nostro, appare inoltre più facilmente attuabile per un’altra considerazione.
 E cioè che, mentre per un potenziamento del collocamento interno si
deve fare affidamento solo su un ipotetico miglioramento a lunga scadenza
del tenore di vita della nostra popolazione, per uno sviluppo delle vendite
all’estero si può giocare su fattori tecnici (miglioramento qualitativo) entro
limiti abbastanza ampi, governabili dagli stessi imprenditori, e su elementi
di concorrenza commerciale rivolti a farci inserire al posto di altri fornitori.
in mercati a standard già attualmente elevato. Le esigenze di un potenziamento
 della nostra industria conserviera (1) discendono d’altro lato da una
serie di considerazioni che prospettano questo problema con un carattere di
inevitabile necessità.
Infatti, posto che gli scambi internazionali si avviino ad una fase più
liberistica del recente passato, ci si deve rendere conto come la nostra agricoltura
 abbia urgenza di orientarsi verso quelle produzioni, tra cui le
ortofrutticole, che, meglio confacendosi alle condizioni di ambiente meridionale,
 possano essere realizzate a costi convenienti.
Si è visto come fino ad oggi la nostra ortofrutticoltura, limitandosi
quasi esclusivamente al commercio dei prodotti freschi, ristagni da alcuni
decenni su posizioni stabilizzate. Per quanto si possano formulare previsioni
 di un maggiore assorbimento diretto di ortaggi e di frutta, realizzando
un migliore processo distributivo verso i centri nazionali, non può ritenersi
per quelle stesse ragioni di depressione economica già dette, che il plafond
del consumo interno sia tanto facilmente spostabile.
E’ dato del resto di constatare che nè gli elevati livelli raggiunti dalla
esportazione dal 1938 al 1940 nè gli aumentati consumi interni di vegetali,
verificatisi durante la carenza degli altri generi nel periodo annonario, sono
riusciti ad esplicare una sensibile funzione dilatatrice della produzione, la
quale non ha superato il limite toccato nel 1923-28.
Appare così che il nostro mercato di consumo, se può forse costituire,
se convenientemente curato e potenziato, lo sbocco naturale dell’attuale produzione
 ortofrutticola, che non verrebbe più a soffrire delle periodiche crisi
di sovraproduzione-sottoconsumo, non può però rappresentare un elemento
che ne determini un ulteriore incremento. |
Ne deriva quindi che l’industria conserviera viene ad assumere — come
del resto ha assunto in tutte le aree di intenso sviluppo ortofrutticolo —
una funzione non semplicemente di volano compensatore del mercato, ma
di vero e proprio elemento motore della espansione produttiva.
Soltanto sotto tale profilo assume valore l’impostazione programmatica
dei piani di trasformazione fondiario-agraria, che tende a far apparire

(1) Si veda in proposito: Svimez, Contributi allo studio del problema industriale
del Mezzogiorno, Roma. 1949.
        <pb n="120" />
        128

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

l’estensibilità della coltura ortiva e frutticola come uno degli elementi che
giustificano, in alcuni comprensori, le elevate spese pubbliche per le opere
di bonifica in vista di un incremento del valore della produzione e di un
incremento ancora più notevole della occupazione di mano d’opera. A meno
che gli impianti di frutteti e l’estendimento della coltura ortiva non siano
visti e studiati soprattutto in relazione a un piano di industrializzazione, l’incremento
 produttivo che se ne trarrebbe, con tutta probabilità, non riuscirebbe
 che ad aggravare la pesantezza del mercato ortofrutticolo, con evidente
 squilibrio economico per le aziende che contribuiscono al suo rifornimento.

2. - Uno sguardo alle condizioni di attrezzatura e di esercizio del settore
conserviero vegetale, nei limiti che il risultato del Censimento industriale
del 1937 consente, fa intravvedere quali larghe deficienze sussistano in esso
perchè possa corrispondere agli orientamenti sopra delineati.
Su 3.250 esercizi censiti, di cui 3.218 attivi al 1° agosto 1937, nel settore
della conservazione e trasformazione di frutta, ortaggi, funghi e prodotti
 similari, 2.716 non impiegavano più di 5 addetti e altri 132 ne impiegavano
 soltanto da 6 a 10. Se si fa riferimento, oltre che agli addetti, anche
alla potenza installata, si.vede come dei 2.848 esercizi, compresi nelle classi
in cui erano impiegati fino a 10 operai, soltanto 307 fossero dotati di motori
mentre tutti gli altri ne erano privi. Per converso, gli esercizi che impiegavano
 più di 50 operai erano in tutta l’Italia appena 145 e soltanto
140 denunciarono di possedere una potenza installata per un ammontare
complessivo di 15.062 HP, pari a 107 HP per esercizio e a 0.56 HP per addetto.

ESERCIZI PER LA CONSERVAZIONE E TRASFORMAZIONE DI FRUTTA E ORTAGGI.

Esercizi con e ; sa
Esercizi con forza
senza forza -
ri motrice
moAhAatrice

Esercizi con e senza | Esercizi con forza motrice,
forza motrice. con addetti : con addetti:

CIRCOSCRIZIONI

Abruzzi e Molise .
Campania .......
Puglia PROP
Basilicata .......
Calabria .........
Sicilia ...
Sardegna ........
Mezzogiorno sl]
Nord siii!
ITALIA .......

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52! 279| 61 182
198] 15.200] a 15.014
262] 1.488] 40l 1.061
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9, ang 112°
asi] a38| le

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29
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1.07] i 17
071 dol a

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pe 22.017) 249) 17.659]
855 16.383] 409| 15.724]

11.399! 2.220] 82)
Î
15.346 | 628) 1431

i a 24
58) 28l al 189) 188] sal
2.848] 225) all “ol 4) ao anal 78)

3.218) 39.200 pe PP,

13
© rr
        <pb n="121" />
        VIII + PROBLEMI DELL'INDUSTRIA CONSERVIERA.

129

Tale attività industriale assorbì, nel suo complesso, 7.247.829 q.li di
frutta, ortaggi e ingredienti vari per la relativa lavorazione e confezionò
2.711.160 q.li di prodotti. Basterebbe il dato medio a far intendere, sia
pure grossolanamente, la scarsità dimensionale della maggior parte delle
attrezzature, tanto più se si pensa che nell’anno del Censimento il 55,5%
dei prodotti si concentrò in 46 esercizi e che questi, insieme ad altri 59,
rappresentarono il 70,6% della produzione conserviera.
Appare evidente l’enorme numero di esercizi di ridotta potenzialità.
Nel periodo bellico e postbellico questa frammentaria attività industriale,
la cui attrezzatura si riduce talvolta a strumenti primordiali, anzichè subire
l’azione selezionatrice della congiuntura difficile, ha tratto da essa motivo
per ravvivarsi, agendo entro i margini, allargati dalla guerra, della illegalità
e della più bassa speculazione. Mentre le grandi imprese lamentavano la
carenza di banda stagnata, di zucchero, di frutta e ortaggi, tutta una minuta
attività lavorava con banda stagnata di recupero (il cui impiego è proibito),
con dolcificanti di provenienza la più disparata, con prodotti di assoluto
scarto, che una volta trasformati avrebbero dovuto, a termine di legge sanitaria
 vigente, essere decisamente esclusi dal commercio.
D’altra parte, durante la guerra la fornitura alle truppe e, in seguito,
il bassissimo potere di acquisto del mercato, che non era più in grado di
sostenere le spese per prodotti di qualità, favorirono il generale abbassamento
 del tono produttivo. In ciò, purtroppo, anche i medi e grandi impianti
non andarono esenti da responsabilità. E tra le cause della mancata ripresa
della nostra esportazione, non ultima è, appunto, quella relativa alla qualità
dei nostri prodotti, che in questi ultimi anni più volte sono stati rifiutati,
specie sul mercato inglese, perchè non corrispondenti ai requisiti voluti.
FE’ tuttavia da credere che le gravi prove subite e le norme selezionatrici
imposte dai paesi importatori contribuiranno a respingere verso posizioni
sempre più difficili la produzione scadente, la quale, nello stesso migliorato
 tenore di vita della popolazione locale, troverà l’altra barriera allo
smercio dei prodotti non qualificati.
E’ da prevedere pertanto in un futuro abbastanza prossimo la scomparsa
 di un notevole numero di piccole attività; sarebbe auspicabile che il
loro posto venisse preso da alcuni impianti moderni, capaci di valorizzare
pienamente la produzione locale.
Ma in vista di un eventuale potenziamento della coltura ortofrutticola,
si prospetta per l’industria conserviera, specialmente del Mezzogiorno, un
altro aspetto di quella riforma di struttura che già l’enorme numero di
esercizi male in arnese rende indispensabile.
Se è vero infatti che l’industria conserviera deve mirare a rifornire in
larga misura i mercati esteri, è evidente che essa dovrà porsi in grado di
offrire quei prodotti che i consumatori stranieri più richiedono. E in proposito
 è dato di vedere come il gusto di essi si sia andato modificando con l’andare
 del tempo a tutto scapito dei tradizionali prodotti conservati e con un
orientamento sempre più spinto verso prodotti che la moderna tecnica si è
        <pb n="122" />
        130 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

posta in grado di preparare. Si vede cioè come dalle conserve di frutta
si sia passati alle creme e ai succhi, come dagli ortaggi in salamoia e al naturale
 si sia passati a quelli congelati e alle polveri, alle creme e ai succhi di
ortaggi, come. la stessa conserva di pomidoro perda quota sempre più
rispetto ai pomidoro pelati e ai succhi.
L’industria conserviera italiana nello stato in cui si trova è ben lontana
dal corrispondere a tali moderni orientamenti; nè al momento attuale
appaiono sintomi che facciano sperare in un suo adeguamento (1). Viceversa
notizie che pervengono dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti, e che trovano
conferma nelle offerte fatte dall’industria di quei paesi di impianti già commercialmente
 disponibili, denunciano vere e proprie rivoluzioni tanto nel
sistema della disidratazione (sotto vuoto spinto) che della cottura e sterilizzazione
 (a onde corte e cortissime) che della congelazione degli alimenti (congelazione
 lampo con il vuoto e con aria liquida).
Tra l’altro è interessante osservare come gran parte dei nuovi prodotti
non richiedano nè l’impiego di zucchero nè, per la loro confezione, i barattoli
 di banda stagnata. I vegetali disidratati poi, per il loro bassissimo peso
unitario, consentono di ridurre enormemente le spese di trasporto, come è
noto, tutt’altro che indifferenti.
Tra i moderni procedimenti l’unico che per il momento non pare possa
aprire grandi prospettive di sviluppo nell’attuale situazione italiana, è
quello della congelazione rapida dei vegetali.
Infatti esso, oltre a richiedere notevoli spese per gli impianti, necessita
di tutta una costosa attrezzatura capillare di distribuzione e un complesso
di mezzi di trasporto, che oggi non abbiamo, capaci di mantenere il prodotto
a bassissime temperature fino al momento della consegna al cliente.
Il costo di tali prodotti si eleva quindi molto e male sopporterebbe la
concorrenza dei paesi che in questo particolare ramo hanno un’esperienza
consolidata ed una attrezzatura in larga misura già ammortizzata.
E’ importante a questo punto sottolineare che i nuovi ritrovati della
tecnica esigono necessariamente l’impiego di materia prima di alta qualità,
poichè tutti gli esperti sono concordi nel riconoscere che un processo di
trasformazione degli ortaggi e delle frutta non può dare risultati economici
veramente apprezzabili se non parte da un prodotto scelto. Tale esigenza
comporta uno spostamento della posizione dell’industria conserviera da
consumatrice di prodotti più o meno di scarto; non collocabili sul mercato
del consumo diretto, a consumatrice di prodotti ottenuti in aree che si dedicano
 specificatamente al rifornimento industriale.

(1) E’ sintomatico a questo riguardo quanto scrive F. EMANUELE, Direttore della
Stazione Sperimentale per l'industria delle conserve alimentari di Parma (Bollettino
Ufficiale della Stazione, n. 1-1949): « Debbo qui con vero rincrescimento affermare che
quale membro della Commissione per l’esame delle domande E.R.P., per il gruppo di
macchine alimentari, ho dovuto constatare che nessuna ditta italiana di conserve ha
fino ad oggi richiesto macchine mentre per gli altri settori sono stati approvati acquisti
per decine di milioni di dollari».
        <pb n="123" />
        VIII - PROBLEMI DELL'INDUSTRIA CONSERVIERA

131

Ecco quindi un motivo di più di orientamento e giustificazione di un
programma di estensione di aree da coltivarsi a frutta ed a ortaggi con
finalità di specializzazione.
Dalla tabella riportata si vede come l’accentramento dell’industria in
esame sì sia realizzato sopratutto in Campania e secondariamente in Sicilia
e in Puglia, mentre esso manca quasi del tutto nelle altre regioni meridionali,
 dove nel 1937 non esisteva nessun impianto con più di 50 operai. Se si
mette in correlazione tale situazione con i programmi irrigui riguardanti
l’Abruzzo, la Calabria, la Basilicata e la Sardegna, sì possono trovare elementi
 che giustificano un graduale sviluppo industriale, tale da consentire
la realizzazione di un’attrezzatura veramente moderna che rappresenti un
passo in avanti rispetto agli impianti esistenti.
Se le nuove iniziative non dimostrano, ponendosi su tali direttive, di
voler raggiungere tali scopi, non si vede come, nell’attuale pesantezza di
mercato, possano avere probabilità di successo.
        <pb n="124" />
        TW

L’INDUSTRIA CONSERVIERA IN CAMPANIA ("*)

1. - Delle numerose produzioni ortofrutticole della Campania soltanto
alcune hanno, come prevalente destinazione, la trasformazione industriale,
la quale, sia pure non sempre specificatamente, determina la caratterizzazione
 degli indirizzi produttivi relativi. Nel periodo prebellico, ad esempio, i
pomidoro affluivano all’industria per l’80% circa dell’intero raccolto, i
piselli per il 60%; le ciliege, comprese quelle trattate con anidride solforosa,
andavano agli stabilimenti per il 55%, le pesche per il 45% e le susine per
il 65 per cento.
Tutte le altre produzioni andavano all’industria in quote modeste e si
può ritenere che queste rappresentassero in effetti la parte residuale di
ciò che il consumo diretto o l’esportazione lasciavano disponibile.
Che profondi legami di stretta interdipendenza si siano costituiti tra
l’industria e tali produzioni è dimostrato anche dal fatto che, nel biennio
1948-49, allorchè il conservificio manifestava segni di ripresa lenta e stentata
 e viceversa l’esportazione e, in genere, il consumo diretto premevano
sulla produzione con una richiesta vivace, i prodotti sopra indicati hanno
mantenuto, in linea di massima, con flessioni non sostanziali e determinate
dalle ragioni anzidette, la loro tradizionale corrente di sbocco. La quota di
piselli passata all’industria è discesa dal 60% antebellico al 40%; i pomidoro
 dall’80% al 60%; le ciliege dal 55% al 48%. Le pesche e le susine denotano
 una caduta più marcata: dal 45% al 20% e dal 65% al 35% rispettivamente.

I soli dati percentuali però, se permettono a sufficienza di intravvedere
i caratteri strutturali di quella parte della produzione ortofrutticola più
intimamente legata alla trasformazione industriale, non sono in grado di
delineare la fisionomia dell’industria stessa.
Prendendo infatti i dati prebellici delle quantità dei prodotti destinati
 alla trasformazione industriale si vede come quella quota del 60%
di piselli non rappresenti che 58.000 q.li e che, in valore assoluto, il quantitativo
 delle pesche sia pari appena a circa 49.000 quintali, quello delle
ciliege a 93.000 quintali, quello delle susine a 130.000 quintali. I pomidoro
per contro costituiscono da soli una massa di 1.800.000 quintali.

(*) Dal volume: SvimEz, Produzioni e mercati ortofrutticoli della Campania,
Roma 1950.
        <pb n="125" />
        134

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

E’ bensì vero che l’area di rifornimento delle industrie campane non
si restringe semplicemente entro l’ambito regionale, per cui, in pratica,
la potenzialità della attrezzatura non va commisurata alla sola quota della
produzione campana, che tradizionalmente affluisce agli stabilimenti.
Tuttavia, quando si pensi al carattere di questa industria e al peso che sui
costi di esercizio possono determinare i rifornimenti di materia prima fatti
a distanza, è d’uopo ritenere i dati sopra esposti come indicatori, sia pure di
massima, della struttura industriale esistente.
Se poi si esaminano i rilievi del Censimento industriale — dove sì
riscontra che la Campania ha fornito nel 1936 il 77% degli ortaggi lavorati,
l’11% degli ortaggi conservati al naturale, il 27% di marmellate e di mostarde
 e, grosso modo, il 32% della frutta sciroppata e candita e delle polpe,
mentre viceversa ha dato ben il 53% delle diverse conserve di pomodoro —
e si ricollegano con le considerazioni precedentemente fatte, si può concludere
 che l’industria conserviera napoletana è essenzialmente improntata
ad un carattere predominante, che le viene conferito appunto dall’elevato
quantitativo di pomidoro che in essa si lavora. Il che tuttavia non deve far
dimenticare le trasformazioni degli altri prodotti, nelle quali la Campania
si pone al secondo posto dopo l’Emilia, nel complesso nazionale. ‘
L’osservazione trova ulteriore conferma dal rilevamento direttamente
eseguito sul numero delle aziende conserviere attive nel 1949 nella Campania:
 si vede da esso che su 120 impianti ben 111 trattano i pomidoro e di
questi 31 lo trattano in forma esclusiva.

TAB. 1. — AZIENDE CONSERVIERE DOTATE DI FORZA MOTRICE E CON ALMENO 10
ADDETTI, ATTIVE NEL 1937 E NEL 1949, DISTINTE PER TIPO DI PRODUZIONE (1).

AZIENDE CHE PRODUCONO CONSERVATI DI:

PROVINCE

Napoli .......
Salerno .......
Benevento ......
Avellino ._

TOTALE

Pomidoro
 Pomifrutta
 | doro
e e
ortaggi frutta
1937] 1940l 10271! 104-'x 1927117
1940/102104 27/104 '207|10°- 19371 124-'1927/1949|1937|19. [1937] io
È 4911937|1949

ToraLE

2 2
31) *31
50) 86

18:

LA

di

6] 84|*120

(1) Fonti: Associazione Conserviera Meridionale, Sottocommissione Industria Italia Meridionale, Camere di Commercio,
[Industria e Agricoltura di Napoli e di Salerno.
(*) Oltre a 1 azienda già considerata in altra categoria.
        <pb n="126" />
        IX - L'INDUSTRIA CONSERVIERA IN CAMPANIA

135

2. - Considerando la produzione media italiana di conserve di pomidoro,
 che è pari a circa 1,5 milioni di q.li, si vede che la produzione della
Campania rappresenta il 51% della produzione nazionale e che in particolare
 la fornitura di pelati costituisce l’82,3% del complesso. Considerando
poi le caratteristiche delle singole zone tampane, ove viene praticata la
coltura orticola, si vede come il pomodoro sia presente pressocchè in ciascuna
 zona. Da ciò deriva all’industria un motivo per frazionarsi in numerose
 unità, le quali non sempre rappresentano, in funzione dei fattori produttivi.
 l’optimum dimensionale.
I dati delle statistiche disponibili non consentono un’analisi della potenzialità
 lavorativa dei singoli impianti. Con gli elementi forniti dall’indagine
 diretta si è tentato di dare un’idea della potenzialità, prendendo in considerazione
 una delle parti fondamentali dell’attrezzatura per la lavorazione
del pomodoro, le boules.

TAB. 2. — AZIENDE CHE LAVORANO IL POMODORO, DISTINTE PER CLASSI DI AMPIEZZA
RISPETTO ALLE «BOULES» INSTALLATE (1949).

PROVINCE

Caserta .......
Napoli. csssesazeszzoniaonionie
Salerno ... sas ea
Benevento .......
Avellino ..

TOTALE ...sessaa

Aziende
calderine
con
almeno
10
caldaie | azien- | oules | azien- | boules | azien- | boules | azien- | boules
n. de de de de
1 n. fi. n. | n. n n.

AZIENDE CHE IMPIEGANO:

FI

}4

10}

24

LT]

169

45

80

|

29

143

3

| 109

20

TOTALE

Azien. Boules
de

Dn.

2.

?

2

AI

82

24

268

111 | 362

Nella tab. 2, appaiono le cosidette aziende calderine: sono queste piccole
e piccolissime aziende che con mezzi rudimentali compiono la cottura dei
succhi a fuoco diretto nelle caldaie di rame, con conseguenze sullo standard
qualitativo. che facilmente si possono immaginare.
La principale ragione di vita di queste attrezzature, ormai superate,
sta nel fatto che alcuni piccoli mercati interni del Mezzogiorno mostrano
una preferenza per le conserve così prodotte, di gusto più marcato e quindi,
come si suol dire, « che condisce meglio ». Un’altra ragione che contribuisce
a mantenere in vita le calderine è data dal fatto che alcune industrie
minori, in momenti in cui il prodotto affluisce in grandi quantitativi e congestiona
 l’attrezzatura a disposizione, ricorrono a questi piccoli imprendi-
        <pb n="127" />
        136

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

tori per rifornirsi di semi-lavorati o addirittura di prodotti finiti, da miscelare,
 in misura maggiore o minore, con la produzione direttamente ottenuta.
Da tutto ciò ne deriva discredito, che colpisce indiscriminatamente
tutta l’industria conserviera campana, che pure offre esempi di attrezzatura
che sono tra i più perfetti. '
È infatti ben nota tra una categoria internazionale di consumatori
la produzione campana di pomidoro pelati. Si tratta di un tipico prodotto
che ha incontrato larghi favori nei mercati del Nord America e soprattutto
del Regno Unito. La Campania possiede per i pelati una posizione di quasi
incontrastato monopolio in quanto che soltanto nelle coltivazioni della regione,
 e in particolare in quelle che si svolgono nell’Agro nocerino, la
varietà di pomodoro «San Marzano » (1), che viene impiegata per fare
pelati, acquista quelle caratteristiche organolettiche e merceologiche indispensabili
 per questa speciale lavorazione. Anche recenti tentativi di acclimatare
 la varietà nella California non hanno dato i risultati sperati; i consumatori
 d’oltre mare del resto, dopo la guerra, non hanno tardato a dare il
loro giudizio di assoluta preferenza alla diretta importazione dalla Campania.
Concludendo, si può affermare che se l’industria del pomodoro costituisce
 il settore più importante e più sviluppato del conservificio campano,
essa presenta però anche il maggior numero di casi patologici, che vanno
radicalmente eliminati, e denuncia anche — e ciò non solo nei settori minimi
marginali di cui si è fatto parola, ma anche in medi impianti che, se convenientemente
 orientati, possono avere ottime prospettive di affermazione —
le più numerose esigenze di ammodernamento e di riforma.

3. - Discorso diverso va fatto a riguardo dei settori che trattano le
frutta e gli ortaggi, dove non compare in misura e in forme così deteriori
quella zona marginale e speculativa, che invece vive ai limiti dell’industria
del pomodoro. E’ questo un settore che, come si è visto, incide per una
quota considerevole sulla produzione nazionale, trovandosi in Campania
due dei maggiori complessi produttivi di marmellate e di ortaggi inscatolati.
Non è possibile per ragioni diverse approfondire l’analisi diretta sulla
potenzialità delle linee di lavorazione che trattano le frutta e le varie verdure.
 Per avere quindi un’idea della capacità lavorativa dell’industria
campana, occorre rifarsi ai dati precedentemente indicati sulle quote dei
vari prodotti che passano alla trasformazione.
Si vede inoltre dalla tab. 1 come queste lavorazioni siano quasi sempre
abbinate a quella del pomodoro, tanto che esse si riscontrano isolate soltanto
in tre dei 120 impianti rilevati. Situazione leggermente diversa appare invece
 quella del 1937 in cui il numero degli impianti specializzati era di
cinque; ma più di questo dato interessa osservare il deciso orientamento,
realizzatosi nel dodicennio, verso l’installazione di impianti complessi adatti

(1) La degenerazione genetica che tale varietà ha subìto nel corso dell’ultimo
ventennio costituisce una seria preoccupazione per gli industriali conservieri.
        <pb n="128" />
        IX - L'INDUSTRIA CONSERVIERA IN CAMPANIA

137

alle tre lavorazioni, che nel loro insieme meglio consentono la normalizzazione
 del calendario di lavoro e lo sfruttamento integrale dei mezzi di produzione.
 Ed è appunto in queste ragioni che va ricercato il motivo della
mancata specializzazione del settore in questione il quale a sua volta, per la
modestia delle quote di frutta e di ortaggi che gli affluiscono, non trova
convenienza a vivere indipendente.
In linea del tutto indicativa si può ritenere che la potenzialità lavorativa
 per i piselli in scatola si aggiri sui 70.000 quintali e quella per i fagiolini
sui 40.000 quintali e sono questi gli ortaggi che più hanno contribuito a caratterizzare
 di sè l’industria, cui fa corona quella numerosa serie di altri prodotti
 variamente preparati che costituiscono la gamma variopinta del
conservificio campano.
Tra le frutta lavorate rinomanza internazionale è stata raggiunta con
le pesche e le albicocche allo sciroppo: le prime ottenute con il tipo duracino
 tipicamente campano che va sotto il nome di « percoca »; le seconde
con la produzione che trova il suo centro nazionale più importante nella
zona dell’alto Colle Vesuviano.

4. - I modi con cui si realizza la produzione ortofrutticola campana, che
è dispersa in un numero enorme di piccole e medie aziende, e le considerazioni
 fatte sui canali entro i quali si dirige tradizionalmente questa produzione
 (1), fanno intravvedere uno dei motivi strutturali per cui l’industria
conserviera si restringe, nel nostro Paese, a una funzione puramente complementare
 nella valorizzazione della produzione ortofrutticola, agendo nei
riguardi di essa, nella maggioranza dei casi, come semplice volano compensatore
 del mercato e non come elemento motore di una espansione produttiva.


La condizione di estremo frazionamento delle aziende ortofrutticole
— sollecitate, per di più, da due grandi mercati di consumo vicini, quali
sono quelli di Napoli e di Roma, ed inoltre da parte della esportazione —
costringe l’industria conserviera a realizzare i suoi approvvigionamenti di
materia prima in concorrenza con categorie, disposte più di essa a pagare
prezzi elevati. E di qui nuovi aggravi di costo, che si aggiungono a quelli
della banda stagnata e dello zucchero e che rendono estremamente difficoltosa
 la riconquista di quei mercati stranieri, i quali, meglio del nostro
— che può direttamente rifornirsi di prodotti freschi in ogni stagione dell’anno
 — sarebbero in grado di apprezzare i prodotti conservati.
Quanto sta avvenendo nelle principali aree ortofrutticole mondiali
dimostra che l’incremento produttivo in continua ascesa è sì determinato
dall’aumento dei consumi allo stato fresco delle frutta e degli ortaggi, ma
lo è di più ancora per il grandioso sviluppo che l’industria conserviera ha
assunto in quelle aree.

(1) Vedasi il cap. VI: Necessità di una adeguata attrezzatura frigorifera.
        <pb n="129" />
        [38

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

Ora, se è vero che l’agricoltura italiana deve scegliersi quelle colture
in cui possano meglio valorizzarsi i naturali fattori del luogo, non possono
sfuggire le grandi possibilità che potrebbero aprirsi alla produzione ortofrutticola,
 la quale nel momento attuale ristagna in posizioni chiuse.
Ma tali possibilità si giustificano se viste in relazione ad un intenso
sviluppo industriale che sia messo, ben s'intende, in condizioni di prosperare
 e di diventare l’elemento propulsore dello sviluppo agricolo.
La situazione è oggi tale che — anche all’infuori dei problemi
specifici del settore conserviero che permangono insoluti — può apparire
senza via d’uscita. Da un lato infatti la situazione demografica richiederebbe
 alle colture ortofrutticole il massimo assorbimento di mano d’opera;
viceversa dall’altro una spinta meccanizzazione, per ridurre i costi della
materia prima da destinare all’industria, espellerebbe dal processo agricolo
un notevole numero di braccia.
Il contrasto visto sotto i due profili distinti, appare insanabile; ma se
si riguarda il problema nel suo complesso forse si può trovare che quella
mano d’opera agricola, che altrimenti rimarrebbe disoccupata per la spinta
meccanizzazione delle colture, ha possibilità di impiego in un ulteriore sviluppo
 del complesso industriale e che in tale modo si potrebbero realizzare
nuovi momenti di una situazione, che altrimenti minaccia di cristallizzarsi.
È forse questa una di quelle situazioni limite in cui il dibattuto problema
agricoltura-industria può trovare una formula risolutiva.
L’esame delle zone ortofrutticole campane, e in particolare di quelle
gravitanti sul bacino del Volturno e sul bacino del Sele, dimostra che
esiste in atto un processo di espansione delle colture entro i comprensori di
bonifica. Processo di espansione però che va per il momento a compensare
soltanto le cadute verificatesi in altre zone di antica arboricoltura, Alla resa
dei conti quindi niente di fatto e l’ortofrutticoltura campana, con l’andare
del tempo, non solo non guadagna, ma addirittura sta perdendo le posizioni
raggiunte in passato. i
Grandi aziende ortofrutticole quindi — che, nel legame testè accennato
a proposito dell’assorbimento di mano d’opera, trovino anche il motivo di
ulteriori legami dell’impresa agricola con quella industriale — potrebbero
rappresentare per le zone di trasformazione fondiaria un elemento di
grande interesse e costituirebbero così nel loro insieme quelle aree di rifornimento
 industriale che la. Campania oggi non conosce che per il pomodoro.
Nè tale soluzione trae le sue premesse soltanto da considerazioni di
pura convenienza economica e di riduzione di costi, ma trae anche motivi, e
li trarrà sempre più con l’andare del tempo, da esigenze tecniche dell’industria
 stessa, la quale rischia di non trovare più sul normale mercato quei
particolari tipi e quelle particolari varietà di prodotti richiesti dal processo
di trasformazione e capaci di dare al conservificio campano caratteristiche
specifiche e inconfondibili e non soggette alla concorrenza di produzioni
analoghe.
        <pb n="130" />
        iX - L'INDUSTRIA CONSERVIERA IN CAMPANIA

139

Attualmente la produzione, sollecitata dai maggiori realizzi consentiti
dallo smercio al consumo, trascura l’industria e preferisce quelle varietà più
produttive e più appariscenti che appunto il consumatore richiede. Chè
se poi si vuole avanzare la prospettiva che l’industria campana debba realizzare
 in misura sempre più larga, in aggiunta alle tradizionali produzioni,
nuove linee di conservazione, quali sono quelle dei succhi di frutta e di
ortaggi, della disidratazione sotto vuoto, delle polveri per condimenti, della
congelazione rapida, dei sidri e via dicendo, non si può non pensare ad un
correlativo affiancamento della produzione agricola, che si metta in grado
di fornire ai nuovi processi di trasformazione quei tipi e quelle varietà che
sono loro indispensabili.
Sotto questo profilo, anche in tema di lavorazioni di frutta e di verdura,
si può parlare — come già per l’industria del pomodoro — di esigenze di
ammodernamento e di perfezionamento.
        <pb n="131" />
        UN PARTICOLARE ASPETTO DELLA PRODUZIONE
ORTOFRUTTICOLA MERIDIONALE: I FICHI ESSICCATI (*)

Per alcune zone meridionali la produzione dei fichi secchi rappresenta
annualmente uno dei principali cespiti, tanto che l’andamento più o meno
favorevole del raccolto o del mercato abbassa o eleva in misura non lieve
il tenore di vita di quelle popolazioni. Su un raccolto nazionale annuo di
fichi freschi valutabile sui 3,5 milioni di quintali si può ritenere che circa
il 60% venga destinato all’essiccazione (1) con una resa media di circa
850.000 quintali di essiccato. Data la facile alterabilità del frutto fresco, che
non permette trasporti a distanza, il consumo di esso è circoscritto ai mercati
 locali e solo una modesta parte passa all’industria delle marmellate,
delle conserve e dei succhi che trovano impiego come dolcificanti. L’essiccazione
 si presenta perciò come il mezzo più conveniente per stabilizzare nel
tempo e rendere trasferibile nello spazio questo frutto che, dati i lunghi
periodi di insolazione propri delle regioni mediterranee, viene lavorato
quasi esclusivamente (il 99%) nel Mezzogiorno.
Il prodotto ha una molteplice serie di sbocchi all’interno e all’estero
per il consumo alimentare e per il fabbisogno dell’industria dei surrogati
di caffè e dell’alcool. La notevole richiesta, fatta specialmente in passato,
da parte dell’industria straniera ha contribuito a mantenere alla produzione
meridionale un indirizzo orientato più verso la quantità che la qualità, da
cui è derivata alla nostra esportazione una generica classifica mercantile di
secondo ordine ed è mancato alla agricoltura l’incentivo a selezionare le
varietà più fini e ad omogeneizzare quanto più possibile le piantagioni.
Le regioni che tradizionalmente contribuiscono ad alimentare la corrente
 esportatrice sono la Puglia, la Calabria e la Campania, nelle quali si
concentra il 99% della produzione nazionale dei fichi secchi.
Le provincie di Brindisi, Taranto e Lecce e quella di Catanzaro forniscono
 prodotti di massa (varietà Verdesco) adatti per l’industria e per i
mercati di consumo meno esigenti. Invece nel Vallo di Cosenza (comuni di
Cosenza. Pedace, Casole, Rovito, Rende, Mendicino, Zuppano. Castrolibero,

(*) Da: « Informazioni Svimez », n. 57-58 del 2-9 febbraio 1949. I dati delle esportazioni
 sono stati aggiornati al 1952. .
(1) Nel 1952 è stato destinato all’essiccazione il 49,3% della produzione complessiva,
she fu pari a q.li 3.6 milioni circa (Cfr. Bollettino mensile di statistica, n. 3. 1993)
        <pb n="132" />
        142

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

S. Fili, Rose, Montalto, Castiglione, Bisignano, Torano, Corigliano, Spezzano,
 Mongrassano, Paola, Amantea, S. Lucido, S. Marco, $. Donato, S. Sostì,
Altomonte Mottafallone) nel Cilento (comuni di Ortodonico, $. Mauro,
Castellabate, Agropoli, Albanella, Ogliastro) e nella stessa penisola
Salentina (comuni di Francavilla Fontana, Ostuni, Latiano, Mesagne, Erchie,
Oria, Torre Santa Susanna, Villa Castelli, $. Vito dei Normanni, Carovigno,
Ceglie Messapica, $. Michele Salentino, Manduria, Sava, Grottaglie), ove
prevale la varietà « Dottato », si confezionano partite di qualità fine e adatte
ai mercati più ricchi (1). |
L’esportazione ha assorbito mediamente il 30-35% della produzione
nei periodi più favorevoli e il 10-12%, nei periodi di maggiori ristrettezze
nei traffici: su tali quantitativi, oscillanti in cifre assolute prima della
guerra fra i 100.000 q.li e i 270.000 q.li, l’Austria prelevava il 50-60%; il 10-20 %
veniva acquistato dalla Francia; al terzo posto nella graduatoria dei Paesi
da noi riforniti compaiono, quasi sempre la Germania con una quota pari
all’8-12% (dopo il 1937 essa tiene il ruolo prima occupato dall’Austria), e,
saltuariamente, l’Argentina (1913 e 1933), gli Stati Uniti (1923 e 1938), la
Svizzera (1939), il Brasile (1950-52), ma tutti con quantitativi sempre piuttosto
 modesti, oscillanti mediamente attorno al 5%.
Mentre il mercato austriaco e in parte quello tedesco richiedevano
quasi esclusivamente prodotto industriale da destinarsi alla preparazione di
surrogati, quello francese, pur impiegandolo direttamente come genere alimentare
 per categorie di consumatori modesti, non esigeva elevato tenore
di qualità; questa era invece decisamente pretesa dagli altri Paesi, specie
del Nord America e dell’Europa nord occidentale, tra cui veniva ripartita la
residua quota che oscillava tra il 10 e il 20% del quantitativo esportato.

TAB. 1. — ESPORTAZIONE ITALIANA DI FIGHI SECCHI.

PAgEsI
DI
DESTINA»
1O0NE

| 1950-52
li in q.li | gin | qui ai | gui gin | qui indici
ili] o I indici | aio % | indici | gatti | % | indici lima) % | indici |(migl.) DD | indici

Austria ...| 118,4) 44,4) 100) 92,7| #2 78,4) 75,81 57,7) 64,0) | | 18,6] 23,3) 11,5
Francia | a 11,6 i 18,3 10,3) 59,0 i 14,2] 60,3) 19,6] 19,9 63,2 12,5) 20,5| 40,3
Germania .| 35,6| 13,3 100] 18,2] 10,3) 51,1| 9,4|  7,1| 26,4| 56,6 57,4 187,1| 26,8| 44,1 75,6
Stati Uniti.| ni 7,5 100) 10.2) 5,8) s1,0| 2,8) 2,1) 14,0 sa 4,3) 21,0) 3,8} 6,3) 29,0
Altri Paesi.! 62.0 i 100) 37,7) 21,3| 6o.8| 2a.8l 18,0) 40,0) 18.2) 18.4| 29,4 ci 6.8 6,6
100,0) 66,3| 131,5 100,0) a s8,6| 100,0] 36,9| 60.8] 100,0) 22,8

TotaneE .Î

(*) Germania occidentale soltanto.

(1) La produzione media del sessennio 1937-1942 è stata per le sopracitate provincie
 la seguente: Brindisi q.li 174.673; Taranto q.li 94.110; Lecce q.li 70.117; Cosenza
dg.li 55.617; Catanzaro q.li 143.187; Salerno q.li 192.415. La produzione è stata per le sopra
indicate province rispettivamente pari a g.li 226.500: 61.000: 24.500: 88.800: 56.520: 90.000.
        <pb n="133" />
        X - UN PARTICOLARE ASPETTO DELLA PRODUZIONE ORTOFRUTTICOLA MERIDIONALE, ecc.148

Se nel primo quarto di secolo la produzione dei fichi secchi, orientata
nei modi anzidetti, aveva trovato un suo equilibrio tra mercato interno e
mercato di esportazione, con il nuovo periodo, la corrente del traffico con
l’estero ha subito una notevole restrizione, che non è poi più stato possibile
 modificare.
Per converso gli altri Stati produttori continuano a mantenere la loro
esportazione su un livello quantitativo non molto discosto da quello raggiunto
 in passato.

TAB. 2. — ESPORTAZIONE DI FICHI SECCHI DAI FRINCIPALI PAESI PRODUTTORI.

ANNI

PAESI ESPORTATORI

1925 © 1926 | 1997 © 1928 1929 1930

1931 1950

1951 1952

(migliaia di quintali)

Italia ..
Turchia” iv. sasa ved sa
darecia ..... a

Italia. ess. ina session ine
Turchia .... ee
frecia .. ll

267 w 166 © 117 i
221 | 225 | 269 270 | 276 © 238
114 | 153 © 104 146 169 217

i64 66 68
72 200 180 200
i
9% || 110 100 | 110

0

(indici: esportazione del 1925 = 100)
100 9 4 62 4 a
100 102 | 122 | 122 | 125 | 108 | 143
100 1234 91 128 ! °° 148 190 34

26
01
7

Dai dati riportati e tenendo conto che le clientele dei nostri concorrenti
(specialmente Turchia) appartengono per lo più a Paesi, come gli Stati
Uniti e la Gran Bretagna, in cui si richiede prodotto commestibile di alta
qualità, si può facilmente dedurre che la crisi di sottoconsumo dei fichi
essiccati concerne essenzialmente il prodotto industriale e che il gusto del
consumatore tende a rifiutare il prodotto scadente, male confezionato, alterato,
 non assortito, ma conferma il suo apprezzamento per questo frutto
quando sia buono e ben conservato, continuando a richiederlo a quei produttori
 che sono in grado di soddisfarlo. '
Il mancato adeguamento della nostra produzione alle nuove esigenze
del consumo ha richiamato già da molti anni l’attenzione degli organi pubblici,
 che fin dal 1928 sollecitarono, con raccomandazioni ripetute, le categorie
 interessate e impostarono una serie di ricerche per lo studio dei
metodi più confacenti a migliorare il prodotto.
In particolare, l’attenzione venne rivolta allo studio dei parassiti e dei
mezzi per combatterli, perchè la legislazione fitosanitaria degli Stati Uniti
non ammette l’importazione di fichi e di altri generi, se le singole partite
contengono anche una sola larva vivente di insetto oppure più del 10% di
larve morte o detriti o gallerie da esse precedentemente scavate.
        <pb n="134" />
        144

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

Ma dopo una esperienza pluriennale i risultati raggiunti dall’azione
propagandistica e assistenziale apparvero del tutto modesti, cosicchè il Ministero
 dell’Agricoltura e l’Istituto del Commercio Estero furono indotti a
pensare che una soluzione al problema non potesse venire che attraverso la
creazione di una rete di centri di disinfestazione a cura dei Consorzi della
Ortofrutticoltura.
Fu redatto in conseguenza un piano che prevedeva la creazione, con il
contributo dello Stato in misura non superiore al 40% nelle spese di impianto
 (1), di una serie di cabine fisse per il trattamento con l’anidride solforosa,
 dislocate ad Agropoli, Castellabate, Cosenza, Francavilla Fontana,
Acri, Ostuni, Spezzano e San Lucido; tale piano, nel marzo del 1939, comportava
 una spesa di L. 220 mila. Nel 1940 entrarono in funzione le due
prime cabine: una ad Agropoli (12 mila quintali) ed un’altra a Castellabate
(4 mila quintali). Quando però il prodotto disinfestato fu sottoposto all’esame
 della Direzione Generale della Sanità Pubblica, questa trovò che
nei fichi trattati permaneva un quantitativo di anidride solforosa superiore
a quello consentito dalla Legge (200 milligrammi per kg.) e quindi dispose
che la pratica della disinfestazione collettiva venisse temporaneamente
sospesa e ulteriormente studiata. Nel 1941 e poi ancora nel 1943 gli Istituti
sperimentali furono ufficialmente incaricati di approfondire il problema
che era rimasto insoluto (2); altri composti chimici furono riconosciuti corrispondenti
 alle esigenze della commestibilità e ai requisiti di non tossicità,
di economicità e di maneggiabilità da parte dell’uomo, senza che questi incorra
 in gravi pericoli come sono ad esempio quelli causabili dal solfuro di
carbonio. |
Il quesito si può ritenere esaurito dal punto di vista tecnico, anche in
analogia a quanto viene ormai praticato in altri paesi produttori di fichi
essiccati tra cui gli Stati Uniti. Sta di fatto però che nella realtà la preparazione
 dei nostri fichi lascia ancora molto a desiderare, nè il problema
appare di facile soluzione pratica stante l’attuale organizzazione della produzione.

Se da un lato infatti premono con carattere d’urgenza le preoccupazioni
di incrementare la nostra esportazione (3), caduta in questi ultimi anni a
poche decine di. migliaia di quintali, dall’altro è facile riscontrare nelle
tipiche zone di produzione difficoltà strutturali, che si oppongono ad una
rapida messa in opera delle norme tecniche per il miglioramento del
prodotto.

(1) R.D. 13 maggio 1940, n. 757 contenente le norme per la esecuzione del R.D.L.
ò settembre 1938, n. 1622 convertito in legge 5 gennaio 1939, n. 156, recante provvedimenti
 per l’intensificazione della difesa antiparassitaria delle piante da frutto.
(2) E' difficile prevedere una soluzione raggiungibile con l’impiego dell’anidride
solforosa poichè l’eccesso riscontrato nei fichi difficilmente può essere eliminato, anche
con i più prolungati periodi di aereazione, in quanto essa dà luogo, attraverso la combinazione
 del gruppo aldeidico del glucosio con il gruppo solforoso, ad un composto stabile.
(3) L’Istituto Nazionale per il Commercio Estero ha predisposto uno schema
di « Norme speciali tecniche per l’esportazione dei fichi secchi » da rendere obbligatorie
per gli esportatori.
        <pb n="135" />
        {£ - UN PARTICOLARE ASPETTO DELLA PRODUZIONE ORTOFRUTTICOLA MERIDIONALE, ECC. 145

In particolare:

a) una grande frammentazione della proprietà cui si collega quindi
una congerie di numerose piccole partite di fichi preparate con materiale
e con criteri i più disparati;
b) la mancanza di una sia pur rudimentale attrezzatura aziendale per
la essiccazione;
c) la scarsissima organizzazione industriale delle ditte che commerciano
 il prodotto.
La cabina di disinfestazione impiantata al centro delle singole zone
produttrici non avrebbe, stante il frazionamento terriero, grandi probabilità
di successo a meno che non fosse sancita per legge l’obbligatorietà (1) del
conferimento dei fichi: lo stato di fatto consente infatti di dire che i piccoli
agricoltori non sarebbero mai invogliati a portare le proprie partite di fichi
secchi al centro di disinfestazione quando questo distasse dalla loro azienda
oltre un certo numero di chilometri, che il più delle volte devono essere
percorsi su strade disagevoli e con mezzi animali molto lenti. Inoltre, poichè
le singole partite differiscono tra di loro e i singoli produttori, ritenendo, a
torto o a ragione, la propria migliore delle altre, ne richiedono la restituzione
separata, non si vede come, all’infuori del già accennato criterio di obbligatorietà,
 l’impianto collettivo potrebbe funzionare.
Ma a parte le considerazioni fatte, c’è da tener conto anche degli elementi
 relativi alla biologia dei parassiti infestanti per cui la difesa del
prodotto deve esser fatta, per essere efficace, fin dai primissimi inizi del
processo di essiccamento sulla stessa aia aziendale, mediante difese meccaniche
 (garze) che impediscano agli insetti di venire a contatto dei fichi.
Di fronte a questa esigenza, due appaiono essenzialmente le strade da percorrersi:
 l’una basata sull’assidua e tenace opera di propaganda e di assistenza,
 che gli organi tecnici dell’agricoltura dovrebbero essere messi in
grado di fare presso i fichicultori, acciocchè migliorino le proprie piantagioni
 ed eseguano sistematicamente quelle pratiche più semplici, che consentono
 di salvaguardare il prodotto fino al momento della vendita agli
esportatori. Benchè questa strada di progressiva educazione del produttore
sia la più auspicabile per i suoi aspetti moralizzatori che agiscono alla base
della produzione, c’è da ritenere che i risultati così raggiungibili debbano
essere attesi entro un lungo periodo di tempo.
Altra via più aderente agli urgenti bisogni della esportazione potrebbe
essere seguita qualora si affermasse anche in questo campo l’impresa
cooperativa degli agricoltori (2) per la manipolazione dei prodotti oppure la
figura dell’industriale conserviero.

(1) In tale senso sono stati formulati i voti conclusivi di una riunione tenutasi
presso PI.C.E. il 6 dicembre 1948.
(2) A questo scopo potrebbero essere opportunamente adattate le norme del
decreto citato e quindi stanziati i fondi necessari.
        <pb n="136" />
        146

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

Lo stabilimento, cui si verrebbe così a dare vita, dotato delle necessarie
autoclavi per l’impiego dei gas tossici (miscele varie di solfuro, di tetracloruro
 di carbonio, di ossido di etilene e di anidride carbonica, ecc.) oltre che
di tutta la necessaria attrezzatura per la cernita, la selezione, l’imbianchimento,
 la confezione degli imballaggi, potrebbe anche rifornirsi dell’apparecchiatura
 per la essiccazione artificiale del prodotto fresco. Per quanto
il sostituire ad una energia calorifica naturale un’altra energia, comportante
 una spesa, possa apparire antieconomico, c’è da rilevare che la disidratazione
 renderebbe l’operazione completamente indipendente dall’andamento
 stagionale e regolabile nel modo più perfetto, oltrechè immune dagli
attacchi dei parassiti, e in definitiva, per i minori scarti di prodotto e la
migliore preparazione di esso, anche conveniente (1).
Volendo invece continuare ad essiccare i fichi per mezzo della energia
solare viene fatto di pensare che una moderna impresa industriale dovrebbe
attrezzarsi con una serie di piccoli impianti mobili di disinfestazione, da
mobilitare nella propria area di rifornimento della materia prima, in modo
da intervenire tempestivamente per la difesa dei prodotti, che, nello stabilimento
 centrale, verrebbero successivamente manipolati e preparati per il
commercio.
Le statistiche, che mettono in evidenza le possibilità di collocamento
offerte ai prodotti migliori degli altri Paesi, consentono di formulare buone
prospettive di successo per questa industria caratteristica del Mezzogiorno,
sempre alla condizione che essa si organizzi con moderni criteri.

(1) Allo scopo di impiegare meglio l’impianto e ridurre l'incidenza delle spese
generali, l’impresa industriale potrebbe anche mettersi in grado di disidratare, oltre
che i fichi, una serie di altri frutti maturanti in periodi diversi.
        <pb n="137" />
        x]

SITUAZIONE E PROSPETTIVE DELLA INDUSTRIA AGRUMARIA (*)

L’agrumicoltura si è tradizionalmente basata su tre fondamentali
mercati: quello di consumo interno; quello di consumo estero e quello industriale.
 I rapporti di reciproca compensazione che legano i tre mercati hanno
un’influenza diversa a seconda della specie agrumaria: più complessa nel
caso dei limoni, meno per le arance e i mandarini e nulla per i bergamotti,
il cui mercato è unicamente di natura industriale. In ogni mercato, singolarmente
 considerato, agiscono fattori di complementarità tra le partite di
frutta che maturano in stagioni diverse e tra i singoli prodotti che l’industria
 produce.
E’ pertanto unanimemente condivisa l’opinione che il problema agrumario
 debba essere riguardato nel suo triplice aspetto agricolo, commerciale
e industriale e che le singole soluzioni debbano esser prese tenendo presenti
i rapporti di interdipendenza che legano un settore all’altro.
La funzione cui adempie l’industria nel campo agrumicolo può essere
considerata sotto l’aspetto di modulo regolatore delle differenti entità di
afflusso dei prodotti nelle singole stagioni, di capacità assorbente del prodotto
 rimasto invenduto e di elemento propulsivo verso l’estendimento delle
colture la cui produzione, non facilmente collocabile allo stato fresco,
lo può essere invece allo stato conservato. E’ interessante notare in proposito
 come l’incremento del consumo delle arance negli Stati Uniti, che era
passato dai kg. 8,5 per individuo del 1924 a kg. 15,2 nel 1935 e che attualmente
 è triplicato, sia determinato non tanto dall’ampliarsi delle vendite
sui mercati delle frutta fresche quanto dal crescente assorbimento che ne
fanno le fabbriche di succhi inscatolati.
I principali prodotti dell’industria agrumaria sono: le essenze, i succhi,
 i salmoiati, il citrato di calcio, l’acido citrico, la pectina. L’importanza
 che ciascuno di essi riveste rispetto al complesso si può desumere dai
valori monetari che ciascun prodotto ha mediamente segnato all’esportazione
 nel triennio prebellico, e che sono rappresentati (1) dal 67% relativo

(*) Da: « Informazioni Svimez », n. 24 del 16 giugno 1948.
(1) I dati assoluti relativi alla esportazione per il triennio prebellico sono: essenze
dg.li 4.472 per L. 43.741.000; succhi q.li 48.622 per L. 4.606.660; salmoiati q.li 89.003 per
L. 9.936.000; acido citrico q.li 18.932 per L. 14.027.000. Per i dati più recenti della esportazione
 vedasi il cap. successivo.
        <pb n="138" />
        148

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

alle essenze, dal 19% relativo ai salmoiati, dall’8% relativo ai succhi, dal 6%
relativo all’acido citrico e agli altri derivati (1).
I rapporti indicati assumono maggior rilievo quando si consideri che il
consumo interno dei prodotti industriali sì aggira attorno al 5-10% della
produzione di essenze, al 20-30% di quella di acido citrico, al 5% di quella
di succhi bevibili, al 10% di quella dei salmoiati. Dal che si desume che l’andamento
 dell’industria agrumaria è intimamente subordinato all’andamento
del mercato internazionale e alla concorrenza degli altri paesi produttori.
Interessa quindi esaminare la consistenza e gli aspetti diversi del nostro
complesso industriale e artigiano, quali risultano dal Censimento del 1937,
in relazione alle possibilità che le singole industrie hanno di fronteggiare
la concorrenza straniera e di cimentarsi in ulteriori sviluppi.
Il cardine per l’industria è rappresentato dal limone: si arrivò a lavorarne
 nel periodo 1920-21 fino a un massimo di 3.500.000 q.li ma la media
del 1933-35 era scesa a 1.250.000 q.li e nel triennio prebellico a 600.000.g.li.
In.questo stesso periodo il secondo posto è tenuto dal bergamotto con
350.000 q.li; seguono l’arancia dolce e amara con 100.000 q.li, il cedro con
30.000 q.li, il mandarino con 20.000 q.li.
Rispetto alla produzione complessiva tali quantitativi rappresentano
rispettivamente il 9%; il 100%; il 4%; il 14%; il 4%.
A seconda del tipo di agrume che viene lavorato, diversa è la natura
dell’azienda: tipicamente agricola quella che produce l’essenza e l’agro di
bergamotto e cede quest’ultimo alle fabbriche di citrato di calcio; artigiana
quella che distilla i frutticini della cascola estiva, il fogliame della potatura.
i mandarini, le arance e confeziona i frutti e le scorze in salamoia; industriale,
 quella che lavora il limone. Tuttavia anche quest’ultima impresa
soltanto in due o tre casi, assume dimensioni della vera e propria grande
industria, con attrezzatura complessa per tutte le lavorazioni sopraindicate.
Su 18.000 q.li circa di citrato prodotto nel 1937 il 40% fu ottenuto in due
grandi fabbriche e la restante parte fu invece ripartita tra 120 piccoli impianti
 con una produzione media quindi di q.li 94 nell’anno.
In complesso, in tutto il settore agrumario furono censiti 894 esercizi
di cui 855 attivi così distinti: 451 con 1 solo addetto; 352 con 2-5 addetti;
38 con 6-10 addetti; 9 con 11-25 addetti; 2 con 26-50 addetti; 3 con oltre
50 addetti; in totale gli addetti a questa industria erano 2.441. In 2 soli stabilimenti
 erano installati motori primari da oltre 100 HP; in altri 15 vi
erano motori da 5-20 HP e negli altri nessun motore primario. I motori elettrici
 erano invece 617 con un potenziale complessivo di 2.511 HP dei quali
470 erano forniti da 6 motori da 50-100 HP; 712 da 37 motori da 10-50 HP
e i restanti cavalli da motori fino a 10 HP.

(1) Il dato relativo all’acido citrico considera solo quello ottenuto dal citrato di
calcio naturale: se si tenesse invece conto dei valori netti dell’esportazione, comprendendovi
 anche la quota di acido citrico ottenuto da citrato biologico di importazione,
i rapporti sopra riferiti diventerebbero per le essenze 56,4 %, per i salmoiati 19,7 %,
per i succhi 5,9 % per l’acido citrico 18 %.
        <pb n="139" />
        XI - SITUAZIONE E PROSPETTIVE DELLA INDUSTRIA AGRUMARIA

149

La struttura raggiunta da questa attività trasformatrice di prodotti tipicamente
 meridionali è il frutto di una esperienza di numerosi decenni, per
cui non riesce facile indicare le vie di ulteriori trasformazioni. Quando però
si considerino le crisi ricorrenti, cui essa va soggetta, sorge spontanea la
domanda se un ulteriore progresso non possa esser fatto. Se è vero che le
nostre essenze godono il privilegio della ottima qualità non è men vero che
esse vengono prodotte a costi molto elevati dato il forte impiego di mano
d’opera ancora necessario nella lavorazione; tuttavia se i tentativi fatti di
meccanizzare l’estrazione non hanno fin’ora raggiunto risultati pienamente
soddisfacenti, dato il peggioramento della qualità, non v’è chi non possa
presentire che la tecnica potrà raggiungere ulteriori gradi di perfezionamento
 per consentire la piena valorizzazione delle naturali intrinseche
qualità degli olii essenziali. I fattori che impegnano al ritrovamento di una
soluzione più perfetta degli attuali sistemi sono quello della riduzione dei
costi e quello di supplire alla deficienza di mano d’opera specializzata, che
si aggrava sempre di più con l’andare del tempo.
Anche se le richieste di essenze in questo dopo guerra da parte dell’estero,
 che aveva esaurito le proprie scorte, hanno alimentato eccessive
speranze, le prospettive che si aprono per questa industria si mantengono
tuttavia favorevoli e consentono di prevedere il mantenimento di una quota
di esportazione attorno ai 5.000 q.li.
Prospettive non favorevoli gravano invece sulla industria dell’acido
citrico la cui produzione con il procedimento biologico continua ad aumentare,
 specialmente negli Stati Uniti ove se ne producono ora circa 118.000
quintali all’anno.
In questo settore non vi sono perciò possibilità di sviluppo e gli attuali
stabilimenti che producono acido citrico dovranno fare il massimo sforzo
per mettersi in grado di offrire al mercato interno il prodotto a prezzi non
troppo discosti da quelli internazionali.
E perchè si possa mantenere un equilibrio abbastanza costante, occorre
che anche i nostri produttori di citrato, in vista altresì della ricostituzione
dei limoneti, riorganizzino la loro attrezzatura e perfezionino la loro tecnica,
il cui stato di arretratezza costa attualmente una perdita media del 13%
circa (1) dell’acido citrico contenuto nel limone e comporta un grado di
impurezza che incide sfavorevolmente sull’ulteriore processo di produzione
dell’acido.
Uno degli strumenti che, abbinandosi a quello dell’organizzazione cooperativa
 dei produttori, ha consentito all’industria agrumaria americana
di svilupparsi grandiosamente, consiste nell’accurata utilizzazione di tutti i
sottoprodotti, il cui ricavato ha permesso di abbassare i prezzi dei prodotti
principali. Ma per poter agire economicamente in questo campo occorre che
le dimensioni dell’esercizio non siano al di sotto di un certo limite. Così ad
esempio succede che nella zona del bergamotto, dove affluiscono all’indu-(1)

 La tecnica ha dimostrato possibile il recupero della frazione di acido citrico
che va ora perduta nei residui di torchiatura.
        <pb n="140" />
        150

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA
so——_— o

stria partite di agro abbastanza considerevoli, gli stabilimenti sono in grado
di alimentare una colonna di distillazione per il recupero dell’alcool; mentre
nei centri di produzione del limone, ad eccezione di poche grandi ditte,
l’eccessivo frazionamento dell’industria del citrato di calcio non consente
di dar vita alla distilleria.
Un sottoprodotto, cui si apre un buon avvenire e nella produzione del
quale la nostra industria si è già cimentata con risultati veramente lusinghieri,
 è la pectina che si confeziona allo stato liquido e allo stato polverulento.
 La produzione di quest’ultimo tipo comporta notevoli costi di fabbricazione:
 però esso è il più conveniente sotto il punto di vista dei trasporti e
anche dell’impiego, perchè ne permette una più rigorosa dosatura. Le industrie
 che vi sono interessate sono la conserviera, la dolciaria, la casearia, la
farmaceutica, la profumeria, la saponiera, la tessile e prove di laboratorio
fanno prevedere per la pectina ulteriori sbocchi di impiego.
Va tenuto anche conto delle scorze di limone e di arancia che, in salamoia
 o essiccate, vengono ricercate dall’industria conserviera e liguoristica,
 specialmente straniera; uno sviluppo dell’industria conserviera e dolciaria
 nel Mezzogiorno potrebbe valorizzare. maggiormente, insieme ai
cedri della Calabria, tali materie prime.
Un campo cui si aprono larghe prospettive, nella scia di quello che già
avviene in altri paesi agrumicoli, è quello della produzione dei succhi
bevibili. E’ questo il ramo della industria conserviera che ha avuto nell’ultimo
 decennio il maggior sviluppo in America, ove si producono specialmente
 succhi di arancia e di pompelmo in scatola, mentre da noi la produzione
 si è orientata fin'ora specialmente verso la produzione di succo
di limone, di cui l’Inghilterra è la principale consumatrice. Una attrezzatura
 della più alta perfezione, che consenta di eliminare, nella conservazione
 dei succhi, i reagenti chimici, che alterano sempre in una certa
misura il prodotto, e un rigoroso controllo esercitato sulle ditte fabbricanti
 per ottenere da esse garanzia di alta qualità potrebbero consentirci
(raddoppiando la nostra produzione che si è aggirata fin’ora sui 50-80.000
quintali) di aderire alle richieste dei paesi del Nord Europa, ove il consumo
dei succhi vitaminizzati è in fase nettamente ascensionale. Per quanto il
costo dell’inscatolamento, degli imballaggi, dei trasporti e, soprattutto,
della distribuzione refrigerata rappresenti per noi un elemento ritardatore
per lo sviluppo di questa industria, è da credere che ogni sforzo verrà fatto
per risolvere il problema, in vista dei programmati estendimenti degli
aranceti.
        <pb n="141" />
        TI

LE VICENDE DELL’INDUSTRIA AGRUMARIA
NEL QUINQUENNIO 1948-1952 (*)

1. - Sebbene la coltivazione degli agrumi sia praticata in varie regioni
dell’Italia centrale, meridionale ed insulare, l’industria di trasformazione
è localizzata in alcune provincie della Sicilia ed in quella di Reggio
Calabria (1). |
L’industria agrumaria è alimentata in massima parte dai frutti: dalla
scorza si ottengono le essenze; dalla torchiatura si hanno succhi bevibili e
succhi industriali; le scorze sono anche conservate in salamoia o essiccate
per l’industria dolciaria e liquoristica, oppure vengono utilizzate, insieme
ai residui di polpa torchiata, per mangime o per estrarne la pectina. Altre
essenze sì distillano dai fiori, dalle foglie, dai cascami di lavorazione.
Sì può calcolare che nel 1948 siano stati assorbiti approssimativamente
 dall’industria i seguenti quantitativi di frutti: 700.000 quintali di
limoni, 300.000 di bergamotti, 100.000 di arance, 30.000 di mandarini,
12.000 di cedri. Sono stati anche distillati circa 2.000 quintali di fiori di
arancio amaro e q.li 4.000 di foglie delle varie specie agrumarie.
L’organizzazione dell’industria è fatta in modo da avere nella stessa imoresa
 due o più derivati.

(*) Da: Inga, Annuario dell’agricoltura italiana, Voll, II-IM-IV-V-VI, Roma
1949 - 1953.
(1) Secondo i dati più aggiornati (Cfr. Bollettino mensile di Statistica n. 6, 1952)
in Italia vi sono complessivamente ha 69.659 di agrumeti in coltura specializzata ed
ha 101.440 di agrumeti in coltura promiscua. La Calabria detiene di tali superfici rispettivamente
 il 20,6 %. (ha 14.345) e il 17,3 % (ha 17.539); la Sicilia il 68.8 % (ha 47.921) e
il 18,5 % (ha 18.750).
Agli effetti della produzione e, in particolare, dei rifornimenti industriali, il contriputo
 della coltura promiscua è quasi trascurabile.
Su una superficie complessiva investita ad arancio di ha 36.611 in coltura specializzata,
 la provincia di Reggio Calabria ne detiene ha 8.074; quella di Catania 7.010; quella
di Siracusa ha 6.425. Su ha 24.104 di limoneto specializzato, la provincia di Messina ne
detiene ha 8.394; quella di Palermo 6.308; quella di Catania 5.968. In tali provincie si
concentra l’industria dei derivati agrumari.
Le coltivazioni più importanti di mandarino si hanno in provincia di Palermo, che
detiene ha 2.945 e in provincia di Catania, che detiene ha 1.386; in Italia il mandarineto
specializzato riveste una superficie di ha 5.306. Il bergamotto è pressocchè esclusivamente
 coltivato in provincia di Reggio C. con ha 3.305. Il cedro, che occupa complessivamente
 ha 309, è coltivato per ha 175 in provincia di Cosenza e per ha 125 in provincia
 di Palermo.
        <pb n="142" />
        152

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

Per il bergamotto l’estrazione dell’essenza è congiunta, nella stessa
azienda dell’agricoltore, alla torchiatura del frutto. Il residuo della torchiatura,
 detto pastazzo. serve generalmente come mangime per il bestiame
dell’azienda, mentre il succo viene passato alle fabbriche di citrato di calcio
le quali recuperano anche alcool dalla fermentazione nonchè essenza rimasta
 nel succo.
Per il limone, l’industriale si sostituisce all’agricoltore in tutte le fasi
ed associa all’estrazione dell’essenza anche quella del succo a mezzo della
torchiatura, la fabbricazione del citrato di calcio ed eventualmente la produzione
 di succhi bevibili e di scorze in salamoia o secche.
T derivati dell’arancia dolce e del mandarino sono ottenuti da imprenditori
 che acquistano i frutti delle zone troppo esposte alle avversità invernali
 o quelli che eccedono la capacità di assorbimento del consumo diretto:
il mandarino fornisce soltanto essenza, l’arancia è trattata in alcune aziende
per produrre, oltre l’essenza, anche il succo ed eventualmente scorze salmoiate
 o secche per l’industria dolciaria.
Nelle zone di coltivazione del cedro i frutti sono conservati in salamoia
per i successivi trattamenti di canditura.
Fiori, foglie e cascami sono avviati alle distillerie esistenti nei centri
delle colture.
Organizzazione industriale, difficoltà valutarie e concorrenza di altri
paesi produttori sono le cause che hanno determinato i mutamenti talvolta
rilevanti dell’ultimo decennio. |
iresportazione dell’essenza di arancia, che nel 1930 aveva raggiunto i
160.000 chilogrammi è in continuo declino. L’entrata sul mercato mondiale
di essenze di altri paesi, soprattutto dell’Africa occidentale francese, a
più basso prezzo, ha creato serie difficoltà al prodotto italiano; il forte frazionamento
 della nostra industria. condotta il più delle volte con sistemi
manuali antieconomici e non sempre associata alla produzione di altri derivati,
 e la mancata riapertura di alcuni mercati di consumo rendono ancora
meno favorevoli le prospettive.
Analogamente la diminuita esportazione del bergamotto non è determinata
 da una minore entità della produzione, essendo ormai superata la fase
di contrazione causata dalla guerra, ma dalle difficoltà valutarie che impediscono
 ad alcuni Paesi, in particolar modo Francia e Germania, di rifornirsi
nella misura corrispondente al proprio fabbisogno.
L’esportazione delle essenze di limone e di mandarino si mantiene in
cifre poco diverse dall’anteguerra; l’esportazione dei succhi di limone è
aumentata mentre quella delle scorze si è ridotta del 10%.
Più forte delle altre è invece la flessione dei derivati citrici, insidiati
dalla crescente concorrenza dell’acido citrico proveniente dalla trasformazione
 biologica degli idrati di carbonio, realizzata su larga scala negli
Stati Uniti, nel Belgio e in Cecoslovacchia.
Le prospettive del commercio dei derivati agrumari, come può dedursi
dalle precedenti considerazioni, sono in buona parte dipendenti da una
        <pb n="143" />
        XII - LE VICENDE DELL'INDUSTRIA AGRUMARIA NEL QUINQUENNIO 1948-1952 153

migliore organizzazione dell’industria, la cui necessaria funzione equilibratrice
 risulta evidente, se si ha presente l’andamento depresso dell’esportazione
 delle frutta per il consumo diretto; a ciò si aggiunga che la produzione
mondiale degli agrumi è in continuo aumento.
Alla più razionale organizzazione industriale potranno concorrere i
progressi realizzati nella tecnica di lavorazione, sempre che non manchino
adeguate forme associative, che compensino gli effetti negativi del frazionamento
 delle colture e consentano di alimentare gli impianti con quantità
 tali di materie prime da giustificare le spese delle installazioni.
Nel 1948 è stata messa a punto la tecnica di estrazione dell’essenza di
bergamotto: alle macchine pelatrici di nuovo tipo erano state mosse in
passato molte obiezioni per quello che riguarda la qualità dell’essenza e il
rendimento per quintale di frutto lavorato. Numerose prove analitiche e
olfattive, condotte presso la Stazione sperimentale delle essenze di Reggio
Calabria hanno però stabilito con certezza che le essenze prodotte con la
pelatrice adottata sono tra le migliori ottenute. E’ stato anche possibile
individuare tutte le cause, che contribuivano ad abbassare la resa, e di
conseguenza eliminarle. Un impianto con pelatrice realizzato con i nuovi
criteri ha dato, nell’ultima campagna, risultati nettamente superiori a quelli
degli altri impianti esistenti nei dintorni e attrezzati con macchine di vecchio
 tipo. È’ da augurare pertanto che, con la messa a punto della nuova
lavorazione, si possa addivenire ad un completo rinnovamento di tutta
l’attrezzatura industriale; rinnovamento che l’esistente Consorzio del Bergamotto
 di Reggio Calabria potrebbe attuare nei centri più importanti di
produzione. In tal modo si potrebbe abbassare il costo di produzione dei
tre derivati del succo di questo agrume e cioè: l’essenza, l’alcool ed il
citrato di. calcio, prodotto questo che oggi deve affrontare la più aspra
concorrenza.
Nell’industria del limone sono state gradualmente meccanizzate tutte
le operazioni che prima erano affidate al lavoro manuale. Taglio e spremitura
 del frutto possono essere eseguiti da un’unica macchina a grande
capacità di esaurimento, ed anche l’estrazione dell’essenza può compiersi
con una macchina sfumatrice di potenzialità corrispondente. In tal modo il
trattamento di 100 quintali di frutti può essere assolto con 10 operai, laddove
 lo stesso lavoro eseguito a mano ne richiede poco meno di 80.
L’unione degli sforzi potrebbe valorizzare altri derivati, tra cui la
pectina già prodotta da qualche fabbrica, applicando i più recenti ritrovati
 nel campo della conservazione e della concentrazione dei succhi, le cui
favorevoli prospettive si rivelano dall’incremento, verificatosi in altri Paesi
produttori, dell’esportazione dei succhi naturali e dei succhi concentrati.

2. - I quantitativi di frutta passati all’industria nel 1949 possono ritenersi
inferiori di circa il 15% a quelli dell’anno precedente. Il valore dei derivati
agrumari si può calcolare in 3.200 milioni di lire, di cui il 63% è dato dalle
essenze, il 13% dalle scorze salmoiate, il 12% dai succhi bevibili, il 9% dall’acido
 citrico e il 3% dalla pectina e dall’alcool. La produzione realizzata
        <pb n="144" />
        154

: INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

comprende kg. 360.000 di essenza di limone, kg. 190.000 di essenza di bergamotto,
 kg. 35.000 di essenza di arancia, kg. 15.000 di essenza di mandarino,
kg. 30.000 di essenze varie di petit-grains, di neroli e di essenze secondarie
di bergamotto. Di succhi bevibili ne sono stati prodotti circa q.li 185.000 di
limone e q.li 45.000 di arancia; le scorze salmoîate hanno oscillato sui 100.000
quintali e anche la produzione di pectina può ritenersi in aumento, benchè
della relativa produzione non sia dato di fare una stima quantitativa.
L’estrazione di succhi per l’industria citrica è invece ulteriormente
discesa da 290.000 quintali del 1948 a quintali 220.000 e, in conseguenza, la
produzione di acido citrico (1) è passata da quintali 13.000 a quintali 8.500,
per cui i due impianti italiani hanno dovuto lavorare al 15-20% della loro
potenzialità.
La situazione in cui è venuta a trovarsi questa industria negli ultimi
tempi merita un cenno particolare.
Fino a qualche anno fa non vi era da temere che il citrato di calcio
estratto dagli agrumi fosse insufficiente al fabbisogno interno di acido
citrico. Questa situazione si è invece venuta recentemente a creare perchè
la produzione nazionale di citrato naturale ricavato dal limone è caduta
a quote molto basse.
I motivi della forte diminuzione di produzione di citrato di calcio
(5-7.000 tonn. annue vent’anni fa, 2-3.000 tonn. dieci anni fa, qualche centinaio
 di tonnellate, in questi ultimi anni) sono da ricercarsi nella decadenza dei
limoneti a causa del malsecco; nel maggiore assorbimento dei limoni, come
frutto commestibile; nel progressivo affermarsi del succo di limone per la
produzione di bevande.
Il consumo di acido citrico in Italia si calcola tra le 650 e le 800 tonn.
e, pertanto, le fabbriche siciliane (Palermo e Messina), per soddisfare-a tale
fabbisogno, devono ricorrere al citrato biologico di importazione. .
La necessità di importare materia prima straniera, per provvedere
alle stesse esigenze interne, ha creato nell’industria una seria preoccupazione,
 dopo che, in sede di esame della nuova tariffa doganale, sono state
avanzate proposte per modificare gli attuali rapporti tra il dazio sul prodotto
 finito (acido) e quello sulla materia prima (citrato). Lo spostamento
del gravame a tutto favore dell’acido creerebbe infatti la convenienza a
rifornirsi direttamente del prodotto finito anzichè del citrato, per cui le
fabbriche siciliane sarebbero costrette a smobilitare con grave danno anche
per quelle imprese che producono citrato naturale (2).
Non va infatti dimenticato che il citrato di calcio dal limone si produce
oggi in prevalenza con succo di seconda pressione, dopo che l’agrume è stato

(1) L’acido citrico è prodotto in due sole ditte che si ripartiscono tutto il citrato
di calcio ottenuto in Calzbria ed in Sicilia; la pectina invece si produce in cinque
fabbriche.
(2) La fabbricazione del citrato di calcio è stata realizzata nel 1949, in Sicilia,
da 120 aziende che hanno complessivamente lavorato 120.000 q.li di succo e, in Calabria,
da 4 aziende che hanno però in complesso lavorato 100.000 q.li di succo estratto dal
bergamotto.
        <pb n="145" />
        XII - LE VICENDE DELL'INDUSTRIA AGRUMARIA NEL QUINQUENNIO 1948-1952 155

già sfruttato per il succo bevibile; questo sale è diventato quindi un sottoprodotto
 di recupero, mentre ancora pochi anni fa costituiva uno dei derivati
 principali dell’industria trasformatrice.
L’alto dazio, proposto per il citrato, farebbe a sua volta aumentare
eccessivamente il prezzo dell’acido citrico, che da esso si volesse comunque
 ricavare, e renderebbe insostenibile la concorrenza dell’acido tartarico,
 il quale gli verrebbe sostituito in buona parte degli impieghi.
Per quanto si riferisce all’industria di estrazione della essenza di bergamotto,
 va rilevata una attività ridotta rispetto a quella dell’annata precedente,
 a causa della minore produzione di frutto.
Alcune gelate verificatesi nel Reggino nel mese di marzo, quando
la fioritura era già iniziata, ne hanno ritardato lo sviluppo, cosicchè i
fiori successivamente sbocciati sono stati colpiti dai calori estivi con serio
pregiudizio dell’allegagione. Nell’essenza estratta si rileva inoltre un basso
contenuto in eteri, con partite, provenienti da zone, che di norma segnavano
il 37-38% di acetato di linalile e che invece quest’anno segnano appena il
30%, e con partite di zone che invece del solito 42-45%, hanno dato appena
il 35-37 per cento.
Nell’organizzazione delle lavorazioni permangono nel 1949 i segni
di una tendenza crescente verso i sistemi meccanici, sia nel campo dell’estrazione
 di essenze, sia in quello dell’estrazione dei succhi.
Le macchine sfumatrici si sostituiscono alla estrazione manuale delle
essenze dell’epicarpo del limone, dell’arancia e del mandarino. -
Le macchine pelatrici per la lavorazione di frutti interi sono applicate,
con vantaggio sempre più apprezzato della resa e dell’economia, nell’industria
 del bergamotto.
L’estrazione dei succhi bevibili è fatta generalmente operando a mano
il taglio del frutto ed eseguendo la spremitura contro frese rotanti; recentemente
 queste due fasi sono state meccanizzate con l’applicazione delle
taglia-birillatrici, il cui impiego si è diffuso in numerose aziende. Anche
nella produzione dei succhi per la industria citrica si registra ogni anno una
maggiore diffusione delle presse continue, in luogo degli antieconomici
torchi a vite.
La conservazione dei succhi ha fatto progressi in seguito alla installazione
 di numerosi impianti di pastorizzazione rapida; mentre la concentrazione
 si va orientando verso gli apparecchi a vuoto spinto, che permettono
di eseguire l’evaporazione a basse temperature.
L’impiego di mezzi tecnici moderni spinge, a sua volta, ad un concentramento
 del lavoro, per quanto non tutti i settori di questa industria siano
sollecitati nello stesso grado a razionalizzare i loro sistemi.
Nella zona del bergamotto, dove lo stesso agricoltore provvede all’estrazione
 dell’essenza — per cui la produzione è distribuita tra un migliaio di
aziende — il movimento è, per forza di cose, più lento. L’idea di impiegare
pelatrici ha tuttavia compiuto buona strada rispetto al 1948, tanto che si
progettano per il prossimo futuro già quattro impianti dotati di tale mo-
        <pb n="146" />
        156 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

derno macchinario. Buone speranze si nutrono anche di realizzare un impianto
 cooperativo in cui oltre all’essenza verrebbero ricavati con gestione
collettiva gli altri sottoprodotti, alcool e citrato. Tendenze di organizzazioni
analoghe, per quanto auspicabili, non è dato invece registrare nel campo
dell’estrazione di essenza dall’arancia e dal mandarino, che vengono tuttora
lavorati in piccole aziende.
Per il limone, se si riuscirà ad ovviare le interferenze negative di cui si
è detto, è dato prevedere, per il prossimo futuro, un notevole slancio di
rinnovamento specie dei grandi complessi che producono l’intera serie dei
derivati, tra cui avranno sempre più notevole peso le pectine e i succhi.
Il movimento di esportazione ha superato globalmente quello del precedente
 anno ed è ravvivato da una più intensa attività del mercato tedesco
che ha decuplicato i suoi acquisti.
Nel settore delle essenze i principali Paesi importatori sono: la Francia,
la Germania, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti che hanno assorbito il
78,2% della totale esportazione in confronto del 79,9% dell’anno precedente.
Sono però mutati i rapporti: nel 1949 gli acquisti della Germania sono passati
 da 1,8% a 16,7%, la Francia è salita da 11,44% a 19,15%, gli Stati Uniti
sono discesi da 37,75% a 32,47% e la Gran Bretagna da 29% a 9,86%.
Per i succhi bevibili il principale mercato di sbocco è la Gran Bretagna
che nel 1948 ne ha consumato il 93,2% e nel 1949 il 69,5%; in questo ultimo
anno la Germania è riapparsa per la prima volta dopo la fine della guerra ed
ha assorbito il 10,6%.
Il consumo più forte di scorze salmoiate è fatto dalla Gran Bretagna che
he ha acquistato il 78,79%; i cedri sono diretti in Germania e nel’ Nord
Europa.
L’acido citrico è stato esportato. in Francia, in Germania, nella
America del Sud; la pectina è consumata dalla Svezia e dalla Cecoslovacchia.

I prezzi unitari all’esportazione segnano un aumento per l’essenza di
bergamotto ed una diminuzione per le rimanenti; qualche miglioramento si
osserva per i prezzi degli altri derivati ad eccezione del succo di arancia.
Alla fine del 1949 le giacenze di essenze erano pressochè esaurite; quelle
di succhi e scorze si limitavano a piccoli quantitativi, soprattutto di succo
di arancia, presso le aziende del palermitano.
Per il futuro, l’industria deve cercare i principali fattori della sua economia
 nelle essenze, nei succhi, nella pectina, sviluppando forme associative
che assicurino sufficienti disponibilità di materia prima e permettano di
sopportare gli oneri di impianti moderni e di realizzare le maggiori economie
 nei costi di trasformazione. Le conquiste della tecnica dovranno essere
diffuse specialmeinte nell’industria dei succhi, che potrà assumere proporzioni
 più vaste delle attuali in conseguenza del continuo sviluppo delle piantagioni
 di aranci, la cui area economica di coltura si sta notevolmente espandendo
 con l’espandersi della trasformazione irrigua nelle regioni meridionali.
        <pb n="147" />
        XII - LE VICENDE DELL'INDUSTRIA AGRUMARIA NEL QUINQUENNIO 1948-1952 157

3. - Il pericolo profilatosi nell’anno 1949, in sede di esame della nuova
tariffa doganale, per cui sarebbe stata accordata una protezione al citrato
di calcio sproporzionata rispetto a quella dell’acido citrico (1), si è risolto
nel modo auspicato dai produttori di acido ed anche nell’interesse dei produttori
 del citrato in quanto che una facile importazione del prodotto finito
non avrebbe più resa possibile neppure la già ridotta attività dei due impianti
 italiani, dove trova collocamento il sale citrico che si ottiene e sì
continuerà ad ottenere come sottoprodotto di altre industrie agrumarie.
E’ facile prevedere a quante gravi difficoltà sarebbe andata incontro la
ricerca di nuovi sbocchi per questa nostra materia prima, che nei confronti
di quella ottenuta per via biologica soffre di insuperabili inferiorità merceologiche
 a cagione delle impurità che contiene.
Sistemata la questione doganale, nell’anno in esame si è posto mano
a sistemare altri due aspetti relativi alla produzione del citrato di calcio.
Con la soppressione della Camera agrumaria di Messina (2), che aveva
perduto ogni capacità di intervento sul mercato del citrato di calcio
e dell’agrocotto, si è sgombrato dal campo un istituto ormai superato,
aprendo così prospettive per la costituzione di un nuovo ente, che, aderendo
alle esigenze attuali del settore agrumario, potrà essere ben più valido presidio
 di assistenza tecnica (3) ed economica a tutti i rami dell’industria
in esame.
Con la concessione di un contributo ai produttori di citrato per la
campagna 1947-48 (4) è stato risolto il secondo aspetto. Come è noto, la
produzione affluita in quell’anno alla Camera agrumaria non aveva quasì
trovato smercio — salvo che per una modesta partita esportata in compensazione
 — a causa dell’eccessivo prezzo; e siccome questo era stato fissato,
pur dopo lunghe esitazioni, dallo Stato, i produttori avevano finito con
l’invocare un intervento pubblico che li compensasse della perdita subita.
La richiesta, accolta in sede legislativa sia nazionale che regionale, ha
messo, a fine d’anno, a disposizione dei conferenti una cifra complessiva di
45 milioni di lire, che andranno ripartite presumibilmente tra circa
g.li 22.000 di citrato.
Il titolo a cui tale contributo è stato concesso è quello — autorevolmente
 affermato in sede di Commissione legislativa — di un provvedimento
 eccezionale a carattere liquidatorio di un periodo di transizione,

(1) La tariffa proposta avrebbe dovuto colpire nell’identica misura del 40 % ad
valorem i due prodotti, mentre quella adottata colpirà con il 45 % l’acido e con il 25 %
il citrato di calcio grezzo: il dazio d’uso attualmente in vigore è del 28 % ver l’acido
e del 18 % per il citrato.
(2) L. 10 ottobre 1950, n. 837. La legge istitutiva della Camera risale al 1908,
L. 5 luglio 1908, n. 404, modificata con L. 7 aprile 1921, n. 647, e con R.D. 1° maggio
 1930, n. 821.
(3) Con D.P. 1° agosto 1950 è stato istituito in Palermo un Centro sperimentaie
 per l’industria delle conserve alimentari e dei derivati agrumari.
. (4) D.L. P. 30 giugno 1950, n. 33, e L. 2 ottobre 1950, n. 74, della Regione Siciliana:
 L. 9 dicembre 1950. n. 1017, della Repubblica.
        <pb n="148" />
        158

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

attraverso il quale si è andata inquadrando la posizione del citrato di calcio
tra i sottoprodotti dell’industria agrumaria. Questo derivato, del resto, ha
continuato a seguire la curva di declino che lo porterà mano a mano a quel
punto di equilibrio determinato, da un lato, dal prezzo internazionale medio
ponderato dei prodotti agrumari e, dall’altro, dai costi congiunti sostenuti
per ottenere tutta la serie dei derivati ivi compreso, quindi, anche il citrato.
Praticamente, si è avuta la conferma, anche nel 1950, come l’agro di
bergamotto, ottenuto congiuntamente alle essenze, riesca a trovare ancora
una certa convenienza affluendo all’industria citrica, mentre quello di
limone debba cercare sempre più la sua remunerazione nella preparazione
dei succhi bevibili.
Quantitativamente, la fase discendente prima accennata si esprime in
un calo di produzione dell’agro pari al 34%, dato che di fronte ai q.li 220.000
dell’anno precedente, nel 1950 ne sono stati trattati 145.000, di cui 75.000
di bergamotto e 70.000 di limone. In conseguenza la produzione di acido
citrico è discesa ulteriormente da q.li 8.500 a 5.000 nei due impianti italiani.
i quali però hanno fatto ricorso alla importazione dal Belgio di un quantitativo
 di citrato biologico pari a q.li 13.300, con cui è stato possibile non
lasciare inutilizzata una quota troppo forte della loro potenzialità.
Le produzioni principali del settore hanno a loro volta registrato le
seguenti variazioni: l’essenza di limone e quella di bergamotto sono scese
dai kg. 360.000 e 190.000 (1) rispettivamente a kg. 320.000 e 120.000; le
essenze di petit-grains dei diversi agrumi, le essenze secondarie di bergamotto
 (distillati) e quella di neroli hanno anch'esse registrato una diminuzione
 di circa il 17% rispetto all’anno passato, in cui furono raggiunti i
kg. 30.000. Un aumento si deve, invece, registrare per l’essenza di arancia
e per quella di mandarino passate, la prima, a kg. 50.000 e la seconda
a kg. 25.000.

Incremento sensibile denuncia l’industria produttrice di succhi bevibili
che hanno toccato i q.li 345.000 complessivamente, espressi in succo naturale.
La produzione di scorze salmoiate può, invece, valutarsi in q.li 85.000,
inferiore cioè a quella del 1949 del 15%. Per quanto, infine, riguarda la
pectina si calcola che i quattro stabilimenti siciliani e quello milanese
abbiano utilizzato complessivamente q.li 50.000 di residui freschi, ottenendo
 q.li 10.000 di estratti pectici e q.li 200 di pectina solida.
Il valore totale dei derivati agrumari prodotti nel 1950 si può calcolare
in 4,5 miliardi di lire, di cui il 45% spetta alle essenze, il 35% ai succhi, il
9% alle scorze, il 6% alla pectina e all’alcool e il 5% all’acido citrico. Queste
percentuali, se si confrontano anche solo con quelle di quindici anni fa,
bastano a fare intuire le modifiche strutturali subite dall’industria in esame;
 allora il valore della produzione del settore era fornito. all’incirca per

(1) I quantitativi di frutta trasformati dall’industria nel 1950 si possono valutare
 intorno a a. 1.100.000, di cui il 60 % costituito da limoni, il 19% da bergamotti,
il 15 % da arance e il 6 % da mandarini.
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        XII - LE VICENDE DELL'INDUSTRIA AGRUMARIA NEL QUINQUENNIO 1948-1952 159

il 65% dalle essenze, per il 20% dall’acido citrico, per l’8% dalle scorze e per
il 7% dai succhi; mentre oggi i succhi e la pectina si ripartiscono circa
il 40% del valore globale e l’acido citrico ormai occupa l’ultimo posto della
graduatoria. Si può, inoltre, prevedere che la pectina andrà sempre più
rafforzando la sua posizione; che le scorze di limone e di arancia. in salamoia,
 se non la miglioreranno, la manterranno tuttavia sul livello di equilibrio
 oggi raggiunto dato che l’esportazione — che assorbe la quasi totalità
della produzione — non presenta sintomi di crisi; che il quantitativo di
succhi bevibili potrà ulteriormente aumentare.
Per quest’ultimo prodotto, però, si trovano tuttora all’ordine del giorno
problemi di natura tecnica per il perfezionamento della qualità. Tali problemi
 sono sollecitati, per il limone, dalla necessità di trovare sbocco remunerativo
 ai succhi non assorbiti dall’industria citrica; per l’arancia, dall’incremento
 continuo delle piantagioni, che debbono risolvere nella trasformazione
 industriale le difficoltà di collocamento diretto del frutto. Occorre,
a questo proposito, ricordare che nell’ultimo decennio i Paesi del Mediterraneo
 hanno aumentato la produzione di arance di 350 mila tonnellate, pari
al 19%, e che la tendenza degli agrumicoltori è orientata di preferenza
verso questa specie. E poichè l’incremento nel consumo dei frutti segue un
ritmo meno veloce della produzione, occorre orientarsi verso una industria
di succhi ben preparati e ben conservati.
E’ stato in proposito osservato (1) che fino ad oggi la produzione
italiana di succhi di agrumi è prevalentemente indirizzata verso gli sciroppi
(65% di zucchero e 35% di succo), verso i succhi solfitati, che richiedono una
rilavorazione prima del consumo, e verso i succhi concentrati, mentre l’avvenire
 non può essere che quello dei succhi concentrati a bassa temperatura
e successivamente refrigerati fino all’atto del consumo.
Infatti tutti i diversi processi di conservazione — tra i quali quello
della pastorizzazione, che pure ha raggiunto notevole perfezione nella condotta
 del suo ciclo — intaccano le delicatissime proprietà organolettiche
dei succhi, che non possono in alcun modo compararsi con quelli ottenuti
mediante l’impiego delle basse temperature.
Cè tuttavia da osservare che, per realizzare la diffusione dei consumi
di succhi così preparati, è indispensabile creare nel mercato italiano quella
catena del freddo tuttora praticamente inesistente, per cui i produttori debbono
 per forza ricercare il perfezionamento della propria produzione in
altri processi, orientandosi sempre più verso la pastorizzazione ultrarapida
che, inattivando gli enzimi, consente di mantenere ai succhi la torbidità
caratteristica. Gli impianti di pastorizzazione si sono di fatto raddoppiati
nel 1950, portandosi ad una ventina, di cui tre in Calabria e gli altri in
Sicilia.

(1) R. CuLTrERrA, Sviluppo delle utilizzazioni industriali dei prodotti ortofrutticoli.
Relazione presentata al « I Congresso internazionale dell’ortofrutticoltura mediterranea ».
Verona. 1950.
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        ‘BO

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

Non è infine superfluo sottolineare l’esigenza di norme. che disciplinino
e tutelino la produzione dei succhi, dato che le attuali disposizioni (1), per
il fatto di non precisare per gli sciroppi di frutta nessun rapporto tra succo
e zucchero, hanno consentito lo smercio, sotto il titolo di « puro succo di
arancia e di limone », di una soluzione di zucchero addizionata di acido
citrico o tartarico, di essenza di agrumi, di colore e di un po’ di succo vero
e proprio, pur rimanendo in perfetta regola con la legge: con quanto danno
della industria produttrice di succhi si può immaginare.
Nell’anno in esame è confortevole riscontrare un crescente ritmo della
meccanizzazione delle operazioni che vengono condotte nel processo industriale
 agrumario: dal taglio dei frutti alla spremitura dei succhi e alla
estrazione e separazione dell’essenza dal limone e dall’arancia. Continuano
anche a diffondersi, nella lavorazione del bergamotto, le macchine « pelatrici
 », che però si prestano bene solo per impianti di una certa entità (perlomeno
 4.000 quintali di frutta lavorati per campagna).
Va rilevato che la meccanizzazione porta a mano a mano l’industria a
rivedere il proprio aspetto dimensionale, in quanto che il costo stesso delle
attrezzature moderne, oltre alle esigenze dei mercati che richiedono partite
standardizzate e a caratteri uniformi, spinge a progettare complessi aziendali
 di mole maggiore, mentre perdono sempre più terreno le piccole aziende
a tipo artigiano e familiare. Non è dato tuttavia di riscontrare, specie nella
zona dei bergamotteti, nessun nuovo impianto cooperativo, che risolverebbe
i problemi finanziari non affrontabili singolarmente; per contro vanno sorgendo
 impianti a struttura prettamente industriale, che acquistano cioè
dal mercato tutti i frutti occorrenti al loro fabbisogno, procedendo quindi
alla relativa trasformazione in gestione separata da quella delle aziende
agricole produttrici.
Per quanto riguarda la diffusione, che si va sempre più intensificando,
dei torchi continui per l’estrazione dell’agro, viene rilevato che, all’atto della
fabbricazione del citrato, tale nuova macchina comporta di affrontare nuove
soluzioni per la filtrazione o sedimentazione del succo, dato che questo si
presenta notevolmente più torbido di quello estratto con i comuni torchi.
Il mercato dei derivati nel 1950 è stato molto attivo, per cui, salvo gualche
 quantitativo non grande di scorze salmoiate e di succhi, nessuna importante
 giacenza è rimasta a fine campagna.
La qualità della essenza di bergamotto è stata normale rispetto al contenuto
 medio in acetato di linalile; in quella di limone si riscontra invece un
contenuto in citral più basso del consueto (3,5%, invece del 4%).
Il commercio di esportazione ha avuto risultati più soddisfacenti dello
scorso anno, sia per il maggiore volume d’acqguisti nel settore delle essenze
e dei succhi, sia per il più alto livello dei prezzi; si rileva infatti dalla
statistica del commercio con l’estero che nel 1950 il valore delle esportazioni
raggiunge L. 3.927 milioni in confronto di L. 2.815 milioni per il 1949.

(1) R. D. L. 29 ottobre 1931, n. 1601; R. D. L. 2 settembre 1932, n. 1225; R. D. L.
6 luglio 1933. n. 2414.
        <pb n="151" />
        XII - LE VICENDE DELL'INDUSTRIA AGRUMARIA NEL QUINQUENNIO 1948-1952 161

Circa la distribuzione sui principali mercati di consumo si osserva che
il primo posto è occupato dall’Inghilterra, che ha assorbito il 38% della
totale esportazione (in confronto del 9,2% nel 1949); seguono gli Stati Uniti,
con il 22% (30% nel 1949), la Francia col 14% (17% nel 1949), la Germania
con il 9% (12,8% nel 1949).
Per i succhi bevibili il più importante mercato di sbocco resta l’Inghilterra,
 cui sono affluiti il 70% del succo di limone naturale, il 75% del succo
di limone concentrato e 1’80% del succo di arancia. La Germania ha importato
 il 20% del succo di limone e il 10% del succo di arancia; negli Stati
Uniti è stato inviato il 20% del succo di limone concentrato.
L’esportazione dell’acido citrico si è diretta per oltre il 50% verso
l’Argentina; quella della pectina è stata assorbita per il 29% dall’Australia
 e per il 26% dalla Cecoslovacchia.
[ cedri sono stati venduti per il 70% in Germania e per il 15% in
Norvegia; le scorze salmoiate per il 71% in Inghilterra, per il 7% in Germania
 e per il 7% in Canadà.

4. - Strettamente subordinata per i suoi rifornimenti alle esigenze del
consumo degli agrumi allo stato fresco, l’industria agrumaria ha stentato
non poco nel 1951 per garantirsi la materia prima necessaria: con una produzione
 di arance diminuita del 4,6% rispetto a quella dell’anno precedente
e, viceversa, con la relativa esportazione aumentata del 37,8% e, analogamente,
 con una produzione di limoni abbassatasi al di sotto del livello
del 1950 del 9,6% è da considerarsi soddisfacente se la produzione di essenza
di limone si è ristretta solo del 6,2% e può ascriversi fra i risultati brillanti
la maggiorata produzione dell’essenza d’arancia.
Il problema dell’accaparramento del prodotto da lavorare non si presenta
 invece all’industria che lavora il bergamotto sia perchè questo agrume
 non offre possibilità di impiego se non allo stato di derivato sia perchè
il produttore agricolo è anche nella grandissima maggioranza dei casi il
diretto trasformatore del suo raccolto.
La buona campagna avutasi nella costiera calabrese ha così consentito
una produzione di essenze del 75% superiore a quella dell’anno precedente
e superiore anche del 10% a quella del 1949 (1).
Secondo le stime compiute — cui peraltro non si vuole attribuire il
significato di un rigoroso documento statistico ma piuttosto quello di uno
schema orientativo sull’andamento dell’industria nel tempo — il quadro
produttivo dei principali derivati agrumari può essere delineato secondo i
valori indicati nella tab. 1. ;
Già nei precedenti paragrafi si sono indicati gli elementi di diagnosi
della situazione dell’industria allo studio. cui del resto non è facile. se non

(1) Qualitativamente l’essenza di bergamotto di produzione 1950-51 si è presentata
 per la prima partita prodotta con un basso tenore di acetato di linalile ma successivamente
 con un tenore in acetato anche superiore a quello medio; l’essenza di limone
invece, da una prima produzione ad alto tenore di citral è poi passata a tenori di citral
anche notevolmente bassi.
        <pb n="152" />
        62

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

si vuole cadere nel superficiale, additare rimedi. Forse non è ancora giunto
il momento per l’industria di porsi sul mercato della materia prima a parità
di diritti con gli altri operatori che riforniscono i mercati ortofrutticoli
nazionali ed esteri e pertanto di essi deve subire l’iniziativa e accettare una
mercuriale di prezzi che non ha nessuna caratteristica delle mercuriali dei
prodotti agricoli destinati alla trasformazione industriale, bensì di quelle
dei prodotti di consumo diretto; con in più l’aggravante che l’industria
agrumaria, avendo nel commercio di esportazione della frutta il suo principale
 concorrente, risente di tutti quegli elementi di instabilità e di apprensione
 che caratterizzano tale commercio, ma che per l’industria costituiscono
 altrettanti motivi di ostacolo al suo funzionamento venendo meno,
per tal ragione, una delle condizioni essenziali al buon esercizio dell’impresa
e cioè quella di poter programmare preventivamente un regolare piano di
rifornimenti.
Il fatto però che le trasformazioni irrigue di molti territori
costituiscano una delle principali mete cui tende oggi la politica
degli investimenti nel Mezzogiorno, unito al fatto che molte di tali
trasformazioni, per la loro elevata costosità, comportino, per essere
ripagate, l’adozione di ordinamenti colturali ricchi, fa pensare che alle colture
 agrumarie si prospetti un avvenire di notevole espansione; in tal caso
l’industria di trasformazione potrebbe diventare uno degli elementi di
garanzia per il totale assorbimento del nuovo prodotto e potrebbe quindi
instaurare rapporti con la produzione agricola improntati a criteri più
consoni alle sue necessità.
Buone speranze in tal senso consente tra l’altro di formulare il costante
progresso tecnico che si va realizzando nella produzione di succhi, per la
quale le aziende anche nel 1951 hanno continuato ad attrezzarsi, installando
moderni pastorizzatori e concentratori: l’annata inoltre segna al suo attivo,
anche se ancora in fase embrionale, l’avvenuta impostazione di qualche programma
 per produrre succhi naturali e concentrati in scatola. In sintesi, la
tendenza più saliente che è dato riscontrare al momento attuale nell’ambiente
 dei derivati agrumari è quella verso un potenziamento della produzione
 dei succhi sopratutto di arancia, sia naturali che concentrati: in ciò
naturalmente ha molto giuoco l’attiva richiesta dei mercati, soprattutto
esteri, che tra il 1938 e il 1951 sono passati ad assorbirne fino a 40 mila
quintali, dai 7 mila circa dell’anteguerra.
Anche la domanda estera relativa alle essenze può considerarsi soddisfacente:
 quella delle essenze di arancia, sia dolce che amara, denota un
continuo progressivo aumento; la essenza di bergamotto, invece, dopo la
punta di 2.162 quintali toccata nel 1949, staziona sul livello di circa 1.500
quintali che era anche quello del 1938.
La produzione dell’annata di questo derivato — già lo si è detto — è
stata buona: per completare il quadro produttivo dell’industria calabrese
occorre aggiungere che, oltre all’essenza, furono prodotti circa 140 mila
quintali di agro crudo, q.li 6.500 di citrato di calcio, 2.900 ettolitri di alcool
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        XII - LE VICENDE DELL'INDUSTRIA AGRUMARIA NEL QUINQUENNIO 1948-1952 163

anidro, q.li 60 di distillato di fabbrica, q.li 50 di distillato di feccia, q.li 30 di
distillato di bergamottella, q.li 150 di nero di bergamotto.
C’è da segnalare anche per il 1951, l’istallazione nelle aziende della zona
del bergamotto di nuove macchine pelatrici mentre si fa sempre più sentita,
anche se purtroppo senza capacità di manifestarsi concretamente, l’esigenza
 di impianti cooperativi ad iniziativa di quei piccoli produttori, i quali,
con le loro scarse forze, non riescono ad avvantaggiarsi dei progressi tecnici,
perdendo quindi la possibilità di realizzare maggiori utili di esercizio e
rischiando inoltre di pregiudicare definitivamente la qualità del proprio
prodotto.
Ma a proposito della qualità delle essenze si può dire che, se non si
prenderanno tempestivamente misure per moralizzare il mercato di questi
delicatissimi derivati — e ci auguriamo che i provvedimenti allo studio
presso il governo regionale siciliano possano essere oltre che di pronta
attuazione, pratici ed efficaci —, si corre il rischio di esser confinati dagli
altri paesi produttori su posizioni marginali, dato che sulla base delle qualità
 scadenti essi non hanno da temere la nostra concorrenza.
Precipua funzione della nostra industria dovrebbe essere invece quella
di rifornire di materia prima di altissimo pregio le industrie profumiere
di tutto il mondo.
L’esportazione continua a svolgersi con ritmo favorevole, anche per
quanto riguarda i quantitativi assorbiti: l’essenza di limone già da due
anni si mantiene al di sopra di 3.500 quintali; quella di mandarino va
all’estero in misura superiore a quella del 1938 e così pure il gruppo delle
essenze minori tratte da fiori, frutticini e rametti delle varie specie
agrumarie.
L’acido citrico che nel 1951 ha segnato alla produzione un notevole
incremento in seguito alle accresciute importazioni di citrato biologico, ha
uno sbocco praticamente chiuso.
Per quanto riguarda la pectina si nota che il consumo non riesce a
smaltire la quantità prodotta. Su tale ristagno agisce soprattutto il mancato
sviluppo della produzione marmellatiera, della quale tuttavia, l’annata in
esame, presenta un certo risveglio che consente qualche speranza per il
futuro mercato della pectina.
Sempre abbastanza buona è l’esportazione di scorze di agrumi anche se
nel 1951 si è ridiscesì al livello del 1948 e cioè a 79 mila quintali: il principale
 acquirente di scorze continua ad essere l’Inghilterra che assorbe in
media il 70% di tutta la nostra produzione e rappresenta anche per tutti
gli altri derivati il nostro migliore cliente.
Se in proposito si osserva il comportamento dei vari mercati che
entrano in relazione di affari con noi, negli ultimi anni e nel 1938, si vede
come nelle grandi linee tali rapporti si siano consolidati. Salvo, infatti, i
forti squilibri che si notano negli acquisti tedeschi, per gli altri Paesi le
correnti di traffico conservano un volume relativo pressochè costante nel
tempo.
        <pb n="154" />
        164

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

Come osservazione generale all’esito economico delle nostre esportazioni
 c’è da rilevare che i prezzi realizzati sono stati scarsamente remunerativi:
 in particolare il divario fra i prezzi offerti dagli acquirenti americani
 delle essenze e quelli che la nostra produzione è costretta a chiedere,
diventa sempre maggiore per cui riesce via via più difficile inviare su quel
mercato essenze pure e di alta qualità. E’ questo un fattore che non può
che destare grandi preoccupazioni perchè, se la necessità di esportare a sottocosto
 continuasse a prevalere e non si riuscisse a convincere gli importatori
 del maggiore intriseco pregio che hanno i nostri prodotti rispetto a
quelli di altra origine, difficilmente si riuscirebbe a debellare le invadenti
sofisticazioni, di cui gli operatori, più pensosi dell’avvenire di questo importante
 settore, giustamente prevedono i pericoli.

5. - Il 1952 non è stato favorevole per questa industria particolarmente
per la scarsa produzione dei limoni; scarseggiando la materia prima e affievolitosi
 lo stimolo della domanda soprattutto da parte degli acquirenti
esteri, si può dire che la produzione agrumaria, da un lato, ed il mercato,
dall’altro, abbiano simultaneamente concorso a deprimere il ritmo lavorativo
 degli impianti. Pur nel loro carattere orientativo di larga massima, le
cifre esposte nella tab. 1 mantengono il loro valore e configurano un settore
che non ha ancora trovato il proprio equilibrio, dopo aver perduto quello
antico, che si basava essenzialmente sui derivati del limone. Nei Paesi,
dove l’industria agrumaria è in fase di espansione, l’elemento propulsivo è
dato dai succhi cui seguono, quasi in specie di sottoprodotti, tutti gli altri
derivati agrumari; ma ciò accade perchè l’industria trova pronta, fuori dei
suoi stabilimenti, una rete di canali refrigerati in cui convogliare la produzione
 di qualità.
Il superamento della fase di inerzia, in cui ristagna il settore,
può essere ottenuto solo a patto che anche nel nostro Paese si
realizzi il rinnovamento delle attrezzature di conservazione e di
convogliamento (1) dei prodotti dell’agricoltura e delle industrie
agrarie. Da simili attrezzature potrebbero trarre vantaggio non solo
il settore in esame, ma tutta una serie di altri settori a cominciare
da quello lattiero — per il quale la valorizzazione di nuovi tipi di prodotti
pone problemi analoghi a quelli posti dalla valorizzazione dei succhi refrigerati
 — e pertanto verrebbe fatto di pensare alla possibilità di un’azione
concorde di tutte le categorie industriali e commerciali interessate ai prodotti
 deperibili per iniziare nei principali centri di consumo la costituzione
di una catena del freddo collegata con gli stabilimenti industriali da un
servizio di trasporti, che lo Stato dovrebbe aver cura di attrezzare convenientemente
 (2).

(1) Vedasi la relazione del prof. BaLBINO DEL Nunzio al Convegno internazionale
 sui trasporti dei prodotti agrumari, tenutosi a Reggio Calabria il 21-22 marzo 1953.
(2) Vedansi i voti espressi al Convegno internazionale citato.
        <pb n="155" />
        XII - LE VICENDE DELL'INDUSTRIA AGRUMARIA NEL QUINQUENNIO 1948-1952 165

Tae. 1. — PRODUZIONE DEI DERIVATI AGRUMARI. (*)

QUANTITÀ
(quintali)

InpiIcI
(produzione 1949 = 100)

PRODOTTI

Essenze di:
arancia .... ssa se
bergamotto ...
limone ......
mandarino ....
altri .....

Succhi (a) di:
arancia .....
limone ..

1949

350
1.900
3.600

150

1400

45.000

185.000 |

1950

500
1.200
3.200
as0 |!
250 |

55.000 '

290.000 |

1951

550
2.100 -
3.000
150 |
320 |

58.000

276,000

1952

600
1.200 '
2.500 !
200
200 i

76.000

2290 000

19590 | 195]

142,9
63,2
88,9 !
166,7 |
833

157,1
110,5
83,3
100,0 !

106.7

}22 2

156 8 !

128,9
149.2 ‘

1952

171,4
63,2
69,4
133,3
66.7

168,9
118,9

4Uri derivati:

ritrato di calcio (b) .....
scorze salmoiate .. RR E

13.000 |
100.000 !

1.000 |
85 000 |

9.000
75.000

4.000 |
75.000

33,8
85.0

69,2
25 0

30,7
75.0

{*) Dati di stima.
je Quantitativi espressi in succo naturale, riducendo a tale il succo concentrato con il coefficiente 5.
b) Di produzione nazionale.

Il buon raccolto di arance si è fatto sentire sulla produzione dei
succhi e dell’essenza, ma in misura del tutto insufficiente a riparare lo
scompenso che il modesto raccolto di limoni ha determinato nella produzione
 dei rispettivi derivati: cinquecento quintali di essenza e q.li 56.000 di
succo di limone in meno rispetto all’annata precedente contro i 50 quintali
di essenze e ai q.li 18.000 di succo di arancia in più.
Per l’essenza di bergamotto la caduta di produzione, imputabile all’alternanza
 pressocchè biennale del raccolto, richiama problemi di natura
agronomica per il miglioramento della coltura che sono ben lungi dall’essere,
nonchè affrontati, neppure avviati ad una seria impostazione (1).
Ad una maggiore produzione di essenza di mandarino fa riscontro la
caduta delle altre essenze derivate da fronde e fiori di agrumi.
Alla produzione di citrato di calcio, che nell’annata in esame ha
toccato un minimo fin’ora sconosciuto, ha contribuito il bergamotto,
fornendo q.li 73.000 di agro, mentre dal limone si presume che ne siano

(1) Nell’industria dell’essenza di bergamotto si possono segnalare le recenti esperienze
 della Stazione sperimentale di Reggio C. per la definitiva messa a punto della
lavorazione con le pelatrici (F. La Face, Problemi dell’estrazione di essenza dal bergamotto
 con macchine pelatrici, « Bollettino Ufficiale Stazione Sperimentale Essenze»,
dicembre 1952) e l’inizio dell’attività dei Centri di lavorazione collettiva, promossi dal
Consorzio del Bergamotto.
        <pb n="156" />
        166

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

stati forniti soltanto q.li 7.000. Per recupero dalla fermentazione dell’agro di
bergamotto si sono poi ottenuti circa 1.600 ettanidri di alcool etilico; di
pectina se ne sarebbero prodotti circa q.li 180, espressi come pectina
solida, e, rispetto a quello dell’anno precedente, tale quantitativo denuncerebbe
 una contrazione del 35 per cento.
Sulla base delle produzioni indicate nella tab. 1 la materia prima
trasformata dall’industria ammonterebbe a q.li 220.000 di arance, a q.li
220.000 di bergamotti, a q.li 540.000 di limoni, a q.li 36.000 di mandarini, a
q.li 15.000 di cedri, e a q.li 15.000 di fronde e fiori. di agrumi.

TAB. 2. — ESPORTAZIONE DEI DERIVATI AGRUMARI.

A N N

PRODOTTI

Essenze di arancia...
Essenze di bergamotto !
Essenze di limone ...
Essenze di mandarino
Essenze di altri agrumi
Succo di arancia ....
Succo di limone e cedro
Acido citrico .......
Scorze fresche e secche
Pectina .....

Essenze di arancia ...
Essenze di bergamotto
Essenze di limone ...
Essenze di mandarino
Essenze di altri agrumi
Succo di arancia ....
Succo di limone e cedro
Acido citrico .......
Scorze fresche e secche
Pectina .....

TOTALE ...

19388 | 1940 1950 | 531 | ga i

1949 | 1950 | 1951 | 1952

(quintali)

QUANTITÀ

(indici: 1938 = 100)

321
1.594
2.898
92
12
6. "i
53.587
24.865
97.468

225 177 270 301 01 55,1] 84,1] 93,8
2,162 1.720 1.353 951 235,6 107,9) 84,9] 59,7
i : i 0 pa 1; i; 70,3
178 203 151 1501 193,5| 220,7) 164,1) 163,0
125) sì! sa] 139] 1.041 ,7 425 ol 783,3) 1.158 ,3
13.858 22.409) si 21.317] 206,7! 334,3] 04,0 318,0
64.389) 84.029! 71.811| 56.62 | 220,2] 156,81 134,0) 105,7
2,742 sso] 4.695 167) 11,0 3,8 18,9 0,7
ra 92.460) 79.459) 72.310] 210,1 n 81,5) 74,2
165 182 244 120) 81,3) 89,7) 120,2 63,5
VALORI

(migliaia di lire)
3.300) 97.5651 67.043 153.047 178.201
23.499| 1.088.458 pi 1.309,83) Lanna
sani 687.627 Loco 2 .500.497| 1. 822.271)
1.481 87.513) 120.665] 149.s08] 132.091)
139] 45.742) 21.536) sr.s0o 131.258
1.879) 128.014] se 416.027 278.142
4.538] 484.690] 793.637 536.121] 479.200
19.359] 106.307! 38 .994] 407 .954' 12.130
12.470] ‘aan 429,784
59.500 28. 968)

(indici : * 1938 = 100)
83,1] 102,5
92,2) 129,6 149,6
ma ssa 114,4
166,3) 180,9) 169,3
316,5) 1.128,1 1.749,0
ii 306,7) 281,1
356,9) 221,7) 200,5
1.) sr 1,2
83,2! 67.9 65,4
4,2 4.8 43,8

n° ari o ge- ge

+ mar api

Z.482.670

"42 2%

gi sì

95 2)

119,9) 104,7

{i 1 valori correnti sono stati riportati a valori 1938 mediante l’indice dei prezzi all’ingrosso; per gli indici della
pectina sono stati assunti a hase le quantità (qli 203) ed i valori (L. 68.426.000) del 1948.
        <pb n="157" />
        XII - LE VICENDE DELL'INDUSTRIA AGRUMARIA NEL QUINQUENNIO 1948-1952 167

Già si è accennato al tono depresso, che l’esportazione dei derivati agrumari
 ha mantenuto nel corso del 1952, mettendo in correlazione ad esso il
ritmo ridotto della produzione industriale; infatti, allo stato attuale delle
cose, il settore in esame produce prevalentemente per alimentare i mercati
esteri; ma occorre far presente come neppure il mercato estero sia stato
fin’ora in grado di sollecitare, nel campo dei succhi, una espansione produttiva
 in quella entità che sarebbe necessaria per riportare l’industria alla
posizione da essa detenuta prima della comparsa dell’acido citrico biologico.

TAB. 3. — COMPOSIZIONE PERCENTUALE DEL VALORE DI ESPORTAZIONE
DEI DERIVATI AGRUMARI.

PRODOTTI

Essenze di arancia ..... ssaa
f£ssenze di bergamotto .........
Essenze di limone ......... i sa
Essenze di mandarino .........
Essenze di altri agrumi ........
Succo di arancia ... ssaa
Succo di limone e cedro ......
Acido citrico ss. ssaa aaa
Scorze fresche e secche ....

Pectina ....

TOTALE ...

19282

3,4
24,2
31,3
1,5

0,1
19
1.7
20,0
12.9

100.0

19482

2,1
22,0
33,2
2,2
1,7
1,9
12,8
8,0
13.7

2 4

100 0

1940

2,9
32,7
20,6
26

1.4

3,8
{14,5
3,2
16,6
17

100.0

sn

4,5
23,4
34,2
2,7
0,5
6,8
17,6
0,9
11.3

PI

{00.0

1951

2,4
26,2
38,6
2,3

1.3

6.4

8,3
6,3
7.3
no

{00.0

1959

3,3
34,7
34.1

5

2,5
5,2
9,0
0,2
8,0
0.5

100.0

Nel 1952 è stato fatto un tentativo di tonificare la produzione dei
succhi attraverso una proposta di legge intesa ad imporre l’obbligo ai produttori
 di sciroppi di agrumi di impiegare, nella composizione di tali
sciroppi, almeno il 35% in peso di succo, espresso come succo naturale.
La proposta di legge d’iniziativa dell’ Assemblea regionale siciliana,
comunicata al Senato il 5 luglio 1952 è stata oggetto di esame della IX Commissione
 permanente, la quale ha espresso, a maggioranza, il suo parere
favorevole in data 24 febbraio 1953 (1): troppo tardi, purtroppo, perchè
anche questo provvedimento non subisse, con tanti altri, la sorte di rimanere,
 ver il momento, null’altro che un documento di studio.
Comunque è da ricordare come l’emanazione di una norma che,
aggiornando quelle esistenti in materia, disciplini la produzione degli sciroppi
 a base di succo di agrumi, sia ormai improrogabile non solo per

(1) Vedasi: SENATO DELLA RErUBBLICA, Relazione sulla proposta di legge: Tutela
degli sciroppi e bibite a base di succhi di agrumi (N. 2469-A).
        <pb n="158" />
        168 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA
—ii—_—i——i— a_i ii iii _ o o

moralizzare il mercato e garantire il consumatore, ma anche per offrire alla
produzione la possibilità di nuovi sbocchi. C’è pertanto da augurarsi che le
ostilità (1) a siffatta norma, apertamente manifestatesi mentre la proposta
di legge era all’esame della Commissione senatoriale, non approfittino della
mancata approvazione per fare insabbiare un provvedimento di tanta importanza
 per l’agrumicoltura del Mezzogiorno.
L’esistenza di una rigorosa disciplina interna della produzione fornirebbe
 tra l’altro alle trattative per il collocamento all’estero dei prodotti a
base di agrumi un fondo di serietà cui gli acquirenti sarebbero certamente
sensibili. I controlli effettuati dalle autorità americane sui derivati agrumari
 offerti dalla nostra industria e le difficoltà da questa incontrate per
riuscire a collocare sul mercato statunitense alcune partite, sono un dato di
fatto su cui è inutile polemizzare e che per contro sottolinea l’urgenza di
giungere all’emanazione dei provvedimenti innanzi richiamati.

(1) Vedasi in proposito la relazione all’Assemblea ordinaria dell’Associazione Industriali
 vini, liquori e derivati, in «Il Torchio», del 27-31 marzo 1953.
        <pb n="159" />
        TTI

ASPETTI E DESTINAZIONI DEL RACCOLTO DI ARANCE (*)

1. - Una produzione, che segna un deciso e costante indirizzo verso
l’ampliamento della propria area di coltura, è quella delle arance.
Dal 1929 al 1949 la superficie di aranceto specializzato è passata da
ha 26.179 ad ha 33.360 (1) con un incremento pari al 13% circa. Questo
sviluppo riveste un particolare interesse perchè va messo in relazione al
fatto che esso si verifica essenzialmente nelle regioni meridionali, comportando
 elevati investimenti di capitali per ettaro, e interessa larghe zone
dove il miglioramento ambientale, raggiunto o da raggiungere attraverso la
bonifica, spinge a ricercare e a utilizzare le disponibilità irrigue con le coltivazioni
 più ricche.
Occorre avere presente che i frutti di questo agrume rappresentano da
soli più di un decimo del valore della produzione frutticola nazionale e il
17,5% di quella che si realizza globalmente in tutto il Mezzogiorno; essi
contribuiscono inoltre all’esportazione con il 15% del valore complessivo
dell’intera partita riguardante le frutta, in ciò superati dalle sole mandorle
che vi contribuivano nel 1948 con il 16,6% (2).
L’arancio prende quindi, dal punto di vista dell’esportazione, un posto
di importanza preminente tra tutti i fruttiferi, richiamando nel contempo
problemi complessi, per il conveniente collocamento della nuova produzione.


2. - La messa a coltura di un ettaro di aranceto specializzato comportava
 nel 1949, secondo rilevamenti compiuti dall’Istituto Nazionale
di Economia Agraria, un costo di impianto aggirantesi sulle L. 600.000, per
cui al valore di ricostruzione si avrebbe. per i 6,832 ettari di aran-(*)

 Da: « Informazioni Svimez », n. 1, del 3 gennaio 1951.
(1) Nel 1951 l’aranceto specializzato aveva già raggiunto i 36.611 ettari.
(2) Vedasi: SviImEz, Produzioni e mercati ortofrutticoli della Campania Roma 1950
        <pb n="160" />
        170

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

ceto formatisi tra il 1936 e il 1949, un investimento complessivo pari a
L. 4,1, miliardi circa così ripartiti tra le singole regioni agrumicole:

TAB. 1. — VARIAZIONI REGIONALI DELLA SUPERFICIE DELL’ARANCETO SPECIALIZZATO.

REGIONI

Lazio ....
Campania sc. aaa
Calabria .... 0...
Sicilia ess 48088
Altre ....

IN COMPLESSO ...

ARANCETO
SPECIALIZZATA
ettari

nel 1936

nel 1949

899
2.510
6.831
14.685
1.603

1.210
2.510
8.810 |
18.891
1.939 !

26.528

33.360

VARIAZIONI

15,

311

1.979
4.206
336

| 6.832

34 6

20,0
28,7
21 0

25,8

VALORE COMPLESSIVO
ATTUALE DEI NUOVI
INVESTIMENTI

LL. milioni

o’
E

187

16

1.187
2.524

29,0
61,5
49

202

4.100

100 ,0

L’elevato incremento relativo verificatosi nel Lazio, e che è connesso
soprattutto alle piantagioni effettuate nella Piana di Fondi, contrasta con la
stasi campana dove la tradizionale agrumicoltura sorrentina e nocerina,
pur avendo la pregevole caratteristica della tardività, è in decadenza (1) e
dove, non essendosi ancora realizzata la trasformazione di alcuni comprensori
 litoranei, come quello del Garigliano (2), non si sono offerte alla coltura
nuove possibilità di espansione. .
Sicilia e Calabria invece segnano un identico ritmo di sviluppo, per
cui si mantiene invariata la rispettiva posizione delle due regioni nei primi
due posti della graduatoria delle produttrici di arance: mentre nella Calabria
 si riscontrano nuovi terreni conquistati all’agrumicoltura, in maggior
misura nella piana di Rosarno e in misura minore sul litorale ionico reggino,
 nella Sicilia sovente l’aranceto prende il posto del limoneto, venuto
meno sotto l’infierire del malsecco.
Tra le altre regioni va fatto un cenno particolare per la Puglia dove
dal 1936 al 1949 la coltura in esame è passata da ha 539 a ha 696 mentre
quella del mandarino è passata da ha 11 ad ha 373: le due colture meritano
in questo caso di essere riguardate insieme perchè è dalla loro concomitante
espansione che un intero territorio, quale è quello che si estende tra Palagiano,
 Palagianello, Massafra, sta assumendo un aspetto agricolo del tutto
nuovo.

(1) Vedasi: SviImez, Produzioni e mercati, ecc., op. cit.
(2) « Per gli agrumi, pur esistendo in alcune plaghe nella parte più alta del comprensorio,
 le condizioni agronomiche per una più larga coltivazione, l’estensione della
coltura è legata a possibilità di smercio ed a convenienza economica, sulle quali non
è dato di portare precise indagini ». Dal « Piano generale per la bonifica del comprensorio
— Direttive della trasformazione fondiaria », a cura di L. Gaetani e G. Mepici — Ediz.
del Consorzio Aurunco di bonifica, 1940.
        <pb n="161" />
        XIII - ASPETTI E DESTINAZIONI DEL RACCOLTO DI ARANCE

171

3. - In relazione all’aumento di superficie, l’andamento della produzione
 nel periodo considerato è quello indicato nella tab. 2.
Da questa appare come la produzione della coltura promiscua non rappresenti
 che una quota modesta del raccolto, oscillante attorno al 10%, per
cui la si è trascurata, insieme con la relativa superficie, nei confronti messi
successivamente in evidenza.
Al costante e progressivo aumento della superficie investita ad aranceto
 specializzato si vede come non faccia riscontro un corrispondente
aumento della produzione; e ciò per il fatto che il decorso stagionale, l’incidenza
 degli attacchi parassitari, la diversa intensità delle pratiche colturali
 hanno influito, deprimendola, sulla resa unitaria.

Tae. 2. — PRODUZIONE DELLE ARANCE.
(migliaia di quintali)

PRODUZIONE MEDIA ANNUA

PRODUZIONE MEDIA PER ETTARO
SPECIALIZZATO
{a.tiì

BIENNI

in
omplessa

di cui nello aranceto
specializzato

‘al

'h}

1036-37 sissi nnini
1938-39 sveva sini ai
1940-41...
1942-48 e
1944-45 i
1946-47 e
1948-49

3.326
3.184
3.195
3.064
2.401
3.245
3.081

2.993
2.862
2.906
2.834
1.294
3.047
2 820

89,9
89,8
90,9
92,5
92,1
93,8
91 7

112,4 114,3
106,6 109,2
107,1 110,9
97,5 107.5
74,6 85,7
98,6 i 113,0
87.0 103.3

(a) Produzione unitaria ottenuta dal rapporto tra produzione media di un biennio e superficie media dello stesso biennio.
(b) Produzione unitaria ottenuta dal rapporto tra produzione media di un biennio e la superficie media del biennio di
sette anni precedente.

Questa risulta sempre inferiore a quella raggiunta nel 1936-37 anche
se — come è stato fatto nella colonna (b) — la produzione di una determinata
 annata viene confrontata con la superficie rilevata sette anni prima.
Si può supporre infatti, come larga media, che dall’anno di messa a dimora
dei piantoni innestati, ne debbano decorrere altri sette per poter ritenere
che l’impianto sia entrato in fase di apprezzabile produttività. Siccome
i rilevamenti della statistica ufficiale danno per ogni singola coltura la
superficie investita in un determinato anno e non quella in produzione (1)
il riferimento fatto nei termini sopra indicati appare quindi necessario.

(1) Soltanto a partire dal 1950 la statistica ufficiale distingue la superficie ad
aranceto in produzione da quella non ancora in produzione (vedasi Boll. mens. di stat.
n. 6, 1952). Su 35.924 ha di aranceto specializzato nel 1950 ne erano in produzione
32.641: nel 1951 su 36.611 ha ne erano in produzione 33.102.
        <pb n="162" />
        172 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

L’abbassamento della resa unitaria, che determina la sconcordanza di
ritmo tra gli investimenti e le produzioni, sottolinea il generale stato di
decadenza di molte pratiche colturali, in particolare di quelle rivolte alla
lotta contro i parassiti, per cui i raccolti per ettaro tendono a diminuire.
Le conseguenze sulla economia della coltura sono facilmente intuibili
quando si pensi che essa, proprio per il suo estendersi, e quindi per facilitare
il collocamento del futuro prodotto, avrebbe bisogno di ridurre i costi di
produzione mediante gli alti rendimenti.
E’ d’uopo pertanto reagire a tale stato di crisi preoccupandosi nel contempo
 del più vantaggioso collocamento della merce prodotta, con un
potenziamento del mercato mediante l’installazione di adeguate attrezzature
 per la migliore conservazione e distribuzione delle frutta fresche e
con uno sviluppo della industria trasformatrice.
Che se poi si tenesse conto del raccolto massimo di arance, fin’ora
registrato, e cioè di quello del 1932-33, che fu pari a circa q.li 5,5 milioni,
e sì volesse assumere come meta da raggiungere la resa media per ettaro
specializzato di quell’anno, che fu di q.li 189, si dovrebbe prospettare per
il 1956, allorchè tutti gli ettari di nuovo impianto, esistenti nel 1949, fossero
entrati in produzione, un raccolto di q.li 6,3 milioni. Il problema dello
smaltimento di un quantitativo superiore al doppio di quello ottenuto
mediamente nel 1948-49 non deve essere trascurato per non rischiare di
trovarsi impreparati, il giorno che la meta fosse raggiunta (1), a valorizzare
convenientemente tutta la produzione.

4. - Il principale sbocco attraverso cui l’annuo raccolto di arance raggiunge
 la sua destinazione è costituito dalla esportazione sui mercati esteri,
che assorbono una elevata quota di prodotto oscillante, in anni di scambi normali,
 tra il 40% e 50% (2) e dall’esportazione sui grandi mercati nazionali,
dai quali poi gli agrumi si irradiano per tutta la circoscrizione centrosettentrionale.
 In via approssimata, si può ritenere che la massima parte
delle spedizioni per l’interno effettuate dalla Sicilia e dalla Calabria, dove
sì concentra l’80% della produzione arancera italiana, tocchi e oltrepassi
il parallelo di Roma salvo alcuni rifornimenti che cadono in corrispondenza
del mercato di: Napoli.
Sulla base delle statistiche della Sicilia (3), che riportano distintamente
i movimenti commerciali con l’estero e con l’Italia continentale, si è tentata

(1) Secondo gli ultimi rilevamenti effettuati dall’IstaTt, la resa unitaria per ettaro
di aranceto specializzato sarebbe stata pari, nel 1950, a q.li 156,6 e nel 1951 a q.li 136,2.
La produzione di arance nel 1950 è stata di q.li 5.483.790; nel 1951 di q.li 4.886.000; nel
1952 di q.li 5.381.000. Nel 1958, entrati in produzione tutti gli ettari di aranceto specializzato
 esistenti nel 1951, si potrebbe avere una produzione, supposta una resa per
ettaro di q.li 189, pari a 7 milioni di quintali di arance.
(2) La flessione del 1947-48 va riferita allo scarso assorbimento di cui fino a
quegli anni era capace la Germania, mentre l’elevata quota assorbita nell’annata 1948-49
va messa in relazione al basso raccolto realizzato. I quantitativi esportati sono riferiti
all’annata di produzione e comprendono quindi le spedizioni effettuate dal 1° novembre
al 31 ottobre dell’anno successivo.
(3) Vedasi: Banco opI SicILIA, Bollettino Mensile.
        <pb n="163" />
        XIII - ASPETTI E DESTINAZIONI DEL RACCOLTO DI ARANCE

173

la valutazione del consumo delle regioni di produzione e delle altre regioni,
attribuendo a queste, nel loro complesso, una quota percentuale di alcuni
punti inferiore a quella effettivamente risultante dai dati siciliani. dovendosi
 ritenere:

1) che una aliquota della stessa esportazione dall’isola per il continente
 prenda successivamente la via dell’estero;
2) che il rapporto tra esportazione e produzione siciliana possa
essere in alcuni anni alterato dalla introduzione in Sicilia di quantitativi di
arance (1) di altre regioni, specialmente della Calabria, che, dopo essere
stati allestiti insieme con la produzione locale, figurano poi all’uscita come
prodotto dell’isola; i
3) che il rapporto tra esportazione e produzione dalla Sicilia, anche
quando non vi fosse l’interferenza di cui si è detto prima, debba ritenersi
più elevato (2) che per le altre regioni, per la miglior qualità del prodotto,
che vi viene quindi più intensamente richiesto che altrove.

Tenendo conto dei suddetti fattori, la quota di prodotto che si presume
di poter attribuire al mercato nazionale al di fuori delle aree di produzione,
dovrebbe oscillare in annate di normale esportazione all’estero attorno al
35% (3); nel consumo che viene fatto nelle regioni di produzione vanno
compresi anche gli scarti di raccolta e di prima selezione che tuttavia non
dovrebbero ritenersi molto elevati per la specie in esame.
Lo sbocco minore è rappresentato dal mercato industriale che destina
la partita maggiore alla trasformazione in succhi, essenze e scorze secche
o salmoiate e la rimanente alla trasformazione in marmellata e in frutti
canditi (4).
Le quantità che in complesso affluiscono all’industria sono molto modeste
 e non rappresentano che il 3-4% circa del raccolto, denotando inoltre
una rigidità del plafond di questo consumo, che contrasta invece con la
forte tendenza all’aumento che esso ha in altri paesi.
E’ questo uno dei motivi per cui il consumo annuo pro-capite italiano sì
mantiene entro cifre assai modeste a confronto di quelle che si registrano
per altri paesi come gli Stati Uniti ove, dai 7 kg. a testa di agrumi in genere
del 1909 si è passati a circa kg. 45. del 1948, di cui kg. 25 consumati allo stato
fresco e gli altri sotto forma di derivati.

(1) Statisticamente conglobati sotto la voce generica di frutta importata.
(2) Vedasi in proposito la valutazione fatta per la produzione di arance della
Campania nel volume della « Svimez » già citato: il mercato locale secondo questa valutazione
 assorbirebbe in media il 38 % della produzione.
(3) La forte aliquota (55%) del 1947-48 va messa in relazione con la scarsa esportazione
 all’estero realizzata in quell’anno.
(4) Si può ritenere che la produzione di succhi di arancia dolce si aggiri sui
45.000 q.li, quella di essenza di arancia dolce e amara sui 350 a.li, quella di marmellate
 sui 3.500 q.li e quella delle scorze secche e salmoiate sui 50.000 q.li.
        <pb n="164" />
        174

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

TAB. 3. — DESTINAZIONI DELLA PRODUZIONE DI ARANCE.

Consumo

ANNATE AGRARIE

PRODUZIONE
COMPLESSIVA

LÌ

[ndustria

Esportazione

(3)

Mercato nazionale

di peulo ne | altre regioni
(consumi e scarti) (consumi)
(4) (4)
=

a) Migliaia di quintali

1937-38
L94748 seas ap ER EER E
948-490

193738 senese one
L04748 nce Foe 4 e
1948-49 .... A

3.025
3.297
2,534

100,0
100,0
100 0

\

130
100

Paranntuya!

1.325
945
4 22

512 1.058
439 i 1.813
176 836

“9
13,3

35,0
55,0
33 0

#

(1) Dati desunti da: ISTAT - Bollettini mensili di statistica.
(2) Dati desunti da: INEA - Annuario dell’agricoltura italiana, Roma 1949 e 1950. ISTAT: Censimento delle industrie alimentari,
 Roma 1940. Nel 1952, l’industria avrebbe consumato q.li 190.000 di arance. ’
(3) Dati desunti da: ISTAT - Statistica del Commercio con l’Esiero - Quantità esportate dal lo novembre al 31 ottobre.
Nella campagna 1950-51 l'esportazione di arance ha toccato i q.li 1.950.000 circa.
(4) Valori stimati.

9. - Osservando l’andamento stagionale del mercato delle arance, si
ha la sensazione che esso sia essenzialmente condotto in funzione del commercio
 con l’estero e, di conseguenza, che i bisogni interni assumano una
posizione subordinata nella ripartizione del prodotto. Se ciò può spiegarsi
con i maggiori prezzi che vengono spuntati all’esportazione, dato che la
capacità di acquisto del mercato interno è relativamente più modesta,
appare però la incongruenza di tale indirizzo. Ne deriva che alle annate di
buona esportazione corrisponde una carenza di merce nel Paese e quindi
una elevata quotazione dello scarso prodotto; viceversa accade per le annate
di ridotti invii all’estero, in cui la saturazione dei mercati interni svilisce i
prezzi delle arance. Il fenomeno che si realizza nel corso di una stessa campagna
 con l’aritmico variare dei fattori che oggi regolano il commercio con
l’estero, è di facile e comune acquisizione (1).

(1) Anche esaminando l'andamento delle produzioni e quello delle disponibilità
 dell'ultimo quarantennio si vede come l’indice di variabilità delle disponibilità
 per il Paese sia superiore (16,4 %) a quello della produzione (125%)
        <pb n="165" />
        XIII - ASPETTI E DESTINAZIONI DEL RACCOLTO DI ARANCE

175

La coltura si è pertanto orientata con minore sollecitudine verso le
varietà più produttive e di minore costo e con maggiore interesse verso le
varietà di più alto pregio ma più costose (1).
Le considerazioni fatte trovano anche conferma dall’esame della tabella
seguente ove sono riportati alcuni periodi che possono, essere ritenuti di
sufficiente stabilità del mercato internazionale e precisamente quello precedente
 la prima guerra mondiale, quello dal 1923 al 1927 successivo cioè
alla instaurazione della nuova tariffa doganale e precedente alla stabilizzazione
 della lira, quello dal 1936 al 1940 che segna, dopo la grande crisi e
le sanzioni, il periodo di ripresa del commercio italiano, e quello dell’ultima
ripresa postbellica.
Fatte eguali a 100 la produzione, l’esportazione e le disponibilità
del 1910-14 si osserva infatti che gl’indici della produzione e della disponibilità
 si mantengono costantemente inferiori al livello iniziale, mentre l’indice
 dell’esportazione è sempre più elevato.

TAB. 4. — INDICI DI VARIAZIONE DELLA PRODUZIONE, ESPORTAZIONE E DISPO-NIBILITÀ
 PER IL CONSUMO DELLE ARANCE. (*)
(Media 1910-1911 — 1913-1914 = 100)

PERIODI

1910-11— 1913-14 .......
1923-24— 1926-27 el
1936-37— 1939-40 .....
1947-48 1948-49

PRODUZIONE

100,0
89,2
92,3
sa

ESPORTAZIONE | PravontuILITÀ

NETTA

INTERNA

100,0 100,0
115,0 I 78,3
132,3 | 75,3
123.3 85.5

0/ DELLA PRODUZIONE DESTINATA

all'esportazione

al consumo
interno

20,8
38,4
43,0
38.1

70,2
61,6
57,0
61.9

(*) Da: B. Barrgerr, Disponibilità alimentari dell’Italia dal 1910 al 1949, in Boll. Stat. Agrar. e For., n. 6, 1948 e n. 4,
1950. I dati assoluti sono comprensivi anche delle quantità relative ai mandarini, che verò non influiscono che in misura
modesta sul calveolo rivortato.

Anche se i periodi, di cui non si è tenuto conto perchè caratterizzati
dalla instabilità dei rapporti internazionali, e che abbracciano una serie

(1) L'Istituto del Commercio estero osserva in proposito (« Notiziario ortofrutticolo»
 n. 18, Roma 1950):
«Sono stati esportati dal 1° ottobre 1948 al 30 settembre 1949 complessivamente
q.li 1.496.760 di arance, di cui ben 829.382 q.li (55,3 %) di «arance bionde »; seguono
a notevole distanza, le «sanguinelle » per quintali 353.142, le «sanguigne » per quintali
 153.603, le cosiddette « sang-sang » (mescolanza di frutti sanguigni e sanguinelli per
almeno il 30 %) per q.li 14.404 (complessivamente 34,8 %); le «moro» per q.li 69.631
(4,7%), le «ovali» per d.li 48.056 (3,2%), le «amare» per d.li 19.307, le «tarocco »
per q.li 7.271 e altre varietà non meglio identificate per q.li 1.964.
Se si raffrontano tali dati con quelli degli anni precedenti al conflitto mondiale
si può rilevare che la percentuale di « bionde » rispetto alle altre varietà a polpa q buccia
(segue nota a nag. 176}
        <pb n="166" />
        176 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE SECONDA

di anni ben più numerosa di quella considerata, denotano un andamento
delle disponibilità più favorevole di quello delle esportazioni, tali periodi
non possono essere assunti come rappresentativi dell’indirizzo produttivo.
Sta di fatto, comunque, che, malgrado il ripetersi delle lunghe parentesi
di alterazione del mercato internazionale, il consumo interno pro capite
delle arance non ha potuto elevarsi oltre il massimo di 8 kg.
Il consolidamento di questo settore potrebbe essere realizzato con una
sua minore esposizione alle oscillazioni dei fattori esterni e con la massima
espansione (1) del mercato nazionale, sia di quello per il consumo delle
arance allo stato fresco, sia di quello industriale.

(seguito della nota di pag. prec.)
sanguigna, nella decorsa annata, è notevolmente aumentata. Infatti negli anni dal
1930 al 1938 tale percentuale si aggirava in media sul 36 % per salire, conclusosi il conflitto
 mondiale, a circa il 46 %. Si ritiene che la causa di tale ulteriore notevole aumento,
55 % nell’annata decorsa, sia dovuto molto probabilmente alla limitata capacità di
acquisto di alcuni dei principali paesi importatori (Germania, Austria) che si sono
orientati verso quelle varietà che, per essere meno pregiate, sono risultate meno
COsStose »

(1) Ai fini di favorire l’incremento del consumo degli agrumi, il rappresentante
dell’Associazione del Commercio degli agrumi francese ha presentato al Convegno agrumario
 internazionale di Palermo nel 1949 un progetto che prevede l’unione dei Paesi
del Mediterraneo nello svolgimento di una vasta campagna pubblicitaria per la diffusione
del consumo degli agrumi; il finanziamento della campagna verrebbe reperito nel versamento
 di una aliquota fissa per chilogrammo di prodotto esportato e importato. *
Il Convegno ha sostenuto anche la necessità d’indirizzare l’industria dei derivati
agrumari verso impianti a ciclo integrale di lavorazione, incrementando quelle produzioni
 che attualmente possono incontrare maggiore favore sui mercati, e precisamente
di dare il massimo sviluppo alla produzione dei succhi bevibili, specialmente di quelli
concentrati; a quella degli estratti vitaminici; a quella delle essenze; a quella delle pectine
ad alto potere gelificante e a quella dell’utilizzzzione dei residui atti alla preparazione
di mangimi coneentrati.
        <pb n="167" />
        PARTE TERZA

L’INDUSTRIA OLEARIA E L'INDUSTRIA ENOLOGICA
        <pb n="168" />
        XTV

LINEAMENTI DI UNO SVILUPPO DELL'INDUSTRIA OLEARIA
NEL MEZZOGIORNO (*)

Al settore oleario sono interessati quattro distinti gruppi di industria,
ner la:
a) spremitura delle olive;
b) lavorazione delle sanse mediante solventi;
c) estrazione degli oli di semi;
d) raffinazione degli oli di oliva e di seme.

Il complesso industriale nazionale è costituito: da 31.500 frantoi per la
spremitura delle olive; da 158 stabilimenti per l’estrazione dell’olio dalle
sanse; da 150 impianti per la raffinazione e la « ricomposizione » degli oli
grezzi di oliva e di semi; da circa 250 impianti per la estrazione dell’olio dai
semi esclusivamente mediante spremitura meccanica; da alcune decine di
impianti per la estrazione dell’olio dai semi mediante solventi. :
Sulla potenzialità di lavoro che tali impianti rappresentano non vi sono
indagini ufficiali recenti e i dati di cui si dispone, se riescono a dare una
impressione chiara dello sviluppo che l’industria olearia ha raggiunto in
Italia, non permettono tuttavia di mettere in evidenza quanta parte di detta
potenzialità sia efficiente e quanta invece sia antiquata e perciò da rinnovare;
 d’altro lato, i criteri diversi con cui il potenziale viene valutato
lasciano sussistere perplessità sulla comparabilità dei diversi dati e sulla
loro efficacia rappresentativa della effettiva situazione degli impianti (1).
Limitandoci perciò a considerare il dato globale, appare subito che
questo settore non ammette a priori un suo ulteriore sviluppo, tanto più

(*) Da: « Informazioni SviMmeEz », n. 65-66, del 30 marzo-6 aprile 1949.
(1) In occasione delle riunioni per l’Unione doganale italo-francese la potenzialità
 dell’industria italiana fu presentata nei seguenti termini: potenzialità annua dei
frantoi di oliva 8.000.000 ag.li di olio; potenzialità giornaliera dei sansifici 80,000 q.li
dî sanse; potenzialità giornaliera degli impianti di raffinazione 35.500 q.li di olio
grezzo; potenzialità annua (teorica) della attrezzatura per la estrazione degli oli
di seme mediante pressione 15.800.000 q.li di semi e per l’estrazione mediante solventi
10.200.000 q.li di semi. Questi ultimi due dati non possono essere aritmeticamente sommati,
 avendo l'attrezzatura di estrazione a solvente, negli impianti maggiori, una
funzione complementare rispetto all’attrezzatura di pressione.
        <pb n="169" />
        180

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

se si tiene conto della media disponibilità di materia prima nazionale e
delle possibilità di importazione.
Occorre ciò nonostante tenere presente una serie di motivi i quali, come
si vedrà in seguito, possono modificare tale giudizio e condurre alla individuazione
 di determinate situazioni strutturali e di determinate posizioni
ubicazionali rispetto alle quali è logico prospettare un rinnovamento e uno
sviluppo del settore in esame.
Sarà opportuno precisare la distribuzione geografica del complesso industriale
 sopraindicato (1). Gli impianti per la spremitura delle olive sono
accentrati per il 62% nel Mezzogiorno, per il 27% nel Centro, per l’il% nel
Settentrione. Gli impianti per l’estrazione dell’olio dalle sanse sono concen-(1)

 All’epoca del Censimento industriale del 1937 il complesso industriale oleario
risultò così composto:
4) 26.920 frantoi per olive di cui 18.229 dislocati nel Mezzogiorno. Di questi
ultimi uno solo (Foggia) risultò in grado di lavorare giornalmente oltre 500 q.li di
olive; altri quattro (Brindisi, Foggia, Taranto, Cosenza) avevanò una potenzialità compresa
 tra i 201 e 500 q.li giornalieri; 39 avevano una potenzialità compresa tra i 101 e
i 200 q.li (21 erano dislocati in Puglia); 336 avevano una potenzialità tra i.51 e i 100 q.li;
1.265 avevano una potenzialità tra i 31 e i 50 q.li I restanti 16.920 avevano potenzialità
 inferiore ai 30 q.li giornalieri e ben 4.198 erano in grado di lavorare non più
di 5 q.li di olive al giorno.
b) 108 stabilimenti per la lavorazione delle sanse di cui 54 dislocati nel Mezzogiorno.
 Questi ultimi lavorarono nel 1937 2.311.573 q.li di sansa sui 3.224.434 complessivamente
 trattati in tutta Italia. Dei 108 esercizi, 98 si limitarono a estrarre dalle
sanse gli oli senza quindi raffinarli, trattando circa l’82 % di tutte le sanse passate
all’industria; gli altri dieci, di cui uno in provincia di Taranto e due in provincia di
Bari, eseguirono operazioni oltrechè di estrazione anche di raffinazione.
Gli impianti che trattarono nell’anno oltre 100.000 g.li di sanse furono in tutta
Italia sei, di cui quattro in provincia di Bari, uno in provincia di Taranto e uno in
provincia di Siena. Altri 14 impianti lavorarono da 50.000 a 100.000 aq.lì (11 nel Mezzogiorno,
 dislocati nelle province di Bari, Brindisi, Lecce, Reggio Calabria, Sassari); 25
lavorarono da 25.000 a 50.000 q.li, di cui 16 nel Mezzogiorno (Bari, Brindisi, Lecce,
Palermo). I restanti 63 lavorarono meno di 25.000 q.li e 32 arrivarono appena a 1.000 q.li.
c) 34 stabilimenti per la raffinazione dei lampanti che produssero 340.000 q.li
di rettificato A di cui 50.500 nel Mezzogiorno; 31 stabilimenti per la raffinazione degli
oli di sansa che produssero 188.000 q.li di rettificato B di cui 98.000 nel Mezzogiorno;
19 stabilimenti per la raffinazione degli oli di seme che produssero 895.000 q.li di oli
commestibili di cui 415.000 a Trieste e 16.000 q.li nel Mezzogiorno; 10 stabilimenti per
la produzione di oli alimentari ricomposti che produssero circa 66.000 q.li di cui
17.000 in Puglia.
Dei primi, soltanto 11 trattarono esclusivamente olii di oliva lampanti di cui
1 in provincia di Napoli (118 q.li) 1 in provincia di Bari (7.000 q.li) 2° in provincia di
Reggio Calabria (4.000 q.li) 1 in Sicilia (718 a.li). Degli stabilimenti per il rettificato B
solo 9, di cui 8 in Puglia, eseguirono esclusivamente questa produzione; gli altri
impianti impiegarono sia oli lampanti che di sansa come pure di semi oppure lavorarono
 anche direttamente le sanse e i semi. La produzione di oli di seme commestibili
è concentrata esclusivamente nei pochi stabilimenti citati e nel Mezzogiorno vi sono
solo i due in provincia di Napoli, che in gran parte utilizzarono i semi di origine nazionale
 (vinaccioli, semi di pomodoro, mandorle, ecc.). L’utilizzazione di semi oleosi importati
 manca quasi completamente nel Mezzogiorno come del resto testimoniano i trascurabili
 quantitativi di semi risultanti agli sbarchi, nelle statistiche dei porti del, Sud.
La produzione meridionale di rettificato B era concentrata nel 1937 per il 48 %
in provincia di Napoli e per il 41% in provincia di Bari; vi concorsero inoltre, per
piccoli quantitativi, le province di Taranto e Brindisi.
Il rettificato A del Mezzogiorno, proveniva, all’epoca del Censimento, per 180 %
(segue nota a pag. 181)
        <pb n="170" />
        XIV - LINEAMENTI DI UNO SVILUPPO DELL'INDUSTRIA OLEARIA NEL MEZZOGIORNO 181

trati per il 69% nell’Italia meridionale, per il 28% nel Centro e per il 3% nel
Settentrione. Gli impianti per la raffinazione dei lampanti sono concentrati
in poche zone tra cui in primo luogo la Liguria. La potenzialità degli impianti
 per la lavorazione dei semi è distribuita per il 22% nel Mezzogiorno,
per l’8% nell’Italia Centrale e per il 70% nel Settentrione (1).
Le ragioni della diversa distribuzione geografica dei singoli impianti
sono da ricercarsi in primo luogo in fattori naturali e fisici (localizzazione
della materia prima) e in secondo luogo in fattori storici ed economici (tradizioni
 mercantili, correnti di traffico, mercati).
Al primo ordine di fattori deve ascriversi il concentramento nelle zone
meridionali dei frantoi per la spremitura delle olive, perchè questa produzione
 rappresenta nel Mezzogiorno il 77% della intera produzione nazionale.
 Data la difficile conservabilità delle olive e la conseguente difficoltà
dei trasporti a distanza è evidente che l’industria trasformatrice di questo
prodotto non possa essere dislocata che nel cuore delle zone olivicole. Per
quanto riguarda le sanse, il fattore determinante della localizzazione della
relativa industria nel Mezzogiorno è dovuto soprattutto all’elevato rapporto
in peso che intercorre tra materia prima e prodotto finito. Per quanto riguarda
 la dislocazione dell’industria di raffinazione degli oli di oliva lampanti si
può riconoscere senz'altro che fattori di ordine tradizionalistico e di natura
mercantile abbiano contribuito sin dall’inizio di tale attività industriale a
far sorgere nel Settentrione anzichè nel Mezzogiorno i relativi impianti.
Non incidendo un elevato rapporto tra prodotto grezzo e prodotto finito e,
per converso, essendo dislocato il mercato di assorbimento dell’olio rettificato
 specialmente nel Settentrione, che a differenza del Sud ha sempre
richiesto oli raffinati, l’imprenditore non ha trovato una particolare convenienza
 a trasferirsi nel Sud. Egli quindi ha mantenuto le industrie nella loro

{seguito della nota di pag. prec.)
dalla Puglia (provincie di Bari 56 %, Taranto 17 %, Brindisi 7%) mentre il residuo 20 %
risultò prodotto nella provincia di Napoli (12%) e in quella di Reggio Calabria (8 %).
La produzione degli oli sintetici era localizzata in provincia di Taranto (17.000 q.li
sui 66.000 prodotti in Italia).
d) 224 impianti per la estrazione dell’olio dai semi esclusivamente mediante
pressione (torchiatura) che produssero 143.000 q.li di olio grezzo — di cui solo 3.000 q.li
in provincia di Napoli — impiegando circa 862.000 q.li di semi (22.350 q.li lavorati in
Campania). Per i fabbisogni industriali gli oli vegetali servono in genere allo stato
grezzo: essi sono in parte forniti dagli impianti di pressione sopra indicati e in parte
dagli impianti a solvente (che, come è noto, possono impiegare nel loro ciclo di lavorazione
 anche i torchi per la spremitura meccanica) e che comprendono quasi tutti quelli
che produssero anche oli di seme commestibili. Gli impianti a solvente che produssero
oli grezzi nel 1937 per complessivi q.li 337.000 sono anch'essi in numero di 19, uno solo
dei quali, situato a Genova, ha messo sul mercato circa 244.000 q.li di oli pari ai tre
quarti della produzione totale di quell’anno; altri quattro, di cui uno di Campania,
ebbero una produzione compresa tra i 10.000 e i 25.000 q.li; la restante quota prodotta
risultò suddivisa tra piccole industrie di cui una pugliese ed un’altra campana.
Alla produzione di olii di seme rettificati per uso industriale e destinati in buona
parte all’industria farmaceutica e a quella dei lubrificanti (olio di ricino) si dedicarono
11 esercizi, tutti dislocati nel Nord, specie in provincia di Milano, che produssero nel
1937 q.li 28.415. .
(1) Situazione al 1° gennaio 1948. D-: « Olearia » - Rivista delle materie grasse,
n. 7. Roma 1948.
        <pb n="171" />
        182

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

zona di origine e si è limitato a prelevare dal Mezzogiorno la materia prima.
Si aggiunga che gli impianti di raffinazione degli oli di oliva, che fino a
non molti anni fa erano quasi esclusivamente dislocati in Liguria, lavoravano
 una notevole quota di oli importati dal Bacino Mediterraneo via mare.
Per cui la posizione geografica di quella regione favoriva l’attività industriale
 in parola. Infine, per quanto riguarda l’industria della estrazione
e successive lavorazioni degli oli di seme, ha influito sulla prevalente dislocazione
 dei relativi impianti nel Settentrione, e in particolare in prossimità
dei grandi porti (Trieste e Genova), il mercato di assorbimento dei prodotti
finiti. Gli oli di semi alimentari trovavano infatti un facile mercato nel
Settentrione non abituato agli oli di oliva, cui invece per secolare tradizione
è assuefatto il popolo meridionale. Gli oli di seme per usi industriali trovavano,
 a loro volta, nel complesso industriale del Nord un mercato di assorbimento
 di gran lunga più ampio di quello costituito dal modesto complesso
industriale meridionale.
E’ evidente che con il passare del tempo le condizioni che hanno determinato
 l’originaria impostazione strutturale e ubicazionale dell’industria
in esame si sono venute alquanto modificando. Il complesso industriale del
Mezzogiorno e delle Isole è andato, sia pure lentamente, sviluppandosi e
quindi si è andata vivificando anche in queste regioni una domanda di
oli per usi industriali. La recente guerra che ha costretto le popolazioni a
fare uso di grassi delle più diverse specie, data la carenza delle fonti tradizionali
 di rifornimento, ha portato un deciso contributo alla modificazione
del gusto dei consumatori, anche di quelli meridionali; ne è riprova il fatto
del graduale estendersi del consumo del burro e di oli di seme specie nei
grandi centri del Sud, ove, tra l’altro, si è andata anche addensando una
popolazione proveniente da regioni dove questi tipi di grassi hanno avuto
sempre un largo consumo.
D’altra parte i più bassi livelli di prezzo degli oli di seme fanno sì che
possa attendibilmente formularsi la prospettiva, conseguente anche al basso
reddito di quelle popolazioni, che nel futuro il consumo di tali oli possa
ampliarsi nelle aree depresse le quali potranno essere così messe in grado
di esportare le locali produzioni di pregio.
Uno sviluppo del settore oleario nel Mezzogiorno deve essere visto pertanto
 in funzione di una serie di fattori che qui di seguito si elencano:
a) tendenze del mercato di consumo alimentare;
b) orientamento delle aree depresse verso lo sviluppo industriale;
c) arretratezza dell’attrezzatura esistente e necessità del rinnovamento
 di essa;
d) necessità di abbassamento dei costi di lavorazione;
e) orientamenti recenti della tecnica olearia;
f) necessità di sviluppo dell’interscambio mondiale;
g) sviluppo dell’industria concorrente nei paesi produttori di materie
prime (olive e semi oleaginosi);
        <pb n="172" />
        XIV - LINEAMENTI DI UNO SVILUPPO DELL'INDUSTRIA OLEARIA NEL MEZZOGIORNO 183

h) nuove possibilità offerte dalla tecnica agronomica alla introduzione
 di nuove colture oleaginose in zone non tradizionali;
i) prospettive di estendimento delle tradizionali colture (olivo) in
comprensori di trasformazione fondiaria-agraria.

Si è accennato alla tendenza ‘a mutare dei gusti dei consumatori;
il fatto, che ha origini complesse, non soltanto di ordine economico, è
statisticamente provato per una serie di prodotti (1) per cui non è illogico
 prospettare la possibilità di un incremento dei consumi degli oli di
seme per usi alimentari.
Per quanto si riferisce al secondo punto, è indubitabile che lo sviluppo
industriale richiamerà sempre più l’esigenza di disporre di oli per i fabbisogni
 dell’industria: per cui verranno a ripetersi anche per il Mezzogiorno
quelle condizioni che hanno reso conveniente la creazione degli impianti
nel Settentrione.
A completare il quadro delle possibilità di smercio dei prodotti dell’industria
 degli oli vegetali occorre anche considerare la possibilità di collocamento
 dei sottoprodotti i quali hanno non poca importanza nell’economia
produttiva delle aziende che vi sono interessate.
Il principale sottoprodotto della lavorazione dei semi è costituito dai
panelli destinati in grandissima parte all’alimentazione del bestiame. Dato
il contributo non indifferente che tali panelli porterebbero all’arricchimento
delle razioni alimentari a base dei comuni foraggi somministrati al bestiame
è da pensare che vi saranno possibilità di assorbimento di tale sottoprodotto
nelle zone di bonifica meridionale. Altri sottoprodotti di una qualche importanza
 economica sono le paste di saponificazione e le oleine che residuano
nelle operazioni di raffinazione degli oli grezzi. Il principale sottoprodotto
della estrazione di olio dalle sanse è dato dai frantumi di noccioli dî oliva,
facilmente collocabili come combustibile, e dalle pellicole disossate, usate in
gran parte per concime e in piccola parte per la produzione di mangimi
composti. |
Per una numerosa serie di impianti, in particolare per quelli che
riguardano la spremitura delle olive (frantoi) come anche per tutti gli altri
tipi (impianti di estrazione mediante solventi, di raffinazione, di lavorazione
 dei semi), si pone ormai chiaramente il problema di rinnovare le
attrezzature per far sì che i costi di lavorazione si abbassino e migliorino le
rese e la qualità dei prodotti. |
Il costo di produzione elevato è determinato oltre che dai
fattori comuni a tutte le industrie anche dal fatto che, specialmente nei
frantoi, l’attrezzatura non consente un ciclo economico di lavorazione e
grava quindi in misura notevole non solo per le spese generali costanti, ma
anche per le spese di esercizio, dovendosi spesso mantenere inoperose

(1) Il consumo del burro si è ridotto negli Stati Uniti da 17,3 libbre a testa nel
1939 a 11,3 libbre nel 1947 mentre il consumo 4lella margarina è passato da 2,3' libbre a
41.6 libbre nello stesso periodo.
        <pb n="173" />
        184

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

sezioni di macchinario e maestranze in attesa che altre sezioni di lavoro
abbiano condotto a termine la loro fase.
La progredita tecnica olearia ha dovuto constatare che nella produzione
della materia prima — in particolare delle olive — sussistono, e continueranno
 a sussistere ancora per un periodo di tempo non precisabile, condizioni
 che ne danneggiano la qualità, per cui è necessario predisporre una
attrezzatura industriale che sia in grado di dare al prodotto quei requisiti
 che il consumo richiede. In proposito si deve ricordare che le gravi e
quasi costanti infestazioni di mosca olearia; i consuetudinari metodi di raccolta
 delle olive antirazionali ma non facilmente modificabili per motivi
economici; i tradizionali sistemi di conservazione del prodotto, in attesa che
venga lavorato — legati alla struttura fondiaria delle zone olivicole sprovviste
 di strade e ancor più dificitarie di locali, fanno sì che annualmente una
notevole massa di olio (40-60%) non abbia quei requisiti voluti dal consumo
e abbia perciò bisogno di essere ulteriormente raffinato. Diventa perciò
indispensabile dotare i centri di produzione e di spremitura dell’olio dalle
olive di impianti di raffinazione in grado di dare al prodotto quelle caratteristiche,
 che la industria di spremitura non può dare da sola, per fattori
sopra citati e da essa indipendenti. i
Anche per il settore che riguarda l’estrazione dell’olio dalle sanse
mediante solventi la tecnica più recente si sta orientando per una profonda
modifica dell’attuale struttura. Infatti la convenienza della gestione
dipende essenzialmente dal rapporto tra oli a bassa acidità e oli ad alta
acidità che l’impianto può produrre, poichè gli oli ad alta acidità spuntano
sul mercato prezzi inferiori a quelli degli oli meno acidi. Poichè l’acidità, a
parità di condizioni, è in relazione alla durata del periodo di sosta che le
sanse debbono superare prima di poter entrare in lavorazione, è evidente
che, entro determinati limiti e in determinate condizioni, l’impianto di
minore mole — che non costringe la materia prima a rimanere per un
lungo periodo non impiegata — presenta vantaggi economici, superiori allo
impianto di mole maggiore. Analogamente, per le raffinerie, i moderni cicli
di lavorazione, che consentono rese maggiori di quelli più antiquati, tendono
ad inserire negli stabilimenti nuove linee di lavorazione.
Le necessità di sviluppare l’interscambio mondiale richiamano sempre
più non solo l’esigenza di un equilibrio internazionale nei costi di produzione,
ma anche l’adeguamento qualitativo dei prodotti ad una massa di consumatori,
 non legati a determinate caratteristiche organolettiche tradizionali.
Per cui la nostra produzione olearia, che si basa essenzialmente sull’olio di
oliva, deve affinarsi e adeguarsi alle richieste del mercato. se vorrà sviluppare
 le proprie vendite all’estero.
Un particolare accenno merita lo sviluppo industriale avvenuto nell’ultimo
 decennio sopratutto nei Paesi olivicoli del bacino Mediterraneo, che
erano i rifornitori dell’olio lampante alle raffinerie, specialmente della
Liguria. Tale sviluppo industriale ha messo in grado quei Paesi (Tunisia,
Algeria, Siria, Marocco) di presentarsi sui mercati di consumo con prodotti
        <pb n="174" />
        XIV - LINEAMENTI DI UNO SVILUPPO DELL'INDUSTRIA OLEARIA NEL MEZZOGIORNO 185

raffinati che fanno decisa concorrenza ai nostri e, quel che più conta, ha
ristretto e restringerà sempre più le possibilità per le nostre industrie
di andarsi a rifornire di materia prima in quei centri. Non ci sarebbe da
meravigliarsi se, nel prossimo futuro, una certa quota di potenziale settentrionale
 si spostasse nelle regioni di produzione meridionale, ancora deficienti
 di attrezzatura, per non correre il rischio di rimanere definitivamente
inutilizzata.
Analogamente a quanto è avvenuto per l’industria di raffinazione degli
oli di oliva, che si è andata sviluppando in tutti i Paesi olivicoli, anche
l'industria di spremitura e di raffinazione degli oli dei semi oleaginosi è
andata prendendo piede nelle aree di più estesa coltivazione (1). Per cui una
nuova industria per la lavorazione dei semi non può più impostare il proprio
programma sulla sola base delle importazioni, ma deve necessariamente
tenere conto attentamente delle possibilità di lavorare anche una quota di
materia prima locale; quota che dovrà essere più o meno ampliata a seconda
delle valutazioni, che l’imprenditore sarà in grado di fare sull’andamento
del commercio estero. L’intenso ritmo di sviluppo, che i programmi governativi
 pensano di dare alle trasformazioni fondiarie, e alcune nuove possibilità
 colturali che la tecnica agronomica ha recentemente messo a punto,
fanno pensare che nel prossimo domani il Mezzogiorno potrà produrre un
certo quantitativo di semi oleaginosi, per rifornire le relative industrie di
trasformazione. A parte però queste prospettive legate a determinati ordinamenti
 colturali non ancora in atto e sui quali l’ultima parola non è ancora
stata detta, esistono già nel Mezzogiorno materie prime da cui può essere
estratto l’olio (2). Qualora si potesse pervenire ad un economico ammassamento
 di tali prodotti, che oggi per la maggior parte si disperdono in una
numerosa congerie di piccole partite, destinate a rimanere inutilizzate, si può
prospettare per una industria trasformatrice in questo campo la formazione
di una base di rifornimento di materia prima non del tutto trascurabile.
In tutte le ragioni anzidette, si possono trovare motivi che giustificano
prospettive di sviluppo dell’industria olearia nel Mezzogiorno. Riassumendo,
 si possono pertanto formulare le seguenti considerazioni conclusive: i
nuovi impianti di spremitura delle olive dovranno corrispondere a quelle
dimensioni ottimali che consentono un razionale ciclo di lavorazione senza
lasciare quindi parzialmente inoperanti macchine e uomini nel periodo
lavorativo. A questo proposito i tecnici consigliano dimensioni non inferiori

(1) Prima della guerra l’Argentina era la maggiore produttrice ed esportatrice di
semelino. Dopo la guerra le esportazioni di olio hanno segnato un aumento straordinario
 in confronto alle esportazioni degli anni precedenti a tutto detrimento delle
esportazioni di seme.
(2) Nel 1948 sono stati prodotti nel Mezzogiorno 73.000 g.li di seme di lino,
10.000 q.li di seme di canapa, 46.300 q.li di arachidi; 52.000 q.li di seme di cotone; 4.400 a.li
di sesamo; 500 q.li di soia; 1.400 q.li di ricino.
Si possono teoricamente valutare in q.li 420.000 i vinaccioli secchi ricavabili dalla
vinificazione nel Mezzogiorno; in q.li 25.000 i semi di pomodoro ricavabili dall’industria
conserviera meridionale; in alcune decine di migliaia di quintali i semi di colture
diverse (zucca. tabacco, lentisco. limone. ecc.).
        <pb n="175" />
        (86

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

a quelle che consentono una lavorazione oraria di 4-5 quintali di olive. Per i
potenziamenti-degli impianti già esistenti si dovrà soprattutto tener conto
di quelli che tendono a completare il ciclo di lavorazione, unendo alla
originaria sezione di spremitura anche la sezione per l’estrazione dell’olio
dalle sanse mediante solventi ed, eventualmente, la sezione della raffinazione.
 Questo ciclo integrale è quello che riesce a garantire il massimo sfruttamento
 e la massima valorizzazione della materia prima poichè le fasi
operative, che si susseguono con ritmo rapido e ininterrotto, riducono al minimo
 le perdite di lavorazione. Gli impianti di sansificio e di raffinazione
hanno sotto l’aspetto accennato le ragioni più evidenti e più convincenti del
loro costituirsi nel Mezzogiorno; potranno però essere considerati impianti
a sè stanti, e cioè indipendenti dal frantoio vero e proprio, qualora essi vengano
 ubicati al centro di zone intensamente olivicole e nelle quali l’inesistenza
 di una attrezzatura industriale similare non lascia dubbi sulle possibilità
 future di conveniente rifornimento della materia prima. È’ evidente
che le dimensioni di tali impianti dovranno essere strettamente calcolate
in rapporto alle effettive disponibilità di sanse e di oli lampanti presenti
nella zona, senza quindi farsi eccessive illusioni su possibili attingimenti
in zone diverse già soggette alla influenza di altri imprenditori. Per quanto
si riferisce agli impianti di lavorazione dei semi e dei frutti oleaginosi
occorrerà soprattutto considerare le modalità di rifornimento di materia
prima che gli imprenditori hanno studiato in relazione all’impianto e, precisamente,
 vedere come sia stato predisposto l’equilibrio di rifornimento tra
materia più sicuramente reperibile (prodotti nazionali) e materia su cui
grava una maggiore aleatorietà di acquisizione (semi coloniali).
        <pb n="176" />
        XU

CONDIZIONI PER IL RINNOVAMENTO
DELLA INDUSTRIA OLEARIA (*)

1. - Il settore industriale per la produzione dell’olio di oliva presenta
le seguenti caratteristiche strutturali:
1) una capacità lavorativa, installata nei frantoi, che sarebbe in grado
di molire un raccolto di entità pari a quattro volte quella che mediamente si
ottiene nel Mezzogiorno:

2) un frazionamento di tale capacità in più di 21.000 unità, di cui il
50,5% non ha attrezzature sufficienti a molire più di 10 quintali di olive
al giorno:

3) uno stato delle attrezzature in massima parte arretrato tanto che
ancora il 57% degli impianti, che detengono il 40% del complessivo potenziale
 di lavoro, impiega forza motrice animata; le macchine più moderne
dell’oleificio, che sono rappresentate dalle centrifughe, sono presenti soltanto
 nel 10,3% dei frantoi mentre negli altri l’olio viene ancora separato
a mano dalle acque di vegetazione. Il 48,8% dei frantoi utilizza ancora i
torchi per la spremitura delle paste di oliva anzichè le moderne presse
idrauliche:

4) una netta separazione in unità distinte ed appartenenti a categorie
imprenditoriali diverse dei cicli di lavorazione che rispettivamente:
a) moliscono le olive per ottenere gli olii di pressione;
b) estraggono l’olio residuato dalle sanse, trattandole con solventi;
c) raffinano sia gli olii di pressione troppo acidi (oli lampanti), sia
gli oli al solfuro per renderli commestibili.

Lo spinto frazionamento della struttura industriale è ragione della lentezza
 degli ammodernamenti, per i quali non esiste la convenienza fino a
tanto che la capacità dell’impianto non raggiunga dimensioni capaci di
utilizzare pienamente la potenzialità delle singole macchine. D’altro lato,
la modesta entità della produzione non consente l’installazione, accanto ai

(*) Dal volume: SviIMEZz € InEAa, La struttura dell’industria olearia nel Mezzogiorno
 Roma 1952.
        <pb n="177" />
        i:88

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

frantoi, di un impianto per la lavorazione dei sottoprodotti e di una raffineria
 per migliorare la qualità degli olii ottenuti.
In proposito va ricordato che almeno un 40% degli olii di pressione, che
mediamente si ottengono nel Mezzogiorno, ha bisogno, prima di essere
immesso al consumo, di essere raffinato. Questa operazione, allo stato
attuale della distribuzione territoriale degli impianti, viene prevalentemente
 compiuta in raffinerie situate fuori dei confini del Mezzogiorno.
L’industrializzazione del settore appare indispensabile quando si tenga
conto, oltre che degli aspetti accennati, anche del fatto che dall’attuale
attrezzatura dipendono basse rese di lavorazione, deprezzamento qualitativo
della produzione, perdite di prodotto nei passaggi che tra il frantoio e la
raffineria l’olio deve subire prima di poter essere immesso al consumo, e
quindi un indebolimento generale di tutti gli operatori del settore.
E’ evidente quindi che l’aspetto fondamentale della auspicata industrializzazione,
 deve consistere in un decisivo concentramento della capacità
di lavoro ora polverizzata in una miriade di piccole unità.
Il ritmo naturale di tale concentramento che si è potuto registrare con
due successive rilevazioni, una compiuta nel 1937 e una nel 1948, è rappresentato
 da 33 impianti all’anno, che nell’undicennio considerato sono arrivati
 a dotarsi di una capacità lavorativa superiore ai 50 quintali di olive
giornalieri. È’ evidente che occorre accelerare tale ritmo per poter in breve
tempo potenziare questa produzione che fornisce il 7,3% dell’intero valore
lordo dell’agricoltura meridionale.
Qualora fosse predisposta una conveniente politica a sostegno del settore
 in esame, è presumibile che il ritmo di rinnovamento e di concentramento
 potrebbe notevolmente accelerarsi, dando vita ad impianti a ciclo
integrale dove tutte le fasi di lavorazione prima indicate potrebbero realizzarsi
 in linea continuativa e non in fasi distaccate come ora avviene.

2. - Per rendersi conto dell’influenza sulla produzione della arretratezza,
 in cui permane ancora larga parte dell’industria in esame, bisognerebbe
 possedere una serie di dati molto più ampia e più precisa di quanto
invece non sia quella disponibile; prima di ogni altra, si avverte la mancanza
 di un sistematico rilevamento dei costì di produzione in aziende rappresentative,
 che possa fornire elementi correttamente confrontabili tra di
loro per mettere in evidenza gli effetti dello stato di razionalità o meno delle
attrezzature sui risultati del bilancio.
Tuttavia anche i dati a disposizione, per quanto parziali e per quanto
espressione più di stime sintetiche che di analisi dettagliate, non mancano
di una loro intrinseca capacità di orientamento dei giudizi che si vogliono
esprimere in questa sede.
        <pb n="178" />
        XV - CONDIZIONI PER IL RINNOVAMENTO DELLA INDUSTRIA OLEARIA 189

Il Censimento fornisce una prima serie di dati in proposito, che riguardano
 la diversità di resa registrata rispettivamente nei frantoi azionati a
forza inanimata e in quelli azionati a forza animata (1).

Tap. 1. — LE PERDITE DI PRODUZIONE NEI FRANTOI A FORZA ANIMATA.

CIRCOSCRIZIONI

Abrnzzi e Molise ....
Campania seesszsieniee
Puglia ..... sele
Basilicata .....
Calabria ..... salle
Sicilia a
Sardegna ....... sa
MEZZOGIORNO .....

RESA IN OLIO DI l Q.LE
DI OLIVE NEL 1936

OLIO NON ESTRATTO NEI FRANTOI
AÀ FORZA ANIMATA

rilevata dal
stimata | Censimento nei frantoi
dalla
Stati- a forza | a forza
stica ani- | inaniufficiale
 | mata | mata
kg. pa ke.

nel 1936

jin un’annata media

scarti
di:
produzione

9/

olive | olio | % sulla | olive |
lavorate q.li produ- lavorate
%, {(mi- zione o
sul gliaia) |ottenuta sui
raccolto raccolto

olio
q.li
(migliaia)


lo sulla
produzione

| ottenuta

2

a

ni

Tu

17,7
10,7
16,4
16,6
13,3
16,4
12.5

16,8
12,9
15,1
14,7
12.1
5,3
11.6 !

17,5 12 33,0
17,1 32,6 52,8
16,6 20 20,2
15,7 6,8 36,4
15,5 28,1 43,6
18,0 17,6 16.5
15.9 | 37,1 || 15,8

1,4
21,8
8,1
0
1,4
’,0
21

3

30,2
51,1
20,4
34,6
37,8
29,8
30 8

1,5
20.5

1,3
15.5
1.8
22

0 7
-

10,8
1,1
28.4
4.3

2

8,9
31,0
22

83

15 0

14.0 i 16.6

18 6

20 9

47 8

30 4

80.9

12

Nel 1936, le olive lavorate dai frantoi azionati con forza motrice animata
rappresentarono, mediamente per il Mezzogiorno, il 29,9% di tutto il raccolto,
 con un massimo per la Campania, ove in tale categoria di impianti
venne oleificato il 52,8% del raccolto, e un minimo per la Sardegna, pari
al 15,8%. L’olio che vi si ottenne ammontò a quintali 254.000, mentre, se
lo stesso quantitativo di olive fosse stato lavorato nei frantoi azionati da
forza inanimata. se ne sarebbero potuti ottenere circa q.li 48.000 in più.

(1) Le rese della statistica ufficiale richiamate nella tab. 1 non hanno altro
scopo che quello di giustificare il dislivello medio su cui sì pongono i valori denunciati
 dalle due categorie di frantoi nelle singole circoscrizioni; infatti nell’esprimere
tali rese la statistica tiene conto, non solo della situazione delle attrezzature di molitura
 di ciascuna regione, ma altresì della diversa qualità del raccolto in funzione
del particolare andamento stagionale, della influenza degli attacchi parassitari, del
contenuto in olio delle varietà di olive prodotte in ciascuna zona, della condizione
degli oliveti, ecc. E’ perciò da escludersi, almeno allo stato attuale delle indagini, il
confronto tra le rese regionali, ai fini di un giudizio sulla efficienza della rispettiva
industria, mentre appare meno arbitrario quello che si può stabilire nell’ambito di
una stessa circoscrizione tra frantoi azionati con energia di diversa natura.
Va da sè che un confronto del genere, per essere veramente corretto, dovrebbe
restringersi ad impianti contenuti in un ambito territoriale più omogeneo, quale
quello delle zone agrarie o almeno delle regioni agrarie; purtroppo ciò non è possibile
e pertanto ai dati esposti bisognerà dare soprattutto un valore orientativo più che di
fatto, ma senza con ciò escludere che la realtà possa essere anche più grave di quella
che la sintesi statistica mette in evidenza.
        <pb n="179" />
        190 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

La maggiore resa che in tali frantoi venne registrata rispetto a quella dei
frantoi dell’altra categoria è infatti commisurabile ad un 18,6% in media
e con massimi pari al 32,6% e al 37,1% per la Campania e per la Sardegna.
Ariche se il dato relativo al Mezzogiorno non denota che una perdita
pari al 5,2% dell’olio prodotto, non si può non rilevare la forte quota relativa
alla Campania, in cui si sarebbe potuto ricavare con frantoi meglio attrezzati.
 un 20,7% in più di olio rispetto al quantitativo effettivamente ottenuto.
Sarà bene infatti ricordare che azionamento a forza animata è sinonimo
 di cattivo stato di tutte le attrezzature di oleificazione dato che, in
genere, alle macine mosse da animali si ricollegano ancora i torchi del
tipo più antiquato e tutte quelle altre condizioni di lavorazione in precedenza
 illustrate. :
Inoltre occorre ricordare che il 1936 fu una campagna di scarso raccolto
e che pertanto il 31,4% dei frantoi a forza animata rimase del tutto inattivo:
in una campagna normale e per la quale si può supporre che la materia
prima si ripartisca mediamente tra le due categorie di frantoi in proporzione
 alla loro capacità lavorativa, le perdite sarebbero commisurabili,
supposta costante la differenza di resa accertata nel 1936, ai valori indicati
nella col. 10; da essi si può desumere che l’industria frantoiana perde annualmente
 un valore che già di per sè solo le consentirebbe, in un decennio, un
sostanziale rinnovamento degli impianti più arretrati. E in fatto di rese,
va ancora aggiunto che la resa media dello stesso frantoio a forza inanimata
 è in molti casi suscettibile di essere aumentata.
Ma il problema del miglioramento delle condizioni generali dell’industria
 frantoiana non può esaurirsi nel semplice aumento delle rese, se contemporaneamente
 non si tiene conto del costo a cui si ricava il maggior
quantitativo di olio. Se, come giustamente si afferma, la resa è soprattutto
questione di metodi e di tempi di lavorazione e non tanto questione di macchinario,
 il modo per realizzare il voluto miglioramento generale consisterà
nel creare unità armoniche, in grado di fornire più elevati rendimenti ma
anche di eliminare i tempi vuoti — che oggi incidono sui costi di esercizio
di molti impianti parzialmente e irrazionalmente rimodernati — consentendo
contemporaneamente alle diverse fasi del processo di oleificazione di svolgersi
 nella durata necessaria alla loro migliore riuscita.
KE’ inoltre opportuno osservare come l’arretratezza degli impianti pregiudichi,
 oltre che l’integrale sfruttamento della materia prima, anche la
qualità stessa del prodotto. E’ noto che sulla qualità degli olii purtroppo
continuano ad influire elementi che non è sempre possibile eliminare: da
un lato le infestazioni parassitarie, specialmente quelle di dacus, che alterano
 il frutto in modo tale per cui nessuna tecnica di oleificazione, anche
la più accurata, nulla può fare per ottenere olii di buona qualità. Altre
volte, ad alterare i gliceridi contenuti nell’oliva contribuiscono i sistemi di
raccolta e di conservazione impiegati su larga scala in molte zone olivicole
del Mezzogiorno: anche in questo campo, se molto può essere fatto, vi sono
però dei limiti imposti dalle avversità stagionali — che costringono il rac-
        <pb n="180" />
        XV - CONDIZIONI PER IL RINNOVAMENTO DELLA INDUSTRIA OLEARIA 191

colto in un brevissimo periodo di tempo facendolo ammassare in cumuli
ove poi le originarie qualità dell’olio finiscono con l’alterarsi profondamente
 — e dalla elevata costosità dei sistemi di raccolta più razionali
Ma a prescindere da queste condizioni negative, la cui attenuazione
comporta interventi che esulano dalle possibilità dell’ambito industriale, vi
sono però fenomeni di peggioramento qualitativo dell’olio dipendenti esclusivamente
 dalla irrazionalità del processo di trasformazione. È stato
calcolato (1) che l’entità della partita di olio declassata, per il solo fatto
della cattiva lavorazione, da olio commestibile ad olio lampante si aggiri
sul 5,7% dell’olio mediamente ottenuto nel Mezzogiorno: su 1.545 migliaia
di quintali, si avrebbero così ogni anno circa 88 mila quintali di prodotto che
invece di spuntare il prezzo dell’olio alimentare, spunterebbero appena il
prezzo industriale.
Anche tenendo conto che i lampanti, attraverso la raffinazione, ritornano
 al consumo e così pure una quota di olii al solvente opportunamente
trasformati in rettificati B, si può calcolare che, per i cali di lavorazione
 subiti dai diversi olii attraverso il passaggio in raffineria, le disponibilità
 in grassi alimentari del Mezzogiorno subiscono annualmente una
perdita secca di circa 60.000 q.li di olio di oliva. Inoltre, alla perdita per
degradazione da commestibile a lampante dell’olio prodotto vi sarebbe da
aggiungere la perdita che non poche partite subiscono per il declassamento
dalla categoria degli olii fini a quella degli olii comuni, provocato dalla
cattiva tecnica di oleificazione: anche se tale quantitativo non va sopravalutato,
 data la influenza negativa che hanno sul prodotto la pressocchè
cronica infestazione dacica presente in vastissimi territori olivicoli e gli
stessi caratteri varietali di molte partite di olive, tuttavia non si può non
credere che almeno un’altra sessantina di migliaia di quintali di olio potrebbe
 annualmente presentarsi, se razionalmente prodotta, con caratteristiche
 molto superiori a quelle comunemente possedute.
Come quadro di sintesi a quanto si è venuto dicendo circa gli ostacoli
che il frazionamento dell’industria frantoiana frappone all’ammodernamento
 degli impianti e quindi al miglioramento della produzione. si possono
osservare i dati della tab. 2.
Nella Campania, in Calabria ed in Sardegna, dove i frantoi da più di
20 quintali giornalieri detengono quote della capacità complessiva inferiori
a quelle di tutte le altre regioni, si trova anche la percentuale più bassa di
impianti dotati di presse, vale a dire dello strumento, che la moderna
tecnica offre in sostituzione degli antichi torchi per rendere più rapida e
quindi più conveniente l’operazione di spremitura delle paste di oliva: dall’altra
 parte sta la Puglia, nella quale ormai due terzi circa degli impianti
sono in grado di lavorare più di 20 quintali al giorno e nella quale pertanto
il 70,8% dei frantoi è dotato di presse.

(1) Vedasi: A. BENEDETTI, Aspetti dell’industria olearia meridionale, in « Olivi.
coltura », n. 3. Roma 1951.
        <pb n="181" />
        192

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

Per le due eccezioni rappresentate dagli Abruzzi e dalla Sicilia, in cui
il 18% dei frantoi è dotato di centrifughe, la correlazione tra frazionamento
dell’industria e stato delle attrezzature non appare così diretta come nel
caso precedente, anche se poi ritroviamo la regola nel fatto che è ancora
la Puglia ad avere il maggior numero di frantoi dotati di tale apparecchio.

TAB. 2. — CORRELAZIONE TRA FRAZIONAMENTO DELL’INDUSTRIA E STATO DELLE
ATTREZZATURE.

CIRCOSCRIZIONI

Abruzzi e Molise... aisi
l'ampania penna San SR O
Puglia sissi n a aa è 1 an 4
Barilicatoa vessazioni ave
Calabria ce
RIGA sese
Sardegna ...

MEZZOGIORNO .

CAPACITÀ LAVORATIVA
GIORNALIERA MEDIA
DEI FRANTOI
q.li/12 h
Frantoi a forza:

animata

inani- | in commata
 '‘_ nvolesso

6,7
6,8
18,6
10,5

18,2 12,0
16,8 9,6
35,2 | 29,8
29,5 18,2
21,3 | 12,9
22,8 | 12,6
18.0 | 10,3

83

25.1 | 415,5

i FRANTOI CON CA-FRANTOI
 AZIONATIÌ PACITÀ LAVORAT.
DA FORZA  |GIORNALIERA SUP.
INANIMATA i AI 20 Q.LI
SUL COMPLESSO 0/ SUL COMPLESSE

10

capacità
lavorat.

n°

capacità
lavorat.

16,0 | 69,8
27,9 48,9
67,3 79,6
40,3 65,4
37,7 62,2
839,0 70,2
39.5 69,2

15,9 37,5
7,7 22,2
65,0 ' 80,8
23,0 61,4
15,7 | 39,1
21,4 | 51,9
11.0 36.6

43,1 | 69.6 i sE.a | 55,6

OLEFIFICI DOTATI
DI

’ centri.
presse fughe

o

07
0

42,7
33,3
70,8

18,5
8,2
11,8
7,8
3,0
18,0
19

50 9
29,9
47
20 9

41 2

10 3

D’altra parte, le considerazioni svolte non vanno intese in senso assoluto:
 nel senso cioè che la ridotta capacità lavorativa di un determinato impianto
 costituisca un ostacolo insormontabile alla sostituzione del vecchio
macchinario in esso installato con altro più moderno. Tale sostituzione in
realtà avviene attraverso molteplici adattamenti: quello che però non può
avvenire, e in questo caso l’ostacolo rappresentato dal frazionamento dell’industria,
 può veramente ritenersi insormontabile, è il miglioramento dei
risultati economici dell’impresa la quale, rimanendo chiusa nelle originarie
dimensioni, non potrà mai sfruttare appieno le possibilità dei nuovi strumenti
 tecnici e ridurre quindi i propri costi di esercizio, per il gravame rappresentato
 dalla somma del potenziale delle singole macchine solo parzialmente
 utilizzato.
In questo senso le mancate correlazioni che qua e là si avvertono nella
tab. 2 risultano quanto mai significative, mettendo in evidenza uno degli
aspetti più negativi che oggi appesantiscono il settore allo studio. Si tratta
cioè di quei rinnovamenti parziali che nei periodi di congiuntura favorevole
l’industria esegue, introducendo nei vecchi frantoi macchine nuove per
azionare una sezione dell’impianto, mentre nelle altre sezioni continuano a
        <pb n="182" />
        XV - CONDIZIONI PER IL RINNOVAMENTO DELLA INDUSTRIA OLEARIA 193

funzionare apparecchi tra i più antiquati: così accanto alla centrifuga si
vedono spesso muoversi ancora gli animali per azionare le macine (in
Abruzzo solo il 16% dei frantoi funziona a forza inanimata mentre il 18,5%
è dotato di centrifuga).
FE’ in questi casi che sarebbe necessario dimostrare, sulla base di precisi
conti economici, se è stata concretamente raggiunta una riduzione nei costi
di esercizio: i fatti, che la comune osservazione consente di cogliere,
non confortano ad ottimistiche interpretazioni ma inducono ad interpretare
le discordanze, rilevate nella tab. 2, tra dimensioni medie degli impianti e
stato delle rispettive attrezzature, come delle vere e proprie anomalie,
sicuramente dannose sul piano generale dell’economia del settore e forse
neppure sempre sopportabili in sede privata, specie in annate di sfavorevole
 congiuntura.

3. - I tentativi, che nell’ambito dei singoli paesi e in sede internazionale
 (1) si fanno per porre riparo alle condizioni di disagio dell’economia
 olivicola, sempre più minacciata dagli olii di seme, hanno a denominatore
 comune e quale elemento pregiudiziale alla loro buona riuscita una
ricomposizione del mercato mediante la formazione di ammassi, la creazione
 di depositi fiduciari, la definizione di tipi ufficiali per il commercio,
ecc.; e ciò perchè si riconosce che la difesa del settore e quindi anche degli
operatori singoli non potrà essere raggiunta fino a tanto che le partite si
manterranno in uno stato di estrema dispersione, che le rende facile preda
della speculazione e della concorrenza. Stando così le cose, non c’è motivo
per non auspicare che il primo atto di tale ricomposizione si realizzi già
nell’ambito industriale, attraverso un generale ridimensionamento degli
impianti e, a tal fine, appare persino fortemente limitato l’interesse che possono
 suscitare macchine moderne ma di piccole dimensioni, in quanto la economicità
 del loro impiego è dominata, più che dai rendimenti tecnici, dalle
ripercussioni che sulla loro modesta produzione esercita il mercato, in
quanto dominato dalla domanda di categorie commerciali più organizzate.
Una maggiore concentrazione dell’industria frantoiana si impone infatti
non solo da un punto di vista strutturale, per realizzare cicli di lavorazione
più armonici e per consentire la introduzione nei frantoi di macchine, che,
per loro esigenze funzionali o per esigenze di produzione dell’industria che
le fornisce, non possono andare al di sotto di un certo limite di potenzialità
oraria, ma anche da un punto di vista economico, per eliminare una numerosa
 serie di onerose mediazioni, cui una produzione polverizzata è fatalmente
 costretta, prima di potersi conformare in una massa adatta per il
commercio.

(1) Sulla base degli accordi di Tunisi del 1950, la Fédération Internationale d’oléiculture,
 nella conferenza di Nizza dell’ottobre 1951 e nella riunione della Commissione
 degli esperti, tenuta a Roma nel novembre dello stesso anno, ha formulato un
progetto per la costituzione di un fondo monetario internazionale, per consentire, attraverso
 il sistema degli ammassi la normalizzazione dei mercati dell’olio di oliva.
        <pb n="183" />
        194

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

Per tale motivo, vi è da aggiungere che, se anche una nuova scoperta
potesse domani consentire l’integrale sfruttamento della materia prima con
metodi che nulla più a che fare avessero con la spremitura o la centrifugazione
 meccanica e con l’estrazione mediante solventi, resterebbe comunque
valida l’istanza di un concentramento industriale.
Inoltre, sulle scelte dimensionali, che l’industria sarà chiamata a compiere,
 influiranno sempre più, oltre ai fattori relativi alla razionalizzazione
del tradizionale processo di esaurimento delle olive, i criteri già fin d’ora
seguiti da una piccola schiera di operatori di avanguardia per estendere il
ciclo di lavorazione anche ai sottoprodotti dell’industria, attraverso l’abbinamento
 al frantoio del sansificio. È’ evidente che, per realizzare un quantitativo
 di sanse sufficiente a rendere conveniente l’estrazione in proprio, il
frantoiano dovrà necessariamente proporzionare la potenzialità delle due
sezioni in modo da raggiungere anche in questo suo impianto multiplo
quella armonicità del ciclo operativo di cui si è detto in precedenza (1).
Per la convenienza che questa combinazione produttiva sta dimostrando
 e per il contributo che la sperimentazione sta dandole per metterla a
punto (2), c’è anzi da auspicare che la revisione strutturale del settore sia
largamente informata a criteri del genere indicato: verrebbero così a ricomporsi,
 dopo decenni di separazione, le varie fasi di lavorazione dell’olio di
oliva, — dalla spremitura alla raffinazione — in imprese integrali, da cui i
vari tipi di prodotto potrebbero affluire sul mercato non più nell’attuale
posizione di contrasto, rappresentativa di interessi di categorie diverse, ma
in una equilibrata subordinazione di valori, interessanti tutti egualmente
un’unica categoria di produttori.
Occorre comunque riaffermare che una prospettiva di tale genere potrà
avere garanzie di attuazione il giorno in cui si sarà mosso il primo passo
verso quel ridimensionamento dei frantoi, che costituisce il presupposto fondamentale
 ad ogni successivo sviluppo.
Il concentramento dei sansifici e delle raffinerie, che fa così stridente
contrasto con la polverizzazione dei frantoi, non è infatti che il portato di
questa ultima condizione.
Se, poi, il mercato degli olii, liberato da quelle dannose sofisticazioni
che oggi lo inquinano, saprà dare a ciascun tipo di prodotto una appropriata
remunerazione, si può credere che l’intervento dei procedimenti chimici nei
frantoi possa costituire la chiave risolutiva, per dare all’assetto dell’industria
 frantoiana quella concezione di moderna razionalità che fino ad oggi
le è mancata.

(1) Vedasi: O. BorTtIinNI, Lavorazione integrale delle olive presso impianti combinati
 di pressione e di estrazione al solvente, Comunicazione al IX Congresso internszionale
 di industrie agrarie, Roma 1952.
(2) Vedasi: G. CINQuINA, Impianto di estrazione dell’olio a mezzo solvente da
sanse e da altri sottoprodotti agricoli, non preventivamente essiccati, ubicabile presso il
frantoio, Comunicazione al IX Congresso citato.
        <pb n="184" />
        XV - CONDIZIONI PER IL RINNOVAMENTO DELLA INDUSTRIA OLEARIA 195

4. - Per poter efficacemente avviare un ammodernamento dell’industria
frantoiana, è bene individuare i tipi di impresa più adatti a realizzare tale
processo.
Se l’ampliamento della capacità lavorativa da installarsi nei frantoi,
è abbastanza facilmente effettuabile da quelle imprese che acquistano le
olive o che le moliscono per conto terzi, non lo è invece da quei frantoi
agricoli che si alimentano esclusivamente. del prodotto fornito dall’azienda
rurale di cui fanno parte: per la limitata estensione della grandissima maggioranza
 degli oliveti, il quantitativo di materia prima disponibile è infatti
insufficiente ad alimentare, nella maggior parte dei casi. impianti di una
certa consistenza.
Si pone perciò, in primo luogo, la necessità di decidere se convenga
rafforzare quella corrente — già in atto del resto in alcune regioni, come ad
esempio la Puglia — che tende a portare fuori dell’ambito dell’azienda gli
impianti, rimasti finora con essa intimamente legati, oppure se il rinnovamento
 auspicato possa e debba esprimersi anche per il diretto concorso
degli olivicoltori; in questo caso si tratterà di individuare le forme più
idonee affinchè tale concorso riesca il più corrispondente possibile ai requisiti
necessari per un sostanziale miglioramento economico del settore allo studio.
Per la diversità delle situazioni ambientali e per l’influenza che esse
esercitano sullo sviluppo dei singoli tipi di impresa c’è da ritenere che la
soluzione al quesito precedentemente posto non possa essere univoca, bensì
largamente differenziata, con preferenze da luogo a luogo rivolte al frantoio
agricolo o a quello industriale o a quello che lavora per conto.
Il frantoio agricolo se convenientemente attrezzato e ubicato in zone di
produzione tipica, può dare risultati produttivi tra i migliori, data la possibilità,
 ad altri imprenditori non concessa, di curare fin dall’origine la materia
 vrima, che dovrà poi venire trasformata nell’oleificio.
Ma siccome la difesa del prodotto impone una produzione meno dispersa
e la riduzione dei costi comporta un ammodernamento degli impianti e
quindi un ampliamento della loro capacità lavorativa, è chiaro che la partecipazione
 degli olivicoltori alla revisione strutturale del settore allo studio
è soprattutto subordinata all’accettazione da parte loro di formule di impresa
 associata: queste sole conducono alla formazione di una massa di
prodotto, da lavorare in comune, sufficiente ad alimentare impianti razionali.
 La cooperazione, appare come uno degli strumenti più idonei a consentire,
 almeno a quei frantoi agricoli che producono non soltanto per i
fabbisogni aziendali ma anche per il mercato, di inserirsi in un processo di
rinnovamento industriale.
Purtroppo, allo stato attuale delle cose, la cooperazione è quasi del tutto
inesistente: il Rilevamento dell’UNSEA del 1948 ha individuato in tutta Italia
appena 73 frantoi gestiti da cooperative e appena 49 di essi erano di proprietà
dei soci; nel Mezzogiorno le cooperative gestivano 18 impianti di cui 11 di
proprietà. Nè la situazione sembra in via di miglioramento se nel 1951 le
domande di contributo per la costituzione degli oleifici cooperativi, affluite
        <pb n="185" />
        196

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

al Ministero dell’agricoltura sono state appena 5 (1). Eppure il campo di
azione degli olivicoltori è ancora largamente suscettibile di accogliere decisivi
 miglioramenti; ma perchè ciò avvenga occorre maturare le condizioni
di un’adeguata azione degli interessati e della formazione di una politica
atta a promuovere, sollecitare ed aiutare con ogni mezzo iniziative intese
a creare, anche nel settore oleario, una forte organizzazione cooperativa.
FE’ indubitabile che, laddove la piecola proprietà è riuscita a conquistarsi
una tradizione di dignità, cui si collegano piccole fortune individuali, posizioni
 sociali dei singoli di una certa levatura, rapporti personali di fiducia
tra gli olivicoltori e gli istituti di credito, dove, qualche volta, vi è anche
l’elemento capace, portato per innata tendenza o per preparazione acquisita
negli studi, a promuovere e guidare l’iniziativa di un’impresa associata, in
quelle zone esistono tutte le condizioni perchè la cooperativa si attui, solo
che la soccorra, specie nelle prime fasi, un’assistenza tecnica e finanziaria,
che però purtroppo è finora generalmente mancata.
Ma occorre anche riconoscere che la gestione cooperativa richiede, per
realizzarsi, una serie di condizioni che non sempre è dato trovare, specie
nelle contrade più povere del Mezzogiorno, dove quegli elementi potenzialmente
 favorevoli a forme di impresa associata non esistono: sono elementi
— è facile rendersene conto — di lenta e graduale formazione e non creabili
per semplice atto di legge.
In siffatte zone, per l’eccesso della frammentazione della proprietà, per
l’assoluta penuria di capitali, per la impreparazione stessa degli imprenditori
agricoli ad addossarsi, oltre a quelli della propria azienda, anche i rischi di
un’azienda industriale, è vano attendersi che sorga il frantoio gestito dai
piccoli olivicoltori riuniti.
In condizioni del genere sembra pertanto che il colpo di rottura alla
staticità del sistema possa e debba essere dato attraverso la creazione di una
rete di oleifici — veri e propri impianti pilota — gestiti, nel superiore intento
 della difesa dell’olivicoltura, da organizzazioni a carattere pubblico
(Enti di riforma, Consorzi agrari, Consorzi di bonifica ecc.).
Per tali iniziative, l’intervento finanziario dello Stato, anche in misura
superiore a quella prevista per i normali contributi di miglioramento
agrario, così come le massime facilitazioni iniziali per garantire all’impresa
il necessario capitale di esercizio, sembrano pienamente giustificati, specie
se la gestione e la direzione di tali impianti verranno affidate a persone
scelte attraverso concorsi, che ne valutino le capacità tecniche ed amministrative.

In quelle zone poi ove le categorie agricole, non così deboli come nelle
zone in precedenza indicate, siano in grado di ottenere che il servizio di
molitura sia compiuto nell’interesse reciproco degli operatori, il frantoio

(1) Vedasi: I.N.E.A., Annuario dell’Agricoltura Italiana, Roma 1952.
        <pb n="186" />
        XV - CONDIZIONI PER IL RINNOVAMENTO DELLA INDUSTRIA OLEARIA 197

che lavora per conto può continuare (1) a trovare il suo luogo economico,
a patto che migliori decisamente le sue attuali attrezzature, che sono in
genere tra le più arretrate.
Accade infatti raramente che l’imprenditore che molisce le olive per
conto, anche se è originariamente un olivicoltore, sappia resistere a quegli
incentivi di speculazione che lo portano a diventare una delle figure più
retrograde nella categoria dei frantoiani, giacchè ad esso più non interessano,
 per evidenti motivi, nè le rese di lavorazione, nè la qualità del prodotto,
 ma solo il massimo tornaconto che; nel caso in cui il conferente lasci
ad esso le sanse, spesso si realizza attraverso il più esoso sfruttamento delle
categorie produttrici.
Nei confronti del frantoio agricolo, cui, per le modalità stesse di rifornimento
 della materia prima, dovrebbe logicamente essere connesso il maggior
 numero di impianti di potenziale minimo, il frantoio per conto terzi
non sa assumere quella superiorità, che si dovrebbe esprimere con una
maggiore dimensione unitaria degli impianti (2) e con il più avanzato riassorbimento
 della quota polverizzata in unità di maggior mole: aspetti
entrambi che sarebbe logico attendersi di vedere ormai realizzati, data la
possibilità che tale frantoio ha di ampliare l’area dei suoi rifornimenti solo
che voglia mettersi sulla via di un deciso miglioramento del servizio
prestato.

La situazione attuale, anche se da caso a caso può trovare giustificazione
in particolari condizioni di ambiente, nei suoi aspetti generali non può
perciò essere interpretata altrimenti che con l’influenza di vieti motivi
tradizionalistici, i quali trovano nella speculazione alimento al loro perpetuarsi.

Aspetti nettamente opposti a quelli offerti dal frantoio che lavora
per conto presenta il frantoio industriale, cioè quello che si alimenta con
materia prima esclusivamente o prevalentemente acquistata.

(1) La messa a disposizione di terzi del proprio impianto appare come uno degli
strumenti di più facile e consuetudinario impiego che l’impresa rurale ha posto in
atto per cercare di mantenere a sè le industrie di trasformazione: in tal modo la
limitatezza della partita di materia prima fornita dal fondo trova un correttivo nella
integrazione con le partite di altri conferenti.
Gli olivicoltori gestiscono oggi il 33,7 % dei frantoi mentre nel 1937 ne gestivano
 ancora il 46,2 %. Appare perciò in atto un progressivo abbandono da parte del
frantoio della sua primitiva sede e delle sue originarie forme di gestione legate alla
azienda rurale: al posto lasciato dal frantoio agricolo subentra il frantoio che lavora
per conto. Il processo storico del frazionamento della proprietà terriera spiega, insieme
“on altri fattori direttamente connessi con la gestione dell’oleificio — necessità di rinnovamento,
 riduzione dei costi di esercizio, ecc. — tale fatale abbandono cui, d’altra
parte, quell’inerzia e quella incapacità di organizzazione degli agricoltori per affrontare
 in forma associata gli oneri imposti dall’evolversi della situazione non oppongono
la benchè minima resistenza. Il frantoio, che si limita a fornire il semplice servizio
di molitura o che comunque lo fornisce in prevalenza sulle altre forme di lavorazione,
è così passato a detenere, dal 42,6 % degli impianti nel 1937, il 53,8 % nel 1948.
(2) La capacità lavorativa giornaliera media del frantoio per conto è pari a
d.li 13,3. quella del frantoio agricolo a a.li 14,6, quella del frantoio industriale a q.li 27,7.
        <pb n="187" />
        198

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

Questo tipo di impresa prevale ormai nettamente sugli altri due in
Puglia, che è anche la regione che denuncia per la propria industria frantoiana
 una situazione abbastanza soddisfacente, sia per quanto riguarda il
concentramento degli impianti sia per quanto riguarda le diverse attrezzature
 in essi installate.
Sui 332.000 quintali circa di capacità lavorativa giornaliera del Mezzogiorno,
 il 22% è ormai gestito dall’impresa industriale, che è riuscita inoltre
a realizzare per tutte le sue unità, complessivamente considerate, una
dimensione media doppia di quella realizzata dalle altre due imprese per
la rispettiva unità media.
Il grado di meccanizzazione, che è direttamente proporzionale alla potenzialità,
 alla quale a sua volta si ricollega lo stato dei macchinari, fa
intravvedere come il frantoio industriale possegga indubbi elementi di
superiorità sugli altri due tipi e non solo dal punto di vista tecnico ma anche
in relazione a quelle possibilità di difesa del prodotto, attuabili da una
partita più consistente, che meglio sfugge alle manovre della speculazione.
Questi titoli, che l’oleificio industriale si è saputo conquistare nel risanamento
 del settore, gli danno, perdurando la carenza di volontà associativa
tra gli olivicoltori e la struttura antiquata dell’azienda che lavora per conto,
giusto titolo ad una affermazione sempre più decisiva.
Nè, d’altro canto, in quelle zone ove condizioni avverse della più varia
natura non consentono all’oleificio produzioni qualificate ma soltanto produzioni
 di massa, è assolutamente il caso di mantenere delle preferenze tra
tipo e tipo di imprenditore, ma occorre sopratutto cercare di aiutare quello
che dà maggiore garanzia di efficienza economica.
Se a tale fine dimostra praticamente di saper corrispondere, meglio
degli altri, il frantoio industriale, bisognerà spregiudicatamente riconoscere
che anch’esso rappresenta strumento valido per salvaguardare gli interessi
del settore allo studio.
Per difendere le categorie rurali occorrerà cercare altra strada: occorrerà
 cioè instaurare rapporti contrattuali — attraverso cui la materia prima
passa dalle aziende agricole a quelle di trasformazione — capaci di valutare
nel loro giusto peso gli interessi delle parti contraenti e tali da non sacrificare
 invece quelli della parte più debole, con cui troppo spesso, fino ad oggi,
si sono identificati gli agricoltori.

5. - La necessità di potenziare una produzione di rilevante importanza
per l’economia meridionale — la quale trae in media da essa il 7,3% di
tutto il valore lordo dell’agricoltura, con massimi per alcune zone che superano
 anche il 20% — solleva problemi di finanziamento di dimensioni così
imponenti (1), che sarebbe vano attenderne la risoluzione con il solo concorso
 del capitale privato.

(1) Per un primo approssimato dimensionamento di un parziale programma di
sviluppo dell’industria olearia vedasi: Svimez, Effetti economici di un programma di
investimenti nel Mezzogiorno. Roma 1951.
        <pb n="188" />
        XV - CONDIZIONI PER IL RINNOVAMENTO DELLA INDUSTRIA OLEARIA 199

L’inerzia, che pervade il settore nell’affrontare quel rinnovamento
strutturale, su cui viene fatto affidamento per migliorare le condizioni
produttive e per rafforzare la posizione dell’olio di oliva sul mercato mondiale
 dei grassi, e la imprescindibile necessità, che ha una politica di sollevamento
 delle aree depresse del Mezzogiorno, di poter contare, e in larga
misura, sull’olivo, come strumento di intensificazione colturale di estesi
territori collinari, ove difficilmente altre piante darebbero efficienti risultati,
 postulano a loro volta un chiaro intervento, da parte dello Stato, di
difesa e di assistenza tecnica, finanziaria e creditizia a tutto il settore, per
liberarlo da quel gravame di crisi, che ormai ricorre nel corso del tempo con
frequenza sempre più allarmante.
Ma perchè tale intervento, almeno per la parte che ha più diretta
influenza sulla industria di trasformazione, possa sortire risultati efficaci
e tempestivi, soprattutto nei riguardi del risanamento del settore da quella
sua frazione più polverizzata e più arretrata, occorre non solo che esso si
indirizzi decisamente a sostenere quelle iniziative conformi ai più volte
raccomandati criteri tecnici di dimensioni e di indirizzi produttivi e ad
escludere tutte le altre, ma anche che esso scelga i punti della sua applicazione
 con particolare cura. E ciò al duplice scopo di non disperdere i mezzi
e di attivare il processo di ricomposizione dell’industria in quelle zone
ove, per l’importanza assunta dall’oleificio, l’intervento risulterà necessariamente
 più massiccio e quindi più produttivo di benefici riflessi generali e
da dove gli riuscirà quindi più facile, per la funzione pilota da tali zone
esercitata, muoversi successivamente nel restante territorio, per completare
l’opera di risanamento.
La individuazione delle zone di concentramento dell’industria frantoiana
 (1), oltre a mettere in evidenza le linee strutturali su cui si è venuta
costituendo, col tempo, la fittissima rete dei frantoi da olive, ha in sè, gli
elementi di uno schema che, convenientemente affinato, potrebbe fornire
i necessari criteri di scelta per un intervento organizzato e inteso a raggiungere
 gli scopi di cui si è fin’ora discorso.
Basti infatti pensare che nel complesso di tali zone è inserito solo il
29 4% della superficie agraria e forestale ma che, nel contempo, vi si ritrovano
 il 60% di tutta la capacità di molitura e il 68% di tutte le olive del
Mezzogiorno, per cui il ridimensionamento delle unità lavorative può essere
notevolmente facilitato anche dalla abbondante presenza, su territori
ristretti, della materia prima. E’ evidente che, anche se si volesse limitare
l’intervento ai soli frantoi ivi concentrati, i risultati raggiunti sarebbero
già di tale rilievo da mutare radicalmente l’intera fisionomia del settore
2a]lo studio.

Ma al vantaggio di carattere generale di avere concentrato gli investimenti
 in quelle zone, ove, per il peso che ha la produzione olearia nella
formazione del loro reddito complessivo, essi possono sortire effetti di

‘.) Vedasi volume dell’Infa-SvimMmez. cit.
        <pb n="189" />
        200

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

sostanziale miglioramento delle condizioni economico-sociali, si unisce tutta
una serie di altri vantaggi di carattere esecutivo e applicativo per un intervento
 pubblico che volesse, oltre a tutto, suscitare un’attiva partecipazione
al programma degli operatori privati.
L’esperienza, fatta fin’ora sulla base di provvedimenti emanati a favore
delle industrie meridionali e dei contributi di miglioramento riconosciuti a
quegli impianti, che fanno parte di aziende agricole o appartengono a organizzazioni
 di agricoltori, dimostra che con tali mezzi non è possibile
ottenere nessuna sostanziale modifica di struttura.
A parte il fatto che tali provvidenze, essendo aperte indiscriminatamente
 a tutti i settori, determinano tra questi una concorrenza per l’acquisizione
 dei pochi fondi disponibili, che va quasi sempre a discapito di quelli
meno attivi o meno organizzati, la dispersione territoriale, cui esse vanno
soggette anche quando giungono ad interessare una determinata industria.
finisce col far perdere loro ogni efficacia.
Con ciò si vuol dire, in altri termini, che un intervento inteso a modificare
 e a migliorare la struttura del settore allo studio, oltre ad essere per
esso esclusivo e oltre ad informarsi a determinati criteri tecnici, corrispondenti
 ai fini che si vogliono raggiungere, deve anche sapere concentrare
territorialmente i mezzi di cui dispone e precisamente laddove i risultati
ottenibili possano decisamente influenzare di sè, non solo determinate
situazioni locali, ma tutto il complesso frantoiano meridionale.
Ora è evidente che le scelte territoriali dovranno, tra l’altro, preoccuparsi
 di individuare gli elementi, che caratterizzano le singole zone sotto
l’aspetto industriale, in modo da poter adeguare ad essi le forme dell’intervento;
 il quale risulterà così enormemente facilitato nella sua fase applicativa,
 allorchè si tratterà di discriminare le varie iniziative provocate. Ma
da tali preordinati indirizzi trarranno beneficio anche i singoli operatori,
non solo perchè troveranno in essi quella guida nelle loro scelte economiche
 e quella assistenza tecnica, di cui la già ricordata applicazione delle
leggi di industrializzazione ha dimostrato l’assoluto bisogno (1), ma anche
perchè il contemporaneo attivarsi di numerose iniziative concentrate in
ristrette zone ne determinerà una prima selezione spontanea a vantaggio
del generale equilibrio del potenziale produttivo e soprattutto perchè
susciterà la formazione dei cosidetti fattori agglomerativi, che costituiscono
:1 presupposto per lo sviluppo dell’attività industriale.
In linea di massima, si può ancora aggiungere che, nell’individuare i
criteri di orientamento di una razionalizzazione dell’industria olearia, sarà
necessario e conveniente fissare delle graduatorie di priorità non solo tra le
diverse zone individuate — in modo da poter iniziare l’intervento laddove
il bisogno, per lo stato di arretratezza degli impianti, è più urgente e più
favorevoli si presentano le condizioni (quantità e qualità della materia

(1) Vedasi in proposito: M. BATTISTELLI, Considerazioni sugli aspetti tecnico-economici
 delle iniziative industriali nell’Italia meridionale, in vol. Svimez « Aspetti della
industrializzazione del Mezzogiorno ». Roma. 1950.
        <pb n="190" />
        XV - CONDIZIONI PER IL RINNOVAMENTO DELLA INDUSTRIA OLEARIA

201

prima e degli olii ottenibili ecc.) per raggiungere i voluti risultati — ma
anche tra i tipi di impresa che appariranno, in quel determinato momento,
più pronti e più sensibili alle sollecitazioni del programma impostato.
E’ evidente che questo dovrebbe adeguarsi alle naturali tendenze presenti
 nella realtà, preoccupandosi soltanto di indirizzarle verso forme di
interesse collettivo e non esclusivamente di speculazione. La varietà dell’ambiente
 agricolo italiano è così grande e così complessa che sarebbe,
oltrechè vano, pericoloso pensare a soluzioni univoche applicabili automaticamente:
 nella varietà di esse e nel loro sensibile adattarsi alle condizioni
esistenti in ciascun luogo dovranno invece trovare conveniente incentivo
tutte quelle forme di impresa, agricola e industriale, singola e associata,
in cui si articola il settore oleario.
Nei confronti del quale va aggiunto che, se lo studio della esistente
struttura ci ha fin’ora condotto a porre l’accento sulle necessità di un sostanziale
 rinnovamento e quindi sui luoghi dove concentrare l’azione, non
vanno neppure trascurate le possibilità di creazione di nuovi nuclei industriali
 in zone che ne sono sprovviste.
Il problema, per quanto di notevole interesse, non sembra, almeno in
via generale, attuale; esso però sicuramente si porrà nel prossimo futuro
allorchè nei comprensori di riforma e di bonifica sarà raggiunto un nuovo
ordinamento produttivo, in cui l’olivo non potrà non trovare una sua
propria e diffusa sede.
La deficiente documentazione su quelle che saranno le direttive
 della trasformazione agraria in tali comprensori e quindi sull’ampiezza
che assumerà in essi la coltura olivicola. non consente di prevedere i futuri
sviluppi dell’industria.
Se nelle nuove proprietà contadine e nelle altre proprietà, migliorate
in seguito all’azione di bonifica integrale, trovasse applicazione il Programma
 decennale di sviluppo dell’olivicultura schematizzato dall’ Associazione
nazionale degli olivicoltori e da essa presentato nel 1949 al Ministero di
Agricoltura (1), sui 400.000 ettari di nuovi oliveti, previsti in quel documento
 prevalentemente per le regioni meridionali, troverebbero il loro
luogo economico nuovi nuclei di industria, per una capacità lavorativa giornaliera
 che sì può stimare pari complessivamente a circa 30.000 q.li di olive.
Come è facile intuire, la creazione di un così notevole nuovo potenziale
di trasformazione porrà problemi di natura tecnica ed economica — per
quanto riguarda la scelta delle attrezzature, delle dimensioni e della ubicazione
 degli impianti, dei cicli di lavorazione e delle forme di gestione con cui
condurli, nonchè per quanto riguarda, anche in questo caso, le possibilità
di una parziale utilizzazione di impianti già esistenti e convenientemente
potenziati — che la natura del presente studio non consente neppure di
sfiorare, ma che in sede responsabile dovranno essere meditati e studiati

(1) Vedasi: Proposte per l’incremento della produzione d’olio d’oliva, in « Olivicoltura»,
 n. 1, Roma 1950.
        <pb n="191" />
        202 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

affinchè le nuove unità non corrano il rischio di ripetere gli errori già
troppo diffusi nell’attuale complesso industriale, ma possano invece efficacemente
 contribuire a porre l’industria olearia sulla via di un generale
progresso.

6. - Considerando nel loro complesso le caratteristiche della struttura
produttiva olearia, risulta -evidente che il ristagno tecnico ed economico
dello sviluppo del settore potrà essere superato solo attraverso un intervento
 della pubblica autorità. Infatti, troppo gravi, numerose e complesse
sono le ragioni del ristagno, perchè possano essere rimosse, allo stato attuale.
da una qualsiasi iniziativa privata. individuale o associata.
Affermare la necessità di un intervento pubblico, non significa ovviamente
 affermare la necessità di sopprimere il carattere eminentemente
privatistico del settore. .
Si tratta però di riconoscere che l’intervento deve assumere caratteristiche
 nuove, almeno rispetto alle provvidenze fin qui disposte a favore
delle industrie connesse alla agricoltura. Esso deve essere in grado di
coprire, con visione organica delle interrelazioni esistenti, tutti gli aspetti
e le fasi del processo tecnico ed economico della produzione olearia: dalla
fase colturale, a quella della trasformazione industriale della materia prima,
allo smercio del prodotto; deve poter disporre provvidenze che siano appositamente
 congegnate per il settore considerato, e per la cui fruizione non
si ponga una concorrenza del settore stesso con gli altri settori agricoli e
industriali; deve essere capace di adeguarsi alle molteplici situazioni giuridiche
 ed economiche in cui si estrinsecano le naturali condizioni di sviluppo
del settore. Questa caratteristica è particolarmente importante per evitare
ogni fittizia costrizione da parte dell’intervento pubblico e per potere viceversa
 sollecitare e orientare le energie private esistenti e richiamarne delle
nuove. Essa garantisce inoltre che la trasformazione strutturale del settore
si realizzi con il minimo di perdite e imbocchi la via di un conveniente e
duraturo sviluppo.
Senza entrare, di proposito, nel merito dei problemi, ci limiteremo qui a
richiamare per sommi capi gli elementi fondamentali che più da vicino
interessano la fase industriale.
Tali elementi — che concernono le forme e i modi dell’approvvigionamento
 della materia prima da parte delle aziende di trasformazione, le dimensioni,
 gli ammodernamenti tecnici e le scelte ubicazionali, le combinazioni
 di varie fasi di lavorazione, che l’intervento deve provocare, almeno
nelle unità maggiori, per l’integrale sfruttamento della materia prima —
richiedono che l’intervento, per riuscire efficace, sappia adattarsi da caso
a caso alle diverse situazioni economico-sociali degli ambienti in cui l’industria
 in questione si è sviluppata.
In sintesi. trattandosi di promuovere un generale processo di ricomposizione
 dell’attuale struttura dell’industria che produce olii di oliva, ci si
rende conto che l’intervento propulsivo dovrà poter disporre di strumenti
diretti ed indiretti, per poter sollecitare e guidare l’iniziativa privata su
        <pb n="192" />
        XV - CONDIZIONI PER IL RINNOVAMENTO DELLA INDUSTRIA OLEARIA 203

nuove linee, diverse da quelle consuete: su linee cioè che introducano gli
strumenti tecnici e le forme organizzative consone ad un sistema produttivo
di tipo industriale.
Per strumenti indiretti intendiamo in modo particolare la creazione,
per iniziativa di enti pubblici (consorzi di bonifica, enti di colonizzazione,
comuni, ecc.) di impianti pilota (1) che, ad esempio, potrebbero presentare
particolare interesse per le situazioni. che si verranno realizzando nelle zone
di riforma.
Per strumenti diretti intendiamo i seguenti gruppi di provvidenze:
concessioni di finanziamenti e di contributi per l’impianto delle nuove
unità; concessioni di agevolazioni fiscali, tariffarie e varie; approntamento
 di servizi generali (raccordi ferroviari, stradali e delle reti di
trasporto di energia e acquedottistiche); prestazione di assistenza tecnica
nelle varie forme della consulenza alle aziende, della formazione
di maestranze specializzate, della ricerca sperimentale e della condotta
della propaganda.
L’attivazione di un agile ed efficiente credito di esercizio dovrebbe poi
consentire un più ampio approvvigionamento di materia prima da parte
di quegli impianti, che debbono rifornirsi sul mercato, e lascerebbe a tutti
gli operatori in genere migliori possibilità per distribuire nel tempo le
vendite del proprio prodotto; inoltre, le imprese verrebbero incoraggiate ad
usufruire delle agevolazioni e dei finanziamenti a lungo termine che fossero
messi a loro disposizione per aumentare la capacità lavorativa dei frantoi.
Va infine aggiunto che l’applicazione di tali provvidenze andrebbe inquadrata
 in una politica di sostegno del mercato e, più in generale, in quella
politica di propulsione che si vuole intraprendere nei riguardi del Mezzogiorno.


(1) Oltre alla costituzione di impianti pilota, sì ricorda il criterio adottato nelle
special areas inglesi in cui, per iniziativa pubblica, si sono costruiti impianti da cedere
in affitto o da vendersi a varticolari condizioni. ad imprenditori privati.
        <pb n="193" />
        XVI

VICENDE DI UN FINANZIAMENTO AI FRANTOI DA OLIVE (*)

Con la legge 18 aprile 1950, n. 258, furono messi a disposizione del
Mezzogiorno 4 miliardi sui 10 complessivamente destinati al finanziamento
delle medie e piccole imprese industriali, che intendessero acquistare macchinario
 in Italia a condizioni di tasso e di ammortamento analoghe a
quelle consentite per i loans del piano E.R.P.
La legge rimase per qualche tempo inoperante, perchè essa prevedeva,
a garanzia dei finanziamenti, la fidejussione bancaria, che gli istituti di
credito non si dimostrarono disposti a prestare. Successivamente, in via
amministrativa, questo ostacolo fu superato con il demandare all’A.R.A.R.
la concessione dei finanziamenti fino ad importi di 10 milioni, garantiti
dalla sola iscrizione del riservato dominio sul macchinario. Nello stesso
tempo le banche recedettero dal loro atteggiamento negativo e si dichiararono
 disposte a prestare la loro fidejussione per i finanziamenti dai 10 ai
30 milioni. In tal modo venne data la possibilità di usufruire dei benefici
della legge alle piccole aziende, le quali, per il fido limitato e le modeste
attrezzature non vi sarebbero altrimenti riuscite.
Sbloccata la situazione, il Mezzogiorno, come era da attendersi,
rispose alla sollecitazione nel modo che gli era possibile, data la struttura
della sua industria a base frammentaria, vale a dire presentando una serie
numerosa di piccole domande in quei settori — che più gli sono tradizionali
e che spesso soffrono di crisi per la parziale inutilizzazione degli impianti —
e rimanendo pressochè inerte in altri. Così successe che le richieste di
acquisto di macchinario oleario furono numerose, mentre scarsa o addirittura
 inesistente fu l’affliuenza in altri rami di industria.
Il fatto determinò qualche perplessità presso gli organi competenti.
In particolare l’E.C.A., che, come è noto, deve dare l’approvazione definitiva
 alla concessione dei finanziamenti in questione, fece presente agli
organi governativi che l’eccesso di potenzialità lavorativa esistente per i
frantoi ne sconsigliava un loro ulteriore incremento attraverso l’erogazione
di prestiti. di favore. Da parte sua il Ministero dell’Industria replicò
che la legge era quella che era — nessun criterio di discriminazione tecnologica
 tra le diverse industrie essendo stato da essa prestabilito, ma solo

(*) Da: « Mondo Economico » n. 28 del 21 luglio 1951.
        <pb n="194" />
        206 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

l’ammontare massimo dei singoli finanziamenti — e, per di più, che, essendo
stato il Mezzogiorno più lento del Settentrione ad avvalersi delle agevolazioni
 per il rinnovo delle attrezzature, a maggior ragione bisognava aver
riguardo di quegli imprenditori meridionali che erano stati solleciti e
puntuali ad espletare la procedura.
La questione è oggi di particolare attualità perchè l’E.C.A. deve dare la
sua approvazione alla spesa di 350 milioni richiesti da aziende meridionali
per macchine olearie; e quindi il dilemma « dare o non dare finanziamenti
ai frantoi » è più vivo che mai.
A chi consideri il numero degli impianti — 21.334 — e la loro capacità
complessiva giornaliera che è pari a q.li 331.518 di olive, è logico che
sorgano dubbi circa la convenienza di ulteriori aumenti. Però solo che si
guardi alla composizione qualitativa di tale potenziale non riesce difficile
rendersi conto del perchè nuovi impianti continuino ad essere fatti.

FORZA AZIONANTE

CAPACITÀ LAVORATIVA GIORNALIERA
PER FRANTOIO

Fino a 10 q.li di olive ........
Da 11 a 50 q.ti di olive .......
Oltre 50 q.li di olive
TN COMPLESSO

impianti
no

9,584

2 544

12.131

animata

meccanica

vapacità impianti . capacità
lavorativa %| n° lavorativa 9%

56,8

13,0
0.2

1.185
7.610

4,1
83,0
12.9

408

100 .0

9 202

100 0

impianti
no

10.769
10.154

411

21.234

totale

capacità
lavorativa %

20,1
70,8
Dl

100 .0

Solo il 43% dei frantoi è dotato di forza meccanica, mentre il restante
97% viene ancora azionato mediante forza animata (uomo o animali); va
considerato poi che il 20% della totale capacità lavorativa giornaliera è
ancora frazionato tra frantoi che non possono lavorare più di 10 q.li di
olive al giorno, e che un altro 71% si ripartisce tra i frantoi che arrivano a
lavorarne al massimo 50 q.li; i frantoi da oltre 50 q.li giornalieri detengono
soltanto il 9% della capacità complessiva.
Basta riflettere sui pochi dati sopra esposti per rendersi conto che la
globale potenzialità esistente nel Mezzogiorno è ancora oggi costituita essenzialmente
 da un forte complesso di strutture antiquate e, in generale, antieconomiche.
 E’ pertanto nella necessità di rinnovare tali strutture, potenziandole
 nelle loro singole capacità lavorative, che va ricercata l’origine
 della tendenza verso gli investimenti in questo settore. -
Anche senza pensare ad un intervento dirigista, capace di equilibrare
la creazione di nuova potenzialità con equivalente disinvestimento di attrezzatura
 antiquata, si può credere che il libero gioco del mercato abbia sufficiente
 possibilità di realizzare siffatto equilibrio, in quanto è evidente che la
        <pb n="195" />
        XVI - VICENDE DI UN FINANZIAMENTO AI FRANTOI DA OLIVE

207

concorrenza di moderni frantoi, capaci di rese maggiori e di costi di esercizio
 minori, riuscirà sicuramente a far chiudere, nella zona su cui si esercita
 la loro influenza, quegli esercizi che non possono più sostenere il confronto.
 Tutto fa poi ritenere che la libera concorrenza, aiutando il nuovo
impianto meglio attrezzato, che produce migliore qualità di olio, in quantità
maggiore e a costi minori, convoglierà verso di esso quella materia prima
che si disperdeva tra una numerosa serie di esercizi.
Gli studi più aggiornati in materia mostrano come non si possa parlare
di ciclo di lavorazione conveniente nella frangitura delle olive se la materia
prima che passa giornalmente per il frantoio non arriva almeno ai 100 q.li.
Si deve quindi dedurre che l’industria deve bensì rinnovarsi, ma a patto
di risolvere quello stato di inferiorità che le deriva dal suo eccesso di
frammentazione.
In altri termini, si deve chiaramente affermare che il rinnovamento
degli impianti per la molitura delle olive ha ragione di attuarsi nel Mezzogiorno
 a condizione che le singole unità siano dotate di un’attrezzatura più
potente di quella installata nei vecchi tradizionali frantoi, in modo da raggiungere
 una economia dei costi di esercizio, un maggiore sfruttamento
della materia prima, ed un miglioramento qualitativo del prodotto finito.
Occorre, però, tenere ancora presente che il costo del macchinario per
impianti della potenzialità minima ottimale necessaria a modificare strutturalmente
 la costituzione del settore, si aggira attualmente intorno ai 25 milioni
 di lire, per cui, data la modestia in genere delle imprese che si dedicano
alla lavorazione delle olive, tale fabbisogno finanziario non è sempre facilmente
 acquisibile, se non tramite uno strumento creditizio adeguato e particolarmente
 sensibile.

Se si volessero veramente stabilire delle linee direttrici per un rinnovamento
 dell’industria olearia, si dovrebbe pertanto pretendere che l’attrezzatura
 corrisponda ad una potenzialità oraria non inferiore ai 4-5 q.li
di olive e si dovrebbero predisporre modalità di finanziamento tali da consentire
 agli imprenditori il realizzo di impianti rispondenti alle esigenze
tecniche ed economiche.
Purtroppo, tutto ciò la legge sopra citata non ha previsto e, per di più,
nella sua attuazione, le aziende olearie sono state portate ad orientarsi verso
i finanziamenti sino a lire 10 milioni, per i quali non incontravano le difficoltà
 della fidejussione. Sono state cioè orientate verso limiti finanziari
che non soddisfano nessuna delle esigenze richieste da una razionale politica
industriale nel settore oleario.
Allo stato attuale delle cose, non resta quindi che auspicare che, per
l’avvenire, si abbia a tener presente che al rinnovamento strutturale delle
industrie agricole non si potrà pervenire con la indiscriminata applicazione
dei provvedimenti agevolativi emanati per le industrie in genere, ma solo
attraverso provvedimenti specifici che diano il dovuto peso ai criteri tecnici.
        <pb n="196" />
        VITI

PER UNA LEGGE A FAVORE DELLA OLIVICOLTURA
E DELL’INDUSTRIA OLEARIA (*)

1. - In Italia, circa 2,2 milioni di ettari sono stati bonificati mediante
l’olivo: per più di 800 mila ettari di coltura specializzata, questo albero, da
solo, ha fatto di terreni un tempo incolti, degradati, franosi, malarici, una
attiva fonte di reddito; per circa altri 1,3 milioni di ettari l’olivo, accompagnandosi
 coi seminativi o con altri alberi, ha consentito alle famiglie
contadine quello stabile insediamento sul fondo, che è garanzia di intensa
vita rurale, quale è appunto quella che si riscontra laddove la coltura ha
assunto la forma promiscua.
Nel Mezzogiorno, tale capacità migliorataria si è estrinsecata maggiormente,
 tanto da concentrarvi il 78% dell’oliveto in coltura pura e il
60% di quello in coltura consociata, per cui, oggi, il 71% dell’olio — mediamente
 — proviene dalle regioni meridionali, per un quantitativo annuo,
che è stato pari, nell’ultimo ventennio, ad 1,6 milioni di quintali sui 2,2 milioni
 circa che costituiscono la media produzione italiana.
E ancora va rilevato che più dei quattro quinti di quella produzione
si ottengono nelle regioni di’ collina e di montagna, dove cioè il terreno
agrario è più povero e dove difficilmente altre colture saprebbero trarre,
da una scarsissima disponibilità di principi nutritivi, un valore di produzione
 così elevato, come è quello dell’olivo, nelle annate favorevoli.
A circa 80 miliardi di lire si valuta oggi la produzione lorda vendibile,
che si ricava da questa coltura, la quale si fraziona in una miriade di aziende,
 soprattutto contadine, dove il patrimonio arboricolo consta spesso. di
poche diecine di piante. In Puglia, il 66% delle ditte, iscritte nei ruoli di contribuenza
 dei cessati consorzi provinciali degli olivicoltori, non possedeva
più di 50 olivi per ciascuna; e, come si sa, la Puglia è la regione maggiore
produttrice di olio, fornendo in media il 27.5% del raccolto italiano.
Nel 1929, il 27% della popolazione agricola risultò presente in comuni
del Mezzogiorno, ove la produzione olearia rappresentava dal 10% al 20%
ed oltre il 20% del valore di tutta la produzione agricola, zootecnica e forestale
 realizzata in quegli stessi comuni.

*} Da: « Informazioni Svimez ». n. 10. dell’11 marzo 1953.
        <pb n="197" />
        210

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

Per ottenere tale cospicuo valore si stima che, mediamente, vengano
impiegati 70 milioni di giornate lavorative, di cui 50 milioni nel Mezzogiorno.

Se tali e tanti sono gli elementi che caratterizzano la funzione bonificatrice
 dell’olivo, non bisogna però dimenticare una serie di fattori negativi
che, per il loro ripetuto manifestarsi nel corso del tempo, hanno menomato
lo slancio iniziale della coltura, la quale ristagna, da circa mezzo secolo,
sulle posizioni raggiunte in passato. Di che fanno fede, più che le statistiche
ufficiali annue della superficie, le statistiche della produzione le quali, anche
se frutto di valutazioni e di aggiornamenti più che di rilevamenti diretti,
non possono tuttavia ripudiarsi, specie nel caso dell’olivo, come elemento
segnaletico dell’andamento produttivo di una coltura, che appare tutt’altro
che in fase evolutiva.
Le ragioni di ciò sono molteplici: le frequenti alternanze della produzione;
 gli attacchi parassitari scarsamente contenibili; la lentezza dell’olivo
nell’entrare in produzione, sono tra le principali.
Negli ultimi venticinque anni, il raccolto segna scarti percentuali positivi
 e negativi, rispetto alla produzione media del periodo, varianti tra
il 50% in più e il 50% in meno in rapporto al complesso italiano; il che
significa, quando dal dato nazionale si passi ai singoli dati aziendali, che in
certe annate molte aziende non raccolgono neppure un’oliva.
Gli attacchi di mosca, come ha documentato un’indagine appositamente
condotta dall’UNSEA nel 1947-48, che fu annata di grave, ma non eccezionale,
 infestione dacica, arrivano a annullare in certe zone anche tutto il
raccolto di una campagna e si può ritenere che, in media, ne annullino sempre
 una quota non indifferente.
Se a tutto ciò si aggiungono la lentezza, con cui le nuove piantagioni
entrano in produzione — dai dieci ai quindici anni e più — e l’onerosità
degli investimenti, richiesti per realizzare un ettaro di oliveto, data la
natura dei terreni destinati all’olivo, per lo più acclivi e abbisognevoli di
costose sistemazioni preliminari, si avrà la chiara percezione del perchè il
costo di produzione dell’olio sia sempre elevato e del come sia stato relativamente
 facile agli olii di seme concorrenti impossessarsi anche dei mercati
più affezionati all’olio di oliva. |
La progressiva restrizione dei tradizionali mercati a sua volta fa sì
che una copiosa offerta, dovuta ad un abbondante raccolto, ne saturi rapidamente
 il fabbisogno e determini quindi quelle cadute di prezzo, che non
consentono più alla produzione di colmare il deficit delle annate di
« scarica ».
Così la coltura non si espande, pur potendosi contare a centinaia di
migliaia gli ettari in giacitura acclive e in terreni pietrosi, che soltanto
l’olivo potrebbe redimere creando nuove sedi di vita rurale. Inoltre — il che
è ancora più grave — essa si degrada e si debilita, venendole a mancare
tutte quelle cure colturali, intese a mantenere in efficienza le antiche piantagioni.
        <pb n="198" />
        XVII - PER UNA LEGGE A FAVORE DELLA OLIVICOLTURA E DELL'INDUSTRIA OLEARIA 211

2. - Nè l’industria di trasformazione manifesta un diverso dinamismo:
essa continua a ristagnare nelle forme antiquate di un tempo con unità
di così piccola dimensione che non consentono, anche volendolo, di introdurre
 in esse le macchine più moderne che la tecnica ha messo a punto.
Ci sono in Italia più di 30.000 frantoi, di cui circa la metà impiegano
ancora, per il loro azionamento, la sola forza degli uomini o degli animali;
nel Mezzogiorno ve ne sono più di 21.000, di cui soltanto 9.200 sono azionati
meccanicamente. La metà dei frantoi meridionali, che detiene complessivamente
 un quinto di tutta la capacità lavorativa della circoscrizione, è rappresentata
 da unità che arrivano a stento a lavorare dieci quintali di olive
al giorno.
Questa enorme polverizzazione del settore, oltre ad inibire l’introduzione
 della moderna attrezzatura in un elevatissimo numero di impianti,
 ha anche impedito all’industria in esame di seguire quelle che
sono state le naturali vie del progresso percorse da altre industrie, le quali,
nello sfruttamento diretto dei loro sottoprodotti, nell’affinamento e nella
varietà delle loro produzioni e, in una parola, nella integralità dei processi
produttivi adottati, hanno trovato il modo per ridurre i costi di esercizio e
per adeguarsi al celere ritmo di progresso, che caratterizza, in particolar
modo, tra tutti gli altri rami di attività, l’industria.
Il frantoio invece ha continuato a muoversi entro la sua tradizionale
sfera di azione, limitandosi all’esaurimento delle olive mediante procedimenti
 meccanici più o meno antiquati. I cicli successivi di lavorazione, che
le esperienze di chimico-fisica hanno con il passare del tempo sempre più
affinato per la lavorazione delle sanse e degli olii, sono così divenuti patrimonio
 di altre industrie, quella di estrazione e quella di raffinazione; sicchè
oggi, anzichè avere nel frantoio, nel sansificio e nella raffineria il trinomio
tecnico di un unico settore, la cui ragione d’essere dovrebbe essere quella
della migliore valorizzazione dell’olio di oliva, si hanno tre centri distinti
di interessi sezionali, spesso in acuto contrasto tra di loro.
Non vi è nessuna ragione, che giustifichi tale frattura: tutto anzi fa
pensare che previo un riesame obiettivo dei problemi, connessi al mercato
degli olii estratti dall’oliva, si possano, prima di tutto, eliminare i contrasti
interni del settore per poter poi svolgere un’azione unitaria di difesa delle
varie categorie di prodotti. Ma perchè ciò possa avvenire, bisogna anche,
su un piano realistico, saper auspicare che al più presto le tre industrie
citate si raccolgano in un’unica impresa, la quale potrà così dare agli olii
di pressione e agli olii di raffinazione il giusto valore che rispettivamente
loro compete, per la diversità dei processi con cui vengono ottenuti, dei costi
di produzione e dei caratteri biologici, che contraddistinguono le singole
categorie di olii.
Questa differenziazione, per così dire interna, è indispensabile per poter
mantenere all’olio di oliva quel primato che gli spetta sugli olii di seme e
che ne giustifica il maggior prezzo. Bisogna però convincersi che il compito
di tale differenziazione spetta alla produzione più che al mercato, perchè
        <pb n="199" />
        212

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

questo ha ormai chiaramente dimostrato di rimanere indifferente a tale
distinzione, tant’è vero che valuta alla stessa stregua olii di pressione e olii
raffinati, e spesso, purtroppo, tollera le sofisticazioni dell’olio di oliva con
olii di altra origine.
Tale stato di cose, che danneggia tutta l’economia agricola e industriale
dell’olivo, si ripercuote con particolare gravità sul Mezzogiorno, la cui produzione
 è costituita da una elevata massa di lampanti, valutabile attorno
al 40% dell’intero raccolto. Le ragioni di così forte presenza di olii, per
legge non destinabili come tali al consumo, vanno in prevalenza ricercate
nelle condizioni stesse in cui la materia prima perviene ai frantoi, per le
alterazioni subite dal prodotto in conseguenza degli attacchi parassitari o
delle irrazionali pratiche di raccolta e di conservazione; in parte minore,
anche nelle deficienze tecniche della lavorazione industriale.
Era ovvio attendersi che, in relazione a così forte massa di materia
prima per la raffineria, sorgesse nel Mezzogiorno un forte complesso industriale
 per la valorizzazione dei propri olii: ciò invece non si è verificato,
per cui la separazione tra le categorie industriali, che traggono la loro
ragione d’essere dall’olivo, è avvenuta non solo sul piano tecnico ed economico
 ma anche sul piano geografico, restando al Mezzogiorno il semplice
ruolo di fornitore di lampanti alle industrie dislocate in altre regioni.
Nè oggi sarebbe pensabile una revisione ubicazionale pura e semplice
per riportare alle zone di origine unità affermatesi in altre zone e rompere
così un complesso equilibrio di rapporti con i mercati di consumo, specialmente
 esteri, e con i mercati del Mediterraneo che, insieme a quelli meridionali,
 riforniscono le raffinerie liguri e toscane. E’ però da ritenere che
tutti i mezzi che restano ancora da impiegare per valorizzare l’olio meridionale,
 che già oggi tenta il mercato senza essere fornito di tutti i requisiti
necessari alla sua affermazione, siano posti in atto nel Mezzogiorno, così
come è augurabile -che dei futuri incrementi produttivi che si attendono
dalla coltura, se sarà convenientemente assistita e incrementata, abbiano a
beneficiare gli operatori di una sana e vigorosa industria meridionale.

3. - Se agli aspetti patologici di struttura dell’industria olearia, posti
in evidenza, si aggiungono gli squilibri che sul suo esercizio determinano
 le alternanze della produzione, i difetti delle olive non modificabili
 nel processo di trasformazione se non per via chimica, le oscillazioni
 delle rese industriali, non sempre facilmente determinabili in via preventiva,
 il difficoltoso ed oneroso reperimento della materia prima, frazionata
 in una miriade di aziende, appaiono evidenti anche le ragioni che
determinano il ristagno industriale, il quale così si accompagna, con non
minori sintomi di gravità, con la stasi emergente nel settore olivicolo.
Le constatazioni rilevate, tuttavia, non sarebbero da sole sufficienti a
giustificare un provvedimento di carattere pubblico, inteso a riattivare il
ritmo vitale di sviluppo della olivicoltura e dell’industria olearia se non
concorressero allo stesso fine tanto la linea di politica economica perseguita
dal Governo mediante i massicci investimenti nel settore della bonifica e della
        <pb n="200" />
        Big 473 war 17 2.54

XVII - PER UNA LEGGE A FAVORE DELLA OLIVICOLTURA E DELL'INDUSTRIA OLEARIA 213

riforma fondiaria quanto il bisogno di migliorare la nostra bilancia commerciale,
 restringendo le importazioni, come quella granaria e quella dei
grassi, mediante una più intensificata produzione e un maggiore estendimento
 delle nostre colture.
Si è già detto delle qualità valorizzatrici che ha l’olivo soprattutto nei
riguardi dei territori più impervi e più poveri del Paese: ora è evidente che
in tali territori, dopo che la bonifica vi avrà portato le strade e i fondamentali
servizi civili, occorrerà fare largo assegnamento sulla coltura olivicola,
se sì vorrà che essi diventino sede di attiva vita rurale.
Lo stesso problema si presenterà nelle zone di riforma fondiaria dove
le nuove proprietà contadine, laddove non le assista il provvidenziale
apporto irriguo, dovranno necessariamente cercare nell’albero e in particolare
 nell’olivo l’impiego del loro potenziale di lavoro.
A ciò si aggiunga che, con una popolazione di circa 47 milioni di abitanti,
 il fabbisogno in olii commestibili si valuta in 3,3 milioni di quintali
circa, cui si deve sopperire mediante l’importazione di più di un milione
di quintali di olii all’anno.
La Società nazionale degli olivicoltori, in uno studio redatto dal professore
 Marinucci, ha calcolato che per garantire tale fabbisogno, tenendo conto
anche del naturale incremento della popolazione, bisognerebbe investire ad
olivo, nel prossimo decennio, circa 400.000 ettari, supposta una densità
media di 100 piante per ettaro.
Ora, per ben poche altre colture come per l’olivo, si dà la coincidenza
di avere, da un lato, un mercato che consente, entro determinati limiti di
prezzo, ancora larghi margini di assorbimento e, dall’altro, una serie di
problemi di scelta di investimenti e di scelta di ordinamenti colturali che
ammettono, come soluzione pressocchè univoca, una vasta immissione di
olivi.
Ciò, tuttavia — si è detto — non avviene e se ne sono dati i motivi:
l’imprenditore privato non trova convenienza, con il costo attuale del
danaro, a fare investimenti in una coltura di così lento sviluppo anche perchè
 gli fanno difetto le garanzie per un conveniente collocamento di un
prodotto, il quale non può riuscire che molto costoso, soprattutto se messo
a confronto con i costi a cui si realizzano gli olii concorrenti. Analoghe consiìderazioni
 allontanano il capitale dall’industria olearia.
La soluzione del problema trascende pertanto le possibilità del privato
e richiama un intervento esterno sul tipo di quello che è stato messo a
punto nella legge di bonifica integrale.
« La prospettiva dell’utile pubblico, conseguibile con l’esecuzione delle
opere di miglioramento fondiario — scrive lo Jandolo (1) — crea l’interesse
dello Stato a promuovere questa esecuzione: ciò che la legge si prefigge di
ottenere, facendo partecipare lo Stato nella spesa delle opere, mediante
la concessione di sussidi ».

(1) E. JanpvoLo, La legge della bonifica integrale, Padova, 1935.
        <pb n="201" />
        214

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

« Quando la convenienza economica dell’opera non sussiste o non è
sufficientemente sicura, mentre l’esecuzione del miglioramento permette
di conseguire scopi extraeconomici di igiene e di civiltà che interessano
lo Stato, il sussidio si presenta come il mezzo di assicurare l’esecuzione dell’opera
 creandone la convenienza, dal punto di vista economico privato.
Inoltre, se l’opera sia per sè conveniente, ma, non essendo nella tradizione
locale, è ignorata o mal nota dagli agricoltori, mentre è utile, per l’interesse
generale, il diffonderne la conoscenza, la partecipazione finanziaria statale
può favorire l’esecuzione dell’opera, assicurando un extra profitto agli interessati.
 Infine, a parità di convenienza economico-privata di dati miglioramenti,
 può interessare allo Stato di dare impulso alle opere richieste da
quell’indirizzo agrario che stimi conveniente far prevalere, per ragioni di
politica economica e sociale ».
Non diversi sono i motivi che hanno ispirato la legislazione di questo
dopoguerra per l’industrializzazione delle regioni meridionali nè diversi
possono essere quelli di un provvedimento che venisse preso per lo sviluppo
ed il potenziamento della olivicoltura e delle connesse industrie di
trasformazione.

4. - Un tale provvedimento, giustificato da motivi d’ordine generale,
deve però giustificarsi anche con motivi particolari, potendosi altrimenti
obiettare che già la vigente legislazione sulla bonifica e sul credito agrario
di miglioramento è in grado di sopperire alle accennate necessità della olivicoltura
 e dell’industria olearia.
ie’esame della realtà consente tuttavia di affermare che raramente e
con difficoltà il settore in esame ha potuto beneficiare delle provvidenze
previste dalle leggi di carattere generale e, ad ogni modo, mai in quella
misura che si ritiene necessaria per smuoverlo dall’inerzia che lo pervade e
per avviarlo su una via di decisivo sviluppo e di progresso. E ciò per due
ordini di ragioni: in primo luogo, per la concorrenza che i singoli tipi di
miglioramento si fanno nell’acquisizione dei fondi messi a disposizione; in
secondo luogo, perchè non sempre le provvidenze istituite per la generalità
delle opere di miglioramento sono sufficienti a convogliare l’interesse privato
 verso il settore allo studio.
La constatazione della modesta azione di stimolo esercitata dalla legislazione
 prima ricordata non è nuova: in ripetute occasioni, il legislatore ha
tentato infatti di risolvere almeno la prima delle due difficoltà indicate,
destinando all’olivo fondi specifici per l’erogazione dei sussidi di miglioramento.

Tra i vari provvedimenti emanati nel corso del tempo, meritano di
esserne ricordati alcuni. Il R. D. 31 dicembre 1923, n. 3071 accorda per le
piantagioni di olivi l’esenzione venticinquennale dall’imposta fondiaria;
il R. D.L. 20 marzo 1924, n. 546 convertito in L. 16 giugno 1927, n. 985,
esenta per cinque anni dalla stessa imposta gli oliveti ringiovaniti e stabilisce
 che debbano essere considerate operazioni di credito agrario di miglioramento
 i prestiti per il ringiovanimento degli oliveti. Con R. D.L.
        <pb n="202" />
        XVII - PER UNA LEGGE A FAVORE DELLA OLIVICOLTURA E DELL'INDUSTRIA OLEARIA 215

12 agosto 1927, n. 1574, convertito in L. 18 novembre 1928, n. 2690, viene
stabilito che nelle zone di estesa coltivazione dell’olivo possano costituirsi,
con le norme contenute nella legge 26 giugno 1913, n. 888, consorzi intercomunali
 o provinciali, per l’incremento della coltura, per la sperimentazione
 olivicola, per la difesa dai parassiti, per il miglioramento dell’industria
 olearia e per l’organizzazione del commercio e dell’esportazione dei
prodotti dell’olivo. Viene, con lo stesso decreto, stanziata nel bilancio ordinario
 del Ministero dell’economia nazionale la somma annua di L. 200.000,
per erogare contributi e sussidi ai consorzi e alle istituzioni agrarie e premi
agli olivicoltori. |
Con R.D.L. 2 gennaio 1936, n. 59 e successivo D.M. 28 febbraio 1936, vengono
 stabiliti contributi nella misura massima di L. 2,50 per ogni olivo piantato
e attecchito — sempre che il numero complessivo delle piante messe a dimora
 non sia inferiore a cinquanta — nelle provincie della Sardegna, della
Sicilia e di Grosseto. Per la trasformazione di almeno un quarto di ettaro di
terreno olivastrato in oliveto, avente una densità di piante non inferiore
ad 80, viene concesso un contributo fino ad un massimo del 30% della spesa
occorsa. A tali fini è stanziata in bilancio la somma annua di L. 750.000 per
i tre esercizi 1935-36; 1936-37 e 1937-38.
Nel 1938 il Governo « riconosciuta la necessità urgente ed assoluta di
provvedimenti diretti a promuovere l’incremento ed il progresso dell’olivicoltura
 nazionale » indice, con R.D.L. 25 agosto 1938, n. 1442, un concorso
nazionale per l’incremento della produzione dell’olivo per gli anni dal 1938
al 1942, dotandolo di 2 milioni di lire di premi, e stanzia L. 36,5 milioni da
erogarsi, in ragione di L. 7,3 milioni all’anno, per ciascuno degli esercizi
dal 1938-39 al 1942-43, per la concessione di contributi alle apere di trasformazione
 degli olivastreti in oliveti e per l’impianto e l’ampliamento di
oliveti sia in coltura specializzata che promiscua. I contributi vengono concessi
 a condizione che: la superficie investita a nuovo oliveto specializzato
non sia inferiore a mezzo ettaro e che le piante messe a dimora non siano
meno di cinquanta; la superficie dell’olivastreto trasformato non sia inferiore
 ad un terzo di ettaro circa; il numero delle piante di olivastro innestate
 o di olivo messe a dimora in coltura promiscua non sia inferiore a
trenta e la superficie interessata non sia inferiore ad un ettaro.
La misura del sussidio non può superare il 30% della spesa effettiva
accertata al collaudo per le opere attinenti alla preparazione del terreno e le
L. 4 per ciascuna nuova pianta di almeno quattro anni di età messa a dimora
o innestata.
In questo dopoguerra, si ha il D.L.C.P.S. 5 settembre 1947, n. 1345, che
autorizza il Ministero per l’Agricoltura e Foreste a concedere contributi
nella misura massima del 35% della spesa per l’acquisto di piante di olivo
da mettere a dimora nella campagna 1947-48, con la clausola però che tale
contributo può essere cumulato con i contributi previsti dal D.L.P. 1° luglio
 1946, n. 31, che prevede, tra l’altro, per la sistemazione e il ripristino
degli arboreti, un contributo nelle spese di mano d’opera variabile tra il
35%, il 52% e il 67% dell’ammontare dei salari pagati rispettivamente dalle
        <pb n="203" />
        216

- INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

grandi, medie e piccole aziende. Per il pagamento dei contributi nell’acquisto
 delle piantine d’olivo viene autorizzata la spesa di 35 milioni di lire.
Ora, a ben guardare tutta questa serie di provvedimenti, se non si può
non dare atto al legislatore della buona volontà manifestata per aiutare
l’olivicoltura, non si può non rimanere delusi nel considerare e la modestia
degli stanziamenti e soprattutto la debolezza degli stimoli adottati per invogliare
 l’iniziativa privata, scarsamente interessata all’olivo per le ragioni
d’ordine economico già dette.
Il già citato studio della Società nazionale degli olivicoltori calcolava
nel 1949 a 16 miliardi il fabbisogno finanziario per la erogazione di contributi
 nella sola spesa di ricostituzione e di ringiovanimento degli oliveti;
in un miliardo e mezzo il fabbisogno per contribuire alla formazione di
vivai, alle spese di sperimentazione e alla formazione di maestranze specializzate
 in olivicoltura e in oleificio; in 20 miliardi il fabbisogno per la
erogazione di contributi nella spesa per nuove piantagioni di olivi.
Senza ricorrere a consuntivi statistici, che del resto non esistono, per
valutare gli effetti dei provvedimenti finora presi per l’incremento del
nostro patrimonio olivicolo, basta osservare l’andamento della produzione
di olio dell’ultimo sessennio e avere presenti i valori finanziari prima riportati
 per rendersi conto di quanto si sia ancora lontani dall’avere realizzato
quello strumento propulsivo, capace di riportare gli agricoltori verso l’olivo.
Inoltre, va osservato che, nei confronti dell’industria di trasformazione,
nessun provvedimento specifico è mai stato preso per venire incontro alle
sue esigenze di rinnovamento nè, a questo fine, possono riconoscersi di
carattere essenziale i primi risultati, che la cessata organizzazione obbligatoria
 degli olivicoltori era riuscita a raggiungere mediante la creazione
degli elaiopoli consorziali.
| Si può pertanto concludere che l’emanazione di un provvedimento a
favore della olivicoltura e dell’industria connessa è giustificato, oltre che
da motivi di ordine generale, anche da motivi di ordine particolare, i quali
dimostrano:

a) che l’esperienza finora fatta sulla base delle provvidenze aperte a
tutti i miglioramenti fondiari in genere è stata negativa per l’olivicoltura
e l’oleificio, i quali scarsamente hanno potuto beneficiare dei mezzi finanziari
 disponibili perchè battuti in concorrenza da altre opere più sentite
dagli operatori economici e dalla pubblica amministrazione;
b) che l’esperienza fatta sulla base di provvidenze specifiche destinate
 all’olivicoltura è stata modesta perchè l’entità dei sussidi e le modalità
della loro erogazione (1) non sono riuscite a convogliare una massa di ini-(1)

 In proposito, merita di essere rilevato il D.L.C.P.S. 23 dicembre 1947, n. 1686,
il quale, dopo nove anni di esperienza, stabilisce che «I contributi previsti all’art. 4,
n. 2 del R.D.L. 25 agosto 1938, n. 1442 per la piantagione di olivi e per l'innesto di olivastri
 possono essere corrisposti per intero, dopo l’avvenuto collaudo, da eseguirsi dagli
Ispettorati provinciali dell'agricoltura a norma del penultimo comma del successivo
art. 6, prescindendo da ogni ulteriore accertamento sul risultato delle piantagioni e
degli innesti eseguiti »
        <pb n="204" />
        XVII - PER UNA LEGGE A FAVORE DELLA OLIVICOLTURA E DELL'INDUSTRIA OLEARIA 217

ziative verso l’olivicoltura e relative industrie nella proporzione che appare
necessaria per risolvere i problemi, già da tempo posti dalla bonifica, e ora
accentuati dalle necessità della riforma fondiaria e dal bisogno di aumentare
 le nostre disponibilità di oli.
Per quanto riguarda in particolare l’industria olearia, per la quale non
sono mai stati presi provvedimenti particolari e per il cui sviluppo si
apre, solo entro determinati limiti, la possibilità di adire il credito agrario di
miglioramento o, in tempi più recenti, il credito per la industrializzazione
del Mezzogiorno. va detto che:
a) un provvedimento specifico ad essa destinato si impone per rinnovarne
 la struttura, che oggi nessuna altra industria possiede in stato così
antiauato;
b) che, per tale azione di profondo rinnovamento, nessuna delle
attuali provvidenze di carattere finanziario e creditizio si manifesta appropriata
 (1) o per ragioni di prassi applicativa, che praticamente ha escluso le
industrie agrarie dal beneficio dei contributi, o per prescrizioni di carattere
strumentale, che, specie per quanto riguarda il credito di favore, mal si
adeguano alle esigenze di detta industria e delle varie categorie di operatori
che possono gestirla.

5, - In termini generali, affinchè un provvedimento per lo sviluppo
della olivicoltura e dell’industria olearia possa sortire gli effetti auspicati,
dovrebbe corrispondere ai seguenti requisiti:

1) essere integrale e cioè contemplare, con visione organica delle
interrelazioni tra loro esistenti, tutte le fasi del processo tecnico di produzione.
 da quella colturale a quella industriale;
2) essere specifico, nel senso che le provvidenze siano appositamente
disposte per il settore dell’olivo, e per la cui fruizione non si determini una
concorrenza del settore stesso con altri settori;
3) essere differenziato, e quindi capace di adeguarsi alle molteplici
situazioni giuridiche ed economiche, in rapporto alle quali si estrinsecano
le naturali condizioni di sviluppo del settore. Questa caratteristica è particolarmente
 importante nei confronti della fase industriale, i cui imprenditori
 appartengono alle più diverse categorie; l’intervento pubblico deve
cercare di sollecitarle tutte, per garantire la più ampia partecipazione degli
operatori economici all’azione di rinnovamento.

Tralasciando la fase commerciale, per la quale evidentemente i problemi,
 che si pongono, esulano dai limiti di un singolo provvedimento e
investono problemi tra loro interferenti e correlati, che difficilmente possono
 trovare la loro soluzione nell’ambito di un solo settore, è bene porre in
rilievo che il provvedimento di che trattasi dovrà, per quanto possibile,

(1) Vedasi il cap. IV: Credito. ecc.
        <pb n="205" />
        218

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

essere tale da agire con continuità, per poter esercitare, con la costanza dello
stimolo. una decisiva azione miglioratrice. :
La costituzione di un « fondo permanente », che alimenti continuativamente
 il credito necessario per l’attuazione delle opere di miglioramento
agrario e industriale riguardanti il settore in esame, sembra che corrisponderebbe
 appropriatamente allo scopo, soprattutto se, con stanziamenti aggiuntivi
 extra fondo permanente, da devolvere nei primi anni a titolo di
sussidio in capitale, si riuscirà a dare il colpo di rottura allo stato di
inerzia oggi esistente. Dopo la prima azione massiccia, il fondo continuerebbe
la propria azione, mettendo a disposizione degli operatori i mezzi per
concessione di mutui a particolari condizioni di favore.
Si potrebbe delineare pertanto per il provvedimento di che trattasi,
una struttura finanziaria del tipo seguente: supposta una determinata disponibilità
 finanziaria — la cui entità, in via di prima approssimazione, si
potrebbe indicare nella cifra di 50 miliardi — la si potrebbe suddividere in
due parti eguali di cui una da destinare al fondo permanente in rotazione e
l’altra per la concessione di sussidi. A loro volta ciascuna delle due quote
suddette potrebbe essere destinata per una quota maggiore al miglioramento
 e allo sviluppo della coltura e per una quota minore — ad es. un
terzo — al risanamento e al potenziamento industriale.
Tra le iniziative da prendere, per mezzo di tali fondi, andrebbero comprese
 anche quelle relative all’assistenza tecnica e professionale degli imprenditori
 e delle maestranze, per cui si dovrebbero allestire campi dimostrativi,
 corsi professionali, impianti pilota ed intensificare le prove sperimentali
 sui mezzi di lotta contro i parassiti.
Un Comitato di esperti, scelti in parte tra i funzionari dell’Amministrazione
 pubblica e in parte tra gli specialisti del settore, dovrebbe presiedere
all’attuazione del programma con il particolare compito di dare precise
direttive affinchè le agevolazioni vadano ad iniziative, che possano effettivamente
 contribuire, per le loro caratteristiche tecniche e per la loro ubicazione,
 allo sviluppo e al miglioramento del settore, e affinchè l’assistenza
professionale sia fatta nei modi più idonei e più efficaci per preparare gli
operatori ai compiti, che loro deriveranno nella nuova situazione, che, attraverso
 l’intervento finanziario dello Stato, si vuole determinare.
In particolare, per quanto riguarda il settore dell’industria frantoiana,
si dovrà provvedere che, mentre da un lato, con i sussidi e i mutui di favore,
si svolge una decisa azione per rinnovare le unità esistenti e per farne sorgere
 altre modernamente concepite, dall’altro, lo sforzo finanziario, dello
stato, non venga frustrato dalla permanenza di unità, che, per il loro
stato di arretratezza e di condizioni antigieniche, fanno deprezzare il prodotto
 sui mercati più esigenti, che pure sono quelli, su cui più si deve contare
 per una ripresa dei consumi.
Pertanto, pur concedendo ai singoli frantoi un certo periodo di tempo,
dalla data di entrata in vigore del nuovo provvedimento, perchè possano
mettersi in grado di corrispondere ai requisiti di carattere igienico-sanitario,
        <pb n="206" />
        XVII - PER UNA LEGGE A FAVORE DELLA OLIVICOLTURA E DELL'INDUSTRIA OLEARIA 219

necessari ad una buona conservazione e lavorazione delle olive, sembrerebbe
 opportuno, ad un determinato momento, introdurre uno strumento di
controllo, quale potrebbe essere la licenza di esercizio annuale. L’industria
frantoiana non è nuova a questa prassi, cui essa fu sottoposta in periodi
di ammasso obbligatorio (1): devesi tuttavia rilevare la nettissima diversità
di posizione in cui si verrebbe a porre il nuovo controllo. Mentre in passato
esso aveva praticamente lo scopo di garantire la gestione ammassatrice da
ogni possibile evasione nei conferimenti del prodotto, la licenza di esercizio
che ora si propone dovrebbe svolgere un’azione di propulsione, per spingere
i frantoiani a migliorare i propri impianti avvantaggiandosi delle provvidenze
 disposte dal Governo. Una tassa di licenza, proporzionata ai singoli
tipi di frantoi secondo le direttive da impartire dal Comitato, di cui si è
fatto prima cenno, garantirebbe poi un cespite che, se pure non elevato,
potrebbe tuttavia alimentare con continuità le attività di sperimentazione,
promosse dal Ministero per l’agricoltura o da enti e istituzioni posti sotto la
vigilanza ministeriale.
Tutt’altro che finalità fiscali avrebbe quindi il nuovo dispositivo di controllo,
 bensì scopi eminentemente assistenziali, per i quali non sembra
fuori di luogo chiamare a contribuire, insieme con il capitale pubblico,
anche duello dei singoli più direttamente interessati.

6. - Si aggiungono alcune considerazioni circa i tipi di provvidenze da
adottare e la misura dei sussidi da concedere, avuto riguardo ai costi effettivi
 delle opere, nonchè sulle categorie di opere e di imprenditori, da
ammettere a sussidio e sui criteri preferenziali da seguire.
Circa i tipi di provvidenze, la nostra legislazione offre già una numerosa
 serie di precedenti per quanto riguarda le esenzioni fiscali che, relativamente
 all’imposta fondiaria e sui redditi agrari andrebbero estese anche
alle rispettive sovraimposte comunali e provinciali, in analogia a quanto già
viene concesso dal R. D. 30 dicembre 1923, n. 3267 per i terreni rimboschiti:
sussistono infatti aspetti di stretta analogia tra la situazione di chi impianta
un bosco e di chi impianta un oliveto. Si tratterà semmai soltanto di variare,
proporzionalmente alla durata del periodo che le diverse essenze arboree
impiegano per dare reddito, la durata dell’esenzione fiscale.
Per l’industria olearia, si tratterebbe di applicare ad essa le esenzioni
già previste dalle vigenti leggi per l’industrializzazione del Mezzogiorno,
migliorando eventualmente alcune clausole, che l’esperienza ha dimostrato
di non sempre facile o efficace applicazione.
Circa le provvidenze di carattere finanziario, la legge sulla bonifica e
le leggi sul credito agrario e sul credito industriale offrono i precedenti
necessari per scegliere una serie di contributi in capitale e di mutui di
favore per le opere, che il provvedimento vuol sollecitare.

(1) Vedasi ad es. il D.M. 6 settembre 1945, contenente disposizioni inerenti alla
campagna olearia 1945-46.
        <pb n="207" />
        220

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

Si pone il problema di stabilirne la misura: in via pregiudiziale, sarebbe
 da auspicare che detta misura fosse stabilita per le piantagioni e per le
altre migliorie della coltura in misura fissa e non variabile entro un determinato
 limite. E ciò principalmente per due ragioni: in primo luogo, per
consentire agli imprenditori di farsi preventivamente i propri conti e per
invogliarli effettivamente, data la convenienza dell’operazione, a fare le
opere che il provvedimento intende promuovere. Sovente, l’incertezza sull’effettivo
 ammontare del contributo percepibile ha allontanato gli operatori
 privati dalle provvidenze stabilite per legge. In secondo luogo, la misura
fissa del contributo svincolerebbe l’amministrazione dalla preoccupazione
di proporzionare — come purtroppo oggi avviene — i mezzi disponibili alla
affluenza delle domande.
Le spereguazioni, che potrebbero derivare da siffatto comportamento
— a parità di contributo due operatori potrebbero, infatti, ricavare un beneficio
 economico notevolmente diverso, data la diversa costosità o redditività
 da luogo a luogo di una stessa opera, oppure alcuni operatori potrebbero
 rimanere privi di contributo mentre altri ne beneficierebbero in misura
 piena — costituiscono un male di gran lunga minore di quello che sì
avrebbe se, nella tema di percepire un sussidio insufficiente, i privati non
corrispondessero in misura adeguata allo stimolo della legge.
D'altro canto, poichè la coltura dell’olivo investe zone, che sono generalmente
 tra le più povere del Paese, non sembra che debbano preoccupare
troppo le sperequazioni derivanti dalla diversità delle condizioni ambientali.
Neppure sembra logico disporre quote diverse a seconda che si tratti di piccole,
 medie o grandi aziende, essendo il contributo fissato in una quota
proporzionale alla spesa e potendosi, oltre a ciò, ritenere che il contributo
dato alle aziende contadine influirà sul costo, effettivamente da esse sostenuto,
 in misura più vantaggiosa di quello dato alle grandi aziende, in cui
il costo comprende una larga quota di salari effettivamente pagati.
In quanto poi all’inconveniente di non poter accogliere tutte le domande
di contributo, semprechè corrispondano a razionali criteri, vi si dovrà
provvedere con congrui stanziamenti di bilancio e non decurtando la misura
dèi contributi.
Sulla entità del sussidio, l’azione da tempo in atto intesa a rivedere il
tradizionale limite del contributo, fissato dalla legge di bonifica nella misura
 del terzo della spesa, ha trovato ormai larga comprensione e accoglimento
 in numerosi provvedimenti, specie di questo dopoguerra: dal
D.L.C.P.S. 18 marzo 1947, n. 281 — col quale viene istituito l’Ente per lo
sviluppo dell’irrigazione e la trasformazione fondiaria in Puglia e Lucania —
che eleva il limite dei sussidi nelle opere di competenza privata fino al 45%
della spesa, in genere, e al 60% ove si tratti di piccole aziende e le opere
siano di particolare onerosità, alla legge 25 luglio 1952, n. 991, che eleva, per
i territori montani, il limite del sussidio fino al 50% della spesa, per l’esecuzione
 dei miglioramenti previsti.
        <pb n="208" />
        XVII - PER UNA LEGGE A FAVORE DELLA OLIVICOLTURA E DELL'INDUSTRIA. OLEARIA 221

Non sembra che per la coltura olivicola vi siano ragioni per adottare
diversi criteri; chè anzi, può con sicurezza affermarsi che l’impianto di nuovi
oliveti rappresenta una delle opere, in cui più largo dovrebbe essere, e
non da ora, il contributo statale.
Nè sembra eccessivo il ritenere che nelle zone più impervie del Mezzogiorno,
 debba essere lo Stato ad assumere a proprio carico l’intero costo
della trasformazione, facendo acquistare dall’Azienda delle foreste demaniali
 quei terreni ove si potessero compiere rimboschimenti mediante olivi.
Di minore elevatezza dovranno invece prevedersi i contributi all’industria,
 per la quale inoltre sembra che la possibilità di variare entro certi
limiti e da caso a caso i contributi, sia conveniente, data la infinita varietà
di situazioni che vi si possono riscontrare. Inoltre, anche se sussistono precedenti
 — come ad esempio quello stabilito dalla L. 15 aprile 1942, n. 545,
che concede contributi in misura non superiore al 40% della spesa; per la
costruzione di stabilimenti ortofrutticoli, ad agricoltori, ad enti e a
istituzioni agrarie nonchè a società e ditte industriali — sì esprime avviso
che sia opportuno limitare la concessione di contributi a quelle categorie,
la cui attività è strettamente connessa con l’esercizio dell’agricoltura, e
ammettere invece le categorie extraagricole alla concessione di soli mutui
di favore.
Tale diversità di trattamento appare giustificata e conseguente alla
politica intesa a favorire l’industrializzazione dell’agricoltura, che il Governo
sta perseguendo, e con la quale si tende a far beneficiare gli agricoltori
anche degli utili derivanti dalla trasformazione della materia prima da essì
prodotta. Per questo stesso motivo l’agricoltore, beneficiario della concessione
del contributo in conto capitale, non dovrebbe essere escluso dal mutuo di
favore (1); e ciò perchè il contributo — specie quando si tratti di cooperative
 — deve essere considerato come l’unico mezzo per adeguare le possibilità
 di garanzia, che l’operatore ha, per poter ricorrere al credito e approvvigionarsi
 della restante parte di capitale necessario.
Per quanto riguarda i mutui, dato che gli istituti di credito vengono
approvvigionati direttamente dallo Stato a mezzo le disponibilità del fondo
di rotazione, sì dovrebbero stabilire condizioni di assoluto favore, quali ad
esempio quelle previste dalla già citata legge a favore della montagna; e
ciò, oltre per le ragioni più volte richiamate, anche per il fatto che l’oliveto
 si estende e ancor più dovrebbe estendersi in zone acclivi e di
grande povertà e per le quali valgono le stesse ragioni. che hanno portato
il legislatore a favorire le zone montane.
Tali mutui sono caratterizzati, come è noto, dalla durata trentennale,
nel corso della quale il mutuatario paga un’annualità fissa, comprensiva di
capitale, interessi e spese, pari a L. 4 per ogni cento lire mutuate. Le stesse
caratteristiche dovrebbero avere i mutui per la olivicoltura, mentre quelli

(1) Vedasi in proposito la L. 30. maggio 1932, n. 720, che prevede un contributo del
25 % nella spesa per magazzini da cereali e il concorso del 2,5 % dello Stato nel pagamento
 degli interessi sui mutui accesi per approvvigionarsi di metà del denaro occorrente.
        <pb n="209" />
        292

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

per l’industria potrebbero consentire una durata alquanto più breve e una
onerosità lievemente maggiore.
‘Tanto per i mutui agrari che per quelli industriali dovrebbe poi essere
concessa la garanzia sussidiaria dello Stato, come già è concessa ai mutui
per opere di miglioramento in zone montane e a quelli per l’industrializzazione
 del Mezzogiorno.
E ciò per due motivi: primo, per contribuire a risolvere il grave problema
 delle garanzie, che il normale credito agrario di miglioramento ha
lasciato insoluto; secondo, per fare del credito, alimentato con mezzi dello
Stato, un effettivo strumento di azione pubblica, la cui efficacia non deve
essere limitata, come oggi, dal fatto che il rischio delle operazioni viene
lasciato a tutto carico degli Istituti mutuanti, i quali quindi sono costretti
a cautelarsi, selezionando con rigorosità strettamente bancaria, gli operatori.
 In tale selezione, naturalmente, i più sacrificati sono i piccoli e i
medi operatori.

7. - Circa le categorie di opere, che il provvedimento dovrà considerare
 per l’incremento della coltura, vi andranno necessariamente comprese
 le nuove piantagioni sia in forma specializzata che promiscua, a condizione
 che gli impianti rispondano ai requisiti della più moderna agronomia.
 Vi si dovranno pure comprendere le operazioni di trasformazione degli
olivastreti — la cui consistenza si valuta attorno ai 10 milioni di piante, che,
se convenientemente innestate, potrebbero dare frutto in breve giro di
anni — e le operazioni di ricostituzione e di ringiovanimento degli oliveti
deperiti, che si calcola possano costituire da un terzo a un quarto dell’intero
nostro patrimonio olivicolo.
Ed occorre precisare che le agevolazioni finanziarie, di cui si è detto,
debbono essere concesse all’insieme delle operazioni per creare il nuovo
oliveto sia in terreno nudo che in terreno già coperto di olivi in fase senescente.
 sia in terreno olivastrato.
Occorre poi provvedere a dare organica sistemazione all’attività
vivaistica perchè corrisponda dal punto di vista tecnico e della garanzia
delle caratteristiche dei soggetti allevati, concedendo anche ad essa opportune
 agevolazioni finanziarie.
Infine, non dovranno essere escluse dalle provvidenze accennate le
concimazioni di fondo per gli oliveti in genere: l’incremento produttivo,
conseguibile con tale mezzo, potrebbe in breve giro di anni compensare
lautamente le anticipazioni fatte. D’altronde la concimazione di fondo,
modificando sostanzialmente la struttura fisica e la composizione chimica
del terreno agrario, è da considerarsi come opera vera e propria di miglioramento
 fondiario e come tale sussidiabile.
Dato il forte frazionamento delle aziende olivicole, allo scopo di non
gravare eccessivamente. gli organi incaricati di amministrare le provvidenze
 concesse dallo Stato, si potrà eventualmente stabilire che più operatori
 si uniscano insieme per presentare un’unica domanda.
        <pb n="210" />
        XVII - PER UNA LEGGE A FAVORE DELLA OLIVICOLTURA E DELL'INDUSTRIA OLEARIA 223

Per quanto riguarda l’industria, le opere da agevolare sono quelle
riguardanti l’ammodernamento e la creazione di nuove unità, sia nel settore
frantoiano come negli altri settori del sansificio e della raffineria con l’intento,
 nei confronti di questi ultimi settori, di dotare le zone che ne sono
ancora sprovviste e soprattutto di favorire il sorgere di quelle unità a ciclo
completo di cui in precedenza si è detto e nelle quali si svolgono tutte le
operazioni, dalla molitura delle olive fino alla raffinazione degli olii lampanti
 e di sansa.
Il criterio fondamentale, a cui attenersi nella concessione dei sussidi o
dei mutui di favore, dovrebbe essere quello di favorire al massimo il concentramento
 dell’industria, che si trova oggi in uno stato di patologica polverizzazione.
 i
Contrariamente quindi a quanto purtroppo è invalso in leggi recenti,
dove si tende a finanziare impianti industriali strettamente commisurati
alla disponibilità di materia prima presente nel fondo del gestore, nessun
limite dovrebbe essere posto alla capacità del frantoio, che anzi dovrebbe
essere orientato verso quella capacità lavorativa oraria di 4-5 q.li di olive,
che gli esperti oggi indicano come indispensabile perchè l’unità risulti organica
 in ogni sua parte. Si tenga presente in proposito che il frantoio agricolo,
e cioè quello che lavora solo olive dell’azienda appartenente al frantoiano, è
in fase di netto declino, come dimostrano i due censimenti compiuti nel 1937
e nel 1948. Nel Mezzogiorno, prima della guerra, ancora un 30% circa dei
frantoi lavorava esclusivamente olive aziendali; nel dopoguerra tale quota
si è ridotta esattamente alla metà. Il che facilmente si spiega con la necessità
 di utilizzare le attrezzature, che la esclusiva lavorazione del proprio
raccolto lascerebbe invece in gran parte inattive, eseguendo lavorazioni per
conto terzi o acquistando sul mercato qualche partita di olive.
Per gli altri impianti, dovrebbe essere demandata al Comitato, proposto
per dare direttive di applicazione della nuova legge, l’indicazione delle
caratteristiche più convenienti ad ogni singola zona.
Alle provvidenze di legge, previste per le opere di miglioramento
riguardanti il settore olivicolo, dovrebbero essere ammessi tutti gli agricoltori
 singoli o associati, che conducono à qualsiasi titolo un fondo suscettibile
di accogliere convenientemente le varie opere in precedenza indicate, e gli
enti che intendono compiere le stesse opere a favore di determinate collettività


Ai mutui di favore, previsti per l’industria, dovrebbero essere ammessi
enti, società e privati a qualsiasi categoria economica essi appartengano.
E ciò perchè, se si vuole ottenere un sostanziale miglioramento della struttura
 dell’industria olearia, occorre tener conto della realtà, che da zona a
zona ha provocato una diversa affermazione dei singoli tipi di impresa.
Mentre in Puglia solo poco più del 35% di frantoi è gestito dalle categorie
agricole, in Calabria è da esse gestito ancora il 47% dei frantoi; mentre
nelle zone meridionali ricadenti nella regione agraria di montagna il 4,5%.
        <pb n="211" />
        224

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

dei frantoi è gestito da imprese industriali, queste, nella regione di pianura,
ne gestiscono il 21,4 per cento.
Ora, la necessità di un miglioramento generale dell’industria in questione,
 non consente interventi sezionali ma implica invece che tutte le
categorie di imprenditori siano messe in condizioni di migliorare le proprie
attrezzature o di crearne di nuove, mediante il credito di favore.
Questo massimo estendimento della cerchia degli operatori, se non
contrasta con gli orientamenti seguiti dagli Istituti che esercitano il credito
industriale, urta però con l’ordinamento statutario di quelli che esercitano
il credito agrario di miglioramento, dai quali soltanto determinate categorie
di mutuatari privati — soprattutto in funzione delle garanzie terriere che
detti istituti esigono — o di enti pubblici, vengono ammesse al finanziamento,
per cui la domanda di mutuo, per creare un frantoio gestito da un industriale,
 non potrebbe di per sè essere accolta. Per altro, la necessità che tali
mutui presentino condizioni di particolare favore anche per quanto riguarda
la durata del periodo di ammortamento, non si concilia con gli ordinamenti
degli istituti che esercitano il credito a medio termine; il provvedimento in
questione dovrebbe quindi disporre che le iniziative industriali, da esso
promosse, vengano finanziate da quegli istituti che possono avvalersi delle
norme che regolano il credito agrario di miglioramento.

8. - E’ evidente che tutte le forme di intervento per la riorganizzazione
 produttiva, di cui si è discorso, non possono andare disgiunte da una
concomitante azione a sostegno del mercato.
Senza volere, per questi aspetti dell’intervento, addentrarci nei particolari
 di attuazione, ci basti qui precisare che un regime protettivo diverrebbe
 assurdo ove venisse concesso con eccessiva larghezza e senza
essere correlato con le altre provvidenze, di cui si è fatto cenno, volte
a procurare attivamente la trasformazione della struttura del settore. In
tal caso infatti la protezione agirebbe in senso conservativo delle disfunzioni
 esistenti piuttosto che come condizione e stimolo di rinnovamento.
L’attuazione di un’oculata politica delle importazioni dei prodotti concorrenti
 dovrebbe tendere alla instaurazione di un conveniente rapporto tra
consumo interno di olio di dliva e degli altri grassi e tra consumo interno ed
esportazione di olio di oliva e verrebbe quindi combinandosi con una coordinata
 volitica di prezzi.

In correlazione con tale politica — che non potrebbe ovviamente prescindere
 da una conforme condotta in materia di imposte di fabbricazione
sugli olii di seme e di esenzione dai dazi di consumo degli olii di oliva —
un altro strumento fondamentale di intervento, per il sostegno del mercato
oleario. riguarda l’organizzazione degli ammassi.
Occorre infatti provvedere a stabilizzare il rapporto tra produzione e
consumo, che le irregolari oscillazioni del raccolto rendono invece attualmente
 quanto mai instabile, con ripercussioni sull’economia meridionale
non meno gravi di guelle provocate dalla concorrenza degli olii di seme.
        <pb n="212" />
        XVII - PER UNA LEGGE A FAVORE DELLA OLIVICOLTURA E DELL'INDUSTRIA OLEARIA 225

Il mercato dell’olio di oliva è un mercato che, già quantitativamente
limitato, presenta, nelle condizioni attuali, tendenze ad ulteriori restringimenti:
 l’annata di scarica sposta rapidamente i prezzi su quote troppo
elevate sul livello raggiungibile dalla media capacità d’acquisto dell’abituale
 clientela e provoca uno sfaldamento dei centri di consumo legati all’olio
 di oliva, che gradualmente si abituano a grassi meno cari.
La progressiva restrizione dei tradizionali mercati a sua volta fa sì che
una copiosa offerta, dovuta ad un abbondante raccolto, ne saturi rapidamente
 il fabbisogno, lasciando delle eccedenze di prodotto che sono
costrette a subire una eccessiva svalutazione.
Qualsiasi azione, intesa a raggiungere la stabilità e la remuneratività dei
prezzi dell’olio di oliva, risulta pertanto subordinata alla possibilità, specie
nei periodi di forte produzione, di manovrare le vendite nel corso dell’intero
 anno.
Per riferimento all’istituto dell’ammasso, si pongono le note questioni
se l’ammasso stesso debba essere parziale o totale, volontario o obbligatorio.
La scelta dell’una o dell’altra forma non può essere compiuta secondo
schemi aprioristici: elemento fondamentale per realizzare tale scelta è il
coordinamento della politica di ammasso con quella di importazione dei
grassi concorrenti.
Infatti un ammasso limitato all’olio di oliva, in presenza di una concorrente
 disponibilità, di maggior peso e convenienza, di altri olii, non potrebbe
sortire l’effetto di sostegno sperato; viceversa, ove si verificasse una scarsità
di grassi concorrenti, il prezzo dell’olio di oliva potrebbe spuntare quotazioni
 sul mercato libero più convenienti di quelle garantite dall’ammasso
e pertanto questo sarebbe disertato e risulterebbe inefficiente.
E’ evidente quindi che politica di ammasso e politica dei rifornimenti
esteri, possono, tutto sommato, considerarsi come due aspetti inscindibili
di uno stesso problema che, come già si è avvertito, consiste essenzialmente
nell’instaurazione di un adeguato rapporto tra disponibilità di olio di oliva
e degli altri grassi sul mercato nazionale.
        <pb n="213" />
        XK UTTI

IMPORTANZA E CONDIZIONI DELLA VITICOLTURA
E DELLA INDUSTRIA ENOLOGICA NEL MEZZOGIORNO (*)

i. - La vite ha rappresentato e può ancora, entro certi limiti e a
determinate condizioni, rappresentare per il Mezzogiorno un fondamentale
strumento per l’attuazione della trasformazione fondiaria; e ciò in relazione
tanto alle modeste esigenze della pianta, che si adatta a terreni di colle
magri e scoscesì, non altrimenti utilizzabili con colture diverse, quanto
all’elevato assorbimento di mano d’opera, che essa richiede in misura tra le
più intense.
Il vigneto assume nel Mezzogiorno prevalentemente la forma specializzata,
 chè soprattutto l’aridità del clima male sopperirebbe al fabbisogno
idrico di colture concorrenti sullo stesso terreno: solo in alcune zone, ad
insediamento rurale sparso, ove l’azienda assume fisionomia stabile, e in
zone di piano, a terreni più profondi e freschi, la vite è consociata alle
colture erbacee. La specializzazione della coltura, se corrisponde alle condizioni
 climatiche e pedologiche e quindi a necessità non modificabili, dà
luogo tuttavia ad una situazione di particolare delicatezza per l’economia
delle aziende agrarie, che la monocoltura espone in pieno a risentire la
gravità delle crisi vinicole: per cui il miglioramento dell’industria enologica,
 che significa tra l’altro il consolidamento della stabilità del prodotto,
può costituire, entro determinati limiti, l’unico mezzo per meglio affrontare
i momenti difficili di mercato.
Sul complesso italiano della superficie vitata, il Mezzogiorno ne detiene
il 41,9%; sulla superficie lavorabile meridionale (1), pari a circa 7,1 milioni
 di ettari, la vite è presente su ha 899 mila pari al 12,6%.
L’Abruzzo e Molise e la Basilicata possedevano, prima della guerra, rispettivamente
 ben il 51,6% e il 46,7% dei propri vigneti dislocati in montagna;
 seguiva la Campania con il 31,2%.
La regione nella quale è più diffusa la vigna nella zona di collina è
la Calabria con 1’89,1% del proprio vigneto; seguivano la Puglia e la Basilicata
 con il 69,7% e il 51,4% rispettivamente.

(*) Da: « Informazioni Svimez », n. 36-37, dell’8-15 settembre 1948.
(1) Per superficie lavorabile si intende quella destinata a: seminativi semplici
o con piante legnose, colture legnose specializzate compresi i castagneti da frutto, e i
prati permanenti.
        <pb n="214" />
        228

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

Le regioni che proporzionalmente presentano maggiore superficie
vitata nelle zone di pianura sono la Sicilia (31,8%) e la Sardegna (35,6%).
Quando si pensi alle condizioni in cui versa la grande maggioranza dei
terreni in pendio del Mezzogiorno, disboscati, soggetti a continua erosione
di acque selvagge, sfruttati il più delle volte con magri seminativi che aggravano
 il dissesto idrogeologico, appare la funzione cui la viticoltura adempie

Tan. 1. — LA SUPERFICIE VITATA NEL MEZZOGIORNO.

CIRCOSCRIZIONI

Abruzzi e Molise ..........
Campania .....ssisiiaa iaia
Puglia ...... 0. see
Basilicata .... c.c cessa eee
Calabria ...... sa
Sicilia... ee
Sardegna ... i

SUD
NORD...

ITALIA ..

CoLTURA
SPECIALIZZATA

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ha

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4,6 |
23,1
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4.4

46
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61,4
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CoLTURA
PROMISCUA

‘migliaia |
di %
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0,9
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2 630

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IN comMPLESSO {1}

migliaia | | monta- | collina | pianura
di % sm % | % %
ha (2) @&amp;amp; 1 (2

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117
264
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3,7
6,6
14,8
1,0
7
10,6
3

51,6
aa!
0,1
46,7
10,9
20,6
20,6

48.4
47,7
69,7
51,4
89,1
47,6
34,8

21,1
30,2
1,9
i

49
89
15

31,8
35,6

747
1.034

41,9
58 1

21,7
15 3

55,7
sa 4

22,6
20.3

1.781

100,0 | 17,8

5.6

26,6

(*) Secondo la ripartizione del Catasto agrario gli Abruzzi e Molise e la Calabria non possiedono regione agraria di
pianura.
(1) I dati sono aggiornati al 1951. La coltura promiscua è stata ridotta a specializzata con i coefficienti di A. SPA-GNOLI.
 Vedasi di questo A.: Sulla comparabilità dei dati concernenti le superfici investite a colture legnose agrarie in « Annali di
statistica », Serie VII, vol. III, Roma 1939.
(2) Le percentuali con cui la superficie vitata si ripartisce, nelle singole circoscrizioni, tra montagna, collina e pianura
sono quelle deducibili dal’ Catasto agrario; è evidente quindi il carattere approssimativo di tale ripartizione.

nei confronti del contenimento e della difesa del terreno agrario e quindi
del regime fondiario di numerose plaghe meridionali, richiedendo essa,
per potersi affermare, una adeguata sistemazione dei terreni e un efficiente
imbrigliamento delle acque dilavanti.
Al risultato agronomico corrisponde un risultato altrettanto significativo
 di carattere economico e sociale. L’impianto di un vigneto, specie in
zone collinari, eseguito da diretti coltivatori, rappresenta la più intensa
forma di quella capitalizzazione del lavoro contadino che, per un paese
povero e sovrapopolato come il Mezzogiorno, costituisce uno degli elementi
fondamentali per un piano di valorizzazione di aree depresse.
Numerose indagini volte ad accertare il quantitativo di mano d’opera
impiegato sull’ettaro vitato precisano come larga media il numero di
        <pb n="215" />
        XVIII - IMPORTANZA E CONDIZIONI DELLA VITICOLTURA, ECC. 229

140 giornate-uomo di 8 ore per il vigneto specializzato del Mezzogiorno continentale
 e di 110 giornate per l’analoga coltura fatta nelle Isole, dove predomina
 il vigneto specializzato di pianura. Dette giornate vengono richieste
per le operazioni di potatura secca e verde, di concimazione, di vangatura,
di zappatura, per i trattamenti antiparassitari e per la vendemmia e per
quelle altre operazioni, che vengono periodicamente eseguite nel vigneto,
quali la manutenzione del capitale fondiario (sostituzione di piante e di
sostegni, sistemazioni del terreno e della viabilità, ecc.) e i trasporti dei
prodotti e dei mezzi di produzione da e per l’azienda.
Qualora si volesse tener conto anche della mano d’opera richiesta per
la vinificazione dell’uva, alle cifre prima riferite dovrebbero essere
aggiunte altre 120 ore per ettaro rappresentate da lavori di scarico
delle uve, di pigiatura, di rimontaggi, di travasi, di torchiatura, di manutenzione
 dei fabbricati, dei macchinari e dei recipienti (1).
Ad una rilevazione compiuta nel 1938-39 (2) risultò nel Mezzogiorno
il seguente numero di famiglie di vinificatori: famiglie di agricoltori 672.928;
di commercianti 3.737; di industriali 1.741; di altri privati 4.141. In complesso
 682.547 famiglie, cui corrispondevano 3.827.000 componenti, erano
interessate. in misura più o meno intensa. alle vicende dell’industria in esame.

2. - Alla produzione nazionale di vino il Mezzogiorno partecipa in
media con una quota oscillante tra il 385% ed il 40%; le singole regioni fornirono,
 nei quadrienni 1936-39 e 1948-51, rispettivamente le seguenti percentuali:
 Abruzzi e Molise 4% e 2,5%; Campania 7,9% e 5,9%; Puglia 9,8% e
13,7%; Basilicata 0,9% e 0,9%; Calabria 1,4% e 2,4%; Sicilia 8,5% e 11.1%;
Sardegna 1,1% e 1,1%. .
Il valore lordo della produzione vinicola meridionale si valuta attorno
ai 65 miliardi di lire, che rappresentano l’8% circa del valore lordo della
intera produzione agricolo-forestale realizzata nella circoscrizione.
Per dare una idea di come si ripartisce detto valore, servono alcuni
dati dell’Istituto Nazionale di Economia Agraria: del prodotto netto, che
nelle aziende viticole studiate rappresenta dal 70% all’80% del valore della
produzione lorda vendibile, il lavoro manuale assorbe un’aliquota oscillante
tra il 55% e il 70%; il compenso al lavoro direttivo ne assorbe tra il 5% ed
il 15% e il compenso al capitale fondiario e agrario oscilla tra il 20% e
il 40%.
Il prodotto netto del vigneto assume poi un significato di particolare
interesse sociale nelle zone dove predomina la piccola proprietà. In questo

(1) Vedasi: P. G. GarocnLIo, Trattato di enologia, vol. I, Roma 1941.
(2) A cura della cessata Federazione dei consorzi provinciali dei produttori
agricoli - Settore della viticoltura (Vedasi: GAarocLIO, op. cit.). L’indagine, diretta a
rilevare il numero di famiglie aventi a capo una persona addetta al processo di trasformazione
 dell’uva, non consente, neppure indirettamente, di valutare il numero di
cantine, in cui detta trasformazione venne compiuta, nè è valida per indicare tutto
il complesso degli addetti all’attività vitivinicola, in quanto che molti viticoltori non
sono vinificatori e viceversa.
        <pb n="216" />
        230

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

caso la figura economica, cui competono i compensi per le diverse prestazioni
 di lavoro manuale e direttivo e di capitale fondiario e agrario, è
rappresentata dallo stesso coltivatore. Nell’allevamento della vite il contadino
 trova altresì il modo di impiegare con una continuità, non facilmente
realizzabile con altre coltivazioni, il lavoro proprio e quello di tutti i
membri della famiglia, comprese le forze minori dei vecchi e dei ragazzi.
Per tutte le ragioni dette, è facile intuire perchè tanta importanza
venga attribuita alla vite, quale strumento di bonifica di molte terre del
Mezzogiorno, anche se le condizioni di mercato spesso ne sconsiglino un
ulteriore estendimento, e perchè tanta attenzione meriti ogni azione intesa
a migliorare la coltura, a valorizzarne il prodotto e a salvaguardare il
patrimonio viticolo esistente dalle gravi avversità che lo minacciano.
Il rinnovo e l’ampliamento dei vigneti debbono essere eseguiti infatti
seguendo criteri razionali nella scelta dei vitigni e delle località di impianto
e nelle successive cure, che la pianta richiede; criteri che vengono invece
troppo spesso trascurati così come lo sono quelli che dovrebbero presiedere
a tutte le pratiche di vinificazione.
TAB. 2. — Î DANNI DELLA FILLOSSERA NEL PERIODO 1940-47.

CIRCOSCRIZIONI

Abruzzi e Molise .....
Campania ...
Basilicata ...
Calabria. ...
Sicilia...
Sardegna ..

SUD...
NorRpP .....

ITALIA ...

distrutta | fillosserata nel 1947
dal 1940 al 1947 (2)

SUPERFICIE.

I

% {1}

ha

% (3)

20.668 |
18.291 |
s.872 |
3.647
1.965
123
{1.668

24,8
14,3
3,1
22,6
117

2.825
33.636
16.314
1.035
2.700
12.275
1.593

3,9!
27,9 |
7,3
6,6
6,0
6,3
43

0,1
1,7

55.234
L18.813

8,0
11.3

70.378
267.345

9,9
25,9

174.047

10.0

2327 723

19 4

Uva
PERDUTA
NEL
1947

q.li

% (4)

20.052 1,1
648.324 18,2
178.724 2,3
17.592 | 3.8
44.024 4,2
24.147 0,4
9.935 1.5

942.798
4 611.012

4,5
14,1

5.553.811

10.1

(1) Sul vigneto esistente nel 1939. - (2) Ridotta a specializzata. - (3) Sul vigneto esistente nel 1947. - (4) Rispetto
alla produzione realizzata.

La stessa lotta contro i parassiti non sempre è condotta in forme adeguate,
 pur essendo interi distretti viticoli di alcune regioni gravemente
minacciati nella loro consistenza: a causa della fillossera, in otto anni,
dal 1940 al 1947, l’Italia ha perduto circa 174.000 ettari di vigneto (1).

(1) A. SpacnoLI, La viticoltura italiana e i danni della fillossera, in « L’Italia
Agricola », n. 6, Roma. 1949.
        <pb n="217" />
        XVIII - IMPORTANZA E CONDIZIONI DELLA VITICOLTURA, ECC.

231

Nel Mezzogiorno, la Campania è la regione ove il malanno è più
diffuso interessando il 27% della intera superficie a vigneto: complessivamente
 gli ettari fillosserati sono nelle regioni meridionali 70.378 e la superficie
 vitata distrutta nel periodo 1940-47 vi ammonta ad ha 55.234.
Il problema della ricostituzione dei vigneti fillosserati, che si presenta
con carattere di urgenza, per la indicata, rilevante funzione economica e
sociale che la viticoltura assolve, assume particolare rilievo agli effetti
di un processo di industrializzazione; lo stato dei vigneti costituisce
infatti uno degli elementi che deve essere preso in attenta considerazione
 dagli imprenditori, intenzionati ad impiantare in una determinata
zona un nuovo stabilimento, per avere la garanzia del rifornimento costante
della materia prima.

3. - Anche le attrezzature enologiche, che dovrebbero valorizzare il
prodotto ottenuto con tante fatiche, mostrano uno stato generale di arretratezza
 che gli esempi di rinnovamento tecnico, che tuttavia non mancano,
mettono in ancor più crudo contrasto.
Il Censimento industriale del 1937, rilevando i soli impianti con capacità
in vasi vinari di almeno 500 hl., precisò che, sul complesso italiano pari
a 7.836 esercizi, il Mezzogiorno era rappresentato con il 33% circa. '
Se si tiene conto del vino producibile (1) con l’uva vendemmiata nelle
singole circoscrizioni si vede che mentre nel Settentrione il 34,9% del vino
ottenibile nella vendemmia del 1936 provenne da cantine delle dimensioni
sopra citate, nel Mezzogiorno ne provenne dagli impianti analoghi solo il
28.9% e, se si esclude la Puglia, questa percentuale diventa appena il 15,4%.
Ma più che il vino prodotto dalle medie e grandi cantine, interessa
considerare la materia prima in esse lavorata, dalla natura della quale
viene posta meglio in evidenza l’influenza che gli impianti maggiori esercitano
 sulla viticoltura delle rispettive regioni.
Dalla tab. 3 risulta che sia al Nord che al Sud le uve della vendemmia
 1936 affluirono agli stabilimenti enologici, oggetto di censimento, in
una quota di poco inferiore al quinto di tutto il raccolto (2).

(1) Il confronto viene fatto con il vino producibile e non con il vino prodotto
poichè, come è noto, i dati dell’Istituto Centrale di Statistica riferiscono il primo dato
(teorico): e non il secondo: è evidente che se si potesse avere il dato reale le percentuali
 cadrebbero ulteriormente a tutto sfavore del Mezzogiorno poichè apparirebbero
gli spostamenti delle uve e dei mosti che emigrano nel Nord per esservi vinificati. Dal
Censimento, compiuto dal cessato Ente nazionale per la distillazione delle materie
vinose (Vedasi: GarogcLIO, op. cit.), si rileva che nella vendemmia 1938 circa 2.850.000 hi.
di vino, ottenibili da uve meridionali, sono stati ottenuti nel Settentrione. I dati mettono
in evidenza soltanto gli incrementi e i decrementi determinati dal movimento delle uve
e dei mosti e non tengono conto del movimento dei vini, che è sicuramente molto più
notevole. La sola regione del Mezzogiorno, che segna uno scarto a favore della produzione
 di vino effettivamente ottenuta rispetto a quella ottenibile dalle uve prodotte, è la
Puglia: il fatto si spiega con la buona attrezzatura e la sufficiente capacità di vasi vinari che
essa possiede. Ciò le permette di assorbire da altre regioni meridionali quantità notevoli di
uve e di mosti, che essa però in parte esporta, a sua volta, come prodotti semilavorati.
(2) A rigore, questo è l’unico confronto corretto che si può fare, dato che sul
quantitativo di vino prodotto nel 1936 dalle medie e grandi cantine possono avere
influito anche partite di vino e di mosto di annate precedenti (Vedasi: Tab. 4)
        <pb n="218" />
        232

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

Il livello medio, raggiunto in quell’anno dal Mezzogiorno, è merito
tuttavia quasi esclusivo dell’industria pugliese che lavorò il 51,3% delle
sue uve in cantine da almeno 500 hl; la Sicilia, la cui vendemmia fu di poco
inferiore a quella della Puglia, ve ne lavorò solo il 14% e la Campania non
ve ne lavorò che il 2%, pur avendo raccolto più di 4,5 milioni di quintali
di uva.

TAB. 3. — LE UVE VINIFICATE NEL 1936 IN MEDIE E GRANDI CANTINE.

CIRCOSCRIZIONI

Abruzzi e Molise .
Campania .......
Puglia iii!
Basjlicata ....... |!
Calabria .........
Sicilia...esesesene e
Sardegna ........
SUD iis aaa
NorRD ..
ITALIA ........

UVE VINIFICABILI

1

A

2.403.590 |
4.559.720
5.143.820
366.150
787.100 |
4.906.160 |
165.210

4,6
8,6
9,7
0,7
1,5
9,3
0,3

18.331.750 !
34.459.020

34,7
65.3

0 700) 770

100,0

74
199
1.103
16

66
L. 002
98

2.558
5.278

7 8236

CANTINE DI ALMENO 500 hl

UvE VINIFICATE

q.li

% sulle uve |
vinificabili

0,9
2,5
14,1
0,2
0,8
12,8
1.3

33.559
89.555
2.640.105
13.991
65.240
685,239
32.392

1,4
2,0
51,3
3,8
8,3
14,0
19.6

32,6
67,4

3.560.081
6.431.492

19,4
18.7

100,0

9.991.573

18,9

VINO PRODOTTO

hl % sul vino
producibile

28,987
101.593
2.157.363
8,389
82,795
977.037
139 132

1,8
3,5
61,6
3,6
11,4
30,7
137,9

3.465 i
7.714.551

28,9
34.9

11.179 842)

32,8

Per raggiungere la produzione indicata nelle due ultime colonne della
tab. 3, gli impianti censiti ricorsero, oltre che alle uve, anche ai mosti e a
vini suscettibili di ulteriori lavorazioni.
L’esame della composizione della intera massa (1) della materia prima
lavorata riesce di particolare interesse, perchè mette in evidenza una notevole
 diversità di indirizzi produttivi nell’industria delle due circoscrizioni,
Nord e Sud, e in quella delle singole regioni.
Nelle cantine settentrionali i vini semilavorati entrano in percentuale
pari al 38,5%, mentre in quelle meridionali solo per il 26%; in Puglia la
percentuale scende ulteriormente al 13,1%.

(1) Nelle cantine censite vennero lavorati, oltre a q.li 9.991.573 di uve, hl. 1.213.798
di mosti ed hl 4.026.555 di vini. Ai fini del calcolo riportato nella tab. 4, questi due
ultimi quantitativi sono stati ridotti in uva con i coefficienti 0,691 e 0,646 rispettivamente.
 Il dato globale ottenuto, pari a q.li 17.981.207 di uve non è confrontabile con
la produzione dell’annata, per il motivo già detto che tra i vini e i mosti impiegati
nel 1936 sono indubbiamente presenti partite di anni precedenti. Per precisione, occorre
ancora dire che dai riportati quantitativi di materia prima furono ottenuti, nell’anno
di Censimento, anche hl 234.940 di aceto, non riportati nella penultima colonna
della Tab. 3.
        <pb n="219" />
        XVIII - IMPORTANZA E CONDIZIONI DELLA VITICOLTURA, ECC.

233

Anche se non tutti i vini semilavorati, censiti presso le cantine del
Nord, sono da ritenersi di provenienza meridionale, la comune esperienza
avverte uno stato di subordinazione dell’enologia meridionale nei confronti
 di quella settentrionale: stato di subordinazione non giustificato
per quei vini, che emigrano dalle zone di origine soltanto per ricevere una
valorizzazione di ordine commerciale, di cui il Mezzogiorno, se sapesse
meglio attrezzarsi, potrebbe, al contrario di quanto oggi avviene, direttamente
 beneficiare.

Tap. 4. — MATERIE PRIME IMPIEGATE NEL 1936 NELLE MEDIE
E GRANDI CANTINE.

Dz cur:

CIRCOSCRIZIONI

Abruzzi e Molise ..........
Campania ......
Puglia ..... a.
Basilicata .....
Calabria ....-Sicilia...

Sardegna ....

SUD
NORD assi aaa aaa

[TALIA ...

MATERIA PRIMA
ESPRESSA.
IN UVA

g.li

42.010
154.574
3.321.903
14.008
78.230
1.679.239
211.230

5.501.194
i2.480.018 |

17.981.207

[ve

79,9
57,9
79,5
99,9 |
83,4
10,8
15,3

64,7
51,5

55.6

Mosto

92

o

7 4

0.1

L 1

14 0

fi 1

}

10.0

7

Vino
semilavorato

"fn

10,9

37,6
13 1

12,5

45 ,2

78.3

26 ,0
38 5

34,6

La Sicilia e la Sardegna sono le due regioni meridionali che accusano
una quota di vini semilavorati superiore a quella che mediamente venne
trattata nelle cantine settentrionali. Per la prima, è facile spiegarsene la
ragione, pensando all’influenza dei grandi stabilimenti del Marsalese, che
lavorano appunto vini e mosti per confezionare il tipico prodotto. Per la
Sardegna, il dato risente probabilmente della natura commerciale degli impianti
 censiti, i quali, stante la bassissima produzione di vino che in quell’anno
 si realizzò nell’isola (hl 100.910 pari a poco più del 20% del raccolto
medio) dovettero fare ricorso in notevole misura alle importazioni da
altre regioni, tanto da superare del 37,9%, con la massa delle partite da essi
trattate, la intera produzione locale.
La elevatezza dei valori relativi concernenti le uve lavorate nelle
medie e grandi cantine del Mezzogiorno potrebbe trarre in inganno se non
se ne fosse già visto il peso assoluto e ciò che esso rappresenta nei confronti
 della uva vendemmiata nelle singole regioni.
        <pb n="220" />
        234 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

Ad ogni modo il semplice fatto della polverizzazione della produzione,
che si rileva dalla scarsità, riscontrata dal Censimento, di stabilimenti enologici
 di un certo rilievo, non sarebbe sufficiente per giustificare un giudizio
 negativo sulla enologia meridionale, se non sì sapesse che le piccole
cantine non sanno trarre, il più delle volte, dd unà materia prima, così delicata
 come. è l’uva, un prodotto adeguato agli originari pregi del frutto.
Il danno che ne deriva ai viticoltori locali hon è minore di quello che
a taluni di essi capita perchè residenti in distretti viticoli assolutamente
carenti di attrezzature. In tali distretti le uve hon vengono vinificate dai
piccoli produttori ma vengono da essi vendute, per cui una notevole parte
delle uve che risultano vinificate nei medi e grandì impianti del Mezzogiorno
 vi giunge, non direttamente, ma attraverso una-complicata serie di
passaggi che gravano oltre che sulla economia delle aziende produttrici, sul
costo di produzione del vino. |
FE’ perciò da auspicarsi che in ogni zona, ove per condizioni di viabilità
è facile e conveniente il trasporto delle uve, si sviliippi localmente un’industria
 enologica, che tratti direttamente la materià pritna quale essa giunge
dalla vigna, e che negli impianti si realizzino un’attrezzatura e una condotta
 tecnica della vinificazione in grado di garantire il più alto possibile
perfezionamento della qualità dei vini. o
Maggior valore assumono le considerazioni $volte quando si tengano
presenti: la elevata percentuale di vini deteriorati (10-15%), che ogni anno
il Mezzogiorno è costretto a passare alle distillerie è agli acetifici; la variabilissima
 resa di vinificazione, che oscilla nella stessa arinata e per la stessa
zona tra limiti molto ampi, dimostrando quindi là notevole possibilità di
miglioramento delle medie (1); la già accennata tradizionale emigrazione di
molte partite di uva, di mosti e di vini dalle zone di produzione ad altre
regioni, dove ne vengono valorizzate le intrinseche qualità.

(1) «La riduzione dei costi di produzione può ottehersi, da una parte, elevando
 la resa dell’uva, dall’altra, economizzando sulle spese di trasformazione. La resa
dell’uva in vino varia da un minimo del 58 % ad un massimo del 78 % del peso: dell'uva.
Si tratta senza eccessivo sforzo di elevarla almeno di 3,5-4,5 punti.
Tali risultati non si possono realizzare che in stabilimenti bene attrezzati. Purtroppo
 oltre la metà della produzione vinicola italiana viene fatta in piccole e piccolissime
 cantine sfornite di mezzi meccanici e servite da personale completamente profano
 di ogni conoscenza tecnica nonchè elementare» (G. PAcLIERI, La riduzione dei
costi di produzione dell’uva e del vino, « Atti del Congresso nazionale viti-vinicolo »,
Siena 1946). « In esperienze condotte nel 1938 nella cantina di Maccarese (Roma) risultò
che il costo di torchiatura per ettolitro di vino scendeva: da L. 4,4 a L. 1,02, a seconda
che venisse impiegata una comune pressa idraulica oppure un rnoderno torchio continuo,
mentre la resa aumentava dell’11% ». (G. PaGcLIERI, op. cit.). Al Congresso Nazionale
Vitivinicolo tenuto nel 1946 a Siena e a Roma venne votato in ordine del giorno, in
tema di riduzione dei costi di produzione, in cui si ravvisavaà, tra gli altri mezzi per
raggiungere tale risultato, quello di «favorire la costituzione di cooperative, per la
vinificazione collettiva dei piccoli produttori, e di cantine sociali, per poter immettere
sul mercato grandi masse di vino da pasto a tipo uniforme è sano per incrementare
il consumo » (ibidem).
        <pb n="221" />
        XVIII - IMPORTANZA E CONDIZIONI DELLA VITICOLTURA. ECC. 235
i 5 eri cito iricize—_—— ———eii e —_————— na a na e na— n _— —ee—_— ee

4. - Da un’indagine di orientamento compiuta dal citato Settore della viticoltura
 nel 1940 si possono rilevare alcuni elementi quantitativi che permettono
 di meglio rendersi conto della situazione dell’industria enologica nel
Mezzogiorno:

CAPACITA’ IN VASI VINARI DEL MEZZOGIORNO

Cantine in possesso di industriali e commercianti .
Cantine in possesso di agricoltori:
cantine sociali, consortili ed enopoli . . .
cantine private, in buone condizioni . . .
cantine private, in mediocri: e pessime condizioni .

Migliaia di hl

DI

&amp;gt; 100

18

325 3
1.863 16
7.210 63
11.498 100

Le cifre sopra riportate, sulla capacità d’invaso delle cantine, non
essendo il risultato di un censimento preciso, debbono ritenersi approssimate
 per difetto; la maggior aliquota sfuggita all’indagine riguarda, con
tutta probabilità, l’attrezzatura mediocre o pessima in possesso degli agricoltori
 e di coloro che vinificano per conto di terzi e l’attrezzatura di fortuna
(fustame di scarto, locali normalmente adibiti ad altri usi) che le aziende
utilizzano, sotto la pressione. della necessità. nelle vendemmie di abbondante
 raccolto.
I dati complessivi sono però sufficienti a mettere in evidenza il carattere
 strutturale di questa industria che ancora si attarda in forme primitive,
isolate nelle singole aziende agricole e con attrezzature scadenti.
Lo stato di arretratezza di così forte quota delle attrezzature del settore
spiega la scarsa diffusione degli impianti di media e grande capienza,
rilevata dal Censimento industriale: l’attività vinicola, mantenendosi ancora
in prevalenza nell’ambito dell’azienda rurale, non può infatti adeguarsi
che con estrema lentezza ai nuovi ritrovati della tecnica. Solo riunendo le
partite di più fondi si potrebbe formare quella massa di materia prima
sufficiente a sfruttare in pieno il macchinario moderno, raggiungendo altresì
il risultato di tipicizzare la produzione e farla conoscere sui mercati.
Per tali motivi, nella gestione associata di un impianto razionalmente
 concepito si deve vedere l’unica possibilità offerta agli agricoltori
di prendere efficacemente posizione sul piano industriale. Purtroppo, invece,
 le cantine gestite in forma associativa, che rappresentano in Italia
appena il 7% della totale capacità di attrezzatura censita, nel Mezzogiorno
toccano i valori minimi con un 3%.
Oltre agli effetti negativi che il generale stato di arretratezza dell’industria
 enologica arreca all’economia meridionale (elevata percentuale
di vini scadenti e deteriorati, emigrazione della materia prima dalle zone
di produzione, forte variabilità nelle rese di vinificazione) merita di essere
considerata anche la diversità dei costi di produzione che si riscontra nelle
diverse cantine.
        <pb n="222" />
        236 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO -» PARTE TERZA

I dati che si riferiscono qui di seguito, se non possono essere assunti
come elementi assolutamente probatori, non essendo il frutto di um’indagine
 sistematica, estesa ad una serie di cantine scelte con rigoroso criterio
metodologico, presentano tuttavia un carattere indicativo di una situazione
che, pur non statisticamente rilevata, è tuttavia presente alla mente di
coloro che si occupano del problema.

COSTO DI TRASFORMAZIONE DELL’UVA PER HL DI VINO PRODOTTO
(Campagna 1939-1940) (1)
vasi vinari:

Cantine con capacità in
superiore ai 5.000 hl
tra 501 e 1.000 h]
tra 101 e 500 hl
inferiore ai 100 hl]

Li.
&amp;gt;
&amp;gt;
i

12,77
14,98
15,31
17 45

Basta mettere in relazione i dati sopra esposti con la scarsità delle cantine,
 aventi una capacità in vasi vinari di almeno 500 hl, rilevata dal Censimento
 industriale, per individuare un altro aspetto, e non il meno importante,
 della critica situazione dell’industria enologica del Mezzogiorno.

5. - Le cause dello stato di arretratezza dell’attrezzatura di vinificazione
 e di conservazione vanno ricercate, in generale, tra quel complesso di
fattori che hanno inciso su tutta l’economia meridionale e, in particolare,
nelle sfavorevoli vicende che da un lungo periodo di anni periodicamente
si abbattono sulla viticoltura, rallentando il normale processo di rinnovamento
 della connessa industria.
Il ricordo delle gravi difficoltà economiche, le preoccupazioni del presente,
 l’incertezza del futuro, il tutto che si concreta in una assoluta
scarsezza di capitali, trattengono gli imprenditori da qualsiasi iniziativa
di sviluppo dei propri impianti, consolidando così sempre più il circolo
vizioso in cui la mancata valorizzazione del prodotto mantiene costantemente
 aperte le premesse alle ricorrenti crisi ed alle speculazioni del
mercato.
Per tali motivi e per l’importanza che il settore vitivinicolo rappresenta
per il Mezzogiorno, è giustificata la richiesta di una politica finanziaria e
creditizia intesa a rinnovare profondamente la struttura dell’industria enologica,
 per valorizzare al massimo i prodotti di una delle più tipiche colture
mediterranee.

(1) Vedasi: P. Zanoni, Statistiche della produzione vitivinicola italiana e relative
indagini economico-sociali. Estratto dal: « Trattato di enologia », vol. I di P. G. GAaroGLIO,
Roma 1941.
        <pb n="223" />
        KTW

RISULTATI DI UN'INDAGINE SULLE POSSIBILITA’ DI SVILUPPO
DELL'INDUSTRIA ENOLOGICA MERIDIONALE (*)

1. - Molti vini degli Abruzzi e Molise possiedono quelle caratteristiche,
di composizione e di gusto, necessarie per diventare vini pregiati e per
superare quindi quello stato intermedio di prodotto semilavorato che,
servendo all’industria enologica di altre regioni, non consente di valorizzare
come meriterebbe la viticoltura delle zone di origine.
La situazione attuale dell’industria enologica abruzzese-molisana è
tutt’altro che brillante: basta considerare il dato medio di resa in vino per
quintale di uva che oscilla attorno al 63%. La ragione di questo fatto, la
cui gravità non va sottovalutata, poichè la resa predetta risulta da valori
massimi superiori al 70% e da valori minimi inferiori al 60%, va ricercata
nello scarsissimo numero di stabilimenti attrezzati industrialmente. Il Censimento
 del 1937 dava per tutto l’Abruzzo e il Molise 74 stabilimenti aventi
una capacità in vasi vinari di almeno 500 hl. e in essi venne in quell’anno
lavorato soltanto l’1,8% di tutto il vino producibile nella regione, pari a
hl. 1.575.950; soltanto cinque di essi ne produssero, singolarmente, più di
mille ettolitri.
Le zone viticole più importanti della regione sono: la conca di Sulmona,
con i comuni di Pratola Peligna, Vittorito, Raiano, Prezza, Corfinio, Roccacasale,
 Bugnara, Anversa e Pacentro, e la vallata del Tirino con i comuni
di Capestrano, Ofena, Villa Santa Lucia, in provincia dell’Aquila; la fascia
costiera di Ortona e Francavilla con i comuni di Crecchio, Tollo, Poggiofiorito,
 Canosa Sannita; le colline di Lanciano con i comuni di Lanciano,
Mozzagrogna, Fossacesia, Rocca $. Giovanni; la zona di Vasto con i comuni
di Vasto, S. Salvo, Cupello, Casalbordino, Pollutri, in provincia di Chieti;
la 2ona di Torre dei Passeri con i territori comunali di Bussi, Popoli,

(*) Da: « Informazioni Svimez », nn. 16, 17, 21-22, 30-31, 32-33, 34-35, 36-37 del 1948.
All’indagine, che venne svolta tra il 1947 e il 1948, presero parte i sottoelencati
 esperti: per l’Abruzzo e il Molise: il dott. Tiro BrernasEe1 dell’Ufficio consulenza
industrie agrarie di Roma; per la Campania: il prof. CArLo VioLANnTtE dell'Istituto enologico
 di Avellino; per la Puglia e la Basilicata: il dott. Mario MAaTTIA, Direttore della Cantina
 sperimentale di Barletta; per la Calabria: il dott. GINo FLORENZANO dell’Università di
Firenze; per la Sicilia; il prof. RoLanpo CuLTrERrA dell’Università di Palermo; per la
Sardegna: il prof. Francesco VononreTt dell’Università di Cagliari.
        <pb n="224" />
        238

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

Tocco Casauria, Castiglione, Alanno e Manoppello e le colline litoranee
del ‘pescarese ton Montesilvano, Città Sant’Angelo, Cappelle, Moscufo e
Collecorvino in provincia di Pescara; la bassa valle del Tordino con i
comuni di Giulianova, Mosciano Sant’Angelo, Castellalto, Notaresco, Morro
d’Oro, Roseto, Bellante, S. Omero, Corropoli nel Teramano; le colline che
comprendono i comuni di Montagano, Toro, Baranello, Fossalto e Campodipietra,
 e il territorio che fa capo ai comuni di Bagnoli del Trigno, Limosano,
 Civitanova del Sannio, Frosolone e Durania nel Molise.
Il vitigno da vino più diffuso è il Montepulciano; in limitate superfici
vengono allevati il ‘Trebbiano, il Sangiovese, il Montonico e il Campolese;
con il primo si produce il Montepulciano d'Abruzzo, vino di un colore rosso
carico profumato ed armonico, con 12°-13° di alcool che possono arrivare
anche ai 14°, con il 6-8% di acidità totale e con il 22,35% di estratto secco.
L’acidità totale e l’estratto secco variano da zona a zona e toccano i valori
più bassi nell’aquilano e i più alti nel pescarese. Con il Trebbiano si produce
un vino bianco asciutto, abbastanza armonico con 10,5°-12° di alcool e il 5,7%
di acidità totale: serve ai consumi locali. ‘
Un vino che potrebbe essere largamente valorizzato è il Cerasuolo
d'Abruzzo, di c@lor xosso..ciliegia chiaro; .di. profumo .delicato, di sapore
leggermente amabile con 11°-13° d’alcool, il 5-7% di acidità totale e il 20-28%0
di estratto secco, che si produce ora, con caratteristiche diverse, nelle provincie
 dell’Aquila, di Chieti e di Pescara quasi esclusivamente per il consumo
 locale.
Si deve inoltre segnalare la zona di Corfinio ove, ricostituiti i vigneti
gravemente colpiti dalla fillossera, si potrebbe avviare una produzione
di rosati di alta qualità, capaci di concorrere con i rosati del Veneto. In
questo territorio un tempo era diffuso il vitigno Campolese col quale si produceva
 il Corfinio bianco: attualmente nella ricostituzione dei vigneti fillosserati
 il Campolese è stato quasi integralmente sostituito dal Montepulciano.
 Sarebbe però augurabile che nei nuovi impianti si facesse un maggior
 impiego di Campolese, onde riportare la produzione del relativo vino
all’importanza di una volta.
Anche nel Teramano, nei comuni precedentemente indicati dove si
produce circa il 50% di tutta l’uva da vino della provincia (q.li 500.000),
la creazione di moderni impianti, oltre a consentire la produzione di un
buon Montepulciano e di un tipo da pasto rosso, realizzerebbe la lavorazione
sul posto delle uve che invece, per la mancanza di attrezzatura enologica,
emigrano ogni anno in una quota oscillante tra il 15 e il 20% nel Nord.
Così pure l’esigenza di: un potenziamento dell’industria enologica è
sentita nel Molise ove la ricostituzione dei vigneti colpiti dalla fillossera è
molto intensa.
In tutte le zone precedentemente indicate sussistono le possibilità di
una valorizzazione dei prodotti e quindi la necessità di uno sviluppo dell’industria
 enologica: tuttavia, agli effetti immediati, le zone ove si presentano
 le condizioni più favorevoli per la creazione di un moderno stabili-
        <pb n="225" />
        XIX - RISULTATI RI UN'INDAGINE SULLE POSSIBILITÀ DI SVILUPPO, ECC. 239

mento vinicolo potrebbero essere quelle che fanno capo a Pratola Peligna
in provincia di Aquila, d Torre de’ Passeri, in provincia di Pescara, e a
Ortona in provincia di Chieti:
Nella prima zona si può contare su una produzione annua di 150-200.000
quintali di uva che affluiscono a Pratola, oltrechè dal proprio territorio, dai
comuni vicini. I vigneti sone nella maggior parte di proprietà di piccoli coltivatori
 diretti: quelli che appartengono a medie aziende sono condotti in
genere a mezzadria. La; vinificazione viene compiuta direttamente nelle
cantine dei produttori e solo in annate di forte produzione si-ha-an-commercio
 di mosti non fermentati e di uve, -
Le dimensioni iniziali dell’impianto, suscettibili di essere successivamente
 ampliate, potrebbero essere inferiori a quelle del distrutto enopolio
consortile, di proprietà. del cessato Ente della viticoltura, che aveva una
capacità di 30.000 h];,.tipartiti in 102 vasche.
Scopo del nuovo: stabilimento sarebbe quello di produrre un tipico
Montepulciano da pasto con le uve delle zone di origine e, secondariamente,
quello di accogliere, in determinate condizioni, altri mosti e altri vini per
operare sapienti tagli’ e fornire così prodotti di massa a caratteri. costanti.
Nella zona che fa capo a Torre de’ Passeri predomina la piccola proprietà
 coltivatrice e, per le medie aziende, la conduzione a mezzadria. La
superficie investita a vigneto è in fase di estendimento, essendo in corso
vaste ricostituzioni, e, attualmente, la produzione complessiva di uve del
territorio si può valutare sugli 80-100.000 quintali.
Il vino che caratterizza questa zona è il rosato d’Abruzzo ottenuto dal
Montepulciano fermentato in bianco, fuori del contatto delle vinacce: ma
un buon orientamento produttivo potrebbe essere anche quello tendente a
confezionare tipi fermentati in presenza delle vinacce, che troverebbero sui
mercati di consumo dell’Italia Settentrionale la più favorevole accoglienza.
Lo stabilimento potrebbe avere una capacità iniziale di 10.000 hl. e la
forma di gestione potrebbe essere quella cooperativa, in cui fossero chiamati
a parteciparvi i principali produttori vinicoli della zona. Questi potrebbero
così consolidare la loro produzione, che in alcuni casi è già di ottima qualità,
portando’ sul mercato una massa di vino omogenea e in grado quindi di
assicurarsi una costante clientela sia all’interno che all’estero.
Nella zona di Ortona ove si constata una intensa ripresa della coltura
viticola indirizzata specialmente verso l’impianto del Pergolone — che è
ottima uva da tavola — vi è una buona produzione di Montepulciano che
col Trebbiano e il Sangiovese, di cui pure si stanno facendo piantagioni,
potrebbe fornire un ottimo vino del tipo Chianti. Il vino che attualmente si
produce viene invece in larga misura utilizzato nel Settentrione come materia
 prima per tagli e successivi affinamenti. Poichè in questa zona non tutti
i produttori, per insufficiente capacità ricettiva delle proprie cantine, vinificano
 integralmente le uve, delle quali pertanto vi è ogni anno un attivo
commercio, si può pensare ad un’impresa, costituita da alcuni dei maggiori
        <pb n="226" />
        240

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

viticoltori e commercianti, che gestisca il nuovo stabilimento acquistando
sul mercato le partite di uva occorrenti a completare il proprio fabbisogno.
Lo sfruttamento dei sottoprodotti può rappresentare un ulteriore
mezzo per valorizzare integralmente la produzione delle singole zone: la
distruzione per causa di guerra della distilleria esistente a Pratola Peligna,
che aveva una capacità lavorativa giornaliera di 120 hl. di vinello, ha
ridotto a termini molto modesti l’attuale attrezzatura. La creazione dei due
stabilimenti, prospettata per Pratola Peligna e Torre de’ Passeri, poco distanti
tra di loro, renderebbe conveniente un impianto per la lavorazione in
comune delle vinacce e delle fecce con produzione di alcool, di tartrati e di
olio di vinaccioli.

2. - In contrasto con le possibilità, che ha la Campania di ottenere una
massa di ottimi vini, da quelli da pasto comuni a quelli fini e a quelli
superiori, bianchi, rosati e rossi fino a quelli da taglio e da mezzotaglio,
stanno una tecnica ed un’attrezzatura che non sono in grado di caratterizzare
 con elementi ben determinati le singole partite di materia prima,
la quale pertanto finisce col dare una massa di prodotto comune e indifferenziato,
 che nelle annate di più difficile vinificazione diventa addirittura
scadente e passa — talora nella misura del 20% e più — alle distillerie e
agli acetifici.
Dal Censimento industriale del 1937 si rileva ché su un quantitativo di
uve, destinate alla vinificazione nella vendemmia 1936, di q.li 4.559.720 soltanto
 89.555 q.li, pari al 2%, furono vinificati in esercizi aventi singolarmente
 una capacità in vasi vinari di almeno 500 hl. Modesto fu il quantitativo
 di mosti e di vini ulteriormente lavorati negli stabilimenti campani
per ottenere tipi più perfezionati: 4.780 hl. di mosti e 37.533 hl. di vini.
Una parte del quantitativo prodotto viene consumata nelle stesse aziende
viticole e sui mercati locali; un’altra parte, attraverso l’incettamento speculativo
 di piccole e piccolissime partite, emigra dalle zone di origine per
servire come materia prima alle ulteriori lavorazioni di industrie meglio
attrezzate di altre regioni; la rimanente — e questo è l’aspetto peggiore —
finisce con l’essere trasformata in sottoprodotti, alcool e aceto, data la qualità
 del vino troppo scadente e sovente deteriorato. |
In complesso furono censiti in Campania 199 stabilimenti enologici
con almeno 500 hl. di capacità in vasi vinari: ma soltanto 17 ebbero nell’anno
 considerato (1936) una produzione compresa tra i 1.000 e i 5.000 hl.
e 3 una produzione compresa tra i 5.000 e i 10.000 hl.; altri 35 produssero
in media 700 hl. circa e i restanti produssero in media soltanto 200 hl.
Numerose sono le zone che presentano un particolare interesse agli
effetti di uno sviluppo dell’industria enologica, per i vitigni che vi si allevano
 e che danno uve di grande pregio.
Così i territori di Forio, Serrara Fontana, Barano e Lacco Ameno dell’Isola
 d’Ischia, ove la produzione di circa 30.000 ettolitri di vini bianchi,
di una limpidezza irreprensibile, di sapore fresco, neutri, con 11°-12° di
alcool, potrebbe essere indirizzata verso il confezionamento di un vino
        <pb n="227" />
        XIX - RISULTATI DI UN'INDAGINE SULLE POSSIBILITÀ DI SVILUPPO, ECC. 241

tipico da pasto, a caratteristiche costanti, cui non potrebbe mancare il giusto
riconoscimento sui mercati di consumo. Altrettanto dicasi per la zona
Flegrea e per il Monte di Procida, ove i Vini rossi delle varietà di uva di
Aglianico e Piede di Colombo, lavorati convenientemente e invecchiati, meriterebbero
 l’onore della bottiglia.
Così per i comuni vesuviani, Terzigno e S. Giuseppe, ove i vini da pasto,
di un bel colore rosso rubino più o meno carico, molto sapidi e leggermente
frizzanti, potrebbero essere largamente valorizzati.
Un vino rinomato fin dall’antichità classica è il Falerno, la cui zona
di produzione si è spostata da quella antica avvicinandosi verso Napoli.
Il Falerno è prodotto dal vitigno Falanghina che è molto diffuso nei campi
Flegrei e con una razionale vinificazione e invecchiamento, potrebbe riconquistare
 l’antica fama.
Il Falerno è un vino colore giallo ambra, secco, con aroma gradevole e
di gusto molto delicato. In commercio si fabbrica anche un Falerno rosso,
proveniente dal miscuglio di vari vitigni rossi in cui predominano l’Aglianico
 e la Falanghina.
Anche il Capri, vino bianco asciutto da pesce, color giallo paglierino,
di sapore fresco, di gradazione alcoolica tra gli 11° e i 12°, meriterebbe
di essere valorizzato con una tecnica migliore di quella che oggi non è
sempre all’altezza delle esigenze di un mercato qualificato. Il Capri si produce,
 con una mescolanza di uve bianche, uva del Sabato, S. Nicola,
S. Antonio, Malvasia, che anche nella penisola Sorrentina trovano condizioni
 di terreno e di ubicazione per dare prodotti eguali a quelli dell’isola.
Il Lacryma Christi è prodotto nella zona di Torre del Greco e sulle
falde meridionali del Vesuvio. E’ un vino bianco di profumo molto delicato,
secco, vino da pesce che può benissimo competere con i migliori vini del
Reno. Conviene perciò metterlo in evidenza, tutelandone il nome e la zona
di produzione.
Altro vino è il Gragnano, vino rosso fino, colore rubino carico, frizzante,
di sapore leggermente amabile, molto ricercato nel napoletano.
Meriterebbero anche più appropriate cure i vini bianchi e rossi di
Solopaca con gradazioni tra i 12° e i 14°, in provincia di Benevento: l’area
di produzione di questi vini occupa per intero i territori dei comuni di
Solopaca, Guardia Sanframondi, Castelvenere, Cerreto Sannita, $S. Lorenzo
Maggiore, S. Lorenzello, Frasso Telesino e, parzialmente, i territori di Melizzano
 e di S. Agata dei Goti. La produzione del Solopaca rosso ottenuto dai vitigni
 Lanciaguerra, Olivello, Aleatico, Sangiovese, Aglianico è valutabile sui
40.000 hl annui; quella del Solopaca bianco, ottenuto dai vitigni Trebbiano,
Greco, Malvasia si aggira sui 20.000 hl. Altro vino della provincia di Benevento
 è il Vitulano rosso prodotto sulle pendici del Taburno e dei suoi
contrafforti che guardano la valle Caudina e quella del Calore: sono vini
che attualmente vengono apprezzati per il taglio ma che ben lavorati e
invecchiati potrebbero convenientemente figurare in bottiglia: la produzione
 di questo vino si aggira sui 25.000 hl. annui. Un altro vino che presenta
        <pb n="228" />
        242

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

interesse. immediato per la sua valorizzazione, dato il buon quantitativo
prodotto (40.000 h1.), è il S. Giorgio bianco che si ottiene nei comuni di
S.Giorgio del Sannio, S. Nazzaro Calvi, S. Martino Sannita, S. Nicola Manfredi
 ove i vitigni di Coda di Volpe, di Greco e di Fiano trovano nelle condizioni
 di suolo e di esposizione le condizioni migliori per dare un vino
finissimo di colore ambrato, con 12° di alcool. Il maggiore impiego che si
fa invece attualmente di tali uve è quello per la preparazione di filtrati dolci
che, portati nel Settentrione, servono per i vermouth e per gli spumanti.
La provincia, che presenta in genere un’attrezzatura enologica modesta ed
antiquata contrapposta ad una notevole produzione di uve di pregio, potrebbe
 trovare in stabilimenti da creare nei comuni di Castelvenere e di
S. Giorgio del Sannio un primo elemento pilota per il successivo sviluppo
dell’industria enologica del beneventano.
Nel casertano i vigneti sono concentrati nella zona di Aversa e nei
comuni di Sessa Aurunca, di Mondragone e di Carinola dove la inadeguatezza
 dell’attrezzatura svilisce la produzione e fa fortemente sentire la
necessità di un’organizzazione di produttori per la creazione di un impianto
moderno.
In provincia di Salerno, favorita da predominante giacitura collinare
affacciantesi sulla costa per uno sviluppo di oltre 200 chilometri vi sarebbe
la possibilità di produrre una vasta gamma di vini pregiati, da quelli da
« pesce » a quelli da pasto e ai liguorosi da « dessert ». Di norma tale produzione,
 per deficiente organizzazione tecnica e commerciale, alimenta
invece il mercato dei vini comuni ed indifferenziati:
Ad eccezione dei bianchi di Ravello, Furore e Positano della costiera
amalfitana, che beneficiano di buona preparazione, tutta l’imponente massa
che resta, è soggetta a lavorazione empirica ed a carattere familiare.
Vini da pasto di classe superiore potrebbero dare le uve di Corbara e di
Tramonti nella Costiera amalfitana, come quelle delle pendici del Monte
Julio e delle Colline di Giovi ad oriente del capoluogo, se, dopo idonea
vinificazione, i prodotti fossero sottoposti a razionale invecchiamento. Il vini
rossi di Moio e Pellare nel Cilento e quelli di S. Gregorio Magno e Bellosguardo,
 nell’Alta Valle del Calore, raggiungerebbero ben altra affermazione
 nel campo dei tipi da « arrosto » se potessero presentarsi — razionalmente
 preparati — in tipo uniforme e costante. Salvitelle, Controne, Postiglione
 e le zone limitrofe potrebbero fornire vini bianchi da valorizzare
per la preparazione degli spumanti, qualora una adatta vinificazione ne
consolidasse ed affinasse le qualità. Nell’estremo lembo sud-orientale della
provincia, verso la « Punta Licosa», si produce materia prima, ad alta gradazione
 zuccherina, che sarebbe ottima per la preparazione dei « passiti » menire
 viene. attualmente, trasformata in vini comuni.
In provincia di Avellino sono da segnalare: i territori di Montoro,
Solofra, Serino, Tufo, Santa Paolina, Prata, Grottolella, Altavilla, Montefredane,
 Capriglia, dove la vite è generalmente allevata ad arbusto e consociata
 ai seminativi: iì comuni di Taurasi, Montefusco, Montemiletto,
        <pb n="229" />
        XIX - RISULTATI DI UN'INDAGINE SULLE POSSIBILITÀ DI SVILUPPO, ECC.

243

Pietradefusi, Torre le Nocelle, Mirabella Eclana, Sant’Angelo all’Esca,
Luogosano, Grottaminarda, Bonito, Fontanarosa, Gesualdo, Paternopoli,
dove la vite è maritata all’olmo in consociazione con le colture erbacee.
Questo tipo di vigneto prende nome di « starsèta » ed è caratteristico dell’Avellinese.

in tutti i comuni sopra citati la proprietà fondiaria è molto frazionata e
di frequente la stessa azienda è costituita da più corpi di terreno distanti gli
uni dagli altri alcuni chilometri; la media proprietà oscilla tra i 10 e i 50 ha.
al massimo.
Il vitigno più diffusamente coltivato è l’Aglianico che dà in genere un
vino da mezzo taglio molto colorato, largamente consumato come tale sui
luoghi di produzione e, per la restante parte, avviato alle industrie enologiche
 del Veneto, della Lombardia e del Piemonte.
Nel comune di Avellino e in tutta l’alta valle del Sabato si coltiva il
Sanginoso o Sciascinuso perchè si adatta bene ai terreni sciolti e freschi;
 esso dà un vino poco alcoolico, spesso molto tannico e che non
si presta all’invecchiamento ma che, vinificato convenientemente, potrebbe
 diventare un gradevole tipo da pasto. Tra le uve bianche, il Fiano.
che si produce ad Avellino, Atripalda e Lapio, potrebbe dare, invecchiandolo
 per due-tre anni, un buon vino paglierino, di sapore leggermente fresco,
armonico, leggero con 11-13 gradi di alcool e col 18-20% d’estratto, secondo
quanto hanno dimostrato le esperienze di vinificazione condotte presso lo
Istituto enologico di Avellino; il Greco di Tufo si presta anche alla fabbricazione
 di buoni spumanti.
Il territorio di Taurasi comprende la tipica zona delle « starsete »; le
uve provengono in massima parte dall’Aglianico, il quale, lavorato con
cura (diraspamento e contatto non prolungato con le vinacce) può dare
un pregevolissimo vino da pasto, di gusto gradevole e di bellissima tinta.
suscettibile anche di invecchiamento.
La creazione di un impianto enologico a Taurasi risponderebbe ad una
duplice funzione: quella di valorizzare la produzione già in atto e quella di
ravvivare l’iniziativa degli agricoltori verso la ricostituzione dei propri
vigneti fillosserati, per raggiungere nuovamente le abbondanti vendemmie
di un tempo. Il che oltre a rappresentare un indubbio beneficio per l’economia
 di tutta la zona, costituirebbe inoltre l’unico strumento tecnicamente
possibile per valorizzare quei terreni collinari non altrettanto adatti ad
altre colture come invece lo sono per la vite.
La potenzialità iniziale della cantina potrebbe aggirarsi sui 10-15.000 hl.
in vasi vinari, per consentire un regolare processo di invecchiamento, per
2 o 3 anni, ad un sufficiente quantitativo di vino. Dall’indagine è apparsa
anche la convenienza per il nuovo impianto di lavorare, oltre alle uve, anche
i vini già fermentati nelle cantine dei singoli produttori, allo scopo di conferire
 ad essi una duratura stabilità e una costante omogeneità di caratteristiche
        <pb n="230" />
        244

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

3. - Mentre per altre regioni, più forti produttrici di vino, l’enologia
rappresenta uno degli elementi, che caratterizza insieme ad altri il complesso
 economico regionale, per la Puglia l’enologia costituisce invece il
primo e fondamentale elemento su cui si impernia tutta quanta la sua
struttura economica.
Prova ne è l’intenso sviluppo industriale che il settore enologico presenta
 in Puglia, a differenza delle altre regioni meridionali e anche di
molte altre regioni del Centro e del Settentrione; sviluppo industriale, a cui
si collegano intense correnti di traffico con il Nord e con l’Estero.
Il Censimento industriale, rilevando nel Mezzogiorno 2.558 stabilimenti
 vinicoli di almeno 500 hl. di capacità di invaso, ne attribuì ben
1.103 alla Puglia. In detti stabilimenti la materia prima vinificata
rappresentò il 51,3% dell’uva vendemmiata nell’anno della rilevazione,
il che sta a denotare, specie se si tiene conto della larga immigrazione in
Puglia di uve di altre regioni, l’elevato grado di industrializzazione raggiunto,

Quando però si passi ad esaminare la natura della produzione effettuata
in tali tipi di impianto si vede come sui 2.157.363 ettolitri di vino da essi prodotti
 ben 1.500.162 ettolitri siano stati classificati dal Censimento come vino
da taglio. Ora pur essendo ormai pacifico che i vini da taglio rappresentano
una produzione tipica che ha trovato un suo naturale ambiente economico
e tecnico nel complesso vinicolo italiano e che pertanto come tale va difesa,
tuttavia non sfuggono alla indagine minuta e locale la possibilità che molti
di detti vini avrebbero di essere valorizzati come prodotti finiti, smerciabili
sui mercati di consumo anche i più esigenti.
In relazione alla superficie vitata l’ordine di importanza delle singole
provincie è il seguente: Bari, Lecce, Taranto, Brindisi e Foggia. Data però
la diversità delle produzioni unitarie per ettaro coltivato, mediamente si
riscontra che, ad eccezione della provincia di Foggia, la quale si distacca
nettamente da tutte le altre, le restanti provincie hanno una importanza
enologica pressochè del tutto eguale.
La differenza tra le singole provincie riemerge però quando si esamina
il potenziale industriale in base al citato Censimento, poichè i 1.103 stabilimenti
 precedentemente indicati si ripartiscono nella seguente misura tra
le 5 provincie: Bari n. 296 (26,8%), Taranto n. 61 (5,5%), Lecce n. 361
(32.8%), Brindisi n. 176 (16,0%), Foggia n. 209 (18,9%).
La qual cosa, se messa in relazione ai dati della produzione precedentemente
 indicata, già di per sè può indicare la diversità delle situazioni della
regione e quindi il diverso grado di suscettibilità di sviluppo dell’industria
enologica. .
Allo scopo di meglio orientarsi nell’esame della produzione enologica
pugliese, si possono classificare in tre grandi gruppi, i vini che vi si producono
 e in relazione ad essi distinguere le zone di produzione: i vini da taglio,
i vini da pasto e i vini liquorosi.
        <pb n="231" />
        XIX - RISULTATI DI UN'INDAGINE SULLE POSSIBILITÀ DI SVILUPPO, ECC. 245

I vini da taglio si può dire che rappresentino il sostegno di tutta l’industria
 enologica italiana che di essi si serve per equilibrare la produzione
vinicola di quelle regioni alle quali difettano il grado alcoolico. il colore e
le sostanze estrattive.
Si distingono per la Puglia tre tipi principali di vini da taglio: quello
originato dalle uve del vitigno di Troia e che viene commercialmente
distinto con il nome di Barletta, la cui zona di produzione comprende, oltre
il territorio di Barletta, quelli di San Ferdinando, Trinitapoli, Margherita
di Savoia, Canosa, Cerignola e parte dei territori di Andria e di Trani.
In questi ultimi anni un notevole sviluppo è stato raggiunto, nella zona
di Barletta, dall’industria vinicola, per merito di industriali e di agricoltori.
L’altro tipo da taglio è quello originato dal vitigno Negro amaro e dalla
Malvasia Nera coltivata in provincia di Lecce e in quella di Brindisi, nella
quale si associa ai due vitigni fondamentali anche il Susumantiello.
Il terzo tipo di vino da taglio è quello che ha origine dal vitigno Primitivo
 di Gioia e che si produce nella vasta zona di Gioia, Acquaviva, Adelfia,
Casamassima e nella pianura tra Taranto e Brindisi con centro in Sava
e in Manduria.
I tre tipi di vino descritti contribuiscono alla produzione vinicola pugliese
 per circa 1.600.000 ettolitri non tenendo conto di produzioni minori
di vino da taglio, non caratterizzate del resto ancora bene nei loro elementi
tipici.
Un aspetto non ancora ben conosciuto della produzione enologica pugliese
 è quello riguardante i vini da pasto che essa produce e che attualmente
 vengono valorizzati e largamente richiesti dal consumo in altre
regioni, di cui assumono il nome perdendo quello di origine. Tra i vini
rossi e rosati da pasto è molto apprezzato quello che si produce nella zona
che prende il nome dal Castel del Monte. Questo vino si ottiene da una
mescolanza di uve di Bombino Nero (70%) con l’uva di Troia e il Montepulciano
 (30%).
Con i mosti ottenuti da queste uve e non fermentati a contatto della
vinaccia si prepara nella stessa zona un rosato di delicato profumo, leggero
di corpo e molto gradevole, richiesto particolarmente dai mercati svizzeri e
dell’Alto Adige.
Anche i vini da pasto rossi e rosati della zona collinare di Castellana e
Conversano hanno raggiunto un elevato grado di affinamento; in provincia
di Brindisi la zona che va da Galatina a Otranto è pur essa suscettibile di
formare una produzione di rossi e rosati molto adatti al consumo. Nella zona
di San Severo i vini rossi che si ottengono dal Montepulciano e nella zona
di Gioia del Colle quelli che si ricavano dal secondo taglio dell’uva di
Primitivo offrono grandi possibilità di valorizzazione diretta.
Le vaste zone di produzione di San Severo e di Torre Maggiore, in
provincia di Foggia, e di Martina Franca, Locorotondo, Alberobello in
provincia di Bari, offrono una serie di vini bianchi attualmente molto
conosciuti come materia prima per la fabbricazione del Vermouth; ma
        <pb n="232" />
        246

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

un’appropriata propaganda e òrganizzazione commerciale potrebbero
valorizzarli come finissimi vini da pasto, perchè dopo un anno di invecchiamento
 sono in grado di figurare come eccellenti vini da pesce.
Il vitigno base per la produzione del San Severo bianco è il Bombino
che dà un vino armonico e assai fine quando non superi di molto i 12° di
alcole, con una acidità totale di 6,5 gr. per litro.
I vini bianchi di Martina Franca e Locorotondo provengono invece dalle
uve dei vitigni Verdea e Bianco di Alessano.
Degni di nota sono pure i bianchi di Castel del Monte, quelli
della zona collinare di Conversano-Castellana e i vini di Ostuni e quelli
di Cisternino. Questi ultimi vengono prevalentemente acquistati dai fabbricanti
 di Vermouth dell’Alta Italia; quelli del tipo Ostuni sono assorbiti
prevalentemente dal mercato di Roma.
Si può ritenere che l’entità della produzione dei vini da pasto, che già
vengono prodotti con caratteristiche costanti e ben stabilizzate, superi
il milione di ettolitri; indubbiamente c’è però un’altra quota notevole di
questi vini che con una appropriata tecnica potrebbero assicurarsi definitivamente
 la caratteristica di ottimi vini da pasto.
Il terzo gruppo, che si può individuare nella produzione enologica pugliese,
 comprende i vini liquorosi: in passato, la produzione di questi vini è
stata sempre molto limitata, pur non essendo mancati pregevoli studi e
ricerche tendenti a mettere a punto i metodi di vinificazione che tali vini
richiedono ed a promuovere anche delle cooperative per la produzione di
essi. I vitigni che richiamano il maggior interesse per questa produzione
sono: il Moscatello che specialmente nel territorio di Trani e nella provincia
 di Lecce trova condizioni ambientali particolarmente favorevoli, dando
un moscato liquoroso di un bel colore dorato, limpidissimo e di delicato e
caratteristico aroma; l’Aleatico, che si coltiva specialmente nella zona di
Gioia, Acquaviva e Adelfia in provincia di Bari e nel Brindisino; la
Malvasia bianca, molto diffusa nel Brindisino e nel Capo di Lecce che può
dare un vino da dessert molto fine.
Un deciso orientamento dell’industria, che si dedica a questa speciale
produzione, a dotarsi di attrezzature per l’invecchiamento, potrà dare alla
Puglia una posizione di primo piano sui mercati consumatori di questi vini
liguorosi.

4. - L’interesse, che la Basilicata presenta dal punto di vista enologico,
tion le deriva tanto dal suo patrimonio viticolo, che è il più modesto di
tutte le regioni italiane, quanto dalla possibilità di raggiungere, attraverso
un adeguato sviluppo industriale, dei risultati molto notevoli, data la
ottima qualità dei vitigni coltivati.
Lo stato attuale dell’attrezzatura vinaria non consente la valorizzazione
 sul posto delle uve, che pertanto sono esportate in altre regioni,
oppure vengono vinificate, nella maggioranza dei casi, con sistemi rudimentali.
 Infatti dal Censimento industriale del 1937 sono stati rilevati soltanto
        <pb n="233" />
        XIX - RISULTATI DI UN'INDAGINE SULLE POSSIBILITÀ DI SVILUPPO, ECC. 247

16 esercizi (1) con una capacità in vasi vinari di almeno 500 hl, che rappresentano
 appena lo 0,2% dell’attrezzatura censita in Italia: nella vendemmia
del 1936, nella quale si produssero in Basilicata q.li 366.150 di uva destinata
alla vinificazione, soltanto 13.991 q.li furono vinificati negli esercizi dotati
della capacità minima sopraddetta. La percentuale di uva ivi lavorata
rappresenta pertanto il 3,8% della produzione.
In provincia di Matera le zone più interessanti dal punto di vista vitivinicolo
 sono quelle che fanno capo ai comuni di Irsina e di Tricarico.
La produzione totale della zona di Irsina può valutarsi mediamente a
circa 45.000 quintali di uva all’anno; quella della zona di Tricarico, minore
poichè è minore la superficie vitata, si aggira intorno ai 17.000 quintali
di uva.
I due agri sono contermini; le varietà coltivate sono l’Aglianico, che
prevale decisamente ad Irsina, il Primitivo di Gioîa, il Sangiovese, ecc. I vini
prodotti hanno una forte gradazione alcoolica, soprattutto quelli di Irsina,
e sono adatti al taglio di vini poco alcoolici, mentre quelli dell’agro di
Tricarico sono più leggeri, ma più eterei e profumati.
Attualmente la vinificazione è fatta, in genere, con metodi primitivi;
le cantine private sono dotate di appena poche botti, qualche tino ed alcuni
barili e la loro capacità d’invaso è molto modesta essendo in generale il
vigneto piuttosto frazionato. In genere le uve sono acquistate ed esportate
da industriali e commercianti delle provincie finitime.
La creazione. in un primo tempo, ad Irsina, di una cantina sociale
potrebbe rappresentare, se bene impostata e convenientemente condotta,
un esempio della strada da seguire per lo sviluppo dell’industria enologica
nella provincia.
L’indagine della «Svimez» ha individuato come zona più suscettibile di
un pronto sviluppo industriale quella che comprende i territori dei comuni
di Rionero, Barile, Rapolla, Ripacandida con la frazione di Ginestra,
Maschito, Melfi e Venosa in provincia di Potenza; nel 1929, secondo il
Catasto agrario, tali comuni possedevano complessivamente una superficie
vitata attorno ai 2.000 ha in coltura specializzata. Nel ventennio trascorso
dalla rilevazione catastale la superfice è notevolmente aumentata e l’indagine
 compiuta ha rilevato circa 4.000 ha di vigneti, di cui quelli di impianto
più recente sono consociati all’olivo.
I vigneti occupano una serie di colline che dai 300 m.s.m. si spingono
fino ai 600, a sud est dell’antico vulcano del Vulture, che ha dato origine a
terreni sciolti, permeabili e profondi con alto grado di fertilità. ove la
vite alligna molto bene.
Nella zona la viticoltura è in pieno sviluppo e tende a riguadagnare i
terreni che erano stati destinati alle semine, dopo le distruzioni causate
dalla fillossera: si calcola che la superficie a vigneto potrebbe facilmente

(1) Nell’anno di Censimento, dei 16 impianti, 4 produssero complessivamente
5.650 hl. di vino con una produzione media di hl. 1.412; 4 ne produssero complessivamente
hl. 2.765; 3 ne produssero complessivamente hl. 800; 5 ne produssero hl. 274 con una
media quindi di hl. 55 ciascuno.
        <pb n="234" />
        248

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

— data l’esistenza di terreni che si prestano alla coltura altrettanto bene di
quelli già trasformati e data la presenza di una maestranza. che, per
tradizione, conosce le cure che si devono praticare alla vite — raggiungere
gli 8.000 ettari, raddoppiando la produzione attuale che è di 200.000 q.li.
Il vitigno Aglianico ha eccellenti qualità sia dal lato organolettico
 che da quello della costanza produttiva; scarsa è invece la
produzione di uva bianca speciale, come la Malvasia e il Moscato. Una delle
cause, che maggiormente ha ostacolato lo sviluppo industriale nel settore
enologico, va ricercata, oltrechè nell’assoluta deficienza di capitali, nell’accentuato
 frazionamento delle proprietà le quali, mancando di spirito
di cooperazione, si sono ristrette a vinificare il prodotto nelle piccole e rudimentali
 cantine aziendali; pochissimi produttori sono in grado di fornire al
mercato quantitativi che raggiungono i 300 q.li e, in media, il commercio
tratta partite di una cinquantina di quintali. Di esigua capacità e con
attrezzatura molto deficiente sono del resto anche gli stabilimenti dei commercianti
 i quali si dedicano, più che altro, ad un lavoro di commissione,
per conto di ditte settentrionali, e ad una modesta produzione di vini in fiaschi
 e di spumanti naturali col procedimento rapido in autoclave.
Mancando nella zona veri e propri stabilimenti vinicoli le uve vengono
spedite fuori zona, per la maggior parte verso il Piemonte, il Veneto, la
Lombardia e, da alcuni anni, verso Barletta, la quale tende ad assorbirne
quantità sempre maggiori per rifornire le proprie cantine con le uve del
Vulture, la cui vendemmia inizia quando la svinatura dei vini dell’Alta
Puglia sta quasi per essere ultimata. Si calcola che in complesso partano
ogni anno da Rionero e da Barile, che sono i centri dislocati sulla linea
ferroviaria, dai 60 ai 70 mila quintali di uva.
In queste condizioni di prospettive di incremento viticolo, di intrinseche
buone qualità della materia prima, di insufficiente capacità ricettiva delle
cantine, di arretratezza dell’attrezzatura, l’opportunità di dar vita ad una
razionale industria appare evidente.
L’impianto che viene consigliato, dopo aver esaminato la situazione
della zona, dovrebbe avere una potenzialità iniziale, suscettibile di ampliamento,
 per 10.000 q.li di uva, e dovrebbe essere progettato per la diretta
vinificazione delle uve, essendo assolutamente sconsigliabile effettuare la
lavorazione di vini, già fermentati nelle cantine esistenti che difettano di
attrezzature e di tecnica.
L’impianto potrebbe sorgere nei pressi della stazione ferroviaria di
Rionero o di Barile, essendo gli altri centri di produzione collegati a tali
località da strade comunali e da mulattiere.
La finezza delle uve di Aglianico, l’armonicità di costituzione dei mosti
e la natura dei fermenti consentono di orientare la lavorazione verso la
produzione di vini asciutti ben fermentati (1), lasciando alle iniziative in

(1) Le caratteristiche organolettiche e la composizione dell’Aglianico del Vulture
sono: color rosso dal rubino al granata; sapore fresco armonico; profumo delicato caratteristico;
 alcool 12-14° in volume; estratto secco 25-30 gr./1.; acidità volatile 0.3-0,4 gr./1.;
ceneri 2.7-9 gr/l.
        <pb n="235" />
        XIX - RISULTATI DI UN'INDAGINE SULLE POSSIBILITÀ DI SVILUPPO, ECC. 249

atto la produzione dell’Aglianico spumante (1). Allo scopo di ottenere prodotti
 di qualità occorre regolare con attenzione la temperatura dell’ambiente
 e applicare tutte le norme che la moderna tecnica consiglia, giacchè,
 dato il clima piuttosto freddo della zona all’epoca della vendemmia,
che generalmente si inizia ai primi di novembre, le fermentazioni riescono
il più delle volte stentate e incomplete.
Da esperienze eseguite nella Cantina sperimentale di Barletta risulta
che l’Aglianico del Vulture acquista notevoli pregi con l’invecchiamento;
può perciò essere destinato all’imbottigliamento, con la sicurezza di offrire
al mercato un prodotto di qualità superiore. Nelle modeste quantità in cui
esso è attualmente prodotto ha già ottenuto pieno riconoscimento negli
Stati Uniti e in Brasile, dove è richiesto dai numerosi italiani emigrati dal
Mezzogiorno in quei paesi.

5. - La produzione di vino della Calabria è diminuita, nell’ultimo quaràntennio,
 di circa 100.000 hl. Le cause di questo decadimento vanno ricercate
nelle ricorrenti crisi economiche, che non hanno consentito alla viticoltura
calabrese di consolidarsi e di contrastare l’espandersi dell’invasione fillosserica.
 mediante i reimpianti su piede americano. |
L’attrezzatura industriale è appena rappresentata nella regione: gli
stabilimenti, con una capacità in vasi vinari superiore ai 500 ettolitri,
assorbirono nel 1936 solo il 3,8% delle uve prodotte in quell’anno.
La composizione chimica e fisico-chimica delle uve e dei mosti, ad elevata
 concentrazione zuccherina e a deficiente acidità, complicata dall’elevato
 tasso di ceneri e dall’eccesso di sostanze azotate renderebbe indispensabile
 una attrezzatura di vinificazione perfezionata e in grado di accogliere
 i più raffinati procedimenti della tecnica di vinificazione. L’assenza
di tale attrezzatura non consente la valorizzazione dei prodotti e favorisce la
speculazione nelle zone e nelle annate, in cui l’abbondanza della vendemmia
 costringe i produttori medi e piccoli alla vendita delle uve e dei
mosti in condizioni di netta inferiorità rispetto -alla domanda.
L’indagine svolta, per accertare le possibilità di sviluppo dell’industria
enologica in Calabria, ha individuato alcuni centri ove più convenientemente
 potrebbero sorgere moderne cantine.
Nella provincia di Cosenza, la zona più interessante dal punto di vista
enologico è quella dell’ex circondario di Castrovillari, ove si produce il
vino da pasto Pollino, che è classificato tra quelli pregiati ma che necessiterebbe
 di una tecnica più appropriata e di una lavorazione condotta su una
più cospicua massa di uve per potersi sicuramente garantire il riconoscimento
 dei mercati. i
Vi è poi la zona di Rogliano ove si produce il Savuto che dopo tre anni
di invecchiamento sviluppa caratteristiche tali da farlo classificare tra i
vini superiori di tipo Bordeaux. Anche la zona di Cosenza con le sue frazioni

(1) Nel 1948 sono entrati in funzione due impianti per la produzione di spumante
che, oltre all’Aglianico, utilizzano il Moscato e la Malvasia della zona.
        <pb n="236" />
        250

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

di Donnici, S. Ippolito, Borgo Partenope e con i comuni limitrofi presenta
una buona produzione, in fase di incremento, suscettibile di miglioramento.
Impianti che sorgessero nei centri principali sopra indicati, potrebbero
avere. se ben condotti, un esito economico sicuro.
In provincia di Catanzaro le zone più suscettibili di sviluppo industriale
nel settore in esame sono quelle gravitanti sui centri di Cirò, di Nicastro,
di Vibo Valentia. Al primo sono interessati i comuni di Cirò, di Corfizzi, di
Melissa e di Strongoli ove il vitigno più diffuso è il Magliano: la produzione
attuale di vino della zona si può valutare sui 60-70.000 hl. In questo centro è
al suo secondo anno di vita una cantina creata dal Consorzio agrario di Catanzaro.
 Trattasi di un impianto, che ha la capacità di hl. 5.000, fornito di moderne
 attrezzature per la filtrazione e refrigerazione dei vini.
L’enopolio di Cirò, che dispone anche di impianti di imbottigliamento,
ha lanciato con discreto successo sul mercato interno due vini rossi tipo
Chianti. un vino bianco secco ed un vino liquoroso da dessert.
Il territorio viticolo di Nicastro comprende, oltre al comune in parola,
anche quelli di Sambiase, Gizzeria, $. Mango d’Aquino, Martirano, Motta
Santa Lucia, Conflenti e Platania: la produzione di vino di tutta l’area
vitata che essi circoscrivono oscilla attorno ai 180.000 hl. Anche qui il vitigno
 più comune è il Magliano insieme con il Nerello e una piccola quantità
di Nerellone.
Al centro di Vibo Valentia fanno capo i comuni situati sull’altopiano del
Poro e sulle sue pendici (Limbadi, Nicotera, Joppolo, Ricadi, Drapia, Briatico,
 Mileto, ecc.) dove già alcune cantine private hanno dimostrato l’alto
tenore qualitativo che potrebbero raggiungere quei vini rossi se ben confezionati:
 la produzione complessiva della zona si può valutare sui 100.000 hl.
di vino. Altra zona di interesse viticolo del Catanzarese è quella comprendente
 i comuni di Squillace, Borgia, Palermiti, Soverato, Montepaone,
Petrizzi, Galliato, ove si ha mediamente una produzione attorno ai 100.200 h1.
di vino.

In provincia di Reggio la produzione vinicola raggiunge mediamente i
300.000 h1. di cui circa 200.000 hl. si ottengono nella zona del versante tirrenico,
 con centro a Palmi; 60.000 hl. nel versante dello Stretto, da Cannitello
(Villa $S. Giovanni) a Palizzi; 40.000 hl. nel locrese. con centri a Bianco.
Bivongi, Gioiosa e Locri.
Nella prima zona si producono uve (Nerello) a concentrazione zuccherina
 non molto alta, che attualmente, mal lavorate, con prolungate fermentazioni
 in presenza di raspi, danno prodotti ruvidi a forte colorazione, con
gradazioni alcooliche medie di 12°-13° ma che arrivano, per alcune zone, a
14,5 gradi. Il prodotto, in piccola parte assorbito dal consumo locale, viene
utilizzato per i tagli: si tratta di vini suscettibili di valorizzazione ma che.
così come sono ora prodotti, sono soggetti a continue defecazioni e ad alterazioni
 più o meno sensibili nelle caratteristiche fisico-chimiche ed organolettiche
 e, talvolta, a vere e proprie malattie.
        <pb n="237" />
        XIX - RISULTATI DI UN'INDAGINE SULLE POSSIBILITÀ DI SVILUPPO, ECC. 251

La produzione del reggino (versante dello Stretto) e del litorale ionico
ha avuto nel passato (specie quella di Villa $S. Giovanni-Campo), una
buona corrente di esportazione dalla provincia verso l’Alta Italia, ma soprattutto
 è sempre servita per il consumo locale. Questa produzione è diversa
da quella del versante tirrenico: è meno carica di colore, è più alcoolica
(14-17 gradi) ed ha generalmente pregi notevoli. È però frazionatissima tra
innumerevoli produttori, non ha costanza di tipi e, spesso, per irrazionale
vinificazione o conservazione, si presenta con gravi difetti.
Il vigneti sono per la quasi totalità su ceppo americano, innestati per 3/4
con varietà di uve nere e per 1/4 con varietà di uve bianche. Non si pratica
in dette zone la fermentazione in presenza di raspi. Carente anche in
questa zona l’acidità, che, unitamente alla mancanza di accorgimenti tecnici,
dà a volte prodotti poco serbevoli.
Mentre nella zona di Palmi-Gioia Tauro potrebbe facilmente funzionare
un impianto di 15-20.000 hl. data l’abbondanza della materia prima e anche
la non eccessivamente difficoltosa viabilità, nelle altre zone le cantine
dovrebbero avere dimensioni più modeste: già un notevole passo avanti
sia per il miglioramento che per la valorizzazione del prodotto potrebbe
essere realizzato da impianti di 3.000-5.000 hl. di capacità, più facilmente
rifornibili della necessaria materia prima raccolta in un raggio di pochi
chilometri: i rifornimenti da zone più lontane, oltre a compromettere qualche
 volta la tipicità del prodotto che differisce, a seconda della località di
provenienza delle uve, inciderebbero, data la scarsa e accidentata viabilità,
sul costo di produzione a causa delle elevate spese di trasporto.
L’impianto di Palmi dovrebbe orientarsi verso la produzione di un
vino da pasto, da immettersi al consumo interno con caratteristiche costanti
di gusto e di stabilità.
Le uve prodotte nel reggino e lungo la fascia costiera ionica invece
potrebbero — accentrate per zone e razionalmente lavorate — fornire tutta
una gamma di vini da bottiglia di alto merito, che potrebbero interessare il
mercato interno ed anche estero con indubbio vantaggio economico specie
per i medi e piccoli produttori, che detengono i 4/5 del prodotto.
Per quanto riguarda la forma da dare all’impresa, nei nuovi impianti
che sorgessero, sarebbe da auspicare che una politica finanziaria di favore
da parte dello Stato sorreggesse una ben condotta propaganda verso la costituzione
 di cantine sociali. In zone però, come sono alcune di quelle accennate,
 dove la proprietà è estremamente frazionata, non si sa intravvedere
altra soluzione organizzativa, data la difficoltà quasi insormontabile a coordinare
 in un’impresa cooperativa le numerosissime piccole imprese, se
non quella di una iniziativa presa dal Consorzio agrario provinciale.
Per quelle zone a proprietà non frazionata, ove esistono anche grandi
aziende viticole, si potrebbe pensare alla forma della società azionaria,
cui dovrebbero partecipare, insieme còn il gruppo finanziario, industriale e
commerciale, anche i viticoltori, al fine di garantire in modo duraturo i
rifornimenti di materia prima e la vita economica dell’azienda.
        <pb n="238" />
        252

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

6. - La produzione vinicola della Sicilia è una delle più cospicue tra
quelle dei vari compartimenti italiani e l’economia della regione è largamente
 influenzata dai notevoli interessi legati alla viticoltura, alla industria
enologica ed al commercio dei vini. In questo dopoguerra, l’impulso all’estendimento
 dei vigneti è stato, anche nell’Isola, molto intenso, tanto che
non pochi sono coloro che, pensosi dell’avvenire di questo importante settore,
 propugnano l’emanazione da parte del Governo di norme atte a disciplinare,
 secondo precise norme di carattere tecnico ed agronomico, la ricostituzione
 e il nuovo impianto di vigneti, la formazione e la gestione di
vivai di viti, e ad intensificare la propaganda delle buone regole di viticoltura
 e di vinificazione. Le preoccupazioni sono tanto più giustificate per il
fatto che, all’incremento nel campo agricolo non fa riscontro un adeguato
potenziamento del settore industriale il quale, per quanto possa segnare al
suo attivo nell’ultimo triennio la creazione e il rimodernamento di non pochi
stabilimenti enologici, resta tuttavia inadeguato alle necessità di una
integrale valorizzazione della materia prima.
L’indagine compiuta aveva lo scopo di individuare quelle zone dove lo
stato della viticoltura e della relativa industria trasformatrice manifestassero
 le possibilità più immediate per la creazione di nuovi stabilimenti.
Diverse sono infatti le condizioni dell’enologia nelle singole provincie
siciliane: si passa da Trapani ove, prima della guerra, il 68,86% del vino
venne lavorato in stabilimenti aventi una capacità di almeno 500 hl., a
Messina ove soltanto il 5,42% del vino fu prodotto in cantine di tale capacità.
Il dato diventa ancor più significativo allor quando si pensi che questa
provincia è la quarta dell’Isola per l’estensione di vigneti. Anche la provincia
 di Catania, che in certe annate, come ad es. nel 1947, ha una produzione
 superiore a quella di Trapani, presentava all’atto del Censimento
industriale una percentuale di vino prodotta negli stabilimenti delle dimensioni
 sopra specificate di appena il 30,27%.
Questo stato di scarso sviluppo dell’attrezzatura enologica ha riflessi
immediati sulla qualità dei vini, i quali perdono una parte del loro valore
economico non solo quando, anzichè presentarsi sui mercati come prodotti
finiti, servono semplicemente come materia prima per successive lavorazioni,
 ma anche e specialmente quando, per le alterazioni che in essi compaiono,
 vengono quotati come prodotti di scarto.
I problemi più urgenti da risolvere, che si prospettano per questa industria,
 riguardano, pertanto, prima ancora che la creazione di tipi superiori,
la produzione di massa di buoni vini per il consumo comune e la standardizzazione
 di quelle partite da taglio che, per le intrinseche qualità dei vitigni
e delle condizioni climatiche e pedologiche della Sicilia, non possono non
trovare la migliore valorizzazione nella complementarietà che li lega ai
vini delle altre regioni. Si tratterà semmai per i vini da taglio di far sorgere,
attraverso un’industria siciliana tecnicamente e commercialmente organizzata,
 una duvlice e reciproca corrente di scambio fra il Settentrione e la
        <pb n="239" />
        XIX - RISULTATI DI UN'INDAGINE SULLE POSSIBILITÀ DI SVILUPPO, ECC. 253

Sicilia in modo che entrambi i territori possano produrre bene e localmente
i vini necessari alle rispettive popolazioni.
Prospettate così le esigenze più immediate del settore enologico, l’indagine
 della « Svimez », pur avendo riscontrata per molte zone l’esistenza delle
condizioni necessarie a creare in Sicilia dei vini fini, oltre a quelli che già
si producono, si è indirizzata ad esaminare le possibilità di far sorgere, in
determinati distretti, degli stabilimenti capaci di migliorare l’attuale produzione.
 Questo orientamento verso la qualificazione della produzione di
massa giustifica, nell’attuale momento di crisi, l’interesse rivolto a questo
settore, perchè è evidente che un vino bene confezionato e non suscettibile
di alterarsi col passare del tempo può ampliare la propria area di collocamento
 e meglio superare i periodi di stasi dei mercati. In rapporto al prevedibile
 incremento della produzione, derivante dall’estendersi dei vigneti,
va richiamata anche l’attenzione degli industriali sulla possibilità di trasformare
 l’uva, anzichè in vino, in succhi: un’appropriata tecnica potrebbe
fornire prodotti che una ben condotta propaganda potrebbe far largamente
conoscere e apprezzare nel giusto valore in Italia e soprattutto all’estero. Si
può prospettare, in proposito, la possibilità di abbinare nello stesso stabilimento
 la preparazione dei succhi di uva a quella dei succhi di agrumi, allo
scopo di ampliare il periodo utile di impiego delle attrezzature: si ritiene
che in questo campo l’avvenire apra larghi orizzonti.
Per la provincia di Palermo, vengono segnalati come suscettibili di sviluppo
 industriale i centri vinicoli di Balestrate e di Partinico, caratteristici
per la produzione di vini molto alcoolici, attualmente usati per la fabbricazione
 del Marsala e del Vermouth, e il comune di Bagheria dove confluisce
buona parte dei vini bianchi e cerasuoli da pasto provenienti dalle zone
orientali interne della provincia.
Nei primi due centri si concentra in larga misura la produzione del
palermitano e quella dei comuni di Alcamo, Castellammare e Camporeale,
che pur facendo parte del trapanese gravitano economicamente sul capoluogo
 della regione.
Nel Siracusano, la zona suscettibile di un intenso sviluppo industriale,
data l’assoluta deficienza delle attrezzature esistenti, comprende tutta la
parte meridionale della provincia con i comuni di Siracusa, Avola, Noto e
Pachino dove complessivamente si ha una produzione che supera i 300.000 hl.
di vino, quasi tutto destinato al taglio, che sarebbe suscettibile di notevoli
miglioramenti come tale e anche per il consumo diretto. Attualmente ogni
anno una non piccola percentuale del prodotto si guasta e passa alle quattro
distillerie esistenti nella zona. E’ interessante rilevare a questo proposito
come le vinacce siano scarsamente trattate in tali impianti (circa 70.000 q.li);
il che denota il largo disperdimento che si verifica di questo sottoprodotto.
In tutta la zona indicata non esiste un solo stabilimento bene attrezzato
ove, partendo dall’uva, si arrivi a un prodotto ben definito per il consumo
diretto.
        <pb n="240" />
        254 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

Nello stesso trapanese, che pure possiede un’industria vinicola molto
sviluppata e indirizzata alla produzione del Marsala, emerge la necessità
di dotare alcune zone di moderni stabilimenti: oltre a quella precedentemente
 citata, vi è la zona di Mazara-Campobello ove si producono notevoli
quantità di vini che sarebbero adatti, se ben lavorati, al consumo diretto;
anche in questa provincia la massa dei sottoprodotti ricavabili dalla vinificazione
 è tale da potere dare vita ad una adatta industria trasformatrice.
In provincia di Agrigento, l’attrezzatura enologica manca quasi completamente
 e i vini prodotti nella zona occidentale della provincia trovano
il loro naturale collocamento nella fabbricazione del Marsala. Restano
però i vini dei comuni di Sciacca e Menfi (40.000 hl.), quelli di Siculiana
(comuni di Siculiana, Ribera. Cattolica Eraclea, Porto Empedocle, Agrigento,
 Montallegro: 50.000 h1.), quelli di Grotte e di Canicattì con i comuni
limitrofi (60.000 hl.) che meriterebbero di essere prodotti con una tecnica
migliore di quella attuale.
Data l’importanza e la diffusione che la viticoltura assume nell’Isola,
numerose sono le zone che potrebbero essere indicate per la creazione di
nuovi stabilimenti. |
Siccome è apparso chiaro nel corso dell’indagine che l’iniziativa privata
non ha le possibilità di sobbarcarsi da sola all’impresa e che pertanto è indispensabile
 un adeguato concorso da parte dello Stato, l’indagine si
limita a segnalare tre sole zone — quella di Vittoria in provincia di Ragusa,
quella di Riposto in provincia di Catania e quella di Barcellona in provincia
di Messina — allo scopo di non diluire e quindi di rendere inefficienti gli
eventuali contributi finanziari che venissero concessi.
Il distretto viticolo di Vittoria comprende, oltre al proprio territorio,
quello dei comuni di Acate, Chiaramonte Gulfi, Comiso, Santa Croce
Camerina, nel ragusano, e del comune di Gela, in provincia di Caltanissetta,
con una superficie vitata complessiva di circa 20.000 ettari e una media produzione
 annuale di vino, di 520.000 hl. I vitigni più diffusi sono il Frappato
e il Calabrese ad uva nera; in minore quantità vengono coltivati l’Albanelio
e il Moscatello, ad uva bianca. Data la scarsa razionalità dell’industria enologica
 trasformatrice, si hanno rese di vinificazione che oscillano tra estremi
molto lontani fra di loro (60-75%). I piccoli viticultori trasportano l’uva
dalla campagna in paese, dove esistono piccoli palmenti che lavorano per
conto di terzi; dal palmento il mosto, se non viene venduto sul posto come
tale, viene imbottato in recipienti mal curati e quasi sempre situati in
locali non adatti. Ed è così che i batteri patogeni, favoriti dall’alta temperatura,
 dall’alto grado zuccherino e dalla deficiente acidità, danno facilmente
 luogo alla fermentazione mannitica, acetica e lattica. Nella zona non
esistono stabilimenti veri e propri: esistono invece otto distillerie. La mancanza
 dei primi ha come conseguenza che non esiste un mercato delle uve,
dove i piccoli agricoltori potrebbero vendere il loro prodotto senza rimanere
vittime della speculazione, che, durante la vendemmia, fa larga incetta di
mosti; il numero cospicuo delle distillerie sta invece a dimostrare come il
        <pb n="241" />
        XIX - RISULTATI DI UN'INDAGINE SULLE POSSIBILITÀ DI SVILUPPO, ECC. 255

processo di vinificazione, malamente condotto, porti ad un’abbondanza di
vini difettosi. Nelle annate ad andamento normale questi rappresentano non
meno del 15% della produzione. Il nuovo stabilimento, la cui ubicazione
potrebbe essere scelta a Vittoria, che è bene collegata con gli altri centri,
dovrebbe indirizzare la produzione, attraverso una opportuna tecnica, verso
i vini da taglio (uve del Calabrese) a caratteristiche costanti e uniformi e
verso i vini adatti alla preparazione del Marsala e del Vermouth (uve del
Frappato): alcune partite potrebbero essere destinate all’invecchiamento
per ottenere vini da dessert.
Al centro di Riposto fanno capo tutti i vini che vanno in commercio
col nome di vini dell’Etna (circa 450.000 hl.) e che comprendono, più specificatamente:
 quelli della piana di Mascali, quelli di Calatabiano, i vini del
Feudo, i vini di Nicolosi, di Pedara, di Viagrande. I vitigni più diffusi sono
il Nerello e il Calabrese per le uve nere; il Cataratto e il Carricante per
le uve bianche. Le caratteristiche delle uve consentirebbero la produzione
di vini pregiati, mentre attualmente le condizioni dell’industria trasformatrice,
 analoghe a quelle precedentemente descritte, ne annullano completamente
 il valore in un’unica massa di prodotto grossolano, poco serbevole
e variabile ogni anno nella sua composizione.
Il nuovo impianto, anche senza dedicarsi fin dall’inizio a produzioni
particolarmente fini, potrebbe inviare sul mercato ottimi vini per il comune
consumo, distinguendoli in alcuni tipi fondamentali, a seconda delle caratteristiche
 più apprezzate dalla popolazione. Dall’indagine è apparso opportuno
 lasciare la pratica della vinificazione (1), migliorata però attraverso una
assidua assistenza, ai singoli produttori, a causa della deficiente viabilità,
che, ritardando i trasporti, determinerebbe nelle uve urn’iniziale e pregiudizievole
 alterazione, ancor prima di giungere allo stabilimento. Questo lavorerebbe
 quindi i vini raccolti, stabilizzandoli in partite omogenee, relative
alle singole zone di origine. Nella zona di Riposto troverebbe pure conveniente
 sede un impianto per la integrale utilizzazione dei sottoprodotti, data
la loro ricchezza in alcool e in tartrati: la razionalità del processo produttivo,
 unita alla più stretta economicità dell’esercizio, ne assicurerebbe l’esito
finanziario.
Alla zona di Barcellona fanno capo i comuni di Castroreale, Condrò,
Falcone, Milazzo, Monforte San Giorgio, Pace del Mela, Roccavaldina.
S. Filippo del Mela, $. Pier Niceto, Santa Lucia del Mela, Spadafora, Torregrotta,
 Villafranca Tirrena, con una produzione che si aggira sui 250.000 hl.
di vino. Anche qui si tratta di standardizzare e di valorizzare integralmente
i tipi da taglio che vengono prodotti con il Nocera, rendendone le caratteristiche
 più costanti nel tempo, e di produrre buoni vini per il consumo. Le
condizioni dell’attrezzatura enologica ripetono in identica forma quelle descritte
 per Vittoria: la deficiente capacità in vasi vinari e in macchinario
costringe i piccoli produttori a ricorrere a cantine. che lavorano per conto

(1) Si potrebbe pensare anche alla creazione di alcuni centri di ammostamento,
 distribuiti nelle zone dei vigneti.
        <pb n="242" />
        256

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

di terzi, e l’incetta dei mosti assume spesso il carattere della più avida speculazione;
 esistono nella zona una decina di distillerie e un impianto per la
estrazione dell’olio dai vinaccioli, che non consigliano quindi la creazione di
nuove unità del genere.
La grande disponibilità di materia prima consentirebbe in tutte le zone
indicate la creazione di stabilimenti di grande mole; d’altra parte, l’elevato
costo dell’impianto non consiglia inizialmente di superare certi limiti, che
possono oscillare tra i 10.000 e i 30.000 hl. di capacità d’invaso; la forma da
dare all’impresa, qualora lo spirito cooperativo non fosse in grado di
attuarsi nella forma della cantina sociale, potrebbe convenientemente essere
quella industriale, dato che riuscirebbe facile all’imprenditore l’assicurarsi
sul mercato le uve o i mosti necessari.

7. - L’importanza che l’industria enologica può avere per l’economia
della Sardegna risulta nettamente quando si pensi che le particolari condizioni
 ambientali consentono di ottenere vini di alta tipicità, non facilmente
surrogabili con prodotti di altra provenienza e le cui caratteristiche, assimilabili
 a quelle dei vini spagnoli e portoghesi, incontrerebbero il massimo
favore tra i consumatori dell’Europa settentrionale.
La risoluzione del problema vinicolo sardo, orientando decisamente la
produzione verso i tipi di qualità pregiata, troverebbe i suoi presupposti e
quindi il suo naturale inserimento in quella organizzazione degli scambi cui
tendono oggi i paesi europei attraverso il reciproco adattamento delle
proprie economie.
Delle tre provincie, quella di Cagliari è la più importante dal punto di
vista viticolo: le zone più intensamente vitate della provincia sono il
Campidano di Cagliari e il Campidano di Oristano.
Nel Nuorese, offrono interessanti aspetti dal punto di vista enologico la
regione dell’Ogliastra, la vallata di Bosa e il territorio di Oliena, dove si ha
il caratteristico vino di Oliena che raggiunge una gradazione alcoolica fino
ai 18°-19° ma che è prodotto in ridottissima misura.
Nel Sassarese, la zona di maggior produzione vinicola è quella di Sorso
comprendente anche il comune di Sennori; altre zone viticole sono quella di
Tempio e quella di Alghero oltre ai territori che fanno capo a Ittiri e a
Ploaghe.
Lo sviluppo maggiore dell’industria enologica si riscontra, nella zona di
Cagliari, concentrato nel capoluogo e nelle frazioni di Monserrato e Pirri:
ivi esistono alcuni buoni stabilimenti vinicoli che un tempo, prima che la
fillossera compisse le sue gravi distruzioni, erano molto fiorenti. i
In occasione del Censimento industriale del 1937 in detta zona vennero
censiti due impianti con produzione superiore ai 20.000 hl.; 6 con una produzione
 compresa tra i 5 e i 10.000 hl; 15 con una produzione tra i 1.000
e i 5.000 hl. Nei citati impianti venne lavorato circa 1/3 delle uve prodotte
in provincia.
I vini tipici della Sardegna sono: la Vernaccia del Campidano di Oristano.
 la Malvasia asciutta, la Monica, il Nasco e il Girò del Campidano di
        <pb n="243" />
        XIX - RISULTATI DI UN'INDAGINE SULLE POSSIBILITÀ DI SVILUPPO, ECC. 257

Cagliari, il Canonau dell’Ogliastra, l’Oliena, la Malvasia amabile del territorio
 di Bosa, il Moscato di Tempio. A questa numerosa serie di vini di qualità
 vanno aggiunti il Nuragus, vino bianco comune che si produce nella
misura di circa 300.000 hl. nel Campidano di Cagliari e le cui caratteristiche
potrebbero essere migliorate per renderlo un buon vino da pasto adatto al
consumo interno, il Vino rosso di Sorso, il Torbato di Alghero.
[ fattori che sinora si sono opposti ad una netta affermazione dei vini
sardi sui grandi mercati di consumo, malgrado la buona fama che essi
godono tra gli intenditori, si compendiano sostanzialmente nel fatto che
essi sono prodotti in piccole quantità, ripartite a loro volta tra una numerosa
serie di cantine non in grado di conferire al prodotto quella omogeneità e
quella costanza di caratteri che i consumatori richiedono.
Il problema enologico sardo è quindi soprattutto ancora un problema
viticolo, che richiede precise direttive sulla scelta dei vitigni e dei terreni
per dare una maggiore uniformità e una maggiore consistenza all’attuale
produzione.

Agli effetti di un immediato sviluppo dell’industria enologica sarda
possono ritenersi come prontamente suscettibili di accogliere delle moderne
iniziative il Campidano di Oristano e l’Ogliastra dove le uve prodotte potrebbero
 essere invogliate ad avviarsi, attraverso ben congegnati ed equi
rapporti con gli agricoltori locali, verso il nuovo stabilimento.
Nel Campidano di Cagliari, invece, l’esigua superficie dei vigneti produttori
 di uva adatta. al confezionamento di vini pregiati e l’esistenza di
alcune ditte che vinificano razionalmente lo scarso prodotto che si ottiene
attualmente, spostano il problema vinicolo sul piano generale di una
decisa azione di miglioramenti fondiari, che abbiano come scopo quello di
estendere la vite a zone mai prima d’ora investite a coltura arborea.
Nell’Oristanese, le condizioni si presentano più favorevoli alla creazione
di una moderna cantina anche perchè vi mancano impianti bene attrezzati,
tanto che gran parte delle uve viene trasferita a Cagliari per essere vinificata.
 La sede dello stabilimento dovrebbe essere scelta al centro del terriforio
 cui possono meglio affluire, entro un raggio di 15 km., le uve dei
comuni di Solarussa, Zeddiani, Massama, San Vero. Baratili, Riola, Zerfalui,
Siamaggiore e Tramatza.
Vi verrebbe così ad essere interessata quasi integralmente la zona
tipica della Vernaccia con una produzione che attualmente si valuta sugli
8.000 hl. di vino circa.
In merito all’organizzazione dell’impresa, gravi appaiono le difficoltà
che si possono incontrare nella costituzione di una cooperativa, dato lo
scarso spirito associativo locale. Le preferenze vanno quindi verso forme
capitalistiche, le quali dovrebbero assicurarsi almeno una quota della
materia prima da vigneti propri e la restante quota attraverso contratti che
invogliassero i piccoli coltivatori a conferire il prodotto all’industria.
        <pb n="244" />
        258 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

Un’industria sana e vitale darebbe indubbiamente un impulso all’estendimento
 dei vigneti, produttori di Vernaccia, sui terreni più idonei a sviluppare
 le caratteristiche del vitigno.
La potenzialità iniziale in vasi vinari per il progettato stabilimento
dovrebbe aggirarsi sugli 8.000 hl. e il costo di impianto previsto oscillerebbe
attorno ai 40-50 milioni di lire, pari a circa L. 5-6.000 per hl. di capacità
di invaso.

Un altro distretto viticolo, che sta assumendo sempre maggiore importanza,
 è quello dell’Ogliastra, ove i comuni più interessanti dal punto di
vista enologico sono quelli di Jerzu, Lanusei, Barisardo, Usassai, Loceri,
Osini e Gairo; nella frazione Cardedu di questo comune un tempo funzionava
 una cantina sociale della capacità di 4.000 hl.; oggi vi è uno stabilimento
 privato di capacità press’a poco eguale nella frazione Pelau.
Nell’Ogliastra si coltiva quasi esclusivamente il vitigno Canonau, che dà
un vino rosso di delicatissimo profumo e di aroma particolare. La produzione
 attuale di questo vino si aggira attorno ai 50.000 hl.: una tecnica
raffinata potrebbe fare di esso un prodotto di alta qualità, esportabile anche
sui mercati più esigenti. In questa zona, specialmente nel tratto compreso
fra Jerzu e Barisardo, vi sono larghe estensioni di terreno suscettibili di
essere trasformate a vigneti di Canonau. Tutta la vinificazione viene ora
compiuta in piccole cantine aziendali: qui un impianto moderno potrebbe,
fin dall’inizio, assumere dimensioni maggiori che nella precedente zona.
Al fine di diminuire i costi di produzione e di sfruttare in un ciclo integrale
 la materia prima, sarebbe consigliabile di abbinare alla cantina un
impianto per l’estrazione dell’olio dai vinaccioli, dell’acido tartarico e derivati
 e per la distillazione delle vinacce. Naturalmente questi prodotti, di cui
la Sardegna è costretta ad importare dal continente un certo quantitativo
per i propri fabbisogni, dovrebbero essere confezionati con caratteristiche
qualitative ottime e a prezzi convenienti, quali solo si possono ottenere in
impianti altamente razionalizzati.

8. - L’indagine compiuta ha individuato i distretti viticoli dove, per
qualità delle uve, per insufficiente attrezzatura, per l’accertato incremento
della viticoltura, si riscontrano in maggior copia gli elementi di garanzia per
un efficiente sviluppo dell’industria enologica. Dall’indagine è risultato che
per la Puglia il problema del potenziamento del settore non si presenta tanto
sotto l’aspetto della creazione di nuove unità, quanto sotto l’aspetto di una
più efficiente organizzazione commerciale che sia in grado di consentire alla
notevole massa di vini pugliesi da pasto, già bene confezionati, di affermarsi
sui mercati. Per le altre regioni è apparso invece che, in numerose zone,
l’industria enologica è deficiente, non solo nel suo aspetto qualitativo, ma
addirittura nel suo aspetto quantitativo, perchè mancano spesso le attrezzature
 di vinificazione e di conservazione.
In ciascuna di dette zone potrebbero sorgere stabilimenti, la cui
potenzialità annua non dovrebbe però. almeno inizialmente, supe-
        <pb n="245" />
        XIX - RISULTATI DI UN'INDAGINE SULLE POSSIBILITÀ DI SVILUPPO, ECC. 259

rare i 10.000 hl; dimensioni maggiori non sarebbero consigliabili
sia per l’elevato costo di impianto che si renderebbe necessario
sia perchè, almeno in un primo momento, è bene non eccedere nella
programmazione dei rifornimenti di uva, per la loro onerosità, nel, caso
di impianti industriali che debbono acquistare la materia prima, o, nel caso
di impianti cooperativi o che lavorino per conto, per dare tempo all’iniziativa
 di conquistarsi la fiducia degli operatori della zona e, con essa, la
garanzia di adeguate e costanti consegne.
In tali zone il bisogno della creazione di moderne cantine è molto
sentito dai viticoltori, i quali però non hanno la possibilità di porvi rimedio
da soli con le proprie disponibilità finanziarie.
Tale stato di inerzia non può essere vinto che attraverso un organico
intervento dello Stato, specificatamente rivolto a promuovere e sostenere i
nuovi impianti.

TAB. 1. — COSTO DI PRODUZIONE DEL VINO.
(Lire correnti per q.le)

LIRCOSCRIZIONI

Settentrione .. .
Centro ....... |
Meridione .... |
[sole ......
[TALIA ... I

Costi della I Spese di
materia prima {a} vinificazione

Costi di
produzione

1939-40 | 1949-50 | 1939-40 | 1949-50 ! 1939-40 | 1949-50

".0F”

7.608
19
‘967
5.619

#

194!

4.920) 14'

624!

| SSA

Indici
(1939-40 = 1)

Costi Spese dij Costi di
della inifi d
nateria | Mica» produ
; zione zione
prima

47°

Fr

Rap-..:
 ‘porti tra
Indici oi indici:
gres, eos di
rodu-(1940=1)
 Pro ne
è) e prezzi
dei vini

2,1
1,8
2,5
12

Zi

17

(a) Al netto del valore dei sottoprodotti; (b) Sono stati assunti i prezzi del 1940 =1, riportati dall’Albertario e assumendo:
 per il Settentrione la media dei prezzi della Barbera, del Dolcetto; del comune di 1% a Pavia; del Sassella, del Friularo,
 del Bianco di pianura di Treviso; del comune da pasto a Verona; del comune di 1%, del Lambrusco-Sorbara, a Modena;
del comune superiore a Reggio Emilia; per il Centro la media dei prezzi del comune a Firenze; del Chianti classico, del comune
 a Pisa; del Chianti-Collina pisana; del comune dei Castelli Romani; per il Meridione la media dei prezzi del Gragnano
pregiato; del comune della zona Vesuviana; del rosso da taglio di Barletta; del comune a Potenza e del Nicastro; per le Isole,
la media dei prezzi del Mascali-Riposto, del rosso da taglio a Messina; del bianco da pasto a Trapani; del bianco del Campidano
 e della Malvasia a Cagliari.

I risultati di una recente indagine (1) sui costi di produzione del vino
hanno posto in evidenza la gravità della situazione economica e finanziaria
in cui si dibatte l’industria. Per meglio documentare il processo di crisi
verificatosi nel corso di questo ultimo periodo, ai costi della campa-(1)

 P. ALBErTARIO, Prospettive della viticoltura italiana, in «L'Italia agricola »,
n. 11, Roma 1951.
        <pb n="246" />
        260

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

gna 1949-1950 si sono comparati i costi rilevati da ur’indagine riguardante
 (1) la campagna 1939-1940.
Dai confronti, che la tab. 1 consente di fare, risulta che gl’indici delle
voci del passivo superano sistematicamente gl’indici dei prezzi dei vini, per
cui si spiega lo stato di disagio che gli operatori denunciano.
Tale stato di disagio determina un ristagno della iniziativa rivolta a
potenziare l’industria in questione: occorre perciò che un organico intervento
 creditizio, specificatamente indirizzato a sostenere il settore, sopperisca
 in parte al capitale occorrente ai nuovi impianti.
L’apporto di capitale privato — per quanto sia da auspicare che sia il
maggiore possibile anche perchè l’iniziativa non si ponga fin dai suoi inizi
in una posizione debitoria eccessivamente onerosa — non potrà essere che
limitato: e ciò specialmente se l’impresa è costituita da piccoli e medi
viticoltori riuniti, date le loro scarse disponibilità finanziarie.
Per consentire alle nuove iniziative di consolidarsi bisognerebbe che i
mutui fossero concessi con ammortamento trentennale, in analogia a quanto
già viene praticato per i mutui di miglioramento fondiario, e ad un tasso
non superiore al 4%. Inoltre dovrebbe essere evitato che le quote di ammortamento
 del mutuo, accumulandosi agli interessi, costituissero un onere
nel periodo dell’avviamento: a tal fine potrebbe stabilirsi che l’ammortamento
 dell’esposizione verso gli istituti finanziatori iniziasse con quote
uguali o progressivamente crescenti a partire non prima del quinto anno,
quando cioè l’azienda abbia consolidato la sua posizione economica (2).
Oltre a ciò si dovrebbero mantenere le particolari provvidenze, già
disposte dalla vigente legislazione (contributi statali a fondo perduto, concorso
 nel pagamento degli interessi nel caso di impianti a carattere aziendale
 e di cooperative agricole. garanzia statale agli istituti sui mutui concessi
 agli imprenditori meridionali) eventualmente anche in forma cumulativa,
 allorchè si volessero realizzare, attraverso l’intervento pubblico,
determinate finalità, quale ad esempio la costituzione di un forte complesso
cooperativo meridionale.
Vi sono infatti zone in cui l’iniziativa, che volesse costituire uno stabilimento
 per lavorare uve acquistate, non troverebbe sufficienti garanzie
per costituirsi: la resistenza del piccolo proprietario a cedere le uve a
terzi rende difficili per siffatti impianti i rifornimenti delle uve. In tali
zone, dove la proprietà privata, anche se piccola, è restia a chiudere la
propria cantina malamente attrezzata, la forma di impresa che può apparire
veramente risolutiva agli effetti di una radicale trasformazione dell’industria
 enologica è quella cooperativa.

(1) P. G. GarocLIO, 1 costi di produzione dell’uva, in «Tratto di enologia »,
vol. I, Roma 1941.
(2) Vedasi il cav. IV: Credito. ecc.
        <pb n="247" />
        XIX - RISULTATI DI UN'INDAGINE SULLE POSSIBILITÀ DI SVILUPPO, ECC. 261

Purtroppo però il movimento cooperativo stenta a farsi strada. La
prova di tale lentezza di realizzazioni è data dal confronto tra le due
consistenze, d’anteguerra e attuali. delle cantine sociali in attività:

TAB. 2. — CANTINE SOCIALI IN ATTIVITÀ NEL 1938 E NEL 1951

'IRCOSCRIZIONI

Settentrione ...
Centro .....
Meridione ...
Isole ...

ITALIA sissi ass a

[mpiantiì

17
.0

1938 (1)

Soci
n.

13.970
1.322
2.290
1.238

18.820

Capacità
degli
impianti
(1000 hi)

1.297
50
164
e

1 566

Impianti

i:

|

1951 (2)

Soci
n

Capacità
degli
impianti
(1000 hi)

(1) Dati desunti da: IsTAT, Annuario statistico dell’agricoltura italiana, Roma, 1940.
(2) Dati desunti da: G. FRIEDMAN. Le cantine sociali in Iialia, relazione all’Accademia italiana della vite e del vino
(tornata di ottobre, Asti) in « Asti », informazioni economiche a cura della C.C.I.A., n. 6, 1951. ] dati relativi al numero dei
soci ed alla capacità degli impianti non sono disponibili per il 1951.

Due sono gli ostacoli fondamentali che si sono finora opposti al moltiplicarsi
 di questa forma d’impresa, che pure in alcune zone dello stesso
Mezzogiorno ha dato buoni risultati; l’esasperato individualismo e la deficienza
 di capitali.
Non è questo il luogo per discutere sui rapporti di causalità che legano
tra di loro i due fattori sopra accennati: da un semplice punto di vista
improntato a praticità si può però affermare che, entro certi limiti, la risoluzione
 dell’uno comporta automaticamente o quasi la risoluzione dell’altro.
Poichè sul primo elemento di natura psicologica, gli interventi non sono nè
facilmente schematizzabili nè tanto meno attuabili con prospettive di risultati
 a tempi determinati, la strada che rimane aperta per dare incentivo al
sorgere di nuove cooperative nel Mezzogiorno appare quella di una politica
di assoluto favore verso le iniziative del genere.
Occorre soprattutto che le operazioni di credito vengano congegnate in
modo adeguato alla natura delle imprese cooperative, e in relazione a
rigorose garanzie di carattere tecnico e funzionale; la garanzia finanziaria,
invece, dovrebbe, in prevalente misura, essere assunta dallo Stato, il quale,
per assicurarsi che la destinazione del denaro pubblico vada ad iniziative
sane e sicuramente produttrici di reddito, dovrebbe subordinare il proprio
intervento all’impegno, da parte della cooperativa, di attenersi nell’impianto
        <pb n="248" />
        262 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

ad alcuni fondamentali canoni tecnici ed economici (1) — che, ad es., il
Comitato consultivo vitivinicolo costituito presso il Ministero dell’Agricoltura,
 potrebbe precisare, tenendo conto delle particolarità delle singole
zone viticole — e di affidare la direzione dello stabilimento a un tecnico di
provata capacità.
Infine, data la inevitabile sproporzione che sempre si manifesta tra i
fondi messi a disposizione dal Governo e i fabbisogni degli operatori, le provvidenze
 non dovrebbero venire diluite indiscriminatamente su tutto il territorio
 nazionale ma destinate — sia pure con l’intendimento di estenderle,
con successivi stanziamenti, ad altre zone — a determinati territori dove,
da un investimento massiccio nel settore allo studio, si potessero attendere
risultati a breve scadenza e decisivi per l’economia di quei distretti.
La scelta di una prima serie di zone suscettibili di sviluppo e meritevoli
di intervento potrebbe essere demandata allo stesso Comitato consultivo
vitivinicolo in sede ministeriale.
Ma sulla organizzazione cooperativa occorre ancora formulare una raccomandazione.
 Una volta riconosciuta l’indispensabilità della funzione delle
cantine sociali, è da tenere presente che non basta un semplice complesso di
norme agevolative di carattere finanziario per conseguire, nei luoghi e nella
misura voluta, la costituzione di tali complessi industriali. Occorre anche un
intervento diretto di propulsione che, oltre a svolgere un’azione di propaganda,
 adempia a tutta una serie di compiti di assistenza tecnica, nella
progettazione, nella esecuzione degli impianti, nell’acquisto delle attrezzature,
 nell’impostazione degli indirizzi produttivi, nonchè nell’espletamento
di tutti gli adempimenti e di tutte le pratiche che l’ingerenza dello Stato
nel campo economico comporta e, in genere, in tutti quei problemi, la cui
soluzione si presenta di solito di difficile raggiungimento con i soli mezzi
e con le sole forze a disposizione di un gruppo isolato di cooperatori.

(1) A titolo di orientamento si citano alcuni requisiti cui le cantine sociali dovrebbero
 corrispondere (Vedansi in « Informazioni Svimez » cit., le conclusioni del Comitato
Svimez per l’industria enologica).
« La Cantina sociale deve rappresentare nella plaga in cui sorge un progresso,
diversamente non ha ragione d’essere; deve nascere per spontanea volontà degli interessati;
 deve sorgere dove vi è forte eccedenza di produzione vinicola, prospettive di
incremento viticolo e insufficiente capacità ricettiva. delle cantine; deve obbligare gli
associati a portare alla cantina tutta l’uva prodotta, per evitare che essi vendano la
buona e consegnino la cattiva; deve assicurarsi un quantitativo minimo di uve da vinificare,
 da valutarsi intorno a 15 mila quintali, per poter sopportare le spese di gestione;
deve tenere un’amministrazione semplice, parsimoniosa, rigida, direttamente controllata
 dai soci per evitare che nascano sospetti tra di loro; deve provvedere alla costituzione
 di opportune riserve finanziarie; deve limitare la sua azione a vinificare nel
modo più razionale le uve e vendere all’ingrosso il vino, evitando tutte le forme di
commercio al dettaglio (spacci, agenzie, ecc.) perchè, caricare il nuovo organismo di
un complesso di spese di gestione e inserirlo in un campo, quale è quello commerciale,
difficile e poco conosciuto dagli agricoltori, costituisce un autentico pericolo per l’esito
dell’impresa, A tal riguardo si dovrà tener presente che in non lontano passato un
notevole numero di cantine sociali del Piemonte andò incontro a gravi insuccessi
precisamente perché volle esercitare un tale commercio »
        <pb n="249" />
        XIX - RISULTATI DI UN'INDAGINE SULLE POSSIBILITÀ DI SVILUPPO, ECC. 263

9. - Quando fossero risolti nel senso indicato i problemi relativi alle
cantine sociali, continuerebbero però a sussistere nel Mezzogiorno zone
ove non si riscontrano le condizioni rivelatrici del luogo economico per la
costituzione di imprese a forma cooperativa; il che può verificarsi in conseguenza
 della eccessiva frammentazione della proprietà; dell’assoluta deficienza
 di capitali; dell’incapacità, per i contadini, di addossarsi oltre ai rischi
della propria impresa rurale anche quelli di un’impresa di trasformazione,
della impossibilità di rintracciarvi tutti quegli altri elementi, che costituiscono
 la base di avviamento per la costituzione di un’industria da parte di
viticoltori associati.
In questi casi sarebbe per lo meno prematuro pensare che possa sorgere
la cooperativa: forma di impresa che potrebbe prospettarsi semmai in un
secondo tempo, quando interventi di altra natura avessero risollevato la
economia di quelle zone e rafforzati negli agricoltori quei fattori di carattere
 morale, oltrechè economico, indispensabili per fare loro assumere la
gestione dell’impresa.
E’ ben vero che tentativi fatti nel recente passato di un’attrezzatura a
carattere pubblico (enopoli) hanno sortito risultati negativi: ma si deve
riconoscere ad essi l’attenuante dell’intervenuta interferenza di fattori
legati al periodo di guerra e dell’errata impostazione, a carattere funzionaristico
 e burocratico, data alla gestione degli impianti.
L'istituzione degli enopoli avrebbe dovuto, essenzialmente, risolvere:
a) il problema del finanziamento dell’impianto, non risolvibile con
le disponibilità dei singoli nè con la loro capacità di garanzia di fronte ad
eventuali mutui;
b) il problema della gestione dell’impianto neppur esso risolvibile
con il solo concorso dei singoli impreparati tecnicamente ed amministrativamente.


Risolti quei due problemi, si sarebbero raggiunti i seguenti fini: sottrarre
i piccoli produttori alle forti oscillazioni dei prezzi e conseguentemente
alla speculazione; ridurre i costi della vinificazione delle uve; migliorare
il rendimento quantitativo; riunire le molteplici, piccole, difformi partite di
vino in masse tipiche, accrescendone il loro valore commerciale. Detti scopi
non furono raggiunti, per cui i problemi afferenti alla costituzione di
impianti di trasformazione in certe zone del Mezzogiorno permangono
tuttora insoluti, mentre se ne rende sempre più urgente la soluzione.
L’esistenza di situazioni, che, per l’azione di riforma fondiaria,
andranno ulteriormente estendendosi nel Mezzogiorno — dove la piccola
impresa non è in grado, per motivi di natura diversa, di creare impianti
cooperativi — fa pensare che l’intervento diretto di enti pubblici quali gli
enti di colonizzazione ed i consorzi di bonifica — cui dovrebbero essere concesse
 facoltà di iniziativa nel campo delle industrie agrarie più ampie di
quanto non siano loro concesse dai vigenti ordinamenti istitutivi — sia al
momento attuale l’unico modo per risolvere tali situazioni e per dare vita
ad un efficiente complesso industriale.
        <pb n="250" />
        KI

LINEAMENTI DI UNO SVILUPPO
DELL’INDUSTRIA DI VINIFICAZIONE E DI DISTILLAZIONE
NEL MEZZOGIORNO (*) i

1. - Il problema fondamentale dell’industria enologica nel Mezzogiorno
è quello di produrre vini di buona qualità per il largo consumo, pur non
dovendosi dimenticare le larghe possibilità che sono aperte, nel campo dei
vini speciali e di pregio, ad alcune zone viticole. Condizione necessaria ed
indispensabile al fine di garantirne il collocamento nelle correnti del
grande consumo è quella di predisporre partite massicce di vini, a caratteri
costanti, capaci di richiamare l’attenzione e il gusto del consumatore; il che
finora non è stato possibile ottenere se non attraverso tagli e manipolazioni
 varie, spesso compiute in zone molto lontane da quelle di origine,
poichè l’attrezzatura enologica è dispersa in una miriade di cantine di piccolissimo
 potenziale, antiquato e male in arnese.
Non è possibile indicare con cifre assolute quali converrebbe che fossero
le dimensioni minime dei nuovi impianti per il Mezzogiorno, poichè tali
dimensioni sono in funzione di una serie numerosa di fattori, diversi da
regione a regione e da zona a zona della stessa regione. Le condizioni della
viabilità, la struttura fondiaria, la forma dell’impresa della nuova cantina,
il tipo di vino che si vuole produrre, tanto per citare alcuni dei fattori più
evidenti, sono altrettanti elementi che influiscono direttamente sul dimensionamento
 degli stabilimenti. In linea di massima si potrebbe però auspicare
 che tali dimensioni non scendessero troppo al di sotto di un minimo di
almeno 10.000 ettolitri di capacità di invaso.
E’ evidente che l’elemento dimensionale presuppone come già risolto
il problema del rifornimento della materia prima; è da evitare infatti che
l’imprenditore non agricolo corra il rischio di non poter attivare nel corso
di qualche vendemmia il proprio impianto, perchè il costo delle uve non
gliene consente l’economica trasformazione: situazione che in questi anni si
è ripetuta numerose volte. Auspicabile sarebbe invece che le nuove imprese
impostassero la questione dei rifornimenti o attraverso l’impiego di materia
prima prodotta in aziende di proprietà — è il caso delle cantine apparte-*)

 Da: « Informazioni SviImez ». n. 68. del 20 aprile 1949.
        <pb n="251" />
        266 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

nenti a grandi aziende viticole o a cooperative di viticoltori — ovvero attraverso
 il cointeressamento all’impresa di agricoltori, di industriali e di commercianti.

Anche sotto questo aspetto, le cantine cooperative, rispetto alle quali
il problema dei rifornimenti si risolve automaticamente con l’atto costitutivo,
 presentano quel grande interesse che da più parti viene messo in
evidenza per il futuro assestamento dell’industria enologica del Mezzogiorno.
 .
L’aspetto del dimensionamento è richiamato anche dalle condizioni
relative alla convenienza di utilizzare i sottoprodotti della vinificazione.
I progressi compiuti dall’industria degli olii per vernici, con l’impiego degli
oli di vinaccioli, offrono una sicura base per l’assorbimento di questo sottoprodotto,
 per cui si può affermare che da un razionale sfruttamento di esso
potranno trarre beneficio l’industria enologica e l’industria di estrazione
degli olii, la quale potrà così impostare i propri piani di lavoro su una maggiore
 quota di materia prima nazionale, sicuramente reperibile.
FE’ evidente però che, fino a quando i vinaccioli saranno ripartiti, come
oggi avviene, tra un’infinita massa di piccole cantine, l’incidenza dei costi
di raccolta e di trasporto renderà, oltre che difficile, spesso antieconomico
l’ammassamento di tali semi: ecco perchè anche da questo punto di vista
appare auspicabile che le dimensioni dei nuovi impianti enologici non scendano
 oltre certi limiti.

2. - Non è questo il luogo per addentrarsi in una minuta disamina dell’attrezzatura
 specifica delle cantine: essa dovrà corrispondere a quei criteri
che gli studi più recenti hanno dimostrato essere confacenti alle condizioni
climatiche del Mezzogiorno e alle caratteristiche chimico-fisiche e microbiologiche
 delle uve.
Hanno assunto particolare importanza i vasi di fermentazione, per regolare
 questo importante processo che nella temperatura meridionale incontra
gravi difficoltà; altresì si’ vanno riconoscendo sempre più indispensabili i
complessi per la stabilizzazione dei vini mediante l’impiego del freddo e del
caldo. Si può affermare che nel Mezzogiorno non dovrebbe più sorgere
cantina che non fosse provvista dei fondamentali elementi sopra indicati.
Tali complessi constano essenzialmente di pastorizzatori e di refrigeratori
 per far subire al vino il trattamento di sterilizzazione termica, a 65°-70°
di calore, e di defecazione e detartarizzazione a temperature di 4°-5°
sotto zero. Detti macchinari, che in passato avevano dato luogo ad
inconvenienti perchè le smaltature adoperate, per rendere il materiale metallico
 inattaccabile dagli acidi del vino, si erano dimostrate di breve efficacia
 protettiva, oggi vengono costruiti con speciale acciaio inossidabile,
che non subisce alcuna azione corrosiva. Oltre all’acciaio inossidabile, va
prendendo piede anche l’uso di un tipo speciale di vetro il quale dà garanzie
maggiori dell’acciaio inossidabile; presenta però l’inconveniente della fragilità.
        <pb n="252" />
        XX - LINEAMENTI DI UNO SVILUPPO DELL'INDUSTRIA DI VINIFICAZIONE, ECC. 267

La nuova tecnica costruttiva di tali apparecchi ha risvegliato l’interesse
dei produttori vinicoli e nuove installazioni di stabilizzazione per cantine
di agricoltori e di industriali si vengono ora attuando (1).
Altro macchinario enologico, particolarmente richiesto in questi ultimi
tempi, è costituito dai filtri, la cui funzione completa quella della termorefrigerazione.
 I filtri più ricercati e diffusi sono quelli a pressione, a dischi
di tela, di cotone, di cartone pressato, a candele Chamberland ed ultimamente
 quelli ad amianto, già molto usati prima della guerra ma poi spariti
dal mercato perchè costituiti di materiale d’importazione.
L’industria meccanica italiana si è particolarmente specializzata e perfezionata
 nella fabbricazione di«svariati tipi di filtri e della minuta utensileria
 di cantina, riscuotendo la fiducia della clientela in Italia ed all’estero.
Le maggiori esigenze in fatto di attrezzatura le hanno quelle iniziative
orientate verso la produzione di vini di pregio, i quali richiedono anche un
razionale reparto per l’invecchiamento ed una moderna linea per l’imbottigliamento
 e il confezionamento delle partite da inviare sui mercati lontani.
Le norme disciplinatrici che stanno per essere emanate in materia di
vini pregiati di determinata origine serviranno anche a richiamare l’attenzione
 degli interessati sui criteri produttivistici che meglio si confanno
a tali tipi di vino. Si dovrà pertanto considerare attentamente se i programmi
 di eventuali nuove iniziative in questo particolare campo diano
garanzie di potersi conformare strettamente alla disciplina che la legislazione
 sta per fissare.

3. - Un importante aspetto che l’enologia del Mezzogiorno presenta
riguarda i vini da taglio. Occorre a questo proposito sfatare il pregiudizio
che i vini da taglio costituiscano una situazione anomala dell’enologia meridionale.
 Sono viceversa da ritenere come una produzione tipica, la quale
ha profonde ragioni di essere non solo perchè è la risultante dell’intrinseca
qualità dei vitigni allevati nelle caratteristiche condizioni ambientali di
quelle contrade — qualità su cui non è praticamente possibile interferire
oltre un certo limite — ma anche perchè la produzione dei vini da taglio
e mezzo taglio trova ormai da tempo nel complesso vinicolo nazionale il
suo naturale luogo economico e tecnico di intervento per armonizzare le
grandi masse di vino prodotte in altre regioni, dove le condizioni d’ambiente
non sono tali da consentire ai vitigni di elaborare, nei loro specifici requisiti,
quegli elementi di cui sono ricche le uve del Sud. E’ anzi, a questo proposito,
 da rilevare come l’attuale tendenza — non approvabile ma che tuttavia
è in atto in molte regioni d’Italia — ad estendere il vigneto nelle zone di

(1) Un’attrezzatura di stabilizzazione, capace di soddisfare al ciclo necessario del
trattamento caldo-freddo, rappresenta un immobilizzo piuttosto notevole. Il tipo più
ridotto non può scendere al disotto di una potenzialità di hl. 75 di vino termorefrigerato
nelle 24 ore, e nel suo complesso, con le annesse vasche coibenti per la giacenza del
vino trattato, veniva a costare, nel 1947, intorno a 2 milioni di lire.
        <pb n="253" />
        268

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

pianura, per il minor costo d’impianto che quivi esso richiede a differenza
delle tradizionali zone collinari, porterà sempre più sui mercati una massa
di vino abbisognevole di tagli e di successive manipolazioni.
Quanto detto a proposito dei vini per il consumo comune può ritenersi
valido anche per i vini da taglio. Si tratta in sostanza di omogeneizzare le
partite e stabilizzarne i caratteri che invece mutano con non rara frequenza
da un’annata all’altra e da una località all’altra, spesso anche molto vicine.
Ciò comporta evidentemente una incostanza delle valutazioni mercantili,
che di frequente rimangono affette da giudizi di arbitrio a tutto scapito dei
produttori del Mezzogiorno.
Poichè in alcune zone, specialmente in Puglia, già si producono vini da
taglio ben caratterizzati occorre in questi casi tenere conto non solo delle
iniziative a carattere strettamente industriale (cantine di produzione) ma
anche delle iniziative a carattere commerciale (cantine di smistamento) il cui
compito fondamentale consiste nel formare, attraverso manipolazioni delle
diverse partite di vino acquistate, una massa sufficientemente grande di
prodotto a caratteri ben definiti e stabili e quindi sicuramente apprezzabile
nel suo giusto valore economico.
Cantine di questo genere esistono già numerose in Puglia; anche in
Campania e in Sicilia ve ne sono alcune, mentre mancano quasi completamente
 in Calabria, in Basilicata, in Abruzzo e in Sardegna.
Le dimensioni di queste cantine dovranno indubbiamente essere molto
maggiori di quelle precedentemente indicate, appunto perchè il loro scopo
è quello di compiere un ammassamento di prodotto. i
Dato che questi impianti, sebbene a carattere commerciale, debbono
essere in grado di eseguire alcune operazioni di vera e propria vinificazione,
specie quando vengono acquistati i mosti anzichè i vini — fermentazione,
filtrazione, decantazione, stabilizzazione — si ritiene, dal momento che ciò
contribuisce a perfezionare i prodotti del Mezzogiorno e a tonificare la situazione
 economica, che possa ad essi essere pienamente riconosciuto il carattere
 di impianto industriale qual’è richiesto dalle recenti leggi per l’industrializzazione.


4. - Un breve cenno merita l’industria liquoristica che nel Mezzogiorno
è presente anche con alcune imprese (in Abruzzo, in Campania) che da
tempo si sono assicurato largo successo sui mercati. Vi si producono
 liquori con requisiti qualitativi non confondibili e difficilmente
imitabili; la flora aromatica e la produzione frutticola meridionale possono
offrire ancora altre possibilità perchè iniziative analoghe alle precedenti
possano essere sviluppate con prospettive di favore.
Til complesso liquoristico meridionale, all’epoca del Censimento industriale,
 rappresentava appena il 12,0% come numero di impianti su quelli
censiti in tutta Italia che erano 917 e il 5,3% come produzione di alcoolici
che fu pari a 128.367 hl. Le maggiori produzioni vennero registrate in Campania
 (3.835 hl.) e in Abruzzo (1.073 hl1.); ciascuna delle altre regioni non
arrivò singolarmente al migliaio di ettolitri.
        <pb n="254" />
        XX - LINEAMENTI DI UNO SVILUPPO DELL'INDUSTRIA DI VINIFICAZIONE, ECC. 269

E’ interessante ancora notare che sul complesso di 110 stabilimenti
esistenti nel Sud soltanto uno denunciò per il 1936 una produzione superiore
ai 1.000 hl., mentre tutti gli altri rientrarono nelle diverse classi di produzione
 inferiore ai 500 hl.
Nel periodo dell’occupazione alleata e di separazione dal Nord, dove
sono accentrate le maggiori fabbriche italiane di liquori, nel Mezzogiorno
è pullulata una miriade di piccole imprese liquoristiche, le quali non si
sono preoccupate di legare i propri prodotti a determinate caratteristiche e
nemmeno di affinarli.
Il destino di queste iniziative è quello di scomparire, come del resto sta
già avvenendo o è già avvenuto per una gran parte di esse in questi ultimi
anni.
Saranno invece da tenere in attenta considerazione quelle imprese la
cui produzione trova garanzia di smercio nel suo alto tenore qualitativo e
nella sua specificità, ben individuata, di gusto e di aroma.

5. - Con l’industria liquoristica da un lato e con quella vinicola dall’altro
 è legata l’industria della distillazione dei vini e delle vinacce.
E’ questo un settore che nel Mezzogiorno ha antiche tradizioni, relative
purtroppo però a fattori negativi della produzione vinicola, parte della
quale quasi ogni anno va alle distillerie per difetto di buona preparazione
e conservazione. Questa industria si attarda ancora in forme antiquate ed è
soggetta a crisi ricorrenti per la incostanza dei rifornimenti di materia
prima, in relazione al diverso andamento delle vendemmie e del mercato
e per la concorrenza dell’alcool prodotto con materie prime di minor costo.
Il complesso industriale meridionale comprendeva nel 1936, 228 impianti
in cui furono prodotti 139.489 ettanidri di alcool pari al 51.8% della produzione
 nazionale (1).
+. maggiori stabilimenti erano quelli dislocati in provincia di Bari
(20.000 ettanidri prodotti) e di Taranto (30.000 ettanidri): seguivano quelli
di Napoli (8.500 ettanidri) e di Lecce (6.000). La restante produzione venne
distillata per 39.000 ettanidri circa in 17 impianti che lavorarono dai 1.000 ai
5.000 ettanidri e per 36.000 ettanidri in 207 esercizi minori.
Furono trasformati nel Mezzogiorno 1.652.190 hl. di vini e vinelli,
[1.059.761 q.li di vinacce, 22.279 q.li di frutta: la Puglia fornì il 53,8% delle
vinacce e, insieme con la Campania, l’87% dei vini; la Sicilia il 17,1% delle
vinacce e l’11,3% dei vini.

(1) E’ da tenere presente che l’annata del Censimento coincise con quella della
applicazione della nuova disciplina fiscale che spronò la produzione dell’alcole da
destinarsi ad. uso carburante. Dai 450.000 ettanidri del triennio 1930-33 si’ salì così a
1.095.494 ettanidri nel 1936 e a 960.486 ettanidri nel 1937. Il solo alcool di seconda
categoria (prodotto da vino, vinacce e frutta) salì per gli stessi motivi da 98.000 ettanidri
a 250.000 ettanidri circa.
il consumo di alcole etilico in Italia venne calcolato per il biennio 1936-37 così
ripartito: per usi commestibili, farmaceutici, profumieri e per gli acetifici 75-90.000
ettanidri; per riscaldamento, illuminazione e in genere usi industriali 320-380.000 ettanidri;
 per carburante 500-600.000 ett&amp;gt;nidri.
        <pb n="255" />
        270 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE TERZA

Questo settore, costretto a vivere sotto larga protezione che lo difenda
dall’alcole di melasso, va ricercando nell’impiego dei sottoprodotti il mezzo
per diminuire il costo di produzione dei prodotti principali.
In sempre più intenso impiego delle vinacce può apparire sotto molti
aspetti conveniente, ricordando che esse, a differenza dei vini, non risentono
che in scarsa misura dell’andamento del mercato e possono così assicurare
un più costante rifornimento di materia prima all’industria trasformatrice
 (1). Si tenga in proposito presente che la produzione di vinaccia nel
Mezzogiorno è stata calcolata in circa 3 milioni di quintali.
L’aspetto del dimensionamento dell’impianto assume nel caso delle
distillerie importanza particolare: probabilmente è valido per questa industria,
 come per altre connesse con l’agricoltura, l’orientamento a costituire
 in unico complesso le varie sezioni, che oggi lavorano, in imprese tra
loro indipendenti, il prodotto principale e i relativi sottoprodotti.
Si potrebbe anche pensare alla creazione di una rete di unità minori,
dislocate nel cuore delle zone di raccolta e attrezzate per la produzione di
semilavorati (borlande, vinaccioli, tartrati grezzi), che tali unità convoglierebbero
 poi, con minori costi di trasporto, ad alcuni grandi stabilimenti
centrali per le successive lavorazioni.
Sul settore della distilleria gravano oggi incognite la cui soluzione non
è facile prevedere. E’ però certo che questa industria ha da affrontare problemi
 tecnici di ammodernamento per mettersi in grado di produrre ai minimi
 costi possibili.
Se poi si potesse fare affidamento su un rinnovamento di struttura della
industria vinicola che, concentrandosi in unità di mole maggiore delle
attuali, facilitasse la raccolta dei sottoprodotti, si potrebbero aprire anche
per nuove imprese di distillazione prospettive di non trascurabile interesse.

(1) Si noti la maggiore costanza dei rifornimenti di vinaccia rispetto alle altre
materie nel periodo sottoindicato (Vedasi: P. G. GarocLIo, Trattato di enologia. Roma 1941).

Materie prime impiegate nella distillazione

Quantitativi medi per i singoli periodi

Periodi

1923-1938

1923-1926 .
1926-1929
1929-1932
1933-1935
1936-1938 .

Vin
hl
522 000

247.521
29.152
323.672
323.945
1.486.080

indici
1000

47,4
5,6
62,0
100,4
284.6

gli
817.87:

Vinaccia ;
Fndici
NN

Altre materie
gli Indici
29.578 100.0

1.986.583 109,3 89.851
[.977.081 108,8 106.121
1.941.579 106,8 114.404
1.574.177 86,6 94.491
1.609.945 88.6 243.023

69,3
81,9
88,3
72,9
187.5
        <pb n="256" />
        PARTE QUARTA

APPUNTI SU ALTRE INDUSTRIE AGRARIE
        <pb n="257" />
        XxX W]

PROSPETTIVE DI SVILUPPO DELLE INDUSTRIE
TRASFORMATRICI DEI PRODOTTI DELL’ALLEVAMENTO

1. - Lo sforzo compiuto dalle popolazioni meridionali, per trarre dalla
terra il massimo beneficio, si è realizzato principalmente per mezzo della coltura
 arborea; il vigneto, l’oliveto e il frutteto caratterizzano, insieme alle
poche oasi irrigue, ove peraltro l’albero riappare spesso sotto la specie dell’agrume,
 le zone intensive; al di fuori di esse il territorio mantiene molti
caratteri dell’antico latifondo a denuncia, con tutti i mali dell’estensività
colturale, la presenza di un problema ancora insoluto.
Se si osserva la composizione media della produzione agricolo-forestale
del Mezzogiorno, si vede come l’apporto più carente sia quello degli allevamenti
 zootecnici.
L’albero, che da solo fornisce sull’ettaro di superficie produttiva meridionale
 un terzo del valore del raccolto, non riesce però a colmare il divario
esistente tra le produzioni unitarie delle due circoscrizioni; gli indici
che caratterizzano gli apporti dei cereali e del bestiame, oltre a stabilire
i punti in cui operare l’intervento, sottolineano la correlazione esistente tra
coltura cerealicola e coltura foraggera, confermando ancora una volta come
la produttività della prima sia strettamente subordinata al potenziamento
del patrimonio zootecnico.
Il legame che deve esistere nell’azienda agricola tra coltivazioni ed
allevamenti, nel Mezzogiorno non è ancora saldato e pertanto si pone
l’urgenza di dare ai nuovi territori, che la bonifica sta redimendo, una solida
base foraggera.
La sua attuale mancanza porta come conseguenza un basso carico di
bestiame per ettaro, basse rese unitarie dei raccolti, la prevalenza nei seminativi
 dei cereali su tutte le altre colture, la diffusione dei riposi, e, ancora,
un basso grado di meccanizzazione, lavorazioni del terreno imperfette,
concimazione letamica deficiente, il progressivo depauperamento dei campi,
per il mancato reintegro della fertilità attraverso rotazioni più equilibrate.
Per aprire vie nuove all’agricoltura meridionale soccorrono elementi
tecnici e scientifici, che in passato non erano ancora stati acquisiti: mezzi
di ricerca, dì captazione e di governo delle acque, potenti strumenti meccanici
 per la lavorazione dei terreni, varietà di sementi selezionate in relazione
 alle caratteristiche climatiche e pedologiche degli ambienti meri-
        <pb n="258" />
        274

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

dionali, moderne vedute profilattiche e terapeutiche per la salvaguardia
del patrimonio zootecnico, nuovi principi per la conservazione e la valorizzazione
 dei foraggi e per la razionale alimentazione del bestiame.

TAB. 1. — VALORI UNITARI E COMPOSIZIONE DELLA PRODUZIONE
AGRICOLO-FORESTALE *.
(Lire 1938)

CIRCOSCRIZIONI

Nord ... esse eee

Nord esa a

Sud ....

1936-39 cea
1948-51

VALORI UNITARI, PER ETTARO DI SUPERFICIE
PRODUTTIVA, DELLA PRODUZIONE

COMPOSIZIONE PERCENTUALE
DEL VALORE DELLA PRODUZIONE

altre | It | altre It
Îture| colture alleva-| , | . |colture|©°!ture) alleva. .
totale | cereali erba: | arbo- free. boschi |totale |cereali | rba- | arbo- | menti | POSchi
E” cee ' ree

(media del quadriennio 1936-39)
1.859] 624] 219) 297] 650 69] 100) 33,5] 11,8] 16,0] 35,0] 3,7
Lau i mi il sa ad so si ai sr a. 2,4
(media del quadriennio 1948-51) .
1.850] 588} 234] 338] 615 75] 100) 31,8] 12,6] 18,3) 33,2} 4,1
n nl sa se anal oso) i ” a anal i sl 3,1

Numeri indici
(Nord = 100)
76) 1 n
71° s4l 101 147

% spettante al Mezzogiorno
(produzione italiana = 100)
I 49|| 35,8 n 49,1] 52,2 n 26,7
11 ssi 24 si 28.6| 42.9 co.) 23,1| 28.6

* Vedasi: INFORMAZIONI SVIMEZ, Il valore della produzione agricolo-forestale del Mezzogiorno, n. 38-39, Roma 1952.

Pur riconoscendo quelle che sono le differenze ambientali tra le due
grandi circoscrizioni italiane, occorre vedere nella tecnica lo strumento
che rende possibile la massima utilizzazione dei terreni disponibili, anche
di quelli che in passato venivano considerati marginali (1), in quanto che
esso, modificandone la originaria struttura produttiva, ne modifica anche la
posizione economica.
L’attuale stato di inferiorità dell’agricoltura meridionale appare quindi
non più legato a negatività ambientali insopprimibili ma modificabili attraverso
 un adeguato sforzo organizzativo ed un energico intervento di processi
tecnici moderni (2).

(1) Vedasi: Sulle insufficienze dell’agricoltura, in «Mondo Economico » del
18 aprile 1953.
(2) Vedasi: N. MAzzoccHI ALEMANNI, La depressione meridionale e la Cassa per il
Mezzogiorno, in vol.: Problemi dell’agricoltura meridionale. Roma 1953.
        <pb n="259" />
        XXI - PROSPETTIVE DI SVILUPPO DELLE INDUSTRIE TRASFORMATRICI, ECC. 275

L’inserimento di una solida base foraggera nell’agricoltura meridionale
può venire considerato, da quest’ultimo punto di vista, uno degli elementi
fondamentali dell’intervento, così come, per le ragioni prima dette, esso
costituisce la meta finale che deve condizionare e caratterizzare l’azione di
bonifica dei prossimi anni.

2. - A convalidare la tesi del possibile rinnovamento agricolo del Mezzogiorno,
 mediante l’estendimento del prato in rotazione ed il miglioramento
 dei pascoli montani, concorrono, insieme con la accertata disponibilità
 di sicuri strumenti di intervento, alcuni indici che stanno a dimostrare
 come già la realtà agricola stia evolvendosi in tale senso. Si tratta
di primi accenni, ancora incapaci di influenzare, come si è visto, la tradizionale
 fisionomia produttiva, ma già in grado di assumere un chiaro
significato di sintomi di una situazione in movimento.

TAB. 2. — SITUAZIONE DEGLI ALLEVAMENTI *.
(Migliaia di capi)

L_IRCOSCRIZIONI

Nord .....

sud ..

Nord ....
Sud ..

Nord .... il
Sud ....

Peso vivo
(complessivo)

BovInI

ali per ha. ì
(migliaia) q.li Il a | di cui
pi vacche

OVINI | SUINI |, EQuInI | CaArrINI

(anno 1930)
33.185 3,08 5.779 2.913 3.904 2.480 990 358
|
10.882 1,23 988 433 6.137 726 1.273 1.476
'

ST:
12.402|

(anno 1950)
6.759; 3.177 a ao I 535
3, 305) 615] 6.764 986! 1.190| 1.891

‘Indici: anno 920 100}
2 a 149
136 93, 128

&amp;gt;

‘ne

" Per dati più di dettaglio vedasi: INFORMAZIONI SvIMEZ, Patrimonio zootecnico dal 1908 al 1950, n. 13-14, Roma 1952.
"* Per ettaro di superficie produttiva, esclusi i boschi e le colture legnose specializzate.

Pure attraverso la guerra e le distruzioni da essa arrecate, il patrimonio
 zootecnico meridiorale segna un indice di ripresa e di incremento; i
bovini, in un ventennio, sono aumentati di 300 mila unità di cui il 58% circa
rappresentato da vacche, gli ovini e i caprini di più di un milione di unità,
i suini di 260 mila unità.
        <pb n="260" />
        276

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

Il decremento segnato dagli equini, cui si accompagna di pari passo la
tendenza al cambiamento di composizione della stalla bovina, in cui le
vacche vanno prendendo il posto dei buoi, denuncia i primi effetti della
meccanizzazione in atto nell’agricoltura meridionale, dove il trattore sta
gradualmente prendendo possesso anche di ambienti rimastigli a lungo
preclusi.
Così, il concomitante sviluppo dei due allevamenti, bovino ed ovino, un
tempo ritenuti antitetici, mette in evidenza che la bonifica, pur avendo
acquisito alle semine molti terreni già adibiti al pascolo delle pecore, è
riuscita tuttavia a mantenere alle greggi la necessaria razione foraggera e
ad alimentare, su un territorio più ristretto ma a più intensa produzione, un
maggiore numero di capi.

TAB. 3. — SITUAZIONE DI ALCUNI PRODOTTI DELL'ALLEVAMENTO MERIDIONALE.
(Produzione vendibile) (1)

PRODUZIONE
DI LATTE *
(migliaia di a.li)

DESTINAZIONE pa PRODRUZIONE
LATTE PRODOTTO DI CARNE
(migliaia di q.li) ' (migliaia di q.li)

DISPONIBILITÀ PER ABITANTE
{ke.)

ANNI

1936-39 siii
LO40 era ae aa oa eni a
1950 a

1951

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1050 ssa SER RR
1951 ...

in com- lai cui di] al con- | alla traplesso
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in com- | di cui
plesso bovina

7.391] 3.838 2.764) ** 4.627) 2.571!
8.428 4.143 2.681 5.748 vo)
9.044 4.452 2.745 6.299 ?
9.118 4.417 2,713 6.405 2.991]

884)
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1 942]!

Ind = 1926-20

10

| i latte | | carne
atte | vaccino | carne bovina

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26) 17,1 5,8
24) 15,4 5,1
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25 1782 11

LP

‘|

24]

LA

on

22

(1) I dati sono desunti da: INFA, Annuario dell’agricoltura italiana, Voll. III, V, VI; da IstAT, Censimento industriale 1937,
« L’industria del latte e dei prodotti derivati », Roma, 1939; da INFORMAZIONI SVIMEZ, La produzione e il consumo del latte nel
Mezzogiorno, n. 52-53, Roma ,1952.
* Al netto del latte destinato all’alimentazione dei redi.
** Il dato è quello rilevato dal Censimento industriale 1937 (Vedasi nota alla Tab. 4); per differenza, dalla produzione
vendibile complessiva si è ottenuto il dato del quantitativo di latte passato al consumo diretto.

Gli effetti dell’aumentato carico di bestiame per ettaro di superficie produttiva
 appaiono allorchè si consideri la situazione dei principali prodotti
zootecnici; l’incremento, tra il 1936 e il 1951, nelle disponibilità di latte
e di carne conferma l’esistenza di nuovi orientamenti, nell’allevamento
meridionale, tendenti a sviluppare nelle singole specie animali le attitudini
a fornire prodotti alimentari al posto delle attitudini, un tempo ricercate,
a sviluppare forza motrice.
        <pb n="261" />
        XXI - PROSPETTIVE DI SVILUPPO DELLE INDUSTRIE TRASFORMATRICI, ECC. 277

i fatti accennati danno a tutti gli indici esposti un significato strutturale
che permane anche all’infuori di ogni contingente influenza di mercato.
L’agricoltura meridionale è infatti fatalmente portata a rivedere le proprie
 posizioni, per informarle ad una più moderna condotta agronomica, imposta
 dalle crescenti necessità alimentari del Paese. Se a tale tendenza
soccorreranno una azione di sostegno, di stimolo e di orientamento e l’assicurazione
 di una stabile politica dei prezzi (1), si può ritenere che gli incrementi,
 verificatisi durante il periodo considerato nella consistenza del
patrimonio zootecnico, continueranno a moltiplicarsi, per raggiungere
— come alcune situazioni, per ora localizzate, dimostrano possibile —
livelli unitari sempre meno discosti da quelli raggiunti dal Nord.
A loro volta, crescenti quantitativi di carne e latte, propongono un processo
 di industrializzazione in quei settori che di essi si alimentano per
fare sì che le nuove disponibilità trovino sbocchi adeguati e pronti a riceverle
 e capaci a loro volta di agire quali fattori di ulteriore espansione
produttiva.

A questo riguardo, tra i vari settori interessati, il primo ad essere
investito dai problemi di una revisione di fondo e di un potenziamento delle
proprie attrezzature e dei criteri imprenditoriali finora seguiti sarà quello
lattiero-caseario; e ciò perchè esso, tra le industrie trasformatrici dei
prodotti animali, è quello che ha già raggiunto la maggiore consistenza sia
come numero di unità sia come numero di addetti (2) e inoltre perchè la
materia prima da trasformare sarà per esso sempre disponibile in misura
molto maggiore di quanto potrà esserlo la carne per le industrie delle conserve
 animali.
Se infatti, attraverso una attiva politica di investimenti, si riuscirà ad
aumentare il potere di acquisto delle popolazioni meridionali e quindi a
migliorarne la dieta, c’è da ritenere che tale miglioramento avverrà, per
quanto concerne la carne, soprattutto attraverso un maggiore consumo diretto
 di prodotto fresco.
D’altra parte, anche gli indirizzi produttivi che stanno per essere dati
alle nuove zone sottoposte a bonifica non potranno non tener conto, nell’impostare
 i programmi di sviluppo zootecnico, della peculiare necessità che
specie le aziende contadine hanno di poter disporre di circolante nel corso
dell’anno, con cui provvedere alle spese correnti di gestione: a questo scopo
la vendita giornaliera del latte potrebbe essere un fattore determinante
anche in quell’azione che gli enti di riforma stanno tentando per disimpegnare
 il contadino meridionale dagli oneri di interessi passivi, che oggi lo
gravano per tutto il periodo intercorrente tra due raccolti cerealicoli. Non
altrettanta efficacia allo scopo suddetto avrebbe l’allevamento indirizzato

(1) Vedasi: P. ALBErTARIO, La produzione della carne bovina in Italia, in « Atti
del Convegno nazionale sui problemi attuali della produzione della carne », Bologna 1952;
vedasi anche la mozione conclusiva, redatta dello stesso A., al Convegno nazionale
lattiero-caseario, Lodi 1952.
(2) Vedasi tab. 1 del cap. II: La struttura delle industrie agrarie.
        <pb n="262" />
        278 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

alla produzione carnea, il cui realizzo è, per forza di cose, concentrato in
tempi molto distanziati tra di loro.
Per i motivi suddetti, anche se in ultima analisi, come avvertono gli
esperti, il nuovo quadro zootecnico del Mezzogiorno risulterà informato ad
una varietà di indirizzi legati alle diverse condizioni di ambiente, in cui
si dovrà operare, i nuclei di bestiame da latte avranno sicuramente un intenso
 sviluppo nel prossimo futuro; attorno ad essi potrà consolidarsi l’industria
 di trasformazione, sia potenziando le unità già esistenti, sia creandone
 di nuove, nei molteplici tipi che la moderna tecnica suggerisce per le
più svariate utilizzazioni, cui il latte si presta.

3. - In tali previsioni, che la documentata tendenza evolutiva nel settore
 zootecnico giustifica, riesce interessante uno sguardo retrospettivo alla
situazione dell’industria lattiero-casearia meridionale, quale risultava alla
data del Censimento industriale prebellico. I dati dell’indagine allora compiuta
 costituiscono ancora ora un documento fondamentale, in quanto che il
Censimento del 1937 ha rilevato tutte indistintamente le unità che praticavano
 a quell’epoca la lavorazione del latte, prescindendo dalla entità della
materia prima impiegata, dai modi di acquisizione, dalla qualità delle
attrezzature e dai tipi di prodotto ottenuti (1).
Nel] 1937 risultavano nel Mezzogiorno 253.278 centri di lavorazione del
latte: di essi però soltanto 1.741 erano attrezzati con locali e macchinari
appositi mentre in 238.518 la lavorazione «veniva praticata in locali
di uso comune ad altri servizi e con dotazioni specifiche nulle o di
modestissimo rilievo » (2); altri 13.019 centri di lavorazione erano annessi
ad aziende zootecniche transumanti, « la cui produzione di latte veniva
lavorata in aperta campagna o in locali rudimentali, con un’attrezzatura
per lo più addirittura primitiva » (3).
Dei 1.741 esercizi appositamente attrezzati per le varie lavorazioni del
latte e dei suoi derivati, 1.212 erano caseifici 0, ma in misura modestissima,
burrifici o impianti per produzioni diverse; 473 erano magazzini per la
salagione e la stagionatura dei formaggi e 56 erano impianti per la produzione
 di latte alimentare. Tra questi ultimi, le centrali del latte vere e proprie
 non erano che poche unità (4); altri erano semplici centri di raccolta
in cui le operazioni principali consistevano nella filtrazione e refrigerazione
€ solo in qualche caso nella pastorizzazione — nel 1950 di tali centri ne risul-(1)

 Il Censimento del 1951, di cui peraltro non si conoscono. ancora i risultati, si è
limitato invece a rilevare, oltre alle latterie sociali e turnarie, solo le unità che lavorano
latte acquistato, esclusivamente o in misura non inferiore al 60% della quantità complessivamente
 lavorata nel 1950.
(2) Il Censimento ha chiamato queste unità « casalinghe » e le altre « industriali ».
(3) Istat, Censimento Industriale 1937: L’industria della lavorazione del latte
e dei prodotti derivati, Monografia n. 3 a cura di P. Albertario, Roma 1939.
(4) Nel 1950, le centrali del latte del Mezzogiorno erano quattro: Campobasso,
Napoli, Salerno e Battipaglia. Vedasi: ALTO COMMISSARIATO DELL’ALIMENTAZIONE, L’approvvigionamento
 del latte alimentare vaccino nelle provincie della Repubblica, in « Il mondo
del latte ». n. 6. 10. 11. Milano 1950.
        <pb n="263" />
        XXI - PROSPETTIVE DI SVILUPPO DELLE INDUSTRIE TRASFORMATRICI, ECC. 279

tavano attivi 15 nel Molise, 10 in Campania, 2 in Basilicata, 1 in Sardegna e
nessuno in Abruzzo, in Puglia, in Calabria e in Sicilia —; altri ancora, comei
39 esercizi censiti nel 1937 in Sardegna, erano collegati a negozi di vendita
al dettaglio e dediti, in prevalenza, alla produzione di joghourt; i 39 esercizi
sardi ne produssero q.li 155 lavorando, in complesso, appena hl 412 di latte.

TAB. 4. — SITUAZIONE DELL'INDUSTRIA LATTIERO-CASEARIA NEL 1937 *.

J i z

DOTATI DI LOCALI |Nox DOTATI DI LOCALI =] ANNESSI AD AZIENDE ] I
\ ATTREZZATURE APPOSITE | ATTREZZATURE APPOSITE TRANSUMANTI N COMPLESSO

CIRCOSCRIZIONI

Abruzzi e Molise .
Campania .......
Puglia co
Basilicata .......
E
Sicilia, sssssssiosa
Sardegna ........|
Mezzogiorno ni
Nord
[TALIA .... 0.

quantità di
latte lavorato

quantità di
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latte
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di hl. in
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 | rato
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di bl. | complesso

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105 170 i
237 568 a
718] 1.018| 76,2

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16.937) 26.016 89,6] s95.240| 2.692] 9,3

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18.303)

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‘latte lavorato

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6,0) 30.907
6,9) 18.591
15,1) 16.980
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3. 26.352)

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511

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2.5) 610.758

quantità di
latte lavorato

migliaia
| terridi
 hl. ,
toriali

%

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354

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633]
548
159
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1.111
1.336)

1,0
3,3
40

4.480]

13,4
86,6

29.049]

33.529] 100.0

* Da: Istat, Annuario statistico dell’agricoltura italiana 1936-38, Roma 1940. La fonte citata (pag. 388) consentirebbe
di dedurre che il latte lavorato nel 1937 è stato pari al quantitativo riportato nella tabella; di tale quantitativo, 2.716 migliaia
di ettolitri sarebbero stati impiegati per la produzione di latte alimentare sicchè il quantitativo di latte passato alla trasfornazione
 industriale per la produzione di derivati risulterebbe pari a 30,813 migliaia di ettolitri (4.293 migliaia nel Mezzogiorno)
I dati dell’ALBERTARIO (Monografia cit.) differiscono da quelli sopra riferiti in quanto che danno un quantitativo di latte destiaato
 alla produzione di derivati pari ad hl 26.212 migliaia (per il Mezzogiorno hl 2,660 migliaia). Il divario per la circoscrizione
meridionale è assai forte, come si vede. L’aspetto di maggiore attendibilità che i valori della tabella assumono, rispetto a quelli
della Monografia, allorchè vengono messi a confronto con i valori accertati per il triennio 1949-51 (vedasi tab. 3) ci hanno
indotto ad interpretare i dati dell’Annuario nel modo esposto nella tabella. Gli indici di incremento del patrimonio zootecnico
è dei prodotti dell’allevamento riportati nelle tabelle 2 e 3 non giustificherebbero infatti un indice per il 1949 pari a 209, quale
risulterebbe se per il 1937 si assumesse un quantitativo di latte trasformato pari soltanto ad hl 2.660 migliaia (q.li 2.748 miliaia).

: draltra parte, è tutt’altro che azzardato pensare che, alla luce delle nuove indagini condotte dall’IsSTAT sulla produzione
lattiera nel dopoguerra, i dati del Censimento siano in difetto molto maggiore di quanto non potesse apparire all’epoca in cui
lu redatta la Monografia citata (vedasi in proposito quanto è detto al cap. V, p. 75 e 76).
Naturalmente, la rettifica ai valori del Censimento andrebbe condotta su base molto più analitica e critica di quanto non
si sia fatto nel presente studio; i dati riportati nella tabella 4 vanno perciò accolti a titolo puramente orientativo,
"e

Il pochi dati illustrati mettono in evidenza la forte carenza di attrezzature
 per il condizionamento igienico del latte. Come stanno a dimostrare
i risultati registrati in altre regioni, l’entrata in funzione della centrale
provoca un aumento nel consumo di latte tra le comunità servite, deter-
        <pb n="264" />
        280

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

minando a sua volta uno sviluppo degli allevamenti. La centrale può diventare
 così un elemento promotore di successive fasi di industrializzazione
per la utilizzazione dei quantitativi di latte eccedenti i fabbisogni alimentari
diretti.
Dalle definizioni dei vari tipi di unità rilevate, si deduce che l’industria
vera e propria — caratterizzata da quel complesso di « macchine » e o di
ambienti, in cui si attua la trasformazione del prodotto agricolo e su cui
la nostra legislazione industriale fonda la sua definizione di opîficio tecnicamente
 organizzato (1) — era rappresentata nel 1937 appena dallo 0,7%
di tutte le unità di lavorazione della materia prima in esame.
In questo nucleo però venivano lavorati circa i due terzi del latte passato
 alla trasformazione, con punte regionali del 78,5%, come in Campania,
e del 76,2%, come in Sardegna; i 238.518 esercizi « casalinghi » non disponevano
 che del 25,7% del latte industriale con punte massime del 39,8% e del
41,5% in Abruzzo e in Basilicata; gli esercizi annessi ad aziende transumanti
disponevano infine del residuo 10,8% con una sola punta massima del 25,7%
in Sicilia. La favorevole situazione industriale riscontrata in Sardegna
— dove l’allevamento ovino, raggiungendo un’importanza superiore a
quella toccata in tutte le altre regioni meridionali, avrebbe fatto supporre
una molto più diffusa presenza di esercizi di tipo pastorale — si spiega ove
si tenga presente che nell’Isola « è ormai invalso l’uso tra i proprietari di
greggi di vendere il latte ai caseifici o di lavorarlo nell’interesse comune
(Gruppi pastori) in stabilimenti dotati di adeguata attrezzatura » (2).
Anche se un confronto diretto con la situazione riscontrata al Nord non
può essere posto, per la diversa fisionomia che ancora caratterizza l’agricoltura
 delle due circoscrizioni, i nuovi indirizzi di sviluppo delle colture
foraggere e degli allevamenti nel Mezzogiorno possono tuttavia trovare
negli elementi acquisiti e consolidati dall’industria casearia settentrionale
non pochi motivi di orientamento. In particolare va rilevata l’altissima
quota (89,6%) di latte industriale che affluisce ad impianti veri e propri,
per cui residua soltanto un 10% circa per le lavorazioni casalinghe.
Se il basso grado di industrializzazione raggiunto dall’attività allo studio
nel Mezzogiorno è da mettersi in relazione, prima che ad ogni altra causa,
alla modesta entità di materia prima disponibile, non si può tuttavia non
rilevare la carenza anche di altri fattori: in primo luogo, di quelli organizzativi.

Più di ogni altra, appare insufficiente l’iniziativa imprenditoriale delle
categorie agricole; la mancata affermazione di un forte movimento cooperativo
 è una delle ragioni fondamentali per le quali, come si è visto nella
tab. 4, il 36,5% di tutto il latte destinato alla trasformazione viene ancora
lavorato in esercizi scarsamente attrezzati, quali sono quelli definiti dal
Censimento « casalinghi » e quelli annessi ad aziende zootecniche transumanti.


.i) Vedasi il cap. I: Il concetto di industria agraria, ecc.
(2) Vedasi: P. ALBERTARIO, Op. cit.
        <pb n="265" />
        XXI - PROSPETTIVE DI SVILUPPO DELLE INDUSTRIE TRASFORMATRICI, ECC. 281

Fatte eguali a 100 le 4.480 migliaia di ettolitri di latte trasformato
nel 1937 nel Mezzogiorno, si trova che il 36,5% è stato trasformato da esercizi
 agricoli non appositamente attrezzati; il 13,1% è stato trasformato in
esercizi agricoli attrezzati; il 5,3% in esercizi cooperativi e il 45,1% in
esercizi gestiti da categorie extragricole.
Analogamente, fatte eguali a 100 le 29.049 migliaia di ettolitri spettanti
al Nord, le percentuali di ripartizione diventano pari a 10,4%, a 6,3%, a
29,0%, a 54,3%.
Questi dati, insieme a quelli contenuti nella tab. 5, pongono in evidenza
 che:
1) l’industria lattiero-casearia, nel suo moto evolutivo, legato all’ampliamento
 dei mercati e a quel complesso di fattori di progresso, di cui si
è detto in altra parte (1), tende a spostare gradualmente le categorie. agricole
 verso la posizione di semplici rifornitrici della materia prima alle categorie
 extragricole, che gestiscono aziende industriali: nel Nord il 54,3%
del latte è trasformato da tali categorie mentre nel Sud solo il 45,1%:

TAB. 5. — ALCUNI ASPETTI CARATTERISTICI DELL’INDUSTRIA LATTIERO-CASEARIA
NEL 1937.

CIRCOSCRIZIONI

\Iezzogiorno .....

Vord .

(TALIA dii io ide ee

NATURA DEGLI ESERCIZI
DOTATI DI LOCALI E
ATTREZZATURE APPOSITE

Magaz- Impianti
“aseifici, | 711 Per |di produburrifici
 |2alagione) zione di
e altri |© stagio- latte alin.
 natura | mentare
formaggi fi
n.

1.212] e
5211 1.091

56!

16.923]

1 564

IMPRESE CHE GESTISCONO ESERCIZI
APPOSITAMENTE ATTREZZATI (1)

[LATTE LAVORATO
DA IMPRESE {1}

natura ! natura
giuridica sindacale

N.

_ agrico-, coope-| extr i
Ditte Società] agri- | cooper ERUTOn] le (2 latte pu
duali | o, cola | rativa |gricola' *® li (2) (2)
vv % ln %1%

1.507|

84.1 15,9) 15,7) - n° 20,7] 8,4) 70,9
65 21 34 8l 37 al 26.9) 41,3| 7,1 32.4] 60.5

25) 16.197)

l
191) 17.704)

Sn 332) 3040 363

44 5) 8.4!

30.0 61.6

(1) Si tratta di tutte le ditte che gestiscono esercizi dotati di locali e attrezzature apposite.
(2) Le percentuali dell’ALBERTARIO sono state ricalcolate, secondo quanto è detto nella nota della tabella 4, sui dati assouti
 esposti nella col. 3 della stessa tabella; nella realtà tali percentuali furono calcolate sul solo latte destinato alla produzione
di derivati ed escludendo il latte lavorato per uso alimentare (pastorizzazione, ece.).
(*) Compresi 60 esercizi. di cui 7 nel Mezzogiorno. che producono anche derivati.

2) a tale tendenza, le categorie agricole più evolute oppongono resistenza,
 per potere usufruire degli incrementi di reddito derivanti dalla
trasformazione dei propri prodotti, organizzandosi in forme cooperative o
comunque associate; in questo modo, nel Nord sono riuscite a trattenere per
sè i] 290% del latte mentre nel Sud solo il 5,3%;
3) l'iniziativa isolata degli agricoltori, anche se basata su impianti
 attrezzati. non è sufficiente ad ostacolare il moto di cui si è detto

11) Vedasi il cap. V: Lineamenti di un programma. ecc.
        <pb n="266" />
        282 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

al punto 1). Al Nord soltanto il 6,3% del latte industriale viene utilizzato
in tali forme; nel Sud il 13,1%. La confluenza di quest’ultima quota con
quella molto maggiore (36,5%). che ancora si disperde negli esercizi casalinghi,
 per dar vita ad impianti cooperativi, costituisce pertanto una delle
prime mete che il Mezzogiorno deve proporsi per consolidare il proprio
settore lattiero caseario.

4. - Passando a considerare i soli dati della tab. 5, che riflettono la situazione
 del nucleo industriale vero e proprio e cioè degli esercizi appositamente
 attrezzati per le lavorazioni allo studio, si.vede che le 1.741 unità
tecniche erano gestite da 1.507 imprese: di queste, la massima parte disponeva
 di una sola unità; una modesta quota disponeva invece di due o più
unità (1).
Dal. punto di vista giuridico, l’84,1% delle imprese meridionali risultava
costituito nella forma della ditta individuale; la forma societaria, che nel
Nord interessava il 34,8% delle imprese, nel Sud interessava solo il 15,9%.
In relazione alla natura delle associazioni di categoria da cui nel 1937
le imprese erano rappresentate, il Censimento rilevò che il 77,9% di esse
dipendeva dalla Confederazione degli industriali o da quella dei commercianti,
 il 15,7% dalla Confederazione degli agricoltori e il 6,4% dalle organizzazioni
 cooperative. Il peso economico di ciascun gruppo appare dai
valori riportati nelle ultime tre colonne della tab. 5: da essi si ha conferma
dello scarso significato che le imprese agricole singole riescono ormai ad
esprimere nel Nord dove, pur essendo il 31,8% come numero, non lavorano
che il 7,1% del latte: le imprese extragricole invece, essendo il 41,3%
come numero, lavorano il 60,5% del latte.
C’è da ritenere che tra queste sia assai sviluppata la forma societaria
per azioni, la quale consente agli operatori industriali, così come la forma
cooperativa agli agricoltori, di realizzare unità di dimensioni adatte a svolgere
 razionali cicli di lavorazione e a produrre quantitativi di prodotto in
grado di affermarsi con caratteristiche proprie sui mercati di consumo.
Nella situazione, quale si presentava nel 1937, tali possibilità apparivano
 invece ben limitate per il Mezzogiorno. Se si considera il frazionamento
 con cui si realizzò in quell’anno la produzione, si vede che soltanto
il 26% degli esercizi aveva lavorato più di 1.000 hl in un anno; il complesso
delle partite superiori a tale limite costituiva bensì il 69,9% di tutto il latte
affluito agli esercizi appositamente attrezzati, ma restava egualmente molto

(1) Il Censimento fornisce un quadro di dettaglio, che raggruppa le imprese in
classi, a seconda del numero di impianti che da ciascuna di esse dipendono; tale quadro
però si limita ai soli caseifici, burrifici e impianti vari e non considera i magazzini di
salagione e gli impianti per la produzione di latte alimentare; inoltre, accanto al numero
di imprese di ciascuna classe, non fornisce il numero di impianti da esse dipendenti;
infine, delle imprese non viene data nessuna notizia circa la sede sociale, per cui non
sì può conoscere uno degli aspetti che sarebbe di grande interesse mettere in evidenza:
e cioè il grado di dipendenza dei caseifici meridionali dal capitale settentrionale. Per tali
motivi, data la natura sintetica del presente studio, non si è ritenuto necessario riportare
tale auadro
        <pb n="267" />
        XXI - PROSPETTIVE DI SVILUPPO DELLE INDUSTRIE TRASFORMATRICI, ECC. 283

inferiore per entità a quello del Settentrione, dove la percentuale arrivava
all’87,7%.
Per gli esercizi non dotati di attrezzature apposite e per quelli annessi
ad aziende zootecniche transumanti, il limite di 100 hl annui, che come
si intuisce è modestissimo e del tutto insufficiente a dar vita ad unità di
lavorazione razionali, appare già tuttavia elevato e in grado di distinguere
una massa di partite ad esso superiore pari appena al 12,6% del latte affluito
agli esercizi casalinghi e al 40,2% di quello affluito agli esercizi pastorali.
In complesso, di tutto il latte passato all’industria nel 1937, il 68,4%
è stato lavorato in partite annue superiori ai 100 ettolitri per esercizio nel
Mezzogiorno; nel Nord il 90,8%.
I singoli valori regionali denunciano situazioni ancora più gravi, come
ad esempio in Abruzzo, ove appena il 55,1% del latte venne lavorato in
partite da più di hl 100, in Basilicata ove tale quota fu pari appena al 39,6%,
in Calabria, la cui quota fu del 48,7% e nella stessa Sicilia, che pure destinò
alla trasformazione più di un milione di ettolitri di latte, appena il 64,8%
della materia prima venne lavorato in quantitativi annui superiori ai cento
ettolitri per esercizio.
Ora, se è vero che il futuro dell’industria lattiero-casearia è legato
soprattutto ad un incremento nella disponibilità di materia prima — che
la necessità di fornire all’agricoltura meridionale una solida base foraggera
 e i primi sintomi di una evoluzione in atto nel senso indicato rendono
prevedibile — è anche vero che un iniziale consolidamento del settore potrebbe
 essere compiuto, qualora alla fase dispersa, che oggi lo caratterizza,
se ne sostituisse un’altra di maggiore concentrazione.
Nel movimento cooperativo si è indicato uno degli strumenti da impiegare
 a tale fine: anche se esso appare uno dei più efficaci e produttivi di
risultati, la situazione specifica dei singoli ambienti in cui si caratterizza
l’agricoltura del Mezzogiorno, non ne esclude altri ma apre invece la via
ad una serie molteplice di interventi diversi. Si tratterà di studiare i
singoli casi e di adattare ad essi le forme organizzative più idonee (1): soltanto
 così, e non in base a schemi aprioristici, sì potrà affrontare il compito
di dare al settore una sistemazione, in grado di inserirsi con efficienza nella
nuova realtà agricola che la bonifica tende a realizzare nel Mezzogiorno.
In tale realtà, una delle prime fasi dell’industrializzazione, che sembra
logico prospettare, è quella della creazione di una rete di centrali del latte,
nelle quali si deve vedere, non solo un elemento di razionalizzazione nel
processo distributivo di così delicato prodotto, ma anche, come si è avvertito,
 un elemento di propulsione allo sviluppo dei consumi, non solo del
latte, ma anche di tutti i suoi derivati.

(1) Vedasi quanto è detto nel cap. XV: Condizioni per il rinnovamento della industria
learia.
        <pb n="268" />
        284 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

Per zone non ubicate favorevolmente rispetto ai mercati di collocamento
 del prodotto allo stato naturale. l’indirizzo verso la trasformazione in
formaggi, in burro e nella numerosa gamma, in genere, dei derivati, che la
tecnica consente di trarre dal latte, sarà invece quello da porsi immediatamente
 in atto. Alcuni formaggi caratteristici, accolti ormai da tempo nella
serie dei migliori prodotti del caseificio italiano, traggono la loro origine
dal Mezzogiorno, pur essendo ormai fabbricati, in larga misura, nelle regioni
settentrionali. Non si vede perchè questi prodotti (provolone, caciocavallo,
ecc.) non possano tornare alle loro originarie regioni di provenienza, il
giorno che l’industria trovi la materia prima sufficiente ad alimentare la
produzione richiesta dal mercato.

TAB. 6. — IL FRAZIONAMENTO DELLA PRODUZIONE CASEARIA NEL 1937.
(Valori percentuali)

CIRCOSCRIZIONI

Abruzzi e Molise ...
l'ampania ....
Puglia ..... 0...
Basilicata ...... ia
l'alabria .....
Sicilia...
Jardegna .

Hezzogiorno ..
vord ......

[TALIA ...

ni

i

uota
i di
non dotati di | annessi ad latte
locali ecc. aziende tran- Il lavoche
 hanno  sumanti che rato in
avorato più hanno lavo- | partite
di 100 hl rato più di 100 annue
nell’anno hl nell’anno l supe»
riori ai
L00 hl
per
esercizio


dotati di locali e attrezzature
apposite, distinti secondo i
quantitativi annui di latte lavorato *

eser- | | eser- |
ie — =. —— ! latte | latte |
esere; | Inte l'esest | tatto | esere. | latte | cizi ciIz1

È. | dal 102 a | -
no a 100 hl | delta l oltre 1.000 hi

51,9 s,2l 31,6) 25,9] 16,5| 68,4 o,1l 1,58 3,0 18,9| 55,1
9,5 0,5, 72,0 sa,2] 18,5| 65,3l o,2ì 18,8l ‘i a 82,9
53,6, 6,9) 34,5) 34,0 11,9) 59,1] 0,6 15,0 14,4, 55,7) 61,3
55 61 31,0) 44,4 vo i a oa 41 4,8 24,7 39,6
"2 19,9) 11,8| 80,1 i | 0,2) 5,8 11,2, 43,1| 48,7
34,2 3,8) 60,2 aL, di 64,5; 1,3) 18,6 #2 ss 64,8
1,9) 0,2 57,4) 26,9) 37,7 29 1,0 15,7) 1,2) 10,5 79,5
1 su ma 26,0) 69,9 ra a 1 40,2) 68,4
0.8| 36,9) 11,5 39,2! 87,7) 0,3) @.8| 15.2) 65.1} 90,8
23.6) oa) 381) 23 a si o al 9 ol 9 SO 78

* La ripartizione in classi venne fatta, necessariamente, con riguardo soltanto ai caseifici attivi (15.331 esercizi) alla
data del Censimento (25 maggio 1937) e con esclusione quindi dei caseifici inattivi e degli esercizi per la produzione di latte
alimentare (131 esercizi) e per la salagione dei formaggi (1.564 esercizi). Ai fini della conoscenza delle linee strutturali del settore,
i valori percentuali riportati nella tabella 6, anche se applicati ai dati assoluti esposti nelle precedenti tabelle, non alterano
la situazione e pertanto non si è ritenuto necessario. per non apnpnesaritire di altri dati lo studio. riportare i valori assoluti.

D’altra parte, occorre anche prevedere per il caseificio meridionale,
tra cui grande importanza avrà sempre quello per la lavorazione del latte
di pecora, nuovi tipi di prodotto più adeguati ai mutati gusti dei consu-
        <pb n="269" />
        XXI - PROSPETTIVE DI SVILUPPO DELLE INDUSTRIE TRASFORMATRICI, ECC. 285

matori. A tale fine un rafforzamento dei centri di sperimentazione e di
assistenza tecnica dovrebbe essere, fin da ora, predisposto, in modo da poter
offrire agli imprenditori, insieme con tutti gli altri mezzi necessari ad
avviare un processo di industrializzazione in zone sottosviluppate, gli
elementi di conoscenza più aggiornati affinchè essi possano dar vita ad
unità efficienti.

5. - Nel nuovo complesso industriale agrario, che si prospetta per il Mezzogiorno,
 troveranno convenientemente posto, accanto a quella lattierocasearia,
 anche altre industrie, alimentate dai prodotti dell’allevamento; da
quelle della macellazione a quelle per la concia delle pelli e per la prima
lavorazione della lana, a quelle per la produzione di carni conservate.
Anche tali industrie richiedono in genere un intervento distinto in due
fasi: la prima tendente a migliorarne le attuali attrezzature e a consolidarne
la struttura, che oggi risulta troppo frazionata e dispersa; la seconda, in relazione
 alle maggiori disponibilità di materia prima che si otterranno nei
comprensori, sede di intenso allevamento di bestiame, tendente ad aumentarne
 il potenziale.
Lo sviluppo di alcune di tali industrie è strettamente legato a quello della
industria lattiero-casearia, in quanto che essa dispone di sottoprodotti particolarmente
 adatti per l’allevamento.

TAB. 7. — L'INDUSTRIA DI MACELLAZIONE E DI LAVORAZIONE DELLE CARNI NEL 1937

CIRCOSCRIZIONI

Mezzogiorno ..

Nord ...

[TALIA ...

{INDUSTRIA DELLA MACELLAZIONE

INDUSTRIA PER LA LAVORAZIONE
DELLE CARNI
Esercizi in complesso

Carne
ottenuta

Esercizi con produzione

fino a 1.000 ' er 01
q.li a 5.000 q.li

‘oltre 5.000
a.li

Eser-Carne

 lavorata

di cui

izi

q.li

q.li
mirliaia


q.li
migliaia


Eserc.
attrez-| Carne
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indu- | rata
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il.

mi-»

 | n |

n

m° | r
rliaia

q.li

rliaia

915) 854 ni 736 265] 162) 320
..472| 2.928| 77,4] 945) 379 434) 860)

17) 269] 2.138; sesso 249)
93) 1.689|23.012| 889.499) 97 1°

. 53,2
487 57,7

| :
2.387 *3.782| 100 0| 1.681 644)

596 1.180 110 1.958 25.150! 916.052) 100,0)

573 57,6

* Di cui: q.li (migliaia) 2.413 di carne bovina, 100 equina, 291 ovina e caprina, 978 suina. Nel 1949 (Vedasi: INFORMAZIONI
SVIMEZ, Il consumo di carne nel Mezzogiorno, n. 42, Roma, 1952) si sarebbero ottenuti alla macellazione: q.li {migliaia} 2.657
li carne bovina, 166 equina, 453 ovina e caprina, 3.258 suina. Il forte divario tra i quantitativi delle due rilevazioni, riguardante
 la carne ovina e suina, si spiega facilmente con il fatto che la grande massa di queste due specie animali destinata al
macello, viene macellata direttamente nelle aziende agricole. I dati invece riguardanti la carne bovina ed equina possono essere
assunti come termini di confronto tra la situazione prebellica e quella attuale
        <pb n="270" />
        286

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

Come si vede dalla tab. 7 la produzione di salumi e di carni conservate
in genere era nel 1937 modestissima nel Mezzogiorno: appena il 2,9% di
quella nazionale, pur costituendo il patrimonio zootecnico del Mezzogiorno
il 23,1% di quello italiano (suini 24,7%).
Anche in questo caso, il Mezzogiorno ha pregevoli tradizioni ma scarsamente
 conosciute, data l’esiguità della sua produzione che si attarda ancora
in unità non industrializzate, dove predominano, nella gestione, l’impresa
familiare e, nella condotta tecnica, la manualità e l’empiria delle lavorazioni.

Non è quindi fuori di luogo pensare a questo settore come a uno di
quelli suscettibili di futuri sviluppi; altrettanto può dirsi del settore della
macellazione, se una efficiente organizzazione dei trasporti refrigerati, sia
di quelli terrestri che di quelli marittimi (dalla Sardegna), consentirà di
stabilire rapporti più convenienti degli attuali tra le zone di allevamento e
quindi di mattazione e i centri di consumo.
        <pb n="271" />
        X WT]

BIETICOLTURA E INDUSTRIA ZUCCHERIERA
NEL MEZZOGIORNO (*)

Il Comitato interministeriale dei prezzi stabilì, con suo provvedimento
del dicembre 1950, che il prezzo dello zucchero fosse comprensivo di una
lira per chilogrammo, che i bieticoltori e gli industriali dovevano mettere
a disposizione, in eguali quote, per costituire un fondo per l’assistenza tecnica
 alla bieticoltura e allo zuccherificio nel Mezzogiorno.
Poichè quel provvedimento dette origine ad una serie di polemiche, non
ancora del tutto cessate, non è inopportuno chiarire alcuni concetti circa i
presupposti e le prospettive di una bieticoltura meridionale: ciò particolarmente
 perchè sì è di fronte ad una ripresa dell’attività bieticola e a richieste
di finanziamento per la costruzione di nuovi impianti in quelle regioni (1).
Nel Sud, si ha una economia che faticosamente va cercando gli strumenti
 per il proprio potenziamento, che soggiace a fattori di depressione —
ai quali non è facile trovare soluzione — e che pertanto ha urgenza di essere
 sottoposta a tutti quegli interventi, da cui si presume possa attendersi
un contributo al sollevamento della crisi. Il ritenere che la bieticoltura possa
rappresentare uno di tali strumenti muove dalla considerazione dei risultati
ottenuti dagli sperimentatori e dal fatto che la scienza e la tecnica hanno
possibilità illimitate nel realizzare sempre più i mezzi idonei ad introdurre
in ambienti nuovi colture che, in passato, sarebbe apparso impossibile portare
 fuori delle aree di tradizionale diffusione.
Ciò ammesso, pare che il problema bieticolo meridionale possa realisticamente
 essere inquadrato nel più generale problema della industrializzazione
 e degli interventi intesi a risolvere la cronica depressione di quelle
regioni.
E siccome le fonti di rifornimento di un’attività industriale debbono nel
Mezzogiorno essere essenzialmente ricercate, almeno in una prima fase,
f*) Da: « Mondo economico », n. 24, del 23 giugno 1951.
(1) Gli zuccherifici che entreranno in funzione nella campagna bieticola 1953 nel
Mezzogiorno sono sette, ubicati ad: Avezzano, Giulianova, Chieti, Capua, Battipaglia,
Sant'Eufemia e Oristano. La capacità lavorativa dei singoli impianti è pari rispettivamente
a d.li di bietole nelle 24 ore: 15.000, 7.000, 8.000, 8.000, 5.000, 9.000, 5.000. Si prevede per
il 1954 un potenziamento dell’impianto di Avezzano, che ne porterà la capacità lavorativa
giornaliera a q.li 25.000 di bietole. Per il 1955 si prevede l’entrata in funzione di un nuovo
impianto da 8-9.000 q.li giornalieri in Basilicata (zona di Metaponto).
In annata normale la produzione di zucchero dei singoli impianti si può prevedere
della seguente entità: Avezzano q.li 120.000; Giulianova q.li 40.000; Chieti q.li 45.000;
Capua q.li 65.000; Battipaglia q.li 40.000; Sant'Eufemia q.li 95.000; Oristano q.li 33.000.
La zuccherificio di Metaponto potrebbe arrivare a fornire a.li 50.000 di zucchero all’anno.
        <pb n="272" />
        288 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

nell’agricoltura, è evidente come sia pregiudiziale alla buona riuscita del
suddetto problema la introduzione di quelle colture che meglio di altre possano
 alimentare una industria di trasformazione.
Occorre in proposito far presente che l’esistenza di fattori economiccagrari,
 anche all’infuori di qualsiasi indirizzo di politica economica, stabilisce
 di per sè, a priori, alcuni limiti nella scelta degli ordinamenti colturali.
Occorre cioè ricordare che, in ordinamenti intensivi quali si prospettano per
il Mezzogiorno, al fine di giustificare l’ingente investimento di danaro pubblico
 che le opere di bonifica e di riforma fondiaria richiedono, le colture
sarchiate hanno una loro propria insostituibile funzione. E poichè tra le sarchiate,
 che più addiconsi all’ambiente mediterraneo, il pomodoro, il tabacco,
alcune oleaginose, la canapa, gli ortaggi, le leguminose da pieno campo,
ciascuna per motivi diversi, hanno un limite di espansione ben determinato
e già nel momento attuale da talune di esse raggiunto o addirittura superato,
si deve vedere nella bietola, per la sua novità, un nuovo elemento di scelta
che viene offerto all’imprenditore per meglio armonizzare l’equilibrio produttivo
 della propria azienda.
Per questo motivo si deve ritenere che l’interesse per la bieticoltura
meridionale non è determinato semplicemente dall’esistenza di impianti
industriali, che per l’accolta istanza della industrializzazione si debbono in
ogni modo salvare e, se del caso potenziare, ma da prospettive per la sua più
ampia diffusione, che la tecnica, nel suo continuo perfezionarsi, permette di
formulare.
Non è qui il caso di ripetere i risultati positivi-delle esperienze colturali
condotte nel Mezzogiorno e tanto meno le considerazioni, divenute ormai
luogo comune, sui benefici che la bietola apporta alle regioni ove essa sì
insedia. Valga invece il richiamo alle condizioni sfavorevoli, che intervennero
 nel momento in cui la bieticoltura stava per penetrare nei comprensori
meridionali: a parte i danni connessi strettamente ai fatti bellici, la congiuntura
 del dopoguerra sovvertì talmente l’equilibrio già esistente fra i
prezzi dei singoli prodotti agricoli, che la barbabietola, pianta esigente in
fatto di mezzi di produzione, non potè non risentirne immediati, sensibilissimi
 svantaggi, per cui, come è noto, venne soppiantata da altre colture,
allora più remunerative.
Ma bisogna anche aggiungere che laddove la sarchiata ebbe la possibilità
 di insediarsi in terreni di antica agricoltura, quali sono quelli dell’antico
 piano campano, al di fuori del perimetro dei comprensori di bonifica. la
bietola vi si mantenne anche nel periodo indicato.
Ciò mette in evidenza il carattere contingente di alcuni fattori, che nell’ultimo
 quinquennio si opposero alla affermazione della pianta in questione
 e cioè, oltre allo squilibrio del mercato, il mancato compimento delle
opere di bonifica pubbliche e private in quei comprensori su cui dovevano
gravitare gli zuccherifici meridionali.
Occorre quindi che i programmi di bonifica, soprattutto irrigua, siano
prontamente attuati; occorre inoltre che ogni sforzo sia fatto affinchè nell’ambiente
 agricolo di nuova costituzione si stabiliscano appropriati ordina-
        <pb n="273" />
        XXII - BIETICOLTURA E INDUSTRIA ZUCCHERIERA NEL MEZZOGIORNO 289

menti produttivi, nei quali la capacità degli imprenditori si allei con maestranze
 rese esperte da un insegnamento professionale e dove i mezzi strumentali
 vengano impiegati da operai in grado di trarne il massimo rendimento.

Tutto questo ammesso, bisogna realisticamente riconoscere che, una
volta definiti i necessari indirizzi tecnico-economici, occorre sobbarcarsi,
per introdurre la bietola nel Mezzogiorno, a quei costi di avviamento che
qualsiasi iniziativa concreta nel Mezzogiorno richiede, sia essa di natura
agricola. che di natura industriale.
Il provvedimento richiamato all’inizio è giustificato dalla diversità dei
costi di produzione, che la novità della coltura, la primitività degli ambienti
in cui essa viene introdotta, l’impreparazione di maestranze e di conduttori
necessariamente determineranno per un certo periodo di anni.
La diversità dei costi ha un duplice aspetto: quello relativo alla fase
agricola e quello relativo alla fase industriale. Nella fase agricola, terreni
dove ancor oggi si avvicendano i cereali con i riposi, o che comunque non
sono mai stati investiti con coltura delle bietole, mano d’opera adusa ad
operazioni colturali tradizionalmente semplici, assenteismo dell’impresa e
della proprietà — che mal si adattano a quegli obblighi che una coltura
industriale comporta, quali la tempestività nelle semine e nelle lavorazioni
e la puntualità nel raccolto e nella consegna allo stabilimento — aggravano
i costi di produzione, per cui la barbabietola incontrerà nei primi anni ostacoli
 al suo insediamento.
Per quanto si riferisce ai maggiori costi industriali, occorre precisare
che essi sono determinati da fattori, i quali direttamente si collegano con
l’aspetto agricolo sopra indicato e, più genericamente, con le condizioni dell’ambiente
 meridionale.
Il ritmo discontinuo dei rifornimenti si riflette sull’attività degli zuccherifici
 alternativamente ora con carenze di materia prima, le quali, data
l’incomprimibilità delle spese generali, gravano sul costo unitario del
prodotto, ora con sovraccarico dei silos dove la bietola subisce retrogradazioni
 del tenore zuccherino, che ne abbassano le rese unitarie.
Maggiori spese nella acquisizione del prodotto sono dovute ai trasporti resi
difficoltosi dalla disagiata viabilità, dalla scarsezza di mezzi, dalla dispersione
 delle unità colturali, che, in una prima fase, non è possibile raccogliere
 in un unico territorio circostante allo zuccherificio. Inoltre il minor
grado di preparazione tecnica delle maestranze determina la necessità, nella
fase iniziale, di ricercare in altre zone e a costi elevati — come l’esperienza
del passato insegna — almeno gli operai specializzati addetti ai reparti più
complessi.
Ma è evidente come anche questi ostacoli siano di per sè rimovibili solo
che il sostegno tecnico e finanziario non venga meno ed è per questo che il
fondo di assistenza, costituito con quella lira a chilogrammo di cui si è
detto, va riguardato come uno dei più pratici provvedimenti presi in questi
ultimi anni per promuovere lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno.
        <pb n="274" />
        XK XWITI

LE INDUSTRIE DI PRIMA LAVORAZIONE DELLA CANAPA (*)

1. - Tra le industrie agrarie, che lavorano materia prima fornita dalle
cosiddette piante industriali — tabacco, barbabietola, cotone, ecc. — assume
 nel Mezzogiorno particolare rilievo quella che, concentrata in Campania,
si dedica alla prima trasformazione della canapa.
Il prodotto, così come viene raccolto, ha bisogno infatti di subire una
serie di trattamenti preliminari per raggiungere quel grado di maturazione
commerciale richiesto dall’industria manifatturiera.
Tra la fase agricola e la fase industriale vera e propria di filatura e
tessitura della fibra si inserisce quindi una fase intermedia, complementare
 della prima, cui si possono riconoscere i caratteri specifici delle industrie
 agrarie (1).
In questa fase, le operazioni fondamentali che si compiono sono quelle
della macerazione, della stigliatura, della selezione e della pettinatura della
fibra. Ciascuna di tali operazioni impegna maestranze specializzate e attrezzature
 apposite che, a seconda dei luoghi, della tradizione e delle condizioni
di mercato, possono fare capo a imprenditori appartenenti a categorie agricole
 o extragricole, private o anche pubbliche, come è nel caso della selezione
 che, in regime di ammasso, viene compiuta nei magazzini consorziali.
Inoltre, a seconda delle circostanze di luogo e di tempo le varie operazioni
 vengono compiute con mezzi meccanici o a mano, secondo indirizzi
tradizionali oppure solo di recente acquisiti, in sedi ancora strettamente
rurali o negli stabilimenti industriali.
In Campania, la macerazione veniva compiuta, fino a non molti anni
fa, quasi esclusivamente in impianti non appartenenti ai canapicultori ma
ad altri imprenditori, che gestivano il maceratoio per conto terzi (2); nelle
aree canapicole settentrionali invece la macerazione ha prevalentemente
carattere aziendale e si svolge con i mezzi a disposizione dello stesso agricoltore.
 Negli ultimi decenni. si sono andati diffondendo anche in Cam-(*)

 Da: « Informazioni Svimez », n. 37 del 16 settembre 1953.
(1) Vedasi il cap. I: Il concetto di industria agraria, ecc.
(2) Alcuni maceratoi, che in Campania vengono chiamati « fusari », presentano
un bacino di 5 ettari circa. Da un’indagine compiuta dall’Osservatorio di economia agraria
di Portici risulta che i maceratoi della Campania ammontano a 986, di cui 914 in provincia
 di Caserta e 72 in provincia di Nanvoli
        <pb n="275" />
        292

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

pania piccoli maceratoi aziendali, alimentati da pozzi, ma con risultati che,
se da un punto di vista del tornaconto immediato sono stati spesso soddisfacenti,
 dato che si è rotto il monovolio esercitato dagli imprenditori dei
grandi maceri, non lo sono stati però da un punto di vista tecnologico, non
essendo sempre le acque, attinte dal sottosuolo. in quantità e qualità sufficienti
 per una buona macerazione.
La stigliatura, mediante la quale la fibra viene separata dalla parte
legnosa del fusto, mentre mantiene in Campania carattere nettamente
rurale, essendo compiuta direttamente dai canapicultori, nel Settentrione
ha dato vita anche ad un notevole numero di imprese, che pongono il proprio
 macchinario a servizio di terzi. Ad esse soprattutto ricorrono i piccoli
produttori; le grandi aziende, di solito, dispongono di un’attrezzatura propria.
La selezione, con cui si separano, in base ai caratteri di lunghezza,
finezza, colore e schiettezza della fibra le canape lunghe, da pettine e da
cordaggio, le canape corte e le stoppe o strappature di magazzino, è una
operazione che oggi viene compiuta nei magazzini del Consorzio
nazionale canapa, che è l’ente ammassatore di tutta la produzione.
Alla pettinatura, infine, le categorie rurali non partecipano ormai che in
modestissima misura: vi partecipano, in parte, industrie specializzate che
compiono in forma esclusiva questa operazione e, in parte maggiore, le
stesse industrie di filatura con loro appositi reparti. I semilavorati, che
risultano da quest’ultima operazione, sono i pettinati e le stoppe di pettine:
queste ultime, prima di passare alla filatura, hanno bisogno di un ulteriore
trattamento di cardatura.

2. - Da un punto di vista tecnologico si può osservare che tutte e
quattro le operazioni indicate possono essere eseguite a mano o a macchina.
Circa la macerazione, in tutte le zone canapicole è diffuso il « sistema
rustico » che si svolge attraverso l’azione di microorganismi sulla canapa
sommersa in acqua lentamente fluente, come nei grandi « fusari » della
Campania. o stagnante, come nell’Emilia e nel Veneto.
L’operazione, compiuta naturalmente all’aperto, pone una serie di problemi,
 in gran parte non ancora risolti e che tendono, da un lato, a diminuire
 il grado di aleatorietà — cui la macerazione è soggetta sia per eventuali
 bruschi cambiamenti di stagione sia per non infrequenti inquinazioni
delle acque maceranti — e, dall’altro, ad abbassare i costi di lavorazione, che
sono particolarmente elevati per il forte concorso di mano d'opera richiesto
dal sistema.
Verso il primo scopo mirano le ricerche per realizzare un metodo di
macerazione controllata, da eseguire mediante l’impiego di colture selezionate
 di microorganismi maceranti in vasche appositamente costruite (1).
Verso il secondo scopo mirano i tentativi per costruire macchine che
eseguano la lavatura delle bacchette macerate e la estrazione di esse dai

(1) In Italia, funziona un unico modesto impianto di macerazione industriale. ubicato
in Polesella (Rovigo)
        <pb n="276" />
        XXIII - LE INDUSTRIE DI PRIMA LAVORAZIONE DELLA CANAPA

293

maceri: operazioni tutte e due assai gravose e per le quali non è facile trovare
 maestranze adatte.
Una delle cause, che concorrono alla decadenza della coltivazione della
canapa, è la difficoltà di trovare operai disposti a sottoporsi, per un salario
modesto, alle dure fatiche della macerazione e del successivo espurgo dei
maceratoi.
Per quanto riguarda la stigliatura (1), mentre nel Nord ci si avvia
sempre più decisamente verso la meccanizzazione della operazione, con
l’impiego di macchine scavezzatrici e decanapulatrici, in Campania l’introduzione
 ‘di dette macchine urta contro gravi ostacoli d’ordine sociale e di
ordine tecnico. Da una parte, vi è un problema di collocamento della mano
d’opera, specializzata per le operazioni di stigliatura, che perderebbe una
delle poche occasioni di lavoro, che le si offrono per integrare il bilancio
familiare, dall’altra, i risultati fin’ora conseguiti con le lavorazioni meccaniche
 non soddisfano pienamente dal punto di vista della qualità, che rimane
inferiore a quella delle canape stigliate a mano.
V’è da aggiungere che la stigliatura può essere compiuta direttamente
sulla canapa semplicemente essiccata: con ciò viene eliminata la fase della
macerazione, ma si ottengono fibre dure, che possono diventare succedanee
della juta negli impieghi grossolani, cui per l’appunto questa fibra esotica
sì presta: le condizioni di mercato non aprono d’altra parte prospettive agli
stigliati verdi e nel Mezzogiorno non se ne producono.
La selezione viene eseguita in massima parte a mano da maestranze
del Consorzio nazionale canapa (2): qui il problema attuale non è tanto di
trovare strumenti per la meccanizzazione delle varie fasi operative, quanto
di allestire locali di lavoro e magazzini di deposito adeguati ai bisogni, dato
che quelli esistenti, specie nel Casertano, hanno ripetutamente dimostrato
notevoli insufficienze di capienza, di ubicazione e di stato di manutenzione
 (3). Si tratta inoltre di raggiungere il massimo affinamento nelle ope-(1)

 In generale, la stigliatura comprende tre operàzioni successive e precisamente:
la « scavezzatura » per ridurre in frammenti il fusto legnoso; la « gramolatura &amp;gt;» per comoletare
 la prima operazione e per separare la fibra dai frammenti di fusto, detti canapuli;
a « spatolatura » per affinare la separazione del tiglio dagli ultimi frammenti rimasti.
Mentre per la canapa del Nord occorre compiere tutte e tre le operazioni suddette,
per la canapa meridionale basta compiere soltanto la gramolatura e la spatolatura, in
quanto la rottura del fusto legnoso, che si realizza con relativa facilità, non comporta
in’operazione a sè ma si compie contemporaneamente alla gramolatura.
Va inoltre rilevato che nel Nord la scavezzatura è ormai quasi del tuito eseguita a
macchina, mentre la gramolatura e la spatolatura sono ancora largamente eseguite a mano.
Può essere sottoposta alla stigliatura sia la canapa macerata che la canapa non
macerata.
(2) Il Consorzio provvede anche, con macchinario proprio, alla stigliatura di qualche
 partita, specie quando si tratta di canapa danneggiata dalla grandine.
(3) Un indice delle accennate deficienze di locali di lavoro è fornito dalla seguente
notizia riportata dall’Annuario dell’agricoltura italiana (I.N.E.A. vol. VI, 1953): « Nel Sud,
soltanto poco più della metà della produzione ammassata nel 1952 è stata sottoposta a
selezione (q.li 110.579), mentre q.li 106.877 di fibra sono stati venduti allo stato sfuso,
a monti. I monti sono costituiti da grosse partite di fibra grezza, la cui composizione qualitativa
 viene stimata a vista dai tecnici del Consorzio; trattasi di un metodo empirico, che
non consente la piena valorizzazione del prodotto ».
        <pb n="277" />
        294. INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

razioni di selezione e ciò al fine di corrispondere nel modo migliore alle
diverse esigenze dell’industria manifatturiera.
Questa, come si è avvertito, provvede in buona parte direttamente all’ultima
 fase del ciclo operativo e cioè alla pettinatura, destinando ad essa,
a seconda dei bisogni, partite di determinate marche o corpi di fibra
selezionata.
La pettinatura richiama particolari problemi d’ordine economicosociale
 in Campania, dato che essa vi costituisce la ragione di vita di
un’attività a sè stante, che si dedica alla produzione dei pettinati a mano.
Come il termine merceologico fa già di per sè intuire, si tratta di un’industria
 molto semplice, che si svolge in modeste aziende, a carattere familiare
e artigiano, di cui si calcola che ve ne siano circa 200 nella zona canapicola
campana: le maggiori di esse, in numero di 10-12, arrivano ad impiegare fino
a 30-40 operai per ciascuna, anche per una durata di sei-otto mesi, lavorando
in proprio la canapa e provvedendo poi alla sua diretta esportazione.
Altre aziende di pettinatura sono quelle che, pur lavorando canapa
d’acquisto, non provvedono all’esportazione: hanno una dimensione commisurabile
 sulla base massima di 10 operai. Vi sono poi aziende che si limitano
 ad eseguire il lavoro per conto terzi, impiegando da tre a quattro
operai e. più di frequente, i soli membri della famiglia dell’imprenditore.
I pettinati a mano hanno una loro specifica destinazione nella fabbricazione
 di determinati tipi di cordami, di spaghi per reti da pesca, di
spaghi per calzolai, di filati per tendaggi, ecc., per i quali essi si prestano
meglio dei. pettinati a macchina. Il mantenimento del mercato da parte di
questi prodotti è però legato alla possibilità di un notevole rafforzamento
economico di questa particolare industria agraria meridionale la quale,
per poter migliorare i redditi, bassissimi, dei propri addetti, dovrebbe poter
usufruire di forme di credito adeguate ai suoi bisogni (1) e in grado soprattutto
 di consentirle il superamento delle fasi di depressione del mercato.

3. - Gli accenni fatti sulla struttura dell’industria di prima lavorazione
della canapa mettono in evidenza: la molteplicità degli interessi, che vi
convergono da parte di una numerosa serie di operatori economici appartenenti
 a diverse categorie; la complessità dei problemi, che naturalmente
si determinano in un sistema di rapporti tanto differenziati e frazionati; la
gravità di certe posizioni legate a forme tradizionali di lavoro e di organizzazione
 produttiva, le quali, peraltro, trovano la loro ragione d’essere nelle
particolari caratteristiche della produzione, che solo tali forme consentono
di raggiungere; la costosità delle fasi operative, ancora largamente basate
su processi manuali; la difficoltà di procedere ad una revisione — che non
sia radicale e che non coinvolga quindi una generale riforma dell’attuale
struttura produttiva del settore — dei sistemi di lavorazione in atto. mediante
 un intensivo sviluppo della meccanizzazione.

(1) Vedasi in proposito: V. FAENZA, La crisi dell’artigianato cananiero napoletano, in
( La canapa » marzo 1953.
        <pb n="278" />
        XXIII - LE INDUSTRIE DI PRIMA LAVORAZIONE DELLA CANAPA 295

Questo insieme di elementi ha come risultante l’alto prezzo, che la
canapa deve richiedere per poter coprire i costi di produzione e che il
mercato, d’altra parte, tende sempre più a rifiutare sotto la pressione di una
concorrenza progressivamente crescente di vecchie e nuove fibre succedanee.

Non da oggi, perciò, si è posta l’alternativa sulla convenienza a continuare
 o meno a produrre canapa. Ma la difficoltà a trovare nuove occupazioni
 per maestranze, specializzatesi attraverso una secolare attività;
l’onere di disinvestimento di una somma di capitali immobilizzati in maceratoi,
 in magazzini, in macchinario vario e valutabili a parecchi miliardi; il
bisogno sempre più urgente di armonizzare la composizione della produzione
 agricola del Mezzogiorno inserendovi colture industriali, insieme alle
colture foraggere, per rendere meno aleatorio un reddito già minato dalla
monocoltura cerealicola e continuamente esposto alle crisi, che colpiscono
vino, olio, frutta e ortaggi, inducono a rivedere l’alternativa per trasformarla,
 piuttosto, in un programma di riforme strutturali attraverso le quali
siano riveduti gli indirizzi produttivi, i metodi di lavorazione e i rapporti
tradizionalmente intercorrenti tra i diversi operatori economici.
La cronica crisi, in cui si dibatte da molti decenni la canapa e nei confronti
 della quale i saltuari periodi di congiuntura favorevole non hanno
dimostrato nessun potere risolutivo, giustifica un tale programma il quale,
a sua volta, deriva dalla necessità di mantenere ancora in vita una coltura
che ha, attraverso il tempo, caratterizzato profondamente di sè il regime
fondiario di estesi territori. La modifica di quel regime fondiario, che conseguirebbe
 alla scomparsa della canapa, riuscirebbe probabilmente assai più
onerosa ed aleatoria delle accennate riforme. Per avviare le quali è pregiudiziale
 che la ricerca scientifica metta a punto idonei ed economici processi
per il trattamento della canapa. Senza entrare nel merito di quelli che
potranno essere gli orientamenti e i risultati di tale ricerca, si vuole sottolineare
 che l’adozione di un nuovo sistema di produzione porrà problemi di
revisione di tutta la struttura in precedenza delineata per adeguare ai
nuovi indirizzi le dimensioni dell’unità di lavorazione e, in conseguenza, i
rapporti tra le diverse categorie di operatori economici, interessati all’industria
 in esame. In particolare, si tratterà di individuare i nuovi limiti
all’azione delle diverse categorie nel ciclo di prima lavorazione della canapa
e cioè sarà necessario valutare il grado di convenienza dei produttori agricoli
 a svolgere o meno, in forme singole o associate, con mezzi propri o
ricorrendo a terzi, determinate fasi di trasformazione e, conseguentemente,
il grado di convenienza di altri operatori ad accogliere o meno dette fasi.
Non è pensabile che problemi del tipo su esposto possano essere risolti
in assenza di un’attiva partecipazione dello Stato che sostenga, in un primo
tempo, la fase di ricerca sperimentale e, successivamente, la fase di riconversione
 dell’industria tanto con una adeguata politica commerciale, con
        <pb n="279" />
        296

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

contributi finanziari e con l’attivazione di un credito adeguato, quanto,
eventualmente, con interventi diretti nel ciclo operativo, ad opera di istituti
di tipo consortile o di altro tipo.
Tale partecipazione appare poi addirittura indispensabile quando si
considerino i problemi connessi alla mano d’opera che, a seguito dell’ipotizzata
 riforma, non trovasse più la consueta stagionale occupazione; occorrerebbe
 in tale caso provvedere nuove occasioni di lavoro, assolutamente
indispensabili per assorbire un potenziale di lavoro, che già presenta un
grado di sottooccupazione elevato.
Pur non nascondendosi le difficoltà di siffatto programma, si deve ritenere
 che esso solo consenta di poter risolvere la crisi canapiera; sembra inoltre
 che il punto dell’intervento debba essere ricercato, come si è detto, in
quella fase intermedia tra coltura e industria manifatturiera, che si è
definita industria agraria della canapa. E ciò perchè in essa si ritrovano in
maggior copia quei fattori tradizionalistici — ancorati a risultati qualitativi
ottimi, ma eccessivamente costosi e quindi non più corrispondenti alle possibilità
 del mercato — che la tecnica può essere in grado di modificare, come
in gran parte ha modificato nella fase manifatturiera della filatura e della
tessitura e come invece non potrebbe fare, se non con grande incertezza e
lentezza, nella fase colturale.
1 rapidi cenni fatti, anche se schematici e puramente indicativi, valgono
ad avvertire che esiste un problema di revisione di struttura nel settore
canapiero; tale revisione ha però possibilità di riuscita a condizione che
venga impostata su di un piano non soltanto economico ma anche tecnico e
non sezionale bensì comprensivo dei molteplici e svariati interessi, pubblici
e privati, che la vita del settore coinvolge.
        <pb n="280" />
        X XIV

PROBLEMI DELLA COLTURA E DELL’INDUSTRIA DEL TABACCO (*)

i. - La superficie coltivata a tabacco, che negli anni precedenti la prima
guerra mondiale raggiungeva appena i 6.000-7.000 ha, è arrivata a superare
i 58.000 ettari; tale sviluppo è stato particolarmente intenso nel Mezzogiorno,
dove il tabacco è entrato nel ruolo delle grandi colture industriali insieme
al pomodoro e alla canapa.

DISTRIBUZIONE DELLA SUPERFICIE COLTIVATA A TABACCO TRA LE CIRCOSCRIZIONI
GROGRAFICHE, LE RAZZE E [ TIPI DI CONCESSIONE.

CIRCOSCREALIONI

“ettentrione ada
LetiÒò rr SES SS ba ad aa
\Leridione ...

sole .

Nord sessi asa ana
Sud aaa

FrALIA ..

Superficie , Razze coltivate
coltivata (ripartizione percentuale
- anno 1948 - della superficie)

‘TIPI DI CONCESSIONE

Kentucky

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similari


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Bright] Altri |rotale

Speciali

‘ Di manifesto

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0

13.355,9| mo 54,6]
ao 24,0| 46,3) 28,7
30.662,9| 52,6) i 78,3
3220 usi Ol Go

1,8
17,7

43.) 100,0/12.756,6| 24,9) 599,3]
7,3 100,0/12.494,7|  24,3| 1.491,2)
si 100,0 msm 50,6 vos
39,4 o 88,6 o.2| 234,2

8,5
21,3
66,9
33

27.341 8] 12 oi 14,7
30,985,7] 53,1) 7,2) 78,0

9)

25,0 moana
14,8| 100,0|26.058,0!

49,2} 2.090,5|
50,8| 4.927,7

29,8
70 2

58.327.5| 100 0| 27,4

48

19.5) 100,0|51.309,3

100,0] 7.018,2

100.0

Circa 1’80% della superficie coltivata a tabacco nel Sud è destinata
ai Levantini; la superficie rimanente è distribuita fra le altre razze tra cui
ha una certa importanza il Brasile beneventano.
Nell’Italia settentrionale prevalgono il Kentucky e similari, ma vi occupano
 una notevole posizione i Sub-tropicali (Resistente 142), il Nostrano del
Brenta e il Burley. Nell’Italia centrale, in mezzo a numerose razze di scar-*)

 Da: « Informazioni SviImez». n. 11 del 14 marzo 1951.
        <pb n="281" />
        298 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

sissimo rilievo, si sono affermati, con il Kentucky, anche i Levantini ed il
Bright Italia.
Dal rilevato aumento di superficie, segnato dalla tabacchicoltura in Italia
 negli ultimi anni, è conseguito che la produzione, oltre a soddisfare la
domanda interna — salvo l’importazione di modesti quantitativi di particolari
 tipi — si è affermata sul mercato internazionale, venendo così a modificare
 radicalmente i termini con i quali il problema si presentava durante
il primo ventennio del secolo, quando le manifatture italiane impiegavano
tabacchi esteri nella proporzione del 70-80% del loro fabbisogno.
Concomitante all’affermarsi della tabacchicoltura è il modificarsi del
tipo di concessione: le concessioni speciali che, sorte all’inizio del secolo, non
erano arrivate nel 1909 a coltivare più di 1.000 ettari rispetto ai 5.000 ettari
circa coltivati dai concessionari di manifesto, aumentano gradualmente di
importanza, fino a controllare. nel 1948. l’88% della superficie investita a
tabacco.
Una recente indagine dell’Istituto nazionale di economia agraria (1)
mette però in evidenza come lo sviluppo d’investimento assunto dalle diverse
 razze di tabacco coltivate in Italia abbia condotto ad una situazione
della tabacchicoltura, che non è quella più adatta per assicurare un’offerta
adeguata alle esigenze della domanda interna e internazionale.
Infatti nell’annata 1948-49, la produzione risultò di circa 258.000 q.li
superiore al fabbisogno italiano.
Anche se si tiene conto che vennero esportati circa q.li 105.000 di
tabacco greggio manifatturato, risulta sempre umn’eccedenza di circa quintali
 153.000, costituita per circa il 46% dal Kentucky e similari; per il 37%
dai Levantini; per l’11% dal Burley; le altre razze concorrono a formare le
eccedenze in proporzioni limitate (6%). Il Nostrano del Brenta, il Maryland
e il Bright presentano, invece, una certa deficienza.
Da un punto di vista generale, si può perciò dire che esiste un problema
di riduzione della superficie investita a tabacco, in particolare di quella
coltivata a Kentucky e a Levantini.

2. - La coltura dei Levantini assume importanza prevalente nel compartimento
 di Lecce; negli altri, ha una estensione di scarso rilievo.
Al sorgere della coltivazione dei Levantini nel leccese, la razza più
diffusa era lo Xanti Yakà, non molto produttivo ma di grande pregio.
Con l’andare del tempo, mentre la coltivazione si andava estendendo,
lo Xanti perdeva quota, sostituito soprattutto dall’Erzegovina e dal Perustitza.

L’aumento della produzione si accompagnò così con un peggioramento
qualitativo dei tabacchi, dovuto, oltrechè alle caratteristiche varietali di

(1) IN.E.A., Il tabacco - Alcuni problemi economici della coltura in Italia, in
* Rivista di economia agraria», n. 1, Roma 1951 e I.N.E.A., Il tabacco, vol. II, Italia
meridionale ed insulare, Roma 1951. Gli argomenti trattati nella presente nota, sono, in
massima parte ricavati dalle pubblicazioni citate.
        <pb n="282" />
        XXxIV - PROBLEMI DELLA COLTURA E DELL'INDUSTRIA DEL TABACCO 299

minor pregio delle razze impiegate, anche al fatto che i Levantini venivano
a mano a mano introdotti in ambienti non confacentisi alle loro esigenze.
Questo espandersi dei Levantini dalla penisola Salentina nel tarantino
e nel brindisino, in primo tempo, e poi nel barese, nel foggiano, nel cosentino
 e nel materano è il portato di un complesso di condizioni economiche e
sociali, di antica origine, ma che durante e dopo l’ultima guerra si sono acutizzate.

Nel leccese, dove i terreni sono più ingrati per la coltura agraria, perchè
 costituiti da un sottilissimo strato arabile poggiante su tufo che spesso
affiora, il frazionamento della proprietà è notevole e la popolazione, che vi
si addensa, è tra le più misere d’Italia. L’impresa lavoratrice — piccola proprietà
 e raramente piccolo affitto — trova nel tabacco una delle poche se
non l’unica pianta capace di fornirle, insieme con un certo reddito, anche
l’opportunità di impiegare la sua esuberante forza di lavoro. Prendono vita
così quegli ordinamenti colturali in cui il tabacco, sporadicamente avvicendandosi
 con il grano, segue in genere a sè stesso per lunga serie di anni. E’
questa la fisionomia della fascia adriatica, che va dal Capo di Leuca a Otranto.
Più a nord, il regime fondiario si modifica, migliorano i terreni, l’ordinamento
 colturale si fa più complesso; si coltiva il pomodoro, compare il
vigneto insieme ad altre colture arboree come l’olivo, il fico, ecc.; l’azienda
e, in essa, gli appezzamenti investiti a tabacco aumentano di ampiezza.
Attraverso questi ordinamenti, propri soprattutto del brindisino e del
basso tarantino, si passa a quelli estensivi dell’alto tarantino e della Basilicata.
 nei quali prevale l’impresa capitalistica a carattere latifondistico.
Queste zone rappresentavano pertanto, per le caratteristiche del loro
regime fondiario e per la natura stessa dei terreni, favorevole alla tabacchicoltura,
 la naturale area di sfogo a quei territori dove la coltura aveva da
tempo superato i limiti massimi della espansione, con il conseguente absassamento
 delle rese e del tenore qualitativo.
Il tabacco vi è perciò entrato, occupando parte del terreno destinato
un tempo al maggese; alla sua coltura attendono in prevalenza famiglie di
compartecipanti, che immigrano dal territorio di Lecce e che, ultimati i
lavori per il tabacco, rientrano ai luoghi di origine per partecipare, come
mano d’opera avventizia, ad altre attività rappresentate soprattutto dalla
vendemmia e dalle operazioni richieste dalla cantina e dall’oleificio. Solo
poche unità si sono trasferite stabilmente, prendendo alloggio in abitazioni
costruite dopo lo sviluppo assunto dalla tabacchicoltura.
Non vi è dubbio che uno spostamento della coltura dalla provincia di
Lecce alle finitime zone del materano, del brindisino e del tarantino, molto
adatte allo Xanti Yakà, potrebbe avviare verso una razionale soluzione il
problema di qualità dei Levantini, contribuendo nel contempo alla riuscita
della riforma agraria in quei territori, dato che verrebbe offerta ai nuovi
imprenditori contadini la possibilità di adottare una sarchiata di notevole
interesse anche ai fini di un razionale ordinamento delle proprie aziende. La
realizzazione di siffatta prospettiva potrà però essere perseguita, e in forma
        <pb n="283" />
        300

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

graduale, solo se sì renderà possibile per i lavoratori leccesi di ottenere in
altro modo quei redditi, sia pure magrissimi, che oggi traggono dalla coltivazione
 del tabacco.

3. - Per ora, il miglioramento qualitativo dei Levantini dovrà essere
essenzialmente ricercato attraverso il perfezionamento delle pratiche reletive
 alla cura del tabacco.
In proposito va rilevato che la causa della insufficiente fermentazione
dei Levantini, e quindi di uno degli elementi del loro deprezzamento (1), è da
ricercarsi, in principale modo, nella mancanza, nella maggior parte degli
impianti, di una adeguata attrezzatura per la cosiddetta climatizzazione.
Come è noto, per questi tipi di tabacco, la cura, e cioè quell’insieme di
procedimenti con i quali si tende a raggiungere la voluta colorazione delle
foglie e l’opportuno grado di fermentazione, sì compie al sole, a differenza
della cura di altri tipi di tabacchi che viene compiuta mediante il calore
artificiale — a fuoco diretto per i tabacchi Kentucky e similari; a fuoco indiretto,
 mediante correnti d’aria calda o in celle provviste di radiatori collegati
ad una centrale termica, per il Bright Italia — o all’aria, per i tabacchi leggeri
 chiari, Burley, Maryland, e scuri, Brasile Beneventano.
La possibilità di svincolare anche la cura dei Levantini dalle variazioni
climatiche, cui deve invece soggiacere con l’applicazione dei sistemi tradizionali,
 consentirebbe indubbiamente un miglioramento del prodotto, garantendo,
 tra l’altro, la maggior costanza delle sue caratteristiche merceologiche.
Con tali finalità si sta introducendo nella penisola salentina il cosidetto
procedimento di Lucugnano, messo a punto, attraverso una pluriennale esperienza,
 dall’Agenzia Tabacchi sita nella omonima frazione del comune di
Tricase
Con il citato procedimento, il tabacco, sistemato in ballette, tongas, viene
disposto in celle ad aria condizionata, ove permane 25 giorni, per raggiungere
il giusto grado di fermentazione: dai risultati ottenuti è stato possibile accertare
 un risparmio di mano d’opera, una riduzione delle perdite per frasami,
un miglioramento dell’aroma e della combustibilità e la completa disinfestazione
 dal tarlo del tabacco. Viene inoltre resa superflua la stufatura, alla
quale si ricorre durante i periodi di maggiore umidità invernale, per assicurarsi
 la conservazione del prodotto e per salvaguardarsi dal pericolo dell’ammuffimento
 (2). La generalizzazione di siffatti risultati, oltre a consentire
un perfezionamento qualitativo ed un abbassamento dei costi di esercizio,
potrà fornire un elemento di notevole portata per la soluzione della crisi di
sottoconsumo in atto per i Levantini.
Sarebbe inoltre opportuno, secondo quanto ha accertato l’I.N.E.A., che
l’Amministrazione dei Monopoli creasse qualche nuovo impianto: in parti-(1)

 È’ opportuno tenere presente che 30-40.000 quintali di Levantini, in prevalenza
 provenienti dal territorio del Capo di Leuca, risultano annualmente di deficiente
qualità. Cfr. IngAa, IL tabacco, vol. IL, Italia meridionale ed insulare, Roma 1951.
(2) Vedasi: M. Grovanozzi, IL contributo italiano nel campo degli studi e della
tecnologia della fermentazione dei tabacchi in «Il Tabacco » n. 616-617. Roma 1950.
        <pb n="284" />
        XXIV - PROBLEMI DELLA COLTURA E DELL'INDUSTRIA DEL TABACCO 301

colare sembrerebbe indispensabile crearne uno nel basso tarantino — per
raccogliere il tabacco del ginosino e del materano, che è di eccellente qualità
e che, oltrechè nelle aziende esistenti, potrebbe venire prodotto in quelle in
via di costituzione ad opera della riforma agraria — ed un altro nella fossa
premurgiana barese, nella quale, esistendo pochissimi magazzini di concessionari
 speciali, uno stabilimento dello Stato servirebbe di stimolo alla produzione,
 suscettibile di diffondersi nelle nuove aziende contadine e di raggiungere
 un alto livello qualitativo.

4. - Per le altre razze di tabacco del Mezzogiorno, non sorgono problemi
di ridimensionamento della produzione e di redistribuzione della superficie
coltivata così gravi come per i Levantini.
Il Maryland ed il Brasile beneventano non destano, almeno per il
momento, preoccupazioni, dato che trovano abbastanza facile impiego: in
particolare per il secondo si tratterà soprattutto di salvaguardarne le caratteristiche
 originarie oggi alquanto peggiorate, attraverso un miglioramento
della tecnica di fermentazione e delle relative attrezzature.
Per il Burley, l’eccesso di produzione non riguarda da vicino le zone di
coltura meridionali, dato che il prodotto che vi si ottiene è di qualità superiore
 a quello fornito dalle zone centro-settentrionali; eventualmente, dovendosi
 procedere a qualche restrizione di superficie, l’agro nocerino e la piana
del Sele, ove il Burley, insieme con il Maryland, ha il suo centro di maggiore
 diffusione, non dovrebbero incontrare difficoltà ad orientarsi verso altre
colture, dato che beneficiano della irrigazione.
Per il Salento, che occupa nel Mezzogiorno circa 1350 ettari concentrati
 in provincia di Benevento e di Avellino, il problema della sua sostituzione
 con il Brasile beneventano dovrebbe essere risolubile senza difficoltà,
dato che tale sostituzione è già in atto e progredisce rapidamente.
Per il Kentucky, cui sono interessate particolarmente le vallate del
Sabato e del Calore in provincia di Avellino, il Vallo di Diano e l’agro nocerino
 in provincia di Salerno, l’agro telesino e la valle caudina in provincia
di Benevento, la questione si pone, per certi aspetti, in forma analoga a
quella del Burley — perchè la produzione meridionale gode di una buona
qualifica specie dal punto di vista della combustibilità e quindi non soggiace
al rischio di doversi restringere — e, per certi altri aspetti, in forma analoga
a quella prospettata per il Brasile beneventano, in quanto che si tratta di
perfezionare, in molti casi, la tecnica di fermentazione e di migliorare ie
attrezzature dei locali di cura. A questo proposito, è stata riconosciuta, nei
Convegno di Benevento del 1951 (1), la necessità di una più larga diffusione
del sistema di cura Donadoni, che sostituisce all’azione del fuoco diretto
quella dei sili di fermentazione, consentendo risultati migliori di quelli ot.-tenuti
 col metodo tradizionale. Ideato per la lavorazione del Kentucky e non
avendo potuto sostituire che in piccola parte le vecchie attrezzature a causa

(1) Vedasi: E. Vanoni, Discorso pronunciato al Convegno dei tabacchicoltori di
Benevento, 28 gennaio 1951.
        <pb n="285" />
        302 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

dell’onere finanziario richiesto per la trasformazione, il sistema Donadoni
è riuscito fin’ora ad affermarsi meglio nelle plaghe di nuova coltura e per
altre varietà di tabacco per le quali, come nel caso del Brasile beneventano,
può sostituire la tradizionale infuocatura, con risultati molto soddisfacenti.
Vi sono perciò ancora molte vecchie concessioni che debbono essere
portate a quel livello tecnico necessario per il consolidamento della loro produzione;
 è quindi auspicabile che la citata attrezzatura si diffonda e, a questo
fine, sarà opportuno predisporre e attivare, a sostegno dell’iniziativa privata,
tutti quegli elementi di intervento di cui si è fatto cenno in altra parte (1) e
di cui, in passato, si è largamente avvalsa (2) l’Amministrazione dei monopoli,
 con beneficio generale della coltura e della complementare industria di
trasformazione.
Sotto l’aspetto della creazione di nuovi impianti, l’indagine ha messo in
evidenza, con riguardo al Burley e al Maryland, la particolare situazione
della pianura in destra del Sele. La creazione di un magazzino di Stato in
tale zona migliorerebbe i rapporti che oggi intercorrono tra l’unico grande
concessionario locale e i coltivatori, i quali, per il fatto di non potersi convenientemente
 attrezzare di propri locali per la prima cura del tabacco, data la
loro modesta condizione di compartecipanti, sono costretti a consegnare il
tabacco allo stato verde, in una condizione cioè non prevista dalle tariffe del
Monopolio ed esposta quindi a valutazioni molto aleatorie.
5. - In via generale, l’indagine dell’Istituto nazionale di economia
agraria ha messo in evidenza che lo stato delle attrezzature della industria
per la prima lavorazione del tabacco è strettamente dipendente dalle dimensioni
 delle concessioni. Le maggiori aziende, potendo meglio ripartire i
costi di lavorazione su una massa di prodotto più abbondante, sono risultate,
 per la maggior parte, le più efficienti, pur non mancando esempi di
piccole e medie concessioni dotate di attrezzature moderne e razionali.
Sui 515 magazzini di cura delle concessioni speciali, esistenti nel Mezzogiorno
 continentale, il 21% è risultato deficiente nelle attrezzature per
la manipolazione e l’8% nelle attrezzature per la conservazione del tabacco.
Considerando le dimensioni delle singole concessioni, ì due sopraindicati
valori diventano pari rispettivamente al 26% e al 9% per le piccole concessioni
 mentre per le medie scendono all’8% e al 4% e per le grandi si
annullano addirittura.
Va tenuto presente che gli impianti delle piccole concessioni, aventi
cioè a disposizione non più di 50 ettari. risultarono 393. quelli delle medie.

(1) Vedasi il cap. IV: Credito ed altri interventi, ecc.
(2) Tra il 1919 e il 1924, nell’Irpinia, nel Beneventano, nel Leccese quasi tutti i coltivatori,
 beneficiando della disposizione che prevedeva un contributo, erogato dal Monobolio
 in 9 annualità e corrispondente agli 8/10 del costo della costruzione, si dotarono
dei necessari locali di cura. Anche se non sempre i locali così costruiti mantennero la
loro originaria destinazione, dato che vennero adibiti a stanze di abitazione, specie
nel compartimento di Lecce, è auspicabile che l’Amministrazione riprenda Dl’iniziativa
per agevolare lo sviluppo e il miglioramento di questa tipica industria agraria (vedasi
il vol. dell’INEA cit).
        <pb n="286" />
        XXIV - PROBLEMI DELLA COLTURA E DELL'INDUSTRIA DEL TABACCO 303

tra i 50 e i 200 ettari circa, risultarono in numero di 100, quelli delle
grandi. con più di 200 ettari, 22.
Dal punto di vista della sanità dei locali e della funzionalità dei servizi
igienici e quindi delle condizioni di lavoro degli addetti all’industria, le
deficienze sono risultate di una gravità impressionante, dato che il 72%
degli impianti è stato giudicato dai tecnici, che hanno compiuto l’indagine,
« poco idoneo »: il 79% tra le piccole concessioni, il 57% tra le medie,
il 5% tra le grandi.
D'’altra parte, occorre far rilevare che sul basso valore dei coefficienti di
inidoneità, stabiliti per le attrezzature di manipolazione e di conservazione,
hanno influito i criteri di giudizio, che si sono limitati a riscontrare la
corrispondenza di tali attrezzature ai dettami della tecnica corrente; chè,
se si fosse tenuto’conto della necessità di introdurre in molti degli impianti
esaminati quei procedimenti più razionali, di cui si è fatto menzione in
precedenti paragrafi, i coefficienti avrebbero assunto valori molto maggiori
 di quelli riportati.
Al fine di migliorare le attrezzature di questa industria, soprattutto
negli impianti delle piccole concessioni, sarebbe necessario avviare un
processo di concentramento delle unità più frazionate in unità di mole
maggiore. A questo scopo, in alcune zone potrebbe agire da elemento
decisivo la cooperazione. « Nel campo della lavorazione e manipolazione
del tabacco, il movimento cooperativo non ha avuto finora sorte molto
felice, non tanto per difetto del sistema, quanto per colpa dello Stato, che
non ha creato a sostegno delle stesse cooperative un’organizzazione unica
capace di guidarle tecnicamente e di assisterle finanziariamente e per colpa
di alcuni concessionari privati i quali hanno sempre cercato di profittare
nei momenti di crisi della loro debolezza per tentarne il salvataggio e per
trasformarle di fatto in strumenti personali. Altre volte essi hanno sfruttato
il fallimento di molte cooperative per ampliare la propria superficie autorizzata.
 Molte infatti delle medie e grandi concessioni attuali si sono
costruite sui fallimenti di cooperative e di altre piccole concessioni private.
Sulle tredici cooperative oggi esistenti, appena cinque possono essere ritenute
 cooperative nel senso stretto della parola, mentre le altre sono delle
vere e proprie concessioni nelle mani di concessionari speciali, è quali hanno
fuso la loro ditta con la cooperativa oppure ne detengono il dominio in
qualità di presidenti o di maggiori azionisti.
Le poche funzionanti, però, sono dei magnifici esempi che dimostrano
la possibilità di estendere questa particolare forma di concessione che
meglio garantisce gli interessi dei coltivatori e delle maestranze lavoratrici»
 (1).

6. - Concludendo questa rapida disamina di alcuni dei problemi che
oggi più preoccupano la tabacchicoltura meridionale, si può osservare che
la graduale sostituzione delle varietà meno richieste con altre di maggiore

{*) Da: IngAa, Il tabacco. vol. IL cit.
        <pb n="287" />
        304

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

impiego, lo spostamento di alcune aree di coltura, il rafforzamento della
esportazione e il perfezionamento della tecnologia industriale nella preparazione
 dei tabacchi sono gli strumenti per una decisiva azione di consolidamento
 del settore: occorre però tenere presente il carattere di aleatorietà
che è sempre insito nei rapporti internazionali e le difficoltà che le sostituzioni
 e gli spostamenti incontrano nelle condizioni economiche e sociali
delle zone di vecchia coltura.
Appare quindi come lo strumento indicato per ultimo sia quello di
maggiore affidamento e come, di conseguenza, all’industria sia affidato un
ruolo di primaria importanza per evitare limitazioni della superficie investita
 a tabacco, eccessivamente onerose per i tradizionali coltivatori, e per
dare al fumatore italiano buoni prodotti a prezzi convenienti.
        <pb n="288" />
        Xx XU

L'INDUSTRIA MOLITORIA NEL MEZZOGIORNO

1. - L’industria molitoria è stata uno dei settori più sensibili alle disposizioni
 emanate per l’industrializzazione del Mezzogiorno.
A fine dicembre 1951, i Banchi di Napoli, Sicilia e Sardegna avevano
concesso finanziamenti a tale industria e a quelle della pastificazione e della
panificazione per circa 5 miliardi di lire sui 45,5 concessi in complesso. Su
1787 iniziative finanziate, 240 riguardavano le tre industrie sopra indicate,
e si ha ragione di credere che una buona parte di quella quota, pari all’11%
circa dei mutui effettuati, sia toccata all’industria molitoria (1).
Di fronte a queste cifre viene logico domandarsi se esse derivino da
esigenze obiettive o, come anche è stato detto, da motivi di speculazione. Una
risposta soddisfacente può darsi avendo presente una serie complessa di fattori
 che hanno notevole peso nel determinare gli indirizzi dell’industria allo
studio e che possono ricondursi alle seguenti quattro categorie fondamentali:
a) l’industria molitoria, dopo essere stata assoggettata alla disciplina
 corporativa e a quella annonaria, è oggi sottoposta alla disciplina
 delle forniture di grano di provenienza statale e delle tariffe
di approvvigionamento di tale grano. Questi fatti, uniti a quelli di più lontane
 origini — per i quali le tradizionali correnti mondiali di interscambio
si sono venute modificando (Napoli centro di rifornimento internazionale,
oltrechè nazionale di paste), così come si vanno modificando le abitudini
rurali per cui il pane tende ad essere confezionato sempre più con farine
abburattate — hanno profondamente intaccato le basi strutturali su cui si
reggeva l’industria; occorre quindi vedere nel dinamismo degli investimenti,
caratteristico del settore nell’ultimo decennio, un vero e proprio fenomeno
di reazione — che non manca di aspetti febbrili — e di adeguamento — che
non manca di eccessi — alla nuova situazione:
b) l’industria molitoria è, tra le industrie agrarie, una delle più sensibili
 ai moderni ritrovati della tecnica, anche perchè, costretta a ricercare

(1) Vedasi: « Informazioni Svimez», 1 finanziamenti all’industria del Mezzogiorno,
 n. 25, 1952. I finanziamenti di cui è detto nel testo furono deliberati a norma
dei: D.L. 1° novembre 1944, n. 367; D.L. 28 dicembre 1944, n. 416; D.L. 15 dicembre 1947,
n. 1419; D.L. 14 dicembre 1947, n. 1598 e L. 9 maggio 1950, n. 261. Dai dati a disposizione
non è possibile straliciare la quota di finanziamento toccata esclusivamente all’industria
 molitoria.
        <pb n="289" />
        306 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

nel massimo abbassamento dei costi il margine per sostenere l’onere del suo
potenziale in larga misura inutilizzato, deve poter disporre di attrezzature
di grande efficienza e deve quindi provvedere a rinnovarle con ritmo frequente.

C’è da aggiungere che, in questo processo di rinnovamento, l’industria
 in esame si è trovata affiancata dall’industria meccanica, la quale ha
intensamente sviluppato i suoi studi e le sue progettazioni, per cui oggi è
in grado di fornire ottime attrezzature per molini anche di non granci
dimensioni;
c) l’industria molitoria è stata, nei suoi impianti maggiori situati in
grandi centri abitati, molto colpita dalla guerra e quindi ha notevoli bisogni
finanziari per provvedere alla propria ricostruzione;
d) l’industria molitoria è uno dei pochi settori che trova nel Mezzogiorno
 un substrato pronto ad offrire all’iniziativa imprenditoriale quel
complesso di « fattori agglomerativi », difficilmente reperibili per altri seîtori:
 maestranze preparate, imprese sussidiarie costituite e la stessa capacità
 di iniziativa robusta e, per discendenza familiare o aziendale, agguerrita
 e sensibile ai problemi del mercato e della produzione cerealicola. Sì
aggiunga a tutto ciò un forte corpo di mediatori e di sensali, tramite i quali
il problema del rifornimento della materia prima — che per tante altre
industrie meridionali costituisce una delle preoccupazioni più assillanti
— è risolto mediante una rete di canali d’afflusso costituita e sperimentata
da tempo.
Indubbiamente ad eccitare l’iniziativa in questo settore devono avere
giocato anche elementi contingenti di speculazione. In conseguenza delle
condizioni e delle bardature impostele, era fatale che l’industria esprimesse
un movimento, non sempre del tutto marginale, inteso a cogliere l’Occasione
per sfuggire dalle maglie del dispositivo e assicurarsi sopraprofitti di congiuntura.
 Ad ogni modo, come si vedrà, l’esame di fondo della situazione
consente di cogliere una serie di elementi che giustificano in buona parte
quell’attivismo dimostrato dal settore molitorio nella acquisizione dei fondi
messi a disposizione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno.

2. - Gli aspetti della evoluzione dell’industria molitoria nel tempo si
concretano essenzialmente in una progressiva riduzione del numero degli
‘impianti e nel graduale aumento della loro capacità lavorativa unitaria.
Risulta infatti che nel 1882 i molini erano, in Italia, 30.414, dei quali
quelli con una potenzialità giornaliera superiore ai 100 q.li erano appena 152;
nel 1940 (1), sullo stesso territorio del 1882 (2), gli impianti erano 22.626 dei

(1) Vedasi: Istat, Annuario statistico dell’agricoltura italiana 1939-1942. Impianti
molitori esistenti al 1° gennaio 1940 (Indagine statistica sulla macinazione, circolare
n. 34-11211 del 26 marzo 1940), Roma 1948.
(2) Escluse cioè la Venezia Giulia e la Venezia Tridentina; nei confini del 1940 i
molini erano 25.371; nei confini attuali, esclusa cioè la Venezia Giulia e Zara e inclusa
la provincia di Gorizia (dati approssimati per la non corrispondenza dell’attuale terri-:orio
 provinciale a quello del 1940) i molini sarebbero stati 25.068.
        <pb n="290" />
        XXV - L'INDUSTRIA MOLITORIA NEL MEZZOGIORNO

307

quali 2.331 superavano il limite di potenzialità anzidetto (1). L’elemento
tecnico che entra a caratterizzare il processo evolutivo è costituito dal laminatoio,
 che sostituisce gli originari palmenti; mentre nel 1882 soltanto 152
molini possedevano tale tipo di macchina, nel 1940 i molini a laminatoio
erano 1.614 ed altri 2.007 molini impiegavano contemporaneamente i cilindri
 e le mole.
Nel considerare come si sia venuta attuando tale evoluzione nelle singole
 circoscrizioni, sempre considerando i confini del 1882, si vede che la
riduzione percentuale nel numero degli impianti è stata un po’ meno marcata
 nel Sud che nel Nord. :
Tra le due date citate, infatti, il numero degli impianti si riduce, rispetto
alla primitiva consistenza, nel Mezzogiorno del 21% e del 28% nelle altre
regioni d’Italia; nelle Isole tale riduzione è appena dell’11%.
Per quanto riguarda il tipo di macchinario impiegato, il Censimento
industriale del 1937 (2) rileva che il laminatoio predomina negli esercizi di
grandi dimensioni mentre nei piccoli impianti sono ancora largamente diffusi
 ì palmenti.
La ragione della persistenza dei piccoli molini — fino a 50 q.li giornalieri
 — che numericamente rappresentavano nel 1937 1’86% del complesso
italiano, ma solo il 43% della totale potenzialità e il 26% della lavorazione
effettuata nell’anno precedente, va ricercata nella consuetudine degli agricoltori
 a farsi molire per proprio conto il grano occorrente ai loro fabbisogni.
Tale consuetudine, cui si accompagna la tradizionale preparazione casalinga
del pane di farina integrale, sta però disperdendosi, con il passare del tempo,
perchè negli stessi comuni rurali si va a mano a mano affermando la esigenza
dei consumatori, che preferiscono farina abburattata.
Ne deriva di conseguenza la necessità anche per i piccoli esercizi di
attrezzarsi con i laminatoi: il Censimento del 1937 ne rilevava la presenza
anche nella classe minima, che lavora 10 q.li al giorno. In questa classe, nel
Mezzogiorno, vi era lo 0,7% di impianti forniti di laminatoi; ma nella
classe da 11 a 50 q.li la percentuale era già del 7,8%; nella classe da 51 a
100 g.li giornalieri, del 32,7%; nella classe fino a 500 q.li giornalieri, del 77,4%
Nelle classi Superiori ai 500 q.li di grano al giorno, i palmenti non erano
più in uso.
Le percentuali riferite alle singole classi, distintamente per le due grandi
circoscrizioni, non presentano, in media, grandi scarti; solo in quella da 51
a 100 q.li giornalieri di lavorazione il Sud ha un numero di impianti attrezzati
 con laminatoi decisamente inferiore a quello che ha il Nord; il 33%-34%
 circa rispetto al 45% sia come numero di impianti sia come potenzialità.
La conseguenza diretta della differente qualità di attrezzatura si palesa
quando si consideri la quantità di lavoro effettuata nell’anno dai vari tipi

(1) Sull’argomento e sulla comparabilità dei dati riportati si veda: P. ALBERTARIO,
L’industria molitoria in Italia, in « Bollettino di Statistica Agraria e Forestale », n. 1, 1939.
(2) Per una serie di dati, di cui si dirà nel testo, è necessario ricorrere al Censimento
 del 1937, anzichè all’Indagine del 1940, perchè questa non li ha rilevati.
        <pb n="291" />
        308

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

di molini. Dall’analisi delle classi distinte dal Censimento in relazione alla
quantità di materia prima lavorata nel 1936, si vede che i molini a palmenti
sono quasi interamente (97,69%) compresi nella classe che ha per limite
massimo i 5.000 q.li annui e già nella classe, che ha per limite i 1.000 g.li, ne
è compreso il 67,8%. I molini dotati di laminatoi costituiscono viceversa 1a
totalità degli impianti nelle classi di maggiore lavorazione.
Dal Censimento si rileva inoltre la maggiore utilizzazione degli impianti
con il crescere della loro potenzialità: per i molini fino a 10 q.li di capacità
lavorativa giornaliera l’utilizzazione del potenziale installato sarebbe stata
nel 1936 pari al 17,8%; per quelli compresi nella classe da 11 a 50 q.li l’utilizzazione
 sarebbe stata pari al 19,2%; per quelli da 51 a 100 q.li il coefficiente
sale al 21%; per quelli da 101 a 500 q.li a 45,6%; per quelli da 501 a 1000 q.li
giornalieri l’utilizzazione del potenziale in quell’anno fu pari al 73,7%. Per
i molini da oltre 1000 q.li il coefficiente subisce un'inversione di tendenza
e si abbassa al 68%. Per le stesse classi indicate ma con riferimento ai soli
molini a laminatoio, i coefficienti diventano pari rispettivamente a 29,6%;
26,2%; 28,1%, rimanendo invariati per le tre classi maggiori, dove non esistono
 se non per eccezione molini sprovvisti di laminatoi.
A tali rapporti non si può attribuire un significato pratico sia perchè
si riferiscono ad una sola annata sia perchè è da escludersi che, nella realtà,
l’imprenditore di un piccolo molino sì comporti, nel preventivare il proprio
bilancio, in modo analogo ad un imprenditore di un grande molino.
Si può addirittura dire che la potenzialità massima non costituisce per
le piccole unità un termine di confronto; nel caso che lo costituisca, essa non
può essere commisurata sulla base delle 24 ore — si pensi, ad es., ad una
azienda a carattere familiare — e sulla base di 280-300 giorni lavorativi —
si pensi, ad es., ad un molino azionato ad acqua — non essendo praticamente
attuabili, nel primo caso, turni giornalieri continuativi e, nel secondo, periodi
 di lavorazione molto prolungati, per il cessare, in relazione a gelate O
a inaridimenti estivi, della corrente d’acqua motrice. In simili situazioni
c’è da ritenere che i coefficienti di utilizzazione vengano, semmai, valutati,
ai fini di un calcolo di convenienza, sulla base di un terzo, della metà e
anche meno del valore teorico della potenzialità installata.
In particolare è poi da escludersi che l’imprenditore che esercita la molitura
 per conto possa valutare le possibilità del proprio impianto in modo analogo
 ad un imprenditore che esercita la molitura in proprio, acquistando la
materia prima e vendendo poi gli sfarinati. I fattori che influiscono sull’uno
e sull’altro tipo di gestione sono infatti di natura completamente diversa. I
coefficienti prima indicati starebbero comunque a dimostrare come, a parità
di condizioni, con l’aumento fino a un certo limite della potenzialità e con
il miglioramento delle attrezzature, crescano le probabilità di una maggiore
utilizzazione della capacità lavorativa dell’impianto.
Se dai confronti tra Nord e Sud non emergono, nel settore allo studio,
grandi differenze strutturali, l’esame della situazione regionale mette invece
in evidenza alcuni divari di notevole ampiezza.
        <pb n="292" />
        XXV - L'INDUSTRIA MOLITORIA NEL MEZZOGIORNO

309

TAB. 1. — CARATTERISTICHE DELL’INDUSTRIA MOLITORIA. *

CIRCOSCRIZIONI

Abruzzi e Molise
Campania .. . .
Puglia ...... +
Basilicata .....
Calabria ......
Sicilia .. e
Sardegna .....
Mezzogiorno .. |
Nord |

ITALIA ....

Capacità

avostiva)

media
per
eser- |
’izio | Eserq.li/
 cizi
24 h.

CLASSI DI AMPIEZZA **

GRADO DI AGGIOR-NAMENTO
 TECNICO **

fino a 20 4; da 21 a 56
qg.li/24 h. q.li/24 h.

‘a 51 a 1C0 | da 101 a 400 | oltre 400
qli/2à nh. qli24 bh. quli/24 h.

Esercizi

Capacità

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A

Capa-Eser-
 | cità  Esercizi
 | Javo-} cizi
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— ——|—

Capacità

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Esercizi

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Capa- Capa- a
cità | Eser- cità lia lami-| a pal-| lamin.
lavo- | cizi | lavo- | natoi | menti) e
rativa rativa) | palm.
10 7 712717137 14717325

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0,1! 1,3] 3,4 91,7!
2,5] sa 2,5| 89.5!
2.3) 18,8! 21,6) sa,1l
- s,7 87,1!
2,61 96,01
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16.1] 6,9 sa al

4,9

30

24, 3

7 9

| 4

0,7}
0.6

3,6
03

23,8] 19,5] 18,3] 23,7 1,5 31.3
27,2] 20,1| 17,6 28,3] so 31,20
asl 26.2) 19,9 16,8) 10 8.1 sua

14,1 9,2) 86,4
12,6] 6,1] 83,7)
07 152 10 84.5

44
10 2

e

4

i

48.

n 5

* È da osservare che, a seconda che si utilizzino i dati del Censimento industriale del 1937 oppure quelli de ll’ Indagine
del 1940, alcune caratteristiche medie dell'industria in esame risultano notevolmente diverse: così, misurando l’ampiezza
media degli esercizi in base al numero di addetti o di cavalli-vapore installati risultava, nella tab. 5 del cap. « La struttura
delle industrie agrarie nel Mezzogiorno », che l’unità media del Mezzogiorno era superiore a quella del Nord; analogamente
il grado di meccanizzazione, misurato dal rapporto tra cavalli-vapore e addetti risultava, sia pure con lievissimo scarto,
superiore nel Sud che nel Nord. Probabilmente giuoca nel determinare tale divario anche il fatto che dall’Indagine del 1940
sono stati esclusi 1913 molini di alta montagna ad unico palmento che non macinano più di 200 q.li di cereali all’anno,
in prevalenza ubicati al Nord. Può essere che la loro presenza abbia influito nell’abbassare i valori delle caratteristiche
medie, determinate in base al Censimento, del molino settentrionale rispetto a quelli del molino meridionale. Si ha inoltre
ragione di credere che i dati del 1940, frutto di un aggiornamento e quindi di una revisione dei risultati del Censimento,
siano più precisi di quelli accertati nel 1937.
** Parcentuali sul complesso delle singole circoscrizioni.

In particolare, va osservata nella Calabria la polverizzazione che colpisce
 il 48% del potenziale regionale mantenendolo frazionato in unità capaci
 di molire giornalmente non più di 20 q.li di cereali. In questa regione,
l’unità media ha una capacità lavorativa di 14 q.li; situazione simile, per
quanto meno grave, si ritrova in Sardegna, dove un quinto del potenziale è
polverizzato e le dimensioni dell’unità media arrivano appena ai 28 q.li;
anche la Basilicata e gli Abruzzi hanno unità medie di dimensioni notevolmente
 inferiori a quelle che caratterizzano il molino di tutte le altre regioni.

In stretta relazione con la capacità produttiva dell’impianto sta il grado
di aggiornamento tecnico delle sue attrezzature: le unità dotate di laminatoi,
che costituiscono mediamente il 9% circa del complesso molitorio meridio-
        <pb n="293" />
        210

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

nale, con massimi del 22% circa in Puglia e del 19% in Sicilia, in Calabria e
in Abruzzi non rappresentano che il 3% di tutti i molini della regione (1)
Contrasta con le situazioni sopra illustrate il forte concentramento campano,
 che raccoglie il 23,89% del potenziale nella classe di molini da più di
400 q.li al giorno e un altro 44% circa nella classe dai 100 ai 400 q.li giornalieri.
 In quest’ultima classe, verso cui sembra orientata, a preferenza delle
altre, la moderna industria, le regioni meno provviste erano nel 1940 gli
Abruzzi, la Basilicata, la Calabria e la Sardegna che vi avevano una quota
di potenziale notevolmente inferiore a quel 30% che costituiva il livello
medio nazionale.
Se ora sì tiene conto delle considerazioni svolte circa la minore attività
che il piccolo molino, male attrezzato, svolge rispetto al molino meglio dimensionato
 e più moderno, si può trovare nei dati della tab. 1 uno dei motivi
per cui l’industria molitoria di alcune regioni meridionali è stata particolarmente
 attiva nel richiedere finanziamenti sui fondi della industrializzazione.

Tali investimenti sono da mettersi in relazione alla necessità di ampliare
le dimensioni degli impianti; di sanare, almeno in parte, la forte polverizzazione;
 di rivedere la situazione di alcune unità non più idonee alle mutate
condizioni del mercato granario; di colmare il divario nel grado di aggiornamento
 tecnico, rappresentato, per quelle regioni, dalla bassa frequenza
dell’uso dei laminatoi.
La tendenza ad un aggiornamento delle situazioni più arretrate appare
perciò una delle ragioni atte a giustificare gli investimenti di capitale effetiuati
 nel settore allo studio, semprechè essi abbiano effettivamente contribuito
 a rinnovarne le attrezzature più antiquate e a meglio equilibrarne,
con il concentramento delle unità polverizzate e con il decentramento e la
riduzione degli impianti di massima mole, la struttura.

3. - Ma l’attuazione di determinati miglioramenti tecnici e di un certo
ridimensionamento delle unità, per realizzare migliori coefficienti di utilizzazione
 delle attrezzature, non può essere stata ragione sufficiente a creare
quel movimento che si è avvertito nel settore in seguito ai provvedimenti
presi a favore del Mezzogiorno.
La riforma del tradizionale assetto raggiunto dalla industria molitoria
è infatti anche strettamente connessa all'indirizzo, che ormai da più di un
quarto di secolo l’Italia persegue, per alleggerire la bilancia commerciale
dall’onere delle importazioni granarie, e che ha portato, con l’aumento
della produzione, ad una revisione dei criteri ubicazionali, in base ai quali
si erano costituiti alcuni importanti centri di molitura, in prossimità dei
porti di sbarco del grano estero.

(1) L’indagine del 1940 non ha rilevato, unitamente alle unità fornite di laminatoio,
 anche il rispettivo potenziale; si sa però, in base ai dati del Censimento del 1937,
che, a quell’epoca, mediamente circa un terzo del potenziale era fornito di laminatoi
e che un altro 20 % circa si serviva contemporaneamente di laminatoi e di palmenti.
        <pb n="294" />
        XXV - L'INDUSTRIA MOLITORIA NEL MEZZOGIORNO

311

Ancora nel 1940 tutti i 15 molini esistenti nel Mezzogiorno con capacità
lavorativa giornaliera superiore a 1.000 quintali risultavano dislocati in città
di mare (Napoli 7, Salerno 1, Bari 1, Catania 3, Messina 1, Palermo 1, Cagliari
 1). La potenzialità complessiva di questi 15 impianti, pari a q.li 21.316
giornalieri, rappresentava circa il 25% di tutta la potenzialità molitoria meridionale,
 definita nel 1938 di prima categoria. |
I dati statistici disponibili non sono così analitici da consentire di aggiornare
 la situazione di tali molini portuali: solo indirettamente si può
avere una conferma dell’avvenuto decentramento — che le distruzioni di
guerra hanno, con carattere catastrofico, accelerato — quando si consideri
il potenziale molitorio di alta macinazione del 1953 nella Campania, su cui
gravitava un tempo la grande massa (1) delle importazioni.
La crisi dell’industria molitoria campana, ulteriormente aggravata dalla
scomparsa pressochè assoluta dell’antico commercio di esportazione delle
paste (2) — che altrimenti avrebbe potuto essere in grado di richiamare dal
Mezzogiorno la materia prima da lavorare — vi ha ridotto, tra il 1940 e il
1953, il potenziale molitorio di alta macinazione da q.li 40.778 a q.li 35.074.
Già nel 1936 i rilievi effettuati dal Censimento industriale sul quantitativo
 di cereali lavorato dall’industria denunciavano tale crisi, mettendo
in evidenza, nella ripartizione della materia prima da molire tra Nord e Sud,
alcune sperequazioni le cui cause possono essere ricondotte alla non più
corrispondente ubicazione degli impianti rispetto alle nuove correnti del
commercio granario.
La ripartizione tra iì molini della materia prima da lavorare avvenne
infatti, in quell’anno, sulla base del 70,5% al Nord e del 29,5% al Sud, allorchè
 la ripartizione della popolazione tra le due circoscrizioni stava nel rapporto
 di 64,6% e 35,4% rispettivamente, quella della produzione cerealicola
nel rapporto di 66,8% e 33,2% e quella del potenziale molitorio nel rapporto
di 64,8% e 35,2%. Essendo ormai quasi del tutto cessata l’importazione
— nel 1936 vennero importati q.li 532.692 di frumento, q.li 166.691 di mais
e g.li 141.691 di cereali minori — lo scarto che si avverte tra i valori delia
prima coppia di coefficienti e i valori delle altre coppie, scopre una emigrazione
 della materia prima del Mezzogiorno verso altre regioni, non giustifi-(1)

 Le statistiche fanno rilevare che, quando la produzione granaria del Nord
e del Sud America aveva il predominio nelle nostre importazioni, l’afflusso del grano,
attraverso i porti del Golfo di Napoli, arrivò a un massimo di circa 8 milioni di quintali.
Nella campagna 1950-51 il grano estero sbarcato nei porti del Golfo — Napoli, Torre
Annunziata e Castellammare — ammontò a q.li 3,5 milioni circa. E’ facile perciò spiegarsi
l’avvenuta localizzazione di una attrezzatura tanto imponente per la molitura che, tra
l’altro, trovava la favorevole condizione di poter lavorare per una industria locale.
quella della pastificazione, interessata strettamente all’esportazione.
(2) L’esportazione complessiva di paste alimentari nel 1913 toccò il suo massimo
con 4d.li 709.000, di cui q.li 624.000 provenienti dal Mezzogiorno. Già nel 1928 l’esportazione
 delle paste alimentari era ridotta a q.li 93.000 e, nel 1934, toccava il minimo di
q.li 34.000 appena. Una ripresa nelle esportazioni si ebbe, ma in via contingente, con la
campagna etiopica che riportò a q.li 100.000 il quantitativo spedito, stante il fabbisogno
dei militari e dei civili stabilitisi in Africa. Nel 1952 l’esportazione di pasta è stata di
g.li 67.000 circa.
        <pb n="295" />
        312 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

cata, in via generale, nè dalla deficienza di attrezzatura nè dai bisogni del
consumo.
La spiegazione a questo fatto, più che in particolari esigenze che il mercato
 di consumo ha per determinati prodotti — ad esempio grano duro (1)
che l’industria di pastificazione settentrionale importa dal Mezzogiorno —
va ricercata in quello sviluppo assunto in passato dall’industria molitoria
meridionale, in prevalente funzione del mercato internazionale, anzichè di
quello interno.
Basti ricordare in proposito il traffico che, prima della guerra, veniva
fatto tra i distretti cerealicoli del Crotonese e del Metapontino, i quali spedivano
 il loro grano nel medio e alto Adriatico, da dove poi lo ritiravano
dopo che era stato molito.
In simili situazioni (2), il nuovo andamento delle correnti del commercio
 cerealicolo, accentuatosi con le difficoltà nei traffici create dalla guerra,
ha suscitato l’orientamento a rendere le varie zone autosufficienti per il servizio
 di molitura dei propri cereali.
Nel dopoguerra, in conseguenza della particolare politica degli approvvigionamenti
 del grano statale ai molini, l’antica distribuzione geografica
degli impianti è risultata sempre meno corrispondente alle esigenze dei
vari mercati di consumo e quell’orientamento si è andato perciò sempre più
rafforzando allo scopo di ridurre quanto più possibile l’incidenza dei trasporti
 sul costo degli sfarinati.
Concomitante infatti con l’indirizzo granario, seguito nell’ultimo venticinguennio,
 e quindi con la modifica delle tradizionali correnti del commercio
 cerealicolo, è stato l’intervento, sempre più rigoroso, dello Stato nel
controllo delle importazioni, nel processo di reparto e di distribuzione delle
disponibilità di frumento tra i vari enti di consumo e nella disciplina dell’industria.

Gli strumenti di questo intervento, che in particolare hanno agito nel
determinare modifiche di struttura nel settore in esame, sono da ricercarsi:

(1) Nel 1936 vennero macinati q.li 1.204.602 di grano duro nel Nord; nel Centro
ne vennero macinati q.li 448.763 e nel Mezzogiorno q.li 8.982.412.
(2) Per avere ur’idea delle singole situazioni locali dell’industria molitoria si è
fatto un rapporto tra il quantitativo di grano molito nel 1936 nelle singole circoscrizioni
e nelle singole provincie e il quantitativo di grano prodotto in ciascuna di esse; tale
rapporto è per il Nord = 104,0 e per il Sud = 81,5. Per le singole provincie del Mezzogiorno
è il seguente: Aquila 37,5; Campobasso 52,8; Chieti 44,8; Pescara 89,6; Teramo 19,2; Avellino
 57,7; Benevento 53,4; Napoli 846,2; Salerno 216,3; Bari 222,0; Brindisi 34,9; Foggia
59,0; Taranto 39,2; Lecce 96,3; Matera 25,0; Potenza 37,0; Catanzaro 21,7; Cosenza 17,2;
Reggio Calabria 74,3; Agrigento 39,2; Caltanissetta 47,9; Catania 196,9; Enna 34,0; Messina
 203,1; Palermo 47,1; Ragusa 117,8; Siracusa 115.9; Trapani 58.4; Cagliari 86,5; Nuoro
36,1; Sassari 33,7.
Pur tenendo conto della diversa influenza che gli ordinamenti agrari e il regime
fondiario possono esercitare sulle destinazioni della produzione granaria, in particolare
sulla quota attribuita ai reimpieghi aziendali nelle singole provincie, e pur tenendo
conto che sui dati della macinazione possono avere avuto un diverso peso le scorte
di magazzino, i fortissimi divari che si riscontrano, ad es. tra Napoli e Matera, non
trovano giustificazione se non nel fatto che le scelte ubicazionali dell’industria venivano
 fatte un tempo secondo criteri che oggi non sono più validi.
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        . WEL:
Big 473 wstuafrr 17. 2. 54.
XXV - L'INDUSTRIA MOLITORIA NEL MEZZOGIORNO 313

a) nella distinzione dei molini in due categorie caratterizzate sostanzialmente,
 in base agli elementi tecnici dell’impianto, dalla facoltà o meno
di molire grano della gestione statale (di ammasso o di importazione) e,
fino al 1950, dalla autorizzazione o meno a lavorare in proprio o soltanto
per conto di terzi; |
b) nella instaurazione della cosiddetta formula del « franco molino »,
per la quale il grano della gestione statale viene conferito all’industria ad un
unico prezzo, ovunque essa sia ubicata.
I] primo di tali strumenti determinò, prima del 1950, modifiche di ordine
qualitativo nelle attrezzature dei singoli impianti che aspiravano al passaggio
 dalla categoria dei molini a resa integrale e a lavorazione per conto a
quella dei molini produttori di farina abburattata da potersi immettere in
commercio; oggi, le determina in quelle unità che aspirano a ricevere grano
statale. Il secondo comporta cambiamenti di ordine ubicazionale in quanto
il franco molino, che annulla i costi differenziali di trasporto, ha sviluppato
negli imprenditori la tendenza a spostare, O, più in generale, a sviluppare
gli impianti prossimi ai centri di consumo.
Tale tendenza si è particolarmente acuita dopo che la disciplina del settore,
 passata dall’ammasso totale a quello per contingente, si è limitata a
regolamentare i prezzi di conferimento della materia prima dallo Stato ai
molini, lasciando invece liberi i prezzi di conferimento delle farine dai molini
 al consumo.
Se il primo effetto, quello cioè delle modifiche nelle attrezzature è da
considerarsi in linea generale positivo, in quanto che concorre ad una razionalizzazione
 delle attrezzature, tra l’altro resa necessaria dalla crescente
propensione delle popolazioni rurali, specie di quelle che non vivono sparse
in campagna ma riunite in centri abitati, a consumare farine abburattate,
sul secondo effetto, provocato dall’intervento dello Stato mediante l’applicazione
 del « franco molino », si potrebbero avanzare delle riserve, se fosse
lecito fare previsioni circa il carattere continuativo o meno di tale intervento.
Nel caso che esso venisse meno, lo sviluppo dell’industria in alcune zone
potrebbe infatti essere artificioso e molte unità sarebbero costrette, data la
già esuberante disponibilità di attrezzature, a scomparire. '

4. - La mancanza di dati statistici non consente la misurazione precisa
dell’indicato sviluppo. Occorre infatti avvertire che le rilevazioni del dopoguerra
 (1) non hanno più considerato l’intero settore ma soltanto gli impianti
 di cosiddetta « alta macinazione », trascurando quelli di bassa macinazione
 e cioè tutti i molini a palmenti e quelli a laminatoio non attrezzati in
conformità alle prescrizioni di legge.
Nella tab. 2 è messa in evidenza la situazione di tutta: l’industria nel
1940. Per rendersi conto delle denominazioni usate nella tabella, occorre

(1) Fa eccezione il Censimento industriale 1951, di cui però, nell’ottobre 1953, non
“1 conoscono ancora i dati.
        <pb n="297" />
        314 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

ricordare che la classificazione dei molini è stata fatta in base al R.D.L.
9 settembre 1938, n. 1890. entrato in applicazione con la campagna 1939-40.
Il decreto, all’art. 13, stabiliva per i molini due categorie: la prima comprendente
 gli impianti che producevano sfarinati per farne commercio, la
seconda quelli che lavoravano esclusivamente per conto terzi; all’art. 14 ne
rendeva facoltativa una terza, comprendente i molini autorizzati a compiere
 promiscuamente le due lavorazioni.
Ne potevano fare parte i molini che, all’atto dell’entrata in vigore del
decreto, comprovassero di attendere legittimamente a tale lavorazione promiscua;
 di avere ricevuto assegnazioni di frumento dalla gestione degli ammassi;
 di avere attrezzatura idonea ad una razionale lavorazione e rispondente
 alle esigenze tecniche indispensabili per produrre, oltrechè per uso
dei consumatori diretti, anche per il commercio.
Urn’altra osservazione che occorre premettere all’esame della tab. 2 concerne
 il potenziale: l’indagine del 1940 ha valutato la capacità lavorativa,
per tutte le categorie di molini, sulla base di 24 ore giornaliere; già in occasione
 del calcolo dei coefficienti di utilizzazione del potenziale installato si è
avvertito come i criteri da seguire debbano essere necessariamente diversi
a seconda che si tratti di piccoli o di grandi molini, di aziende che vendono
gli sfarinati ottenuti o di aziende che si limitano ad eseguire la macinazione
per conto terzi. Mutano infatti notevolmente da caso a caso, la durata della
giornata lavorativa e quella della stagione molitoria; mutano inoltre gli elementi
 da prendere in considerazione per determinare la potenzialità a seconda
 che si tratti di impianti a laminatoi o di impianti a palmenti; se nel
primo caso riesce abbastanza facile stabilire una formula standard per trovare
 il valore cercato, nel secondo caso la valutazione riesce il più delle
volte empirica e approssimata. In sostanza, si può dire che i rapporti risultanti
 dalla tab. 2 non rispecchiano la effettiva situazione del settore, in
quanto che danno ai molini che producono sfarinati per conto dei consumatori
 diretti, un peso sproporzionato a quello che essi hanno nella realtà.
Gli aspetti che pertanto vanno soprattutto esaminati sono quelli concernenti
 le diversità strutturali che i dati regionali. messi a confronto tra
di loro. consentono di vedere.
Di fronte alla Campania, alla Puglia e alla Sicilia che nel 1940 avevano
il 47%, il 583% e il 55% rispettivamente del loro potenziale idoneo a produrre
 sfarinati per il commercio, gli Abruzzi, la Basilicata e la Calabria ne
avevano soltanto il 16-18% e la Sardegna ne aveva il 27%.
Mentre Campania, Puglia e Sicilia raccoglievano il 20% di tutto il potenziale
 molitorio italiano, le altre quattro regioni meridionali non ne mettevano
 insieme, tra tutte, che l’8,2% pur partecipando, nel 1936-39, alla produzione
 granaria nazionale con una quota pari al 15% ed essendo la loro
popolazione il 12% circa di quella italiana.
Si vede poi come tra il potenziale idoneo a produrre sfarinati per il commercio,
 la Campania ne avesse il 74% esclusivamente adibito a tale bisogna,
mentre la Basilicata ne aveva solo il 10%.
        <pb n="298" />
        XXV - L'INDUSTRIA MOLITORIA NEL MEZZOGIORNO

315

TAB. 2. — SITUAZIONE DELL'INDUSTRIA MOLITORIA NEL 1940.

CIRCOSCRIZIONI

Molini che producono sfarinati per farne commercio

Molini che
producono
sfarinati
per conto di
consumatori
diretti,
esclusivamente

esclusivamente


non esclusivamente

in complesso

di cui con
capacità
lavorativa
giornaliera
superiore
ai 200 q.li

Eser- ' Capacità Eser- | Capacità |
lavora- |, | lavora- !
cizi
tiva tiva Capaqli/24
 h.| 2 [qli/24 n) Eser- | cità
| cizi | lavo-|
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n. lq.li/24,
h.

Eser- I Capacità | Eser- ’ Capasità] Eserlavora-
 lavoracizi
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tiva tiva
[esa hl " |qadi/24 h.l

n.

TOTALE

GENERALE

Capacità
lavorativa
q.li/24 h.

n

Abruzzi e Molise
Campania ......
Puglia g.........
Basilicata ......
alabria ......
Sicilia... |
Sardegna .......
Mezzogiorno .. |
Nord sussssa a
ITALIA .....

{dati

22) 3.960] 58) 3.142
77) 36.361| 104| 12.775
10] 15.180] 94] 11.994
g 240) 27) 2.112
16] 1.369]  96| 2.841
91) 25.123| 266 19.264]
‘9° 3,356|  33i 1.538
270| 85.589]  678| 53.666
4122] 147.613] 3.139| 239.882
692| 233.202| 3.817| 293.548

assoluti)

do 600
15| 4.417
15| 3.859
1) 300
7/ 2.020]
UU 624

80
«21
144
I.
iI:
n

7.102] 1.055; 32.751, 1.135
19.136| 1.029| 55.870! 1.210|
27.174| 342) 23.703] 486
2.352| 412 12.278| 441
4.210| 1.704| 20.540) 1.816
14.387) 1.392) 36.189, 1.749
1.804) 608! 13.258! 653

39.853
105.006
50.877
14.630
24.750
80.576
18.152

41|11.820 aa 139.255| 6.542 404-580] 7.490 333.844
188/54 .,312| 3.561] 387.495|14.017| 462.734/17.578' 850.229
229|66.132 4.509] 526.750.20.559 657.323 25.068! 1.184.073

‘percentuali te-- "toriali)}

Abruzzi e Molise
campania ......
Puglia ..ssraada
Basilicata ......
Calabria ........
Sicilia...
Sardegna .......

Mezzogiorno .. |
Nord ....
[TALIA ... 0. |

32
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7.2
0.2!
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13.2
17

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61.0
100,0

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0, | 0
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100,0 io. 100.0| 100,0| 100,0 100,0)

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2 nN 26

29 6 29,9]
70°4| 70.1
100 ol 100 ol

3,4
8,9
1,3
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2.1
6,8
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19,1 100,0
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38,1 n 61,9) 6,0| 22,6| 100,0
44,3) 84,7 55,7 Ei 22,5 100,0

100,0: 93,0 82,2 100,0,
100,0. 85.0] 53,2 100,0
100,0 70,4 16,6) 100,0
100,0 93,4 82,9| 100,0
100,0, 93, 22,0) 100,0
100,0 79,6] 14,9) 100,0
100,0] 95,1 73.0| 100,0
100,0) 87,3 58,3| 100,0
100,0| 79,7 54,4," 100,0
100,0] 82.0 55,5| 100,0

100,0
100.0
100.0
100,0
100.0
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        316

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

La diversità delle situazioni appare evidente anche nei confronti tra
Nord e Sud: la circoscrizione settentrionale aveva nel 1940 soltanto il 38%
del suo potenziale, autorizzato al commercio degli sfarinati, esclusivamente
indirizzato a vendere i propri prodotti; il residuo 62% oltre a vendere farina
provvedeva anche alla molitura per conto terzi. Nel Mezzogiorno la situazione
 era esattamente all’opposto per cui verrebbe da pensare che, allorquando
 la legge del 1949, mutando radicalmente i criteri di classificazione
dei molini, provocò un passaggio di molini dalla categoria inferiore a quella
superiore molto più intenso al Nord che al Sud, le ragioni di tale diverso
comportamento possano, tra l’altro, essere ricercate anche nella diversa situazione
 che caratterizzava nel 1940 l’industria molitoria delle due circoscrizioni.
La legge 7 novembre 1949, n. 857, abolendo la preesistente classificazione,
 distingue gli impianti, in base alle caratteristiche tecniche delle attrezzature,
 in due nuove categorie — molini ad alta macinazione e molini a
bassa macinazione — e include nella prima solo quegli impianti dotati di
apparecchi completi di prepulitura, pulitura e lavatura del grano e di
macchinari idonei a selezionare gradualmente e progressivamente i prodotti
 e sottoprodotti della macinazione, in modo da consentire la razionale
utilizzazione dei cereali. Della seconda entrano a fare parte i molini a paimenti
 ed a cilindri che, pur essendo dotati di idonei apparecchi di pulitura,
non si trovano nella condizione di selezionare gradualmente e progressivamente
 i prodotti della macinazione. In particolare, si deve rilevare che la
legge del 1949 non comporta più nessuna disciplina circa la lavorazione per
il commercio o per conto o promiscua.

5. - I diversi criteri di classificazione e la mancanza di un rilevamento
completo di tutto il settore, rendono, come si è già avvertito, pressochè impossibile
 una presa di conoscenza precisa della situazione attuale dell’industria
 molitoria, vista nel suo complesso.
I periodici rilievi, che l’Alto Commissariato dell’Alimentazione fa della
consistenza dei molini di alta macinazione, consentono di seguire le vicende
di tale categoria, le variazioni sulla entità del potenziale che essi comportano
devono perciò essere considerate più nei loro valori relativi che in quelli assoluti,
 in quanto non si può dire se esse determinino una variazione del potenziale
 molitorio totale.
Gli incrementi che infatti si avvertono possono derivare dalla costituzione
 di nuove unità o dall’ampliamento di altre, ma anche dal semplice
passaggio di unità, originariamente attrezzate per la bassa macinazione, alla
categoria superiore: il potenziale molitorio dell’intero settore non muterebbe
 in questo caso. di entità ma solo di qualità.
Non si conosce neppure quanta parte dell’incremento dovuto a nuova
capacità lavorativa di alta macinazione vada calcolata a compenso degli smobilizzi
 effettuati nella bassa macinazione e viceversa.

In via generale, trattandosi di un’industria legata ad un consumo a carattere
 rigido, verrebbe da pensare che, se incremento globale c’è stato, esso
        <pb n="300" />
        XXV - L'INDUSTRIA MOLITORIA NEL MEZZOGIORNO

317

sia stato contenuto in limiti non molto ampi; si potrebbe inoltre ammettere
che, a differenza degli incrementi, i decrementi nel potenziale di alta macinazione,
 che si avvertono in alcune regioni (1), possano essere accolti anche
nei loro valori assoluti in quanto è da scartarsi l’ipotesi che tale potenziale,
connesso a grandi e grandissimi impianti, sia stato semplicemente declassato
 alla categoria inferiore.
Fatte queste premesse, si tratta ora di trovare un elemento di collegamento
 che possa, sia pure in via approssimata, permettere di confrontare la
situazione dei molini di alta macinazione, rilevata dall’Alto Commissariato
dell’alimentazione nel 1953, e la situazione di quei molini per i quali, almeno
sotto certi aspetti, si può ritenere che le caratteristiche e le condizioni di
lavoro fossero nel 1940 analoghe a quelle oggi valide per i molini di alta
macinazione.
Tale elemento di collegamento può essere fornito dalla lavorazione del
grano di Stato che nel 1940, come anche oggi, soltanto determinati molini
potevano eseguire.
[In base al decreto del 1938 i molini autorizzati a ricevere assegnazioni
di grano statale erano quelli che lavoravano esclusivamente per il commercio
 e tutti quelli che, svolgendo una lavorazione promiscua, avessero dimostrato
 di avere già lavorato, all’atto della entrata in vigore del decreto, grano
di ammasso.
In via pratica, venne però richiesto alle aziende che optassero, al fine
di essere ammesse alle assegnazioni, per l’uno o l’altro tipo di lavorazione:
il potenziale, che in questo modo venne compreso negli elenchi provinciali
per la distribuzione del grano ammassato, risultò pari a q.li 256.903 giornalieri
 interessanti 1.027 molini (2).
Analogamente, dopo l’emanazione della legge del 1949, venne stabilito,
in via amministrativa, che soltanto i molini ad alta macinazione potessero
avere assegnazioni di grano statale. Essendo risultato all’indagine dell’Alto
Commissariato dell’Alimentazione che nel 1953 tale categoria di molini comprende
 q.li 403.276 di capacità lavorativa giornaliera interessante 1855 unità,
si avrebbe che in tredici anni il potenziale rifornibile con frumento statale
sarebbe aumentato del 57% (3).

(1) Nel solo Golfo di Napoli, su 46 molini di prima categoria, per una capacità
lavorativa giornaliera di q.li 25.390, esistenti prima della guerra, 10, per una capacità
lavorativa giornaliera di q.li 5.425 risultavano nel 1952 inattivi dopo aver subito danni
dellici.
(2) 1 dati, forniti dall’Associazione nazionale degli Industriali mugnai e pastai
di Roma, si riferiscono alla situazione del luglio 1938.
(3) Secondo altre indagini (vedasi: M. De PascaLgE, Lo sviluppo produttivo dell’industria
 molitoria, in « Molini d’Italia », n. 3, Roma 1953) l’alta macinazione avrebbe subito
tra il 1938 e il 1953 un incremento aggirantesi attorno al 54% con una punta massima
dell’82 % per l’Italia centrale ed una punta minima del 12 % per l’Italia meridionale
continentale e con valori medi per il Mezzogiorno e per il Nord rispettivamente pari
al 24% e al 72%.
In valori assoluti il potenziale giornaliero sarebbe passato per l’Italia da quinrali
 259.920 a q.li 400.643; per il Nord da q.li 163.099 a q.li 280.377; per il Mezzogiorno
continentale da g.li 65.509 a q.li 73.245: per le Isole da q.li 31.312 a q.li 47.021.
        <pb n="301" />
        318

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

6. - Per cercare di comprendere quale origine abbia il potenziale che nell’anteguerra
 venne ammesso alle distribuzioni del grano di ammasso, si può
ipotizzare che l’opzione per lavorare esclusivamente per il commercio sia
stata presentata da quei molini a lavorazione promiscua che nel 1940 risultarono
 avere una potenzialità superiore ai 200 q.li. Si può ammettere altresì
che, per il fatto di essere stati ritenuti idonei a molire grano statale, tali molini
 e quelli di prima categoria, avessero i requisiti tecnici oggi richiesti
per la qualifica di alta macinazione. Si avrebbe così che nel 1940 il potenziale
 molitorio, di alta macinazione, ammontava a q.li 299.334, interessanti
921 unità.

TAB. 3. — VARIAZIONI TRA IL 1940 E IL 1953 NEL POTENZIALE MOLITORIO DI ALTA
MACINAZIONE.

CIRCOSCRIZIONI

Abruzzi e Molise .
Campania .......
Puglia .......
Basilicata .......
Calabria .........
Sicilia...
Sardegna ........
Mezzogiorno ...
Vord ie
ITALIA .....

Situazione del 1940 (1)

Situazione del 1953 (2)

Caratteristiche
medie:

Eser-Eser-




Capac. | puo
lav. per
meo |1000 ab.
impianto .li/24 bh.
qli/24 h. 1 VA
Eser- Capac.] |
cizi | lav. 11940/1953/1940|1953
1 7 li

Indici
1940 — 100

Capacità lavorativa

rizi

Capacità lavorativa

"172

s.li/24 h.| %

% (3)

ali/24 hf % |),
i

24) s.s60] 1,5) 11,4! 35) 6.754] 2,7) 16,9) 146)
40.778] 13,6) 38,8] 77 sn 8,8) 33,9) aa!
19.039] 6,3) 37,4] 92) 23.828] 5,9) 46,8) 142l
240] 0,2) 1,6 12) 2.106) 0,5) 24,4 i
1.669) 0,6 6,7/ 20) 5.434] 1,3 22,0) im
ru 9,1) 33,7 135] snai 9,9) 49,3 ya,
3.980) 7,3) 21,9) 181 6.417) 1,6| 35,4 rsa)
sa1) ns a2,5) 20,21 398] sa 29,7 n 128)
g10) 201.925} 67,5] 23,7) 1.457) 283.447) 70,3) 33,3) 230)

i 190) 193| 2,9| 4,2
87] 443] 462|11,1| 8,3
125| 293/259) 7,2| 7,5
877| 120] 175] 0,4| 3,4
326| 98) 187| 1,0) 2,8
146] 277| 294) 6,8| 9,0
161| 306| 357 3 8| 5.1

gi si i gl 6,9
140] 331| 195| 7.5] 9,7

]
921|

299.334| 100,0]

25.3] 1.85s| 403.276| 100.0] 34.11 201

185 325] 217] 7.1 8,6

1) Somma degli esercizi e della capacità lavorativa delle coll. 2 e 3 e delle coll. 6 e 7 della tab. 2.
(2) Dati forniti dall’Alto Commissariato de ll’alimentazione.
(3) Percentuale sulla capacità lavorativa complessiva (col. 13 della tab. 2) .
(4) Popolazione presente secondo il Censimento del 1936 per il rapporto 1940 e secondo il Censimento 1951 per il
-apoorto 1953.

Le differenze (1), che appaiono tra i risultati conseguiti sommando i
molini promiscui con capacità lavorativa giornaliera superiore ai 200 a.li

(1) Occorre in proposito avvertire che i dati sul potenziale, che in pratica vengono
 messi a confronto, riguardano solo le unità attive all’epoca dei singoli rilevamenti;
i dati dell’indagine del 1940 riguardano invece tutte le unità esistenti e il relativo potenziale.
 Le differenze riscontrate nel testo rispetto ai dati delle Associazioni di categoria
{seque nota a nag. 319)
        <pb n="302" />
        XXV - L'INDUSTRIA MOLITORIA NEL MEZZOGIORNO

319

con tutti i molini di prima categoria, e i dati degli elenchi ufficiali, possono
considerarsi tali da non alterare i fatti della realtà e quindi i risultati ottenuti
 possono essere ritenuti idonei a dare, sia pure in via approssimata, una
idea di come si sia modificata la struttura interna del settore.
l rapporti esposti nella tab. 3, pur presentando un carattere teorico,
possono quindi essere accolti perchè consentono di analizzare le linee secondo
 le quali l’industria molitoria si è mossa in questi ultimi anni.
Supponendo che il potenziale molitorio complessivo si sia mantenuto,
attraverso le compensazioni tra investimenti e smobilizzi, invariato tra le
due date, si avrebbe che la categoria di alta macinazione è passata a detenerne,
 dal 25,3% nel 1940, il 34,1%: il Sud avrebbe ampliato la sua quota
a carico del restante potenziale del 6.7%; il Nord, invece, l’avrebbe ampliata
del 9,6%.
Nel Mezzogiorno ad un aumento del 23% nel potenziale di lavorazione
fa riscontro un aumento pressochè identico nel numero di unità che tale
potenziale gestiscono; nel Nord ad un fortissimo aumento degli impianti
(139%) fa riscontro un aumento della potenzialità pari appena al 40%; perriò
 mentre l’unità media del Mezzogiorno mantiene nel 1953 pressochè invariate
 le dimensioni che aveva nel 1940, nel Nord, perde a.li 136 passando
da q.li 331 a q.li 195.
Facendo astrazione dalla Campania, in cui si ha un decremento sia nel
numero degli impianti che nella potenzialità, per la nota crisi dei molini
portuali, si trova che nel Mezzogiorno le dimensioni dell’unità media sono
passate nel periodo considerato da q.li 259 a q.li 263 giornalieri; per il Nord,
escludendo la Liguria, i cui molini risentono degli stessi fattori di crisi di
cui soffrono i molini napoletani, la diminuzione delle dimensioni medie dell’impianto
 viene confermata: l’unità che nel 1940 aveva q.li 316 giornalieri,
nel 1953 ne ha solo 187.
Siccome nella tab. 1 si è visto che, in media, l’unità del Mezzogiorno
ra, prima della guerra, più piccola di quella del Nord e, inoltre, che il potenziale
 meridionale si presentava in genere più frazionato di quello settentrionale,
 i dati sopra illustrati farebbero pensare che lo sviluppo dell’alta

(seguito della nola di pag. prec.)
2 riguardanti un aumento nel potenziale e una diminuzione nel numero degli impianti,
20trebbero spiegarsi perciò con il fatto che del potenziale esistente, rilevato dall’indasine
 del 1940, una certa quota risultasse inattiva alla Associazione di categoria. In
via generale le differenze vanno però attribuite al criterio che qui si è adottato per
individuare nella industria molitoria, quale risultava al 1° gennaio 1940, la parte confron-:abile
 con i molini di alta macinazione rilevati nel 1953: evidentemente non tutti i
molini promiscui da oltre 200 q.li saranno stati allora compresi negli elenchi per le asse-3nazioni
 del grano di ammasso e. viceversa. vi saranno stati compresi molini di potenziale
 minore.
Va ricordato inoltre che le periodiche rilevazioni della consistenza dei molini
ad alta macinazione vengono fatte in relazione alle assegnazioni di grano statale e che
perciò un certo numero di molini, non trovando la convenienza o la possibilità di ottenere
 tali assegnazioni, può non comparire temporaneamente negli elenchi degli impianti.
Ne consegue che le statistiche in questione, oltre ad esprimere variazioni di carattere strutturale
 nella consistenza del settore, contengono anche elementi di carattere congiuniurale,
 connessi alla chiusura o all’apertura temporanea di un certo numero di unità.
        <pb n="303" />
        320 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

macinazione sia avvenuto nel Nord in prevalente conseguenza di un semplice
 passaggio di categoria di preesistenti unità, mentre nel Sud sia avvenuto
 in prevalente conseguenza di ampliamenti e di installazioni di nuovi
impianti.
Agirebbero cioè nei due gruppi di regioni due distinte tendenze: nel
gruppo settentrionale l’industria si adeguerebbe alla disciplina del settore
spostando, specie nelle zone di intensa produzione granaria, un numero notevole
 di unità di origine rurale dalla categoria di bassa a quella di alta
macinazione. Nel gruppo meridionale, l’industria, non potendo disporre di
unità preesistenti per usufruire delle assegnazioni di grano statale, sarebbe
spinta a crearle ex-novo e a dotarle di una notevole potenzialità.
Questa troverebbe giustificazione, tra vari altri motivi (1), anche nel fatto
che nel Mezzogiorno si sta sviluppando la tendenza a trasformare, previo
ampliamento, i molini attrezzati originariamente per la lavorazione di un
solo tipo di grano — tenero o duro — in molini alternati (2).
Anche per le modifiche nei tipi di attrezzatura per la lavorazione dei
vari tipi di grano le ragioni vanno ricercate nella clausola del franco molino:
 la eliminazione dei costi differenziali di trasporto per il grano e, viceversa,
 il mantenimento di tali costi per le farine provocano la trasformazione
 degli impianti, originariamente adibiti alla lavorazione di un solo tipo
di frumento in impianti alternati: nel Mezzogiorno sono gli impianti da
grano duro che subiscono tale trasformazione, nel Nord quelli da grano
tenero. |
La lavorazione di entrambi i tipi di grano riesce vantaggiosa dato che
il tipo di cui localmente non dispongono viene assegnato alle aziende dalia
gestione statale. Ma tale trasformazione, cui si accompagna un ampliamento
della primitiva potenzialità dell’impianto, richiede necessariamente investimenti
 di nuovo capitale, per cui si spiegano, anche da questo particolare
punto di vista, le richieste di finanziamento presentate dall’industria molitoria
 ai Banchi meridionali.

7. - Sì è già accennato alla complessità dei motivi che possono avere interferito,
 specie in questo dopoguerra, sulla industria molitoria, sollecitandola
 a compiere una serie di investimenti di capitali che, di fronte all’inerzia
di molti altri settori, sono apparsi a più di un osservatore eccessivi.
La disamina della situazione pone invece in evidenza come tali investimenti
 corrispondano in buona parte ad obbiettive esigenze che il settore si
è trovato a dover affrontare in relazione sia a particolari bisogni tecnici di
rinnovamento delle attrezzature, che alle mutate correnti del commercio

(1) Tra le condizioni particolari che possono avere contribuito ad un ampliamento
della capacità lavorativa di un certo numero di molini va .ricordato il criterio, seguito
fino al 1951, di proporzionare le assegnazioni di grano statale alla potenzialità dei
singoli impianti. Tale criterio ha spinto molti imprenditori ad aumentare la capacità
lavorativa della propria azienda, per poter così disporre di maggiori quantitativi di
materia prima da lavorare. Vedasi: Annuario cit., vol. V.
(2) Vedasi: Inga. Annuario dell’Agricoltura italiana, vol. VI, Roma 1953.
        <pb n="304" />
        XXV - L'INDUSTRIA MOLITORIA NEL MEZZOGIORNO

321

granario, e specialmente, in relazione all’intervento diretto dello Stato nel
processo di approvvigionamento della materia prima ai molini. |
E’ indubbio che di volta in volta anche fattori di altro ordine possano
avere influito sugli atteggiamenti degli operatori economici interessati ma
in sostanza si può riconoscere che il Mezzogiorno, potenziando la propria
industria molitoria, ha inteso soprattutto adeguarsi ad una nuova realtà che
la politica seguita nel settore cerealicolo è andata a mano a mano creando.
Di tale adeguamento costituisce un indice sintetico il rapporto tra capacità
 lavorativa dell’alta macinazione e popolazione, che la tab. 3 riporta
nelle sue due ultime colonne. Il rapporto istituito, anche se a carattere largamente
 indicativo — in quanto che non tiene conto delle differenti quote
regionali di popolazione rurale servita dai molini di bassa macinazione —
pone tuttavia in evidenza tra le singole regioni divari tali che, anche con
un maggior affinamento dei dati da mettere a confronto, non sarebbe possibile
 far scomparire. Essi derivano infatti la loro origine da quelle scelte
ubicazionali compiute in passato prevalentemente in funzione del mercato
internazionale e che l’industria molitoria meridionale sta ora gradualmente
rivedendo — come già dimostrano le attenuazioni che in tali divari si sono
verificate tra il 1940 e il 1953 — per distribuire le proprie unità più uniformemente
 tra le singole regioni.
        <pb n="305" />
        x XVI

VICENDE DELL'INDUSTRIA MOLITORIA (*)

1. - Le condizioni, per cui lo Stato segue nel campo cerealicolo una linea
di intervento, pongono agli enti di tutela delicati compiti, per risolvere le
situazioni che la congiuntura di volta in volta comporta; e siccome, dopo il
periodo di emergenza legato alla guerra, le soluzioni tendono ad essere
quanto più possibile conciliative di interessi spesso per loro natura inconciliabili,
 ne è derivata all’industria molitoria una generale condizione di
compromesso e di instabilità, in cui si vanno differenziando contrasti non
più soltanto tra Stato e privati, ma tra le aziende stesse, a seconda della
posizione che esse occupano nel settore.
La campagna molitoria, svoltasi nel 1950, ha puntualizzato alcune delle
più evidenti divergenze esistenti nella categoria e ha messo in luce le maggiori
 difficoltà che lo Stato, sostituitosi al meccanismo del mercato, si è
assunto il compito di risolvere.
Allorchè, sul finire del 1949, la clausola del « franco molino » venne
sostituita da quella del « franco ammasso » e la nuova disciplina del settore
divenne operante per forza di legge, fu facile prospettare (1) all’industria,
per il nuovo anno, un periodo di laboriosa e critica ricerca di nuovi adattamenti
 e di nuovi equilibri.
Sino a che i molini riuscirono ad attingere per il proprio fabbisogno alla
massa di grano locale. proveniente dalla quota libera, il nuovo sistema di
consegna non ebbe che uno scarso numero di oppositori e fu salutato in
complesso come strumento capace di selezionare le migliori capacità imprenditoriali
 (2).
Quando però la produzione locale fu esaurita e, con essa, le scorte statali
di più facile accesso, apparve la grave sperequazione, creata dalla nuova
norma, tra province granarie e non granarie, tra regioni ad alto e a basso
consumo di pane e paste, tra zone in cui il raccolto cerealicolo era stato favorevole
 e zone in cui non lo era stato. i
L’obbligo di attingere al grano di ammasso, oltre che a quello di
importazione, dette una prima grave disillusione ai mugnai delle zone por-(*)

 Da: «Rivista di Economia Agraria », Anno VI - Fascicolo II - 1951.
(1) Vedasi: L’industria molitoria, in « Annuario » I.N.E.A., 1949, vol. III.
‘2) Vedasi: G. De Marzi, Il mercato del grano, in «Il Messaggero» del 9 giugno 1950.
        <pb n="306" />
        324

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

tuali, che non avevano, a suo tempo, rilevato l’insidia del «franco ammasso »
pensando che -a loro sarebbe stato assegnato soltanto grano estero. Posti
lungo la fascia costiera tirrenica che, per essere caratterizzata da colture
arboree e ortofrutticole, non ha neppure le modeste possibilità granarie
della costiera ionica e adriatica, i molini dei grandi porti di sbarco del grano
americano, costretti a superare per il proprio rifornimento i limiti della
convenienza dei costi di trasporto, giunsero alla condizione di dovere
ridurre la loro attività e finanche di arrestarla del tutto. ’
In condizioni analoghe vennero a trovarsi ben presto anche gli impianti
 del Mezzogiorno che, esaurite più rapidamente le ‘disponibilità di
grano locale per il soddisfacimento del fabbisogno in sfarinati delle popolazioni,
 dovettero rifornirsi in zone lontane, dove la più abbondante quota
di ammasso, correlativa ad un più ricco raccolto, consentiva alle aziende
del posto notevoli margini differenziali nei trasporti (1).
La situazione giunse a tal punto che il CIR, già nel marzo, era venuto
nella determinazione di addossare allo Stato una quota parte delle spese di
trasporto e, in aprile (2), l’Alto commissariato per l’alimentazione disponeva,
allo scopo di porre sullo stesso piano tutti i molini ai fini dei rispettivi rifornimenti,
 che gli assegnatari di grano nazionale di ammasso concorressero
alla spesa di « avvicinamento » con una quota unica forfettaria di lire 150
al quintale. Così facendo, la gestione statale non solo poneva un primo
riparo alla sperequazione creata con il provvedimento del 5 novembre 1946
ma alleggeriva sè stessa dalle preoccupazioni di vedersi troppo a lungo
rimanere nei propri magazzini il grano. che l’industria non poteva più
ritirare.
Mentre la campagna di distribuzione 1949-1950 (3) si chiudeva con tale
soluzione di compromesso, gli organi ministeriali andavano avvisando, per
la nuova campagna, il ritorno alla formula del «franco molino» e, naturalmente,
 non senza mettere a rumore, questa volta, il settore che prima se ne
era rimasto tranquillo (4).

(1) Vedasi: G. De Marzi, L’avvicinamento del grano nazionale di ammasso, in « Moini
 d’Italia », n. 1, 1950.
(2) Circolare A.C.A. 7 aprile 1950, n. 7: Avvicinamento grano nazioncale.
(3) La campagna granaria, agli effetti amministrativi della gestione ammassi, ha
inizio il 1° agosto e termina il 31 luglio dell’anno successivo.
(4) Cfr.: Contrari i molitori al ripristino del franco molino, in «24 Ore», del
4 maggio 1950. Nel citato articolo la tesi era così motivata: « Il bisogno di ritornare alla
libertà degli scambi aveva fatto accogliere dagli organi centrali l’istanza dei molini,
i quali chiedevano di andare a ritirarsi il grano nella località e della qualità preferita.
Soltanto apparentemente questo sistema danneggiava i molini lontani dalle zone di
produzione. Infatti il costo del trasporto incide sul prezzo del grano ma non su quello
delle farine, in quanto che queste sono vendute nella stessa zona di macinazione, mentre
i molini situati nelle zone granarie devono sopportare l’onere del trasporto delle
farine fino alle località di consumo.
Il ripristino del franco molino nella sua forma attuale è un provvedimento che
crea una situazione ibrida. Da un lato vincola tutti i molini al pagamento di un unico
prezzo per il grano. Dall’altro lascia libera la formulazione del prezzo delle farine,
prezzo che naturalmente aumenta a misura che i molini si distanziano dai mercati di
fonsumo »
        <pb n="307" />
        XXVI - VICENDE DELL'INDUSTRIA MOLITORIA

325

Dal 1° agosto del 1950 il « franco molino » veniva ripristinato (1) per
:utto il grano di manovra statale.

2. - Un altro motivo di polemica molto attiva nel corso del 1950 è stato
offerto dalla legge emanata a fine 1949, in materia di liberalizzazione dei
nuovi impianti.
Anche questa norma non poteva non determinare opposte reazioni, a
seconda che la sua applicazione venisse riguardata nel quadro dell’interesse
generale dell’industria molitoria o di quello particolare dei singoli imprenditori,
 da un punto di vista consapevole dei limiti che la concessa liberalizzazione
 avrebbe incontrato negli insormontabili vincoli esistenti nella fase
distributiva della materia prima o da un punto di vista ottimisticamente
portato a sottovalutare i delicati equilibri — che oggi più non esistono —
necessari a rendere selettiva la concorrenza delle imprese.
E’ naturale che, generalmente parlando, un settore industriale che
lavora a regime tanto ridotto come quello molitorio, lasciando inoperosa
una elevata quota della potenzialità installata non possa non provare
vive preoccupazioni nel vedere ulteriormente crescere il proprio margine
inattivo. Sta di fatto, però, che i singoli imprenditori diversamente interpretano
 la facoltà loro concessa dalla nuova legge (2), tanto che il Ministro
dell’industria si è trovato nella necessità di stabilire criteri restrittivi nelle
concessioni dei finanziamenti, destinati ad acquisto di macchinari, a valere
sul fondo-lire E.R.P. (3).
A loro volta, le categorie interessate non hanno mancato di prospettare
la necessità di apportare, in sede di regolamento, alcune precisazioni alla
legge del 1949 (4), per quanto riguarda la nuova classificazione dei molini.
Per mancanza di precise norme tecniche, gli Ispettorati del lavoro, inca-(1)

 Circolare A.C.A. del 7 agosto 1850, n. 24. Detta circolare stabilisce, tra l’altro,
che, per la distribuzione del grano ai molini, l’Alto commissariato dell’alimentazione è
assistito da un’apposita Commissione centrale per la distribuzione del grano, della quale
fanno parte le amministrazioni, gli enti e le categorie interessati. La circolare fissa
:noltre le norme riguardanti la procedura di assegnazione ai molini. le condizioni di
cessione e le modalità dei finanziamenti e delle consegne.
(2) « Soprattutto possono avere interesse all’abrogazione di questa legge alcuni
gruppi industriali del Nord, i quali controllano complessivamente in atto ben 30 mila
quintali di produzione giornaliera e che possono domani (nella speranza di poter instaliare
 nuovi stabilimenti al Sud) concentrare una parte della propria produzione, vendendola
 magari in perdita, in determinate zone e costringere l’industria molitoria, finanziariamente
 meno assistita, a quei patti di rispetto, a quegli esercizi di produzione, a
quegli uffici di vendita, a quei monopoli, che la legge si prefigge di annullare e che
non esistono ma che, involontariamente, potrebbe invece promuovere ». Da: La parziale
utilizzazione degli impianti. Risposta dell’on. U. Bonino, in « Molini d’Italia », n. 6, 1950
(3) Cfr.: Circolare n. 4221, 2 dicembre 1950, del Ministero dell’Industria e Commercio.
(4) Vedasi: Associazione nazionale degli industriali mugnai e pastai. « Precisazioni
 richieste circa i eriteri tecnici da seguire per la classificazione dei molini ad
alta macinazione », in « Notiziario quindicinale », n. 13, Roma, 1950. Tali precisazioni: a
:utto il 31 dicembre 1950 non erano ancora state emanate dal Ministero dell’Industria.
 Vedasi stesso Notiziario n. 2, 1951. V. anche: E. P., La classifica dei molini, in
x Molini », cit. n. 2, 1950.
        <pb n="308" />
        326

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

ricati della classifica e della valutazione della potenzialità, non avrebbero
seguito nelle varie regioni criteri uniformi.
1] settore ad alta macinazione lamenta anche che siano state compromesse
 le sue possibilità dalla facoltà, concessa dalla nuova legge al settore di
bassa macinazione, di lavorare, oltre che per conto terzi, anche per il commercio.


3. - E’ evidente come in una situazione intessuta di tanti contrasti, l’industria
 in esame abbia trascorso un anno ben poco favorevole e come la
«“ libera concorrenza », limitata a priori in alcune delle sue scelte, non sia
riuscita a compensare gli squilibri che la congiuntura le è venuta creando
nel corso del 1950: eccessi di produzione con conseguente svilimento dei
prezzi degli sfarinati sono da registrare in più di una impresa e per molte
di esse è stato raggiunto il limite della resistenza finanziaria. La stessa
sovrabbondanza dei sottoprodotti sul mercato nazionale ha portato il Ministro
 del commercio estero a consentire l’esportazione a dogana (1), per un
certo periodo dell’anno, della crusca, il cui basso prezzo aveva causato
serie preoccupazioni all’industria.
A tutto ciò si deve aggiungere che l’impegno assunto dal Governo a ricevere
 il 10% in farina sulla quota di grano ERP riservata all’Italia (quintali
498.997 di farina importati nel 1950) ha ulteriormente abbassato la possibilità
 lavorativa dei molini di un 0,5% circa rispetto alla potenzialità di alta
macinazione disponibile.
L’industria che lavora i grani duri ha, in particolare, risentito una notevole
 pesantezza del proprio mercato, in quanto che le norme in materia
di pastificazione, emanate nell’ottobre del 1949 (2), hanno mancato di dare
quella chiarificazione al settore che esistette fino al 1936 (3), per cui lo
smaltimento delle partite di grano duro del Mezzogiorno è stato gravoso e
non soltanto per lo Stato e per gli agricoltori (4) ma anche per gli industriali
 molitori.

(1) Fonogramma del 3 giugno 1950 del Mincomes al Ministero delle finanze per
predisporre l’esportazione a dogana della crusca, fino al 31 luglio del 1950, verso i paesi
con cui vigono convenzioni di pagamento in clearing o in valuta libera o in sterline.
(2) D.A.C.A. dell’8 ottobre 1949 concernente i tipi e le caratteristiche degli sfarinati,
 del pane e della. pasta.
(3) La legge 22 giugno 1933, n. 874, che regolava la fabbricazione delle paste e
che non è stata mai formalmente abrogata, prevede la produzione di due tipi di pasta:
ia pasta dì pura semola, da fabbricarsi esclusivamente con semole di grano duro e la
pasta comune, per la quale è consentito l’impiego di sfarinati di grano tenero. V. anche
in proposito: IL grano duro e la produzione delle paste alimentari, in « Molini d’Italia »,
n. 4-5, 1950.
(4) Con telegramma circolare del 15 aprile 1950, l’Alto commissariato dell’alimentazione
 disponeva che il grano duro proveniente dagli ammassi della Sardegna
venisse consegnato dalla Federconsorzi franco vagone stazione di normale utilizzo del
molino assegnatario, con l’esonero di questo dal pagamento della quota forfettaria di
L. 150 al quintale.
A fine d’anno le giacenze di grano duro nazionale di vecchio raccolto ed estero
di vecchia scorta ammontavano a circa un milione di quintali; tale quantitativo fu
ceduto dall’A.C.A. all’industria con un abbuono, sul prezzo originario, oscillante tra
le 400 e 450 lire al quintale.
        <pb n="309" />
        XXVI - VICENDE DELL'INDUSTRIA MOLITORIA

327

Lo stesso decreto, che fissa le caratteristiche degli sfarinati, ha creato
all’industria nuove difficoltà (1) per quanto si riferisce alle farinette di
grano duro, per le quali la percentuale di ceneri, fissata per legge, è inferiore
 a quella che i diagrammi di macinazione più perfezionati consentono.
 Ne risulta che i molini sono stati costretti in parte a rinunciare alla
vendita di questo sottoprodotto, a meno di riportare indietro la propria
tecnica di macinazione a sistemi ormai superati.
Per quanto si riferisce ai quantitativi di cereale a disposizione dell’industria,
 si può ritenere che la massa complessiva si sia aggirata attorno ai
70 milioni di quintali (2).
Il rapido esame compiuto mette in evidenza il disagio dell’industria,
la quale, costretta a rifornirsi a prezzi di ammasso, preclusa dai rifornimenti
esteri, regolata nel suo stesso ciclo di lavorazione e, per contro, esposta a
tutti i rischi del mercato per quanto concerne i suoi prodotti, è arrivata
ormai a vedere in una integrale disciplina di tutto il ciclo economico (3),
il solo modo possibile per affrontare alla meno peggio il futuro.

(1) Vedasi: Caratteristiche delle farinette di grano duro, in « Notiziario
dell’Ass. naz. degli ind. mugnai e pastai », n. 24, Roma 1950. .
(2) Il calcolo del quantitativo di grano molito nei dodici mesi del 1950 si può
impostare nella maniera seguente:
circa q. 23 milioni provenienti dai magazzini di Stato (v.: G. De Marzi, Le scorte
e la manovra del mercato, in «Molini», cit. n. 2, 1951);
circa d. 13 milioni provenienti dalla quota libera del raccolto 1950 (v.: Situazione
 in Italia del grano nazionale, in « Notiziario », cit. n. 2, 1951);
circa q. 5 milioni provenienti dalla quota libera del raccolto 1949 (supposto che
l’assorbimento della quota libera del raccolto del 1949 abbia avuto press’a poco lo stesso
ritmo del 1950);
circa q. 30 milioni provenienti dalla quota lasciata ‘ai produttori (supposta una
macinazione mensile di q. 2,5 milioni).
Le assegnazioni disposte dall’Alto commissariato dell’alimentazione in base
alle richieste dei molini sono state le seguenti (in migliaia di quintali): gennaio 2.240;
febbraio 2.734; marzo 2.961; aprile 2.642; maggio 3.469; giugno 1.648; luglio 109; agosto 570;
settembre 391; ottobre 526; novembre 1.754; dicembre 3.926. In complesso 22.970
{v.: G. Der Maxrzz, Le scorte ecc., op. cit.).
(3) Cfr.: P. BARRACANO, La parziale utilizzazione degli impianti, in « Molini d’Italia ».
n. 4-5, Roma 1950.
        <pb n="310" />
        “VII

LA VALORIZZAZIONE DELLE PIANTE OFFICINALI
NEL MEZZOGIORNO (*)

.. - E’ nozione comune che le condizioni ecologiche del nostro Paese
offrono alla flora officinale, spontanea e coltivata, possibilità di rigoglioso
sviluppo. Tuttavia calcoli precisi del potenziale erboristico e della effettiva
capacità di assorbimento del mercato non sono mai stati fatti: sì posseggono
 soltanto dati indiziali.

TAB. 1. — RACCOLTA E PRIMA LAVORAZIONE DELLE PIANTE OFFICINALI.

SPECIE RACCOLTE

‘n quantitativi annui:
fino a 20 q.li ..
la oltre 20 a 30 q.li
la oltre 30 a 100 q.li
la oltre i00 a 200 q.li
da oltre 200 a 500 q.li
da oltre 500 a 1000 q.li
da oltre 1000 a 5000 q.li ..
da oltre 50010 a 30000 ag.li ....

Specie | Quantitativi globali
comprese |
nelle singole ' raccolti (*)
n]lagaì

Quantitativi delle stesse
specie rilevate
dall’inchiesta (col. 2),
avorati presso gli esercizi
erboristici (**)

q.li (allo
stato secco)

LI

q.li (allo
itato sec: 0}

o

327
327
-.851
1.702
2.079
4.231
6.77

0.2

1.207
229
225
6.555
3.603
3.535
20) 425

/ 6

De
0,9
1,9
62

15

309

6

©
Hi
ge i

è
13 _4

16.67

59 .

11.308

24 0

Ap

196 4A

100 0 | 47.097

100 0

(*) Dati desunti dall’Inchiesta cit. I dati sono riferibili, in linea di massima, al 1937. Vedasi: « Introduzione all’ Inchiesta »
di G. Rovesti.
(**) Dati desunti da: « Prima lavorazione di piante officinali indigene » — IstAT, Censimento industriale e commerciale
— Dati provvisori (1937), in Annuario statistico dell’ Agricoltura italiana — Roma 1940. Per i quantitativi impiegati nella
‘ndustria o esportati vedansi tab. 2 e seo.

Dall’unica inchiesta (1) finora compiuta sulla raccolta delle piante
officinali appare che le specie, maggiormente oggetto di sfruttamento,
sono 31: di ciascuna di esse ne fu raccolto nel 1937 un quantitativo

(*) Dal volume: Svimez, Piante officinali in Calabria, Roma 1951.
(1) MINISTERO DELL’AGRICOLTURA E DELLE ForgEsTE: Prima inchiesta sulla produzione di
piante officinali indigene, a cura di G. Rovesti, Roma 19239.
        <pb n="311" />
        330 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

superiore ai 1.000 q.li; per 54 specie furono raccolti quantitativi variabili
tra i 200 e i 1.000 q.li; per 51 specie, tra i 50 e i 200 q.li e per 67 specie si
raggiunsero appena, in detto anno, i 50 q.li complessivi.
Se si tiene conto che a formare le masse maggiori contribuiscono largamente
 alcune specie del tutto o in larga quota coltivate, come la cicoria.
la senape nera, la menta piperita, il frassino da manna e il giaggiolo,
appare il modesto impiego, che in genere viene fatto della flora spontanea.
L’inchiesta tuttavia, come avvertono gli esperti che ne curarono la
pubblicazione, è ancora ben lontana dal rispecchiare la effettiva produzione
 realizzata o che si potrebbe realizzare annualmente in Italia in
questo campo.
Nè le periodiche rilevazioni forestali (1) contribuiscono ad integrare
le nostre cognizioni, perchè, limitate alle sole specie che sono state raccolte
nei boschi, trascurano tutte le altre, sia quelle coltivate sia quelle spontanee,
 che crescono negli incolti e al margine delle colture agrarie (2).
FE’ interessante però osservare come nell’annata 1948-49 siano stati
raccolti nei soli boschi 101.982 g.li allo stato fresco (3) di materiale erboristico
 relativo a sole 38 specie: ridotto allo stato secco (4) tale quantitativo
 diventerebbe pari a circa q.li 31.562, di cui 73 q.li di arnica, 550 q.li di
belladonna, 124 q.li di artemisia, 5.612 di felce maschio, 818 q.li di genziana,
1.333 q.li di origano, 4.885 q.li di pino mugo, 125 g.li di rododendro. 32 q.li
di valeriana.
Per quanto, infine, riguarda i quantitativi rilevati dal Censimento
industriale presso gli esercizi erboristici di prima lavorazione conviene
tenere presente che alcune specie non passano per tali esercizi ma vanno direttamente
 all’industria o all’esportazione o al consumo e che quindi l’accertamento
 compiuto nel 1937 non è neppur esso completo. Per avere un’idea
quanto più approssimata possibile della entità del raccolto annuo di piante
officinali occorre quindi tener conto, oltre che delle statistiche fin’ora
citate, anche delle statistiche del commercio di esportazione e dei quantitativi
 delle piante allo studio accertati dallo stesso Censimento presso tutte
le industrie che furono oggetto di rilevazione e che risultarono utilizzatrici
 di tale materia prima.
Così facendo risulta che il quantitativo globale delle principali specie
indigene direttamente lavorate nel 1937 dall’industria o direttamente
esportate ammonta a q.li 256.764 di cui q.li 23.821 e q.li 24.050 di liquirizia
rispettivamente impiegati ed esportati; q.li 115.079 di menta piperita;
a.li 7.676 di lavanda, q.li 7.800 di rosmarino. q.li 4.700 di salvia e a.li 4.135

(1) Istar: Statistica forestale 1948-49, Piante aromatiche e medicinali raccolte
nei boschi, Roma 1950.
(2) Sulla necessità di avere dati statistici precisi, vedasi: T. MANGANO SALVATO,
[mportanza dei rilievi statistici relativi al fabbisogno annuale di essenze e prodotti farmaceutici
 in Italia, in « Riv. ital. delle essenze, ecc. », n. 5, Milano, 1949.
(3) 1 dati dell’Inchiesta e del Censimento industriale sono invece riferiti allo
stato secco.
(4) Vedasi: G. LAapIErrE, Piante aromatiche medicinali ed industriali - Tabella dei
cali medi nell’essiccazione di alcuni prodotti erboristici. Casale M.. 1948.
        <pb n="312" />
        XXVII - LA VALORIZZAZIONE DELLE PIANTE OFFICINALI NEL MEZZOGIORNO 331

di timo. Aggiungendo il su riportato quantitativo a quello rilevato in complesso
 presso gli esercizi erboristici si avrebbero q.li 310.758 di piante
officinali indigene lavorate e oggetto di commercio. -
A una cifra non troppo discosta dalla precedente si arriva dall’esame dei
quantitativi rilevati dallo stesso Censimento presso l’industria essenziera,
l’industria degli estratti, l’industria della liquirizia e gli esercizi erboristici
 dal cui complesso furono lavorati, nel 1937, circa q.li 242.800 di materia
 prima prodotta in Italia; se ad essi si aggiungono i 112.405 quintali
di piante officinali indigene esportate nello stesso anno si ha un quantitativo
 pari a q.li 355.205. In questo caso si deve però tener conto di una certa
dose di errore in eccesso, essendovi duplicazione per alcuni prodotti che,
dopo essere passati per gli esercizi erboristici, sono stati successivamente
destinati alla esportazione e alle industrie, specialmente a quella degli
estratti. Supponendo che metà del quantitativo attribuito agli esercizi
erboristici sia da detrarre, la produzione del 1937 potrebbe valutarsi in
330.000 quintali (1) di materia prima allo stato secco.
[n definitiva, tenendo conto del modo approssimato, con cui sì è giunti a
determinare i diversi valori globali prima riportati, si può ritenere che il
raccolto di specie officinali, oggetto di mercato oscillasse nel 1937 attorno
ai 320.000 q.li. Dal 1937 ad oggi non sono intervenuti fattori tali da far
ritenere che la valutazione debba essere sensibilmente modificata.

2. - Non esiste in Italia un mercato erboristico bene caratterizzato,
quale è dato di riscontrare in altri paesi, dove si è andata sempre più
consolidando attorno alle piante officinali una vera e propria organizzazione
 commerciale, con l’accentramento delle domande e delle offerte su
determinate piazze, alle quali affluiscono gli acquirenti, locali e stranieri,
e dove le trattative si svolgono sulla base di ben assortiti campionari, cui
è rigorosamente garantita la rappresentatività delle partite oggetto di
scambio.

La raccolta delle erbe è rimasta generalmente compito di piccoli erboristi
 che lavorano su ordinazione, ricorrendo all’opera intermediaria di
modesti ammassatori, i quali si valgono di raccoglitori occasionali e quasi
sempre tecnicamente impreparati. Le spese di raccolta vengono così ad
aggravarsi e talora, per non realizzare in perdita la fornitura, gli operatori
sono tentati a non curarla eccessivamente, lasciando nella massa un elevato
 tenore d’impurità, mescolandovi partite di età e di stagionatura
diversa, se non addirittura ricorrendo anche a sofisticazioni.
La nostra produzione risulta perciò screditata e il limitato collocamento,
 e la conseguente modestia ed incertezza dei prezzi, pongono in un
circolo chiuso questo settore: da un lato l’industria ricorre all’importa-(1)

 Una valutazione fatta sulla base dei quantitativi raccolti (Tab. 1), tenendo
presente che il raccolto medio annuo di rizomi di liquirizia oscilla in media intorno
ai 45.000 quintali allo stato secco e sostituendo quindi tale quantitativo a quello rilevato
dall’Inchiesta (quintali 1.159), porterebbe a un quantitativo globale pari a q.li 240.305:
quantitativo però che può essere ritenuto in difetto, dopo quanto si è venuto esponendo
 nel testo.
        <pb n="313" />
        332 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

zione anche di specie presenti nella flora spontanea italiana o altrimenti
convenientemente coltivabili nelle varie regioni del nostro Paese, dall’altro
 — e questo particolarmente accade nel Mezzogiorno — notevoli
quantitativi di piante spontanee rimangono inutilizzati e molte aziende,
pur sollecitate dall’urgenza di una trasformazione a colture intensive, non
riescono a vedere nelle piante officinali e da essenza quel fattore che
altrove già serve a meglio armonizzare gli ordinamenti colturali e l’annuo
impiego della mano d’opera.
‘Tuttavia è certo che le disponibilità esistenti e le possibilità di estendere
 alcune colture, consentono di aprire prospettive per un futuro potenziamento
 di questo particolare settore produttivo, mediante una efficiente
organizzazione di mercato.
Occorre intanto esaminare l’attuale movimento erboristico che si
impernia sul consumo industriale. A tale fine si possono distinguere le
industrie consumatrici in due grandi gruppi: quello che produce semilavorati
 e quello che prepara prodotti finiti.
Compongono sostanzialmente il primo gruppo l’industria essenziera,
quella degli estratti per farmacia e per liquoreria, quella di estrazione del
succo di liquirizia, gli esercizi erboristici e quelli per la prima lavorazione
 delle droghe, dove la materia grezza viene selezionata e variamente
confezionata per il consumo diretto. per alcuni consumi industriali e per
l’esportazione.
Il secondo gruppo è costituito dalle industrie alimentari e dalle industrie
 chimiche elencate nella tab. 4.
I quantitativi di piante officinali, rilevati dal Censimento nel 1937,
relativi al primo gruppo appaiono nella tabella seguente:

TAB. 2. — TNDUSTRIE DI PRIMA LAVORAZIONE.

PIANTE ALLO STATO SECCO {1}

VALORE COMPLESSIVO

SETTORI INDUSTRIALI

(ndustria delle essenze ..
[Industria degli estratti .
[Industria della liquirizia
Lavorazione delle droghe
Isercizi erboristici ..... sli

IN COMPLESSO .

To

149.075 (2)
50.050
22.779
9 713
53. 994 (2°

9 11

di cui prodotte
in Tialia.

pe

ff

Lire
(migliaia)

+.161
8.909
3.560
°.409

- 04}

26 280

11,4
52,0
9,8
6.6

20 2

4100 0

(1) I dati riportati sono stati desunti: per l’industria delle essenze e degli estratti e per quella della liquerizia, dal Censimento
‘industriale e commerciale 1937-39 Vol. IV; per gli esercizi erboristici, dall’Annuario statistico dell’ Agricoltura 1936-38 Vol. I;
per gli esercizi di lavorazione delle droghe dal Censimento industriale e commerciale Vol I; per le ditte importatrici, dal Commercio
di importazione e di esportazione Vol. 1937. I dati della tabella sono riferibili tutti al 1937.
(2) Esclusi gli agrumi.
(3) La differenza di q.1 6.897 tra questo dato e quello della tab. 1 (col. 5) dipende dal fatto che qui sono considerate tutte
le specie censite e anche quelle. quindi. non rilevate dall’Inchiesta.
        <pb n="314" />
        XXVII - LA VALORIZZAZIONE DELLE PIANTE OFFICINALI NEL MEZZOGIORNO 333

L’industria essenziera è quella che assorbe la maggiore quantità di
materia prima: gli impianti di estrazione del Mezzogiorno, contribuirono
con il 38% circa alla formazione del valore realizzato da questo settore
industriale.
Oltre all’essenza di gelsomino ottenutavi per la totalità, venne prodotto
 nel Mezzogiorno il 98% dell’essenza di timo, il 65% circa della
essenza di rosmarino, il 49% di quella di mirto. Essenze invece tipiche del
Settentrione sono quelle di menta piperita e di pino mugo, mentre per
l’essenza di basilico e per quella di salvia, ottenuta prima della guerra in
massima parte nel Nord, esistono buone prospettive di produzione anche
nelle regioni meridionali.
Il valore della produzione ottenuta era di circa 8 milioni di lire del
‘*empo. ripartiti fra le varie essenze nel modo seguente:

TAB. 39. — PRODUZIONE DELL'INDUSTRIA ESSENZIERA.

ESSENZE PRODOTTE (1)

VALORE DELLA
RODUZIONE DEL
MEZZOGIORNO

TITALIA

PIANTE OFFICINALI

Basilico .... aaa
Estragone ....... a.
3elsornino (2) .......-Lavanda
 vera (3) . vsvarsz sera 92 rv vena n
Lavanda stecade (3) ...s- ssa ssaa aaa ae
Menta piperita . ses
Mirto ....
Mugo .....
Rosmarino ..... ss
Salvia... .sle
limo sissi sean
Altre piante ...... ss
Altri prodotti (4) .

IN COMPLESSO ..

Nord

Sud

ko. | a

Valore | Lire % su
(migliaia %  |migliaia'| Îtalia
1 lire

Ko

23
194

34
i 224
a68) soa
6501 1.965|
325] sa
27.153 3.669
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2,970,
2.sad]
1.972,
2.145]
19.862!
13.000

271
134
2.613)
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0,3|
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33 6 e 100,0
so 151) 33,1
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L.315
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A

‘11

65,0
2,6
984

62

A

{}_2

72 605!

- pa

100!(5) 2.942| (5) 37.8

{ ? - Dati non disponibili; .. - Valori minimi; — - Valore uguale a zero}

(1) Dati desunti dal « Censimento industriale e commerciale »: 1937-1939, Vol. IV — Industrie chimiche, Roma 1947.
(2) La produzione di essenza di gelsomino si può valutare per il 1950 sui 1.500-2.000 kg.
(3) La produzione di essenza di lavanda è stata calcolata in kg. 13-15.000, di cui kg. 5-6.000 nel Mezzogiorno, Vedasi:
R. Donà, Sulla produzione dell’essenza di lavanda, in Boll. Le piante officinali n. 11-12, Roma 1948; G. VonIER, (Produzione
sd usi dell’essenza di lavanda italiana, ibidem) valuta il quantitativo prodotto in kg. 6.7-000 di cui kg. 1.500-2.000 nel Mezzoziorno.

(4) Acqua distillata aromatica di rosa.
{ 5) La percentuale non tiene conto delle essenze della cui produzione non si conosce la ripartizione tra le regioni: in complesso
 però tali essenze non rappresentano che il 5%, circa del valore complessivo della produzione.
        <pb n="315" />
        334 . INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

Dall’industria della liquirizia, da cui furono trasformati nel 1937
g.li 22.779 di rizomi allo stato secco per un valore di L. 3,9 milioni, si
ottenne una produzione di succo, variamente composto in pani e in biglie,
per un valore di L. 7,32 milioni.
Dall’industria degli estratti furono lavorati q.li 50.050 di droghe per
un ammontare pari a circa L. 19 milioni; a differenza degli altri settori
non è possibile per questo fornire il dato del valore prodotto, perchè difficilmente
 rilevabile dai dati del Censimento, per la complessità stessa della
produzione, dalla quale non è possibile scindere quella che si riferisce
strettamente alle piante officinali da quella relativa ad altre materie prime
che entrano in composizione con gli estratti veri e propri.
Altra fonte di rifornimento dell’industria, particolarmente di quella
farmaceutica, di quella liquoristica, di quella vinicola e di quella conserviera,
 è rappresentata dagli esercizi che si dedicano alla prima lavorazione
 delle piante officinali indigene (1). |
Furono censiti nel 1937 in questo settore n. 115 esercizi che trattarono
complessivamente g.li 53.994 di materiale, per un valore di circa 7,3 milioni
 di lire.

Ad eccezione dell’industria degli estratti e degli esercizi per la lavorazione
 delle droghe, tutte le altre lavorarono interamente materia prima
nazionale: il settore estrattistico fu invece tributario dell’estero per un
70% della materia prima lavorata e quello per la lavorazione delle droghe
per 180%.

A sua volta l’importazione fornì nel 1937 al nostro fabbisogno interno
q.li 66.628 di piante officinali che. tenuto debito conto di eventuali scorte
formatesi, furono per il resto assorbite in parte dai due settori sopraindicati
 e in parte direttamente dal mercato di consumo e dagli altri settori
industriali (vedasi tab. 4).
Numerose sono infatti le industrie che impiegano piante, indigene
ed esotiche, ed essenze: alcune, quali la dolciaria, la conserviera, la vinicola
 e la liquoristica, ne fanno uso come ingredienti necessari a qualificare
i loro prodotti; altre, quali la profumiera e la farmaceutica, trovano nei
principi delle piante spontanee o coltivate una delle fondamentali materie
prime per il loro processo produttivo. Questi due ultimi settori da soli
assorbirono nel 1937 circa il 56% del valore delle piante e dei loro derivati
impiegati nell’industria, mentre gli altri settori assorbirono singolarmente
in media dal 2% all’8% del complessivo valore, con una punta del
13% per quello dolciario, interessato specialmente all’impiego della
liquirizia.

(1) Vedasi in proposito: Prima lavorazione di piante e parti di piante officinali indigene,
 in -« Annuario Statistico dell’Agricoltura Italiana » Vol. 1, Roma 1940. I dati
’iportati si riferiscono a tutte le voci della Tabella dell’Annuario, esclusa quella relativa
al sommacco, di cui, insieme a tutte le altre specie concianti, non si tiene conto’ nel
presente lavoro.
        <pb n="316" />
        XXVII - LA VALORIZZAZIONE DELLE PIANTE OFFICINALI NEL MEZZOGIORNO 335

TAB. 4. — CONSUMO INDUSTRIALE DI PIANTE OFFICINALI E DI LORO DERIVATI.

SETTORI INDUSTRIALI

Dolciario aaa ai 2 e
l'onserv. delle carni, pesce e latte
‘'onserviero delle frutta e ortaggi
Vinitolo secc er sssssss esse»
Liquoristico ........ see
Birra e bevande gassate .......
surrogati alimentari .......... |
Farmaceutico .... ssaa a aaa
Antiparassitari .....s ss... se
Profumiero e affini .... .....
Altri ...

TOTALE su sio a va a a

PIANTE ALLO STATO SECCO (1)

ri

di cui prodotte in Italia

a'

3.259
2.992
5.115
1.205
2.487
1.280

2.385
317
1.843
2.970
1.150
110
2.990
2.402
‘500

#3

1

95
"7

tf

[8.687

PA

3.812
3.262
31

4

An

45 985

18.737

Essenze,
estratti
e altri
derivati
q.li

2

4

A

1.102

1.559

107

EL AR?2

Valore delle piante
e delle essenze
impiegate

Lire | o
(migliaia) a

8.121
5.096
1.381

13 0

82

9 9

7 746

{4 5

2 200

|

3.207
1.686
23.431
1.860
L1.230

72

2,7
37,6
3,0
18,0
0,5

290

62 78

100 0

(1) Dati desunti dal Censimento industriale e commerciale: Vol. I Industrie alimentari e Vol. IV Industrie chimiche =» Roma
940 e 1947.

I settori industriali, elencati nella tabella, sono tra quelli più intimamente
 connaturati alle condizioni ambientali italiane e per i quali riesce
più immediato e più facile prospettare ulteriori potenziamenti, in relazione
 ai programmi di trasformazione agraria in corso di attuazione.
Perciò i dati del consumo delle piante officinali e dei loro derivati possono
essere riguardati come suscettibili a loro volta di aumento, in concomitanza
 con lo sviluppo delle industrie che trasformano i prodotti dell’agricoltura
 e che impiegano nelle loro lavorazioni le piante allo studio.
E’ opportuno però osservare come alla data del Censimento il gruppo
delle industrie che producono per il consumo, a differenza del gruppo
che produce semilavorati, fosse tributario dell’estero per circa il 60% dei
quantitativi di piante impiegati nel proprio ciclo e per un’altra quota, non
definibile, dei vari derivati delle piante stesse; appare quindi la necessità
di valorizzare la flora nostrana e di perfezionare il relativo mercato per
alleggerire le imprese industriali dagli impegni e dalle difficoltà valutarie.
Occorre in proposito tener presente che i redditi ritraibili dalla produzione
 in oggetto andrebbero ripartiti in massima parte tra le regioni meridionali
 e nelle zone di montagna, le quali, per essere le meglio adatte a siffatte.
 produzioni e, d’altro verso, per avere le economie più povere, sono
        <pb n="317" />
        336

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

anche le più sensibili ad ogni minimo .miglioramento di cui si riesca farle
beneficiare.

3. - Se per l’affermazione sulle piazze estere di molti prodotti, specialmente
 agricoli, appare sempre più indispensabile trovare forme organizzative
 in grado di valutare sapientemente le necessità del mercato di collocamento,
 per adeguarvi con tempestività la quantità e la qualità dei prodotti
 da immettervi, tale bisogno si fa più sentito nel campo delle piante
allo studio, le quali per loro natura e per le condizioni in cui si è svolto
in Italia finora il relativo commercio, si prestano non di rado a manovre
speculative ricadenti a danno della produzione e della raccolta. Di modo
che si possono ritenere ancora attuali le osservazioni che l’Istituto nazionale
 per il commercio estero (1) faceva sulla esportazione italiana dei
prodotti erboristici e cioè che tale esportazione risente in pieno delle deficienze
 necessariamente connesse alle iniziative commerciali isolate. L’insufficiente
 conoscenza delle condizioni, in cui si svolge il traffico nei paesi
importatori — sia per quanto riguarda i requisiti di purezza, di selezione,
di stagionatura, di confezione e di impacco, sia per quanto è relativo ai
sistemi di spedizione e di vendita — fa sì che sovente il nostro commercio
si compia per il tramite di incettatori esteri, nella maggioranza francesi,
belgi e tedeschi. La nostra produzione, svolgendo così più che altro una
semplice funzione di rifornimento di scorte, rimane all’oscuro della vera
situazione dei mercati e non risente che di riflesso lo stimolo a migliorarsi.
Da questa situazione discende inoltre l’incapacità di realizzare quelle
forniture già allestite per il pronto consumo, secondo le modalità richieste
dai commercianti esteri che vendono direttamente al pubblico (2).
Un incremento quindi nella nostra esportazione di piante officinali
implica la messa in opera di una attrezzatura tecnica moderna, oltrechè di
una organizzazione della produzione e della raccolta, che si adegui alle
esigenze del mercato internazionale (3).
Le cifre indicate nella tab. 5 dimostrano invece una tendenza al
progressivo peggioramento della nostra bilancia commerciale nel settore
allo studio: peggioramento che non solo viene confermato dall’accrescersi
dell’entità del disavanzo medio nei successivi periodi indicati ma anche
e soprattutto dagli indici complessivi dei valori all’esportazione che denotano
 un livello pressochè costantemente inferiore a quello raggiunto nel
quinquennio di base. L’importazione, per contro, almeno fino al principio
dell’ultima guerra ha mantenuto un ritmo vivace, segno che ai crescenti
fabbisogni delle varie industrie interessate alle piante officinali e ai loro
derivati ha potuto sopperire solo in parte la produzione nazionale

(1) ICE, Entità ed andamento del commercio italiano dei prodotti erboristici, in
+ Atti parlamentari », n. 611, 1930.
(2) Soprattutto in relazione all’uso consuetudinario nei paesi del Nord Europa di
infusi e tisane a base di erbe per cure depurative, lassative, diuretiche, toniche, ecc.
(1) Per rispondere a tali finalità è sorto nel 1947 a Castellammare di Stabia, ad
opera della Federconsorzi. uno stabilimento per la lavorazione delle piante officinali.
        <pb n="318" />
        KXVII - LA VALORIZZAZIONE DELLE PIANTE OFFICINALI NEL MEZZOGIORNO 337

TAB. 5. — ANDAMENTO DEL COMMERCIO ESTERO DELLE PIANTE OFFICINALI
DAL 1913 ar, 1949.

PERIODI

(medie)

‘1913-1914 ......
1915-1918 .... ue
1919-1920 ....
1922-1924... e
1925-1927 ... e
1928-1980 .......
1981-1938 .......
1934-1986 .....
[9837-1939 .......
-940-1942 n
9946-1948
949 i,

pi Piante
ji nto di prevalente -
prevalente proven.
oroven. estera] nazionale |

Derivati di
piante
officinali

"IN compeLESSO|

Imp. | Esp. | Imp. | Esp. | Imp. | Esp. | Imp | Esp.

CAFRE ASSOLUTE {migliaia di lire 1938)

18.420)  276/11.506/41.820|33.840|20.375|63.766)62.472
11.920] 1.480|15.785/41.060|/36.604/18.589 sano
22.846] 804 4.530 24.633|60.850|28.613|88.226/54.050
23.317] 920] 4.956/22.194|32.314/19.908|60.587|43.022
25.019] 1.184) 4.962]/26.990|16.379|18.144|46.360|46.317
24.666) 2.705] 5.119|26.226|/26.877|14.881|56.662/43.812
1.980) 5.238|/10.148/19.292 nome 54.208|40.326
21.893] 2.272|/12.317|19.256/36.733|11.091/70.942|32.618
22.937) 2.373 6.482/25.400 25.586/14.812 55.005}42.586
10.566] 7.131] 2.103|27.315/15.603/25.229|/28.273|59.675
15.322 169|  882/17.217|29.663 sauro 34.825
18.540) 632] 2.490|/12.770|/19.839|/15.864|40.869|29.266!

Piante
di preva
 n.e
proven.
estera

Piante
di prevalente

proven.
nazionale


Derivati
di piante]
officinali

IN coM-PLESSO



Imp.| Esp.jIp. lEep.ttop.|Eep.Ilmp, Esp.

NUMERI INDICI (1925-30 = 100)

74] 14| 228] 157) 156) 123) 124] 139
: 76| 313| 154| 169| 113| 125) 136
92] 41| 90) 93a| 281 173) 171| 120
i 47| 98) 83l 149| 122) 118| 95
101| 62] s8| 102] 76| 110| 90) 1038
99| 139| 102| 99| 124 90| 110| 97
- 269| 202| 73| 102| 96| 105| 90
88) 117) 244] 72) 170| 67) 138| 72
92] 122| 229] 95) 118| 90) 107) 94
48) 367| 42i 103] 72j 153] 55| 132
‘ 17) 65) 137) 106) 89) 77
«81 92 96| 76° 65

L’aspetto generale di questo settore esportativo è caratterizzato da un
disavanzo pressochè costante, tanto che per ben 27 anni su 33 la bilancia
commerciale risulta passiva.
Dei tre gruppi, in cui sono state raccolte (1) le voci della tariffa
doganale, è sopratutto nel secondo, comprendente le piante officinali indigene,
 che sussiste la massima possibilità di intervento, ai fini di migliorare
la nostra partita commerciale. E’ infatti in questo gruppo che sono comprese
 quasi tutte le specie officinali spontanee di cui è ricchissimo il nostro
territorio, specialmente nella sua parte meridionale.
Per quanto si riferisce al gruppo delle piante officinali di provenienza
estera, la cui prevalente origine tropicale e subtropicale esclude quasi sempre
 ogni possibilità di acclimatazione nelle nostre regioni — tanto che i
valori che compaiono all’esportazione per questo gruppo sono da riguardarsi
 in genere come relativi a partite riesportate — poco o nulla c'è da
osservare, salvo il fatto che un complesso industriale meglio attrezzato
potrebbe. in sede valutaria, migliorare la nostra bilancia. attraverso il

(1) Per i criteri, con cui sono state raccolte le voci della tariffa doganale nei tre
sruppi, di cui si parla nel testo. vedasi il vol. Svimez citato all’inizio del cavitolo.
        <pb n="319" />
        338

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

giuoco della riesportazione degli stessi prodotti, dopo averli convenientemente
 selezionati e composti in partite adatte al consumo diretto.
Anche per il terzo gruppo, che comprende i derivati di piante officinali,
non sussistono grandi possibilità di equilibramento del traffico, salvo per
alcune essenze di cui siamo tuttora importatori, mentre esisterebbe la
possibilità di un conveniente approvvigionamento all’interno.
Bisogna infatti ricordare che le industrie nazionali ricorrono ai mercati
 esteri per numerosi olii essenziali, che potrebbero ottenersi da piante
presenti nella nostra flora spontanea o da altre che trovano favorevoli
condizioni di coltura nel nostro Paese. Tra le prime vanno ricordate
l’assenzio, la camomilla, il mirto, il rosmarino, lo spigo, il timo, il muschio
quercino; tra le piante, le cui coltivazioni hanno già dato risultati favorevoli
 nel Mezzogiorno, sono comprese la rosa, la gaggia, la tuberosa, il
geranio, il basilico, il coriandolo, l’anice, la salvia sclarèa.
La identificazione di nuovi centri di vegetazione delle piante spontanee
 da essenza che offrano le condizioni più economiche di sfruttamento,
 il potenziamento della sperimentazione ed una più decisa affermazione
 delle colture officinali nelle rotazioni agrarie potranno dare un
notevole contributo a migliorare la partita commerciale relativa a questo
gruppo.

4, - Uno sviluppo industriale di molti dei settori, che impiegano piante
officinali nel loro processo produttivo, può essere considerato con tranquillità,
 solo che si pensi agli incrementi produttivi ottenibili il giorno in
cui la trasformazione intensiva dei vasti territori ad economia cerealicolopastorale
 del Mezzogiorno diverrà un fatto compiuto.
Per le nuove aziende industriali i principi contenuti nella flora officinale
 spontanea e coltivata potranno costituire preziosi elementi per
caratterizzare le rispettive produzioni. Così nel campo liquoristico, già fin
d’ora il Mezzogiorno vanta alcuni prodotti di eccezionale qualità, che traggono
 appunto da un intelligente impiego dei principi floristici il motivo
che li distingue. Nè si può escludere che nuove inziative possano battere
questa stessa strada e con altrettanto successo anche nel settore dei vini
aromatizzati e, in genere, di tutte le bevande, degli alimenti e dei condimenti,
 cui si richiede una particolare preparazione in grado di conferire
loro aroma e sapore particolari.
Altrettante possibilità sussistono nel campo dei profumi e dei saponi e,
per la stessa industria farmaceutica, si può dire che l’avvenire sia orientato
sempre più verso un decisivo impiego delle piante e delle erbe.
E’ dato infatti di riscontrare che la chimica farmaceutica, dopo essere
passata per la fase dell’impiego dei principi attivi isolati dalle droghe o,
addirittura, di quelli ottenuti per sintesi, tende ora a rivedere le proprie
posizioni. Si’ è potuto tra l’altro osservare che gli elementi attivi isolati
sotto forma di alcaloidi, glucosidi, tannini, terpeni, ecc. non sempre riflettono
 l’azione della pianta medicinale, presa nel suo insieme. La constaazione
 della differenza di azione tra il principio singolo e quell’insieme
        <pb n="320" />
        XXVII - LA VALORIZZAZIONE DELLE PIANTE OFFICINALI NEL MEZZOGIORNO 339

di sostanze con cui il principio stesso si trova associato nella droga (fitocomplesso)
 ha contribuito a far rivolgere di nuovo l’interesse degli studiosi
verso le piante officinali, aprendo così nuove prospettive di fecondo lavoro
per la fitoterapia.
Nel primo paragrafo si sono dati brevi cenni sulla carenza del mercato
erboristico italiano: è evidente che il problema centrale da risolvere, per
far sì che la produzione delle piante officinali assuma anche nel nostro
Paese e specie nel Mezzogiorno quella importanza altrove già raggiunta,
consiste per l’appunto nel far sì che questo mercato si formi e si consolidi
con tutte le caratteristiche proprie dei grandi centri di contrattazione dei
orodotti agricoli.
Occorre tuttavia in prima istanza rivedere la posizione in cui oggi si
trova la fase produttiva: si è già detto del disordine e della precarietà che
la caratterizzano. E’ pertanto quanto mai indispensabile che la nuova
legge erboristica (1), attualmente in fase di avanzato studio presso una
speciale Sottocommissione ministeriale, porti quel contributo di chiarificazione,
 cui la vigente legislazione non ha dato luogo.
Dalla preparazione tecnica degli esperti erboristici di grado superiore
e medio a quella delle maestranze raccoglitrici, dai controlli farmacognostici,
 chimici e biologici delle partite da immettersi in commercio, al conseguente
 rilascio di un certificato di garanzia, dalla messa in efficienza
di un organismo di controllo della produzione e della esportazione e di
repressione delle frodi, alla revisione e al completamento della nostra
Farmacopea ufficiale, dalla fissazione di norme tutelatrici del nostro patrimonio
 floristico all’avviamento di una vera e propria opera di ripopolamento
 delle zone erboristiche depauperate, dalla istituzione di vivai consortili,
 indispensabile strumento di partenza per lo sviluppo delle piantagioni
 officinali, alla organizzazione assistenziale, tecnica e, per alcune
indispensabili fasi di avviamento, anche economica delle aziende, che
vogliono dedicarsi alle colture in oggetto, e dei raccoglitori, che
vogliono attrezzarsi dei necessari impianti per il migliore allestimento
delle droghe, c’è tutto un lavoro da compiere per far sì che la. produzione
raggiunga. quel livello qualitativo e quantitativo necessario per la sua
decisa affermazione.
I problemi della fase mercantile sono evidentemente connessi e subordinati
 in gran parte a quelli esposti in precedenza: ciò nondimeno anche
qui è indispensabile una moralizzazione del mercato, nel senso che vengano
 autorizzate a svolgerlo soltanto persone di riconosciuta competenza,
eliminando gli occasionali operatori, che sono in genere causa prima delle
più lamentate irregolarità. Uno dei fattori fondamentali per attivare il
mercato interno e per inserirlo nell’ambito internazionale dovrebbe poi
essere fornito dalla costituzione di un agile e attento servizio di informazioni,
 inteso a conoscere e a vagliare le tendenze della domanda e della

(1) Il settore erboristico è, al momento attuale, regolato dalla Legge 6 gennaio 1931,
n. 99 e dal relativo regolamento, pubblicato il 9 febbraio 1932.
        <pb n="321" />
        340

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

offerta di piante officinali sulle diverse piazze mondiali e quindi a farle
rapidamente conoscere agli interessati.
A sua volta il problema del credito assume anche in questo campo
importanza decisiva, sia per liberare la produzione erboristica dal monopolio
 degli incettatori, sia per fornire al commercio lo strumento per affrontare
 la competizione internazionale con adeguata solidità.
Una questione che si presenta valida per tutti i prodotti agricoli, e
quindi anche per quelli in esame, riguarda la necessità di eliminare dal
mercato talune fasi intermedie, la cui funzione appare del tutto parassitaria:
 a questo scopo la formulazione di ben congegnati contratti di coltivazione
 o di fornitura (1) potrebbe dare un decisivo contributo. Così
3ccorre intervenire nella fase specifica dei trasporti ferroviari per ottenere
tariffe più consone ad una materia prima in genere molto povera (2).
La possibilità, infine, di istituire in concreto dei mercati o borse erboristiche,
 organizzati su sistemi di vendita all’asta, non dovrebbe, per il
solo motivo di essere di difficile realizzazione, venire trascurata.
Occorre poi considerare la fase industriale che, concludendo il ciclo
erboristico, ne determina le possibilità di affermazione: il coefficiente di
massima portata per lo sviluppo del settore in oggetto sarà infatti principalmente
 costituito dall’impulso di consumo ed assorbimento (3), che saprà
esercitare l’industria (estrattistica, farmaceutica, liquoristica, ecc.).
« Le ricerche e gli studi per l’impiego su scala più vasta delle nostre
piante officinali vanno intensificati, come si fa in altri paesi, ma il problema
 centrale è ancora quello — precisato dal CAvara, sin dal 1922, a proposito
 della deficienza di organizzazione dell’industria delle piante medicinali
 e da essenze — di coordinare l’industria stessa con il suo fabbisogno
di materie prime » (4).
A questo fine, viene fatto di pensare che, in certe situazioni,
una organizzazione cooperativa (5) tra i raccoglitori potrebbe risolvere,
 non solo molti dei problemi accennati a proposito della fase produttiva,
 ma anche offrire all’industria il miglior mezzo per coordinarsi con il
mercato e colmare quella frattura tra produzione e consumo, che oggi
appare come l’ostacolo maggiore per un decisivo consolidamento dell’erboristeria.


(1) Vedasi: D. Guzzini, Contratti di coltivazione di piante officinali per conto delle
ditte erboristiche, in Boll. « Le piante officinali », n. 2, 1946.
(2) Vedasi: G. LArIERRE, Anche per i prodotti erboristici occorre ridurre i prezzi
di costo - I trasporti fino al magazzino del grossista. in Boll. « Le piante officinali ».
n. 3, 1949.
A. De Mor: Proposte di modifica delle tariffe a piccola velocità per le piante
medicinali e parti di esse, in « Atti parlamentari della Camera dei Deputati », n. 611, 1930.
(3) Vedasi: C. InvernI, Sfruttamento industriale delle piante medicinali in rapporto
alle vigenti farmacopee, in « Atti parlamentari della Camera dei Deputati », n. 611, 1930.
(4) P. Rovestr1, Puntualizzazioni sulla nostra erboristeria, in « Rivista italiana delle
2ssenze, profumi, piante officinali », n. 4, Milano 1950.
(5) Vedasi: G. LarIErRrE, La cooperazione nelle attività erboristiche, in « Rivista
italiana delle essenze ecc.» n. 9, Milano 1949.
        <pb n="322" />
        a
a

PTT

L'INDUSTRIA DELLA LIQUIRIZIA (*)

1. - Tra le prime forme di attività trasformatrice dei prodotti naturali del
suolo, che fecero la loro comparsa nel latifondo meridionale, va ricordata
quella che utilizza i rizomni di liquirizia, diffusa, un tempo più che ora, sui
litorali orientali del Mezzogiorno, in particolare della Calabria, della
Puglia, dell’Abruzzo e della Sicilia. Questa attività, che conta ormai più
di un secolo di vita, iniziatasi in forma artigianale, seppe raggiungere nell’ultimo
 decennio del secolo scorso e negli anni precedenti la prima guerra
mondiale un notevole grado di perfezionamento, adeguando le attrezzature
all’evolversi dei processi di cottura e di concentrazione. Giovarono a questa
industria l’abbondanza di materia prima ad alta resa e la scarsa concorrenza
 che sui mercati stranieri erano in grado di fare le industrie similari
esistenti in Grecia, in Turchia e in Spagna.
L’affermarsi della bonifica e l’affacciarsi di un’industria americana
della liquirizia, quale concorrente sui tradizionali mercati, hanno inferto
un grave colpo agli stabilimenti meridionali malgrado che, con l’andare
del tempo, gli impieghi di questo prodotto si siano sempre più estesi dal
consuetudinario uso farmaceutico e dolciario, all’industria dei liquori, a
quella della concia dei tabacchi, all’industria dei colori, e, ultimamente,
alla preparazione di eccipienti per estintori d’incendio.
La critica situazione in cui i produttori di succo di liguirizia si sono
venuti a trovare per gli accennati motivi ha segnato un tempo di arresto
per questa industria che ha tralasciato di adeguarsi agli ultimi ritrovati
della tecnica, contrariamente a quanto ha fatto la consorella americana che
ha potuto dare agli impianti attrezzature e dimensioni proprie di grande
impresa.
Dal Censimento industriale del 1937 sono stati rilevati 28 esercizi, che
hanno complessivamente impiegato 68.337 q.li di rizomi allo stato fresco e
hanno prodotto 12.424 q.li di succo, per un valore complessivo, espresso in
lire del tempo, di L. 7,3 milioni.
Lo stesso Censimento ha riscontrato l’esistenza di 188 vasche di cottura
per il succo con una capacità complessiva di 437.150 litri e di 41 concentratori
 del succo stesso per una potenzialità massima giornaliera di
13.782 litri.
(+) Da: « Informazioni SviMmez », n. 53-54, del 4 novembre 1949.
        <pb n="323" />
        342

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

Da valutazioni fatte, si può ritenere che la potenzialità produttiva
degli impianti si aggiri, attualmente, attorno ai 30.000 q.li annui di succo
di liquirizia.
Le regioni dove è più sviluppata tale industria sono la Calabria e la
Sicilia che nell’anno del Censimento hanno prodotto (specialmente nei
comuni di Catania, di Policoro, Torre Cerchiara, San Lorenzo del Vallo,
Corigliano Calabro, Rossano, Isola Capo Rizzuto e Rende) il 76% del succo.
Seguono poi l’Abruzzo (Atri, Silvi Marina, Pescara) e la Puglia (San
Severo) che lavorano materia prima locale, la Lombardia (Milano), l’Emilia
 (Bologna) e la Liguria (Ventimiglia) dove esistono pochi impianti che
lavorano rizomi importati dal Mezzogiorno.
Il litorale ionico della provincia di Cosenza è oggi il principale fornitore di
liquirizia grezza e si può calcolare che le possibilità di raccolta annua si
aggirino sui 90-120.000 (1) quintali di rizomi allo stato fresco, a seconda
dell’estensione dei terreni che cadono a rottura e delle variabili produzioni
unitarie annuali. La produzione media per ettaro di rizomi freschi si
aggira attorno ai 30 quintali nelle migliori situazioni e si abbassa invece
fino agli 8-9 quintali nelle condizioni meno favorevoli.
Le restanti zone di produzione, compresa la Sicilia, possono essere in
grado di fornire complessivamente altri 60-80.000 quintali per cui le
disponibilità nazionali oscillano tra i 150 e i 200.000 quintali all’anno.
L’interesse economico che questa pianta spontanea presenta non si esaurisce
 nell’impiego industriale ma si estende al campo dell’esportazione, poichè,
come s’è accennato, il prodotto finito è oggetto di vendita all’estero e,
inoltre, il rizoma essiccato. viene acquistato in larga scala dall’industria
americana.
Nel 1934-38 vennero esportati in media quintali 7.218 di succo all’anno
per un valore di L. 4,2 milioni; nel 1947, quintali 9.658 e nel 1952 quintali
9.476 per 395 milioni di lire in ciascuno dei due anni citati.
Un tempo, i nostri principali clienti erano gli Stati del Nord Europa,
Danimarca, Norvegia, Olanda, Svezia, Belgio e Lussemburgo e la Germania
 (circa 11.000 q.li di succo nel 1941); nel dopoguerra solo l’Inghilterra,
la Francia e'il Belgio si sono riforniti da noi; nel 1952 la Germania occidentale
 è tornata ad essere il principale acquirente con g.li 3.622, seguita
dall’Inghilterra che ha acquistato q.li 3.467 di succo.
Per quanto riguarda la radice grezza, il più importante acquirente
sono gli Stati Uniti (seguiti a distanza dalla Francia) i quali utilizzano il
nostro prodotto, che ha qualità di pregio, per miscelarlo con le altre
liquirizie dei paesi mediterranei, del mar Nero, cinesi ed iraquene e conferire
 loro una parte di quelle caratteristiche che soltanto la liquirizia italiana
 possiede.
Si arrivò ad esportarne nel 1937 fino a 24.012 q.li; nel 1946 la corrente
di esportazione ha ripreso (q.li 4.611) per giungere, dopo un temporaneo

(1) Secondo altre valutazioni la potenzialità produttiva in rizomi della Calabria
aoscillerebbe attorno ai 200-250 mila d.li annui.
        <pb n="324" />
        XXVIII - L'INDUSTRIA DELLA LIQUIRIZIA

343

crollo nel 1947, a q.li 16.160 nel 1948, fornendo così notevoli vantaggi agli
agricoltori meridionali, cui sono stati offerti dagli importatori buoni prezzi,
che hanno raggiunto e superato in quell’anno e nel successivo le 3.000 lire
al q.le. Nel 1949 però la fase ascensionale era già esaurita: q.li 7.929 esportati;
 nè vi è stata ripresa nel 1951 e nel 1952 nei quali anni il quantitativo
di rizomi esportato non ha superato gli 8.000 quintali.

2. - Le prospettive future per questa industria dipendono da un complesso
 di elementi in parte di carattere interno e in parte di carattere
internazionale e relativi all’andamento del commercio estero.
Per quanto riguarda i primi, c’è da dire che la bonifica e la messa
in rotazione dei terreni finora utilizzati con ordinamenti estensivi costituiscono
 il principale ostacolo al mantenimento di quella residua potenzialità
 produttiva, sopra indicata. Infatti la pianta di liquirizia ha bisogno,
per portare ad un conveniente grado di maturazione commerciale il
rizoma, di un ciclo vegetativo di circa 4 anni. Tale periodo le è consentito
dagli avvicendamenti attuati nelle zone di vegetazione, dove si pratica una
rotazione basata su una coltura sarchiata iniziale, coltivata dopo l’escavazione
 della radice, cui seguono due anni di cereali e un anno di riposo
pascolativo, che permette alla pianta di completare il proprio sviluppo.
E’ evidente che una trasformazione fondiaria, quale si prevede, in
seguito anche all’azione di riforma e di creazione della piccola proprietà
contadina, per molti di quei comprensori ove oggi vegeta la liquirizia,
restringerà ulteriormente l’area di raccolta, introducendovi avvicendamenti
 intensivi di colture.
Tuttavia, l’interesse economico che tale produzione rappresenta non
solo per il Mezzogiorno ma anche per la bilancia commerciale, dato il suo
carattere di esportabilità, richiama un attento esame delle singole situazioni
 esistenti in ogni comprensorio, per non correre il rischio di perdere
il reddito attuale senza ottenere una contro partita nei redditi delle colture
future. Va tenuto presente in proposito che il valore della produzione
lorda di un ettaro di liquirizia ha raggiunto (1949) nelle migliori condizioni
ambientali le 90.000-100.000 lire, laddove il grano su terreni di eguale
natura ha fornito non di rado valori lordi di 70.000 lire e- anche meno.
Nè va sottovalutata la capacità di assorbimento di mano d’opera che
offre questa attività, dato che vi vengono impiegate per la raccolta fino a
30-32 giornate lavorative e per la successiva lavatura dei rizomi altre
2-3 giornate, per un totale quindi di 32-35 giornate. Inoltre il periodo in
cui cade la raccolta dei rizomi, che coincide con i mesi invernali quando
è ormai ultimata la campagna olearia, ha una particolare importanza dal
punto di vista sociale, quale mezzo di impiego di un buon numero di braccianti
 che rimarrebbero altrimenti disoccupati.
Sarà pertanto necessario individuare caso per caso quelle aree in cui
il beneficio economico-sociale della bonifica non potrà essere superiore a
quello che la pianta spontanea consente ed in esse concentrare tutti quei
mezzi ed usare ogni accorgimento per incrementare la produzione della
        <pb n="325" />
        344

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA .

liquirizia. Ed è su queste aree che si possono fondare principalmente le
prospettive del futuro della relativa industria trasformatrice.
Esperienze colturali, condotte in provincia di Cosenza, hanno dimostrato
 infatti che la coltivazione, per quanto dia soddisfacenti risultati
tecnici, non è conveniente dal lato economico perchè non riesce ad inserirsi
 in un ordinamento intensivo. Il liquirizieto di impianto consente solo
nel primo anno una consociazione con un cereale e, siccome il pascolo che
su di esso potrebbe essere fatto nei tre anni successivi si limita al solo
periodo invernale — trasferendosi gli armenti nell’estate sui pascoli di
montagna — la produzione unitaria di rizomi, per quanto superiore di
due o tre volte a quella del prodotto naturale, non compensa il mancato
reddito della sarchiata e del cereale. Tuttavia non si può ancora dire
l’ultima parola in merito poichè viene fatto di pensare che una più intensa
meccanizzazione — quale viene auspicata per l’agricoltura in genere e per
quella meridionale in specie — possa fare abbassare notevolmente i costi
delle coltivazioni di liquirizia; inoltre si può aggiungere che, a trasformazione
 ultimata, il bestiame, trovando nell’azienda le condizioni per permanervi
 costantemente, possa in pieno valorizzare quei pascoli migliorati
ove è possibile mettere a dimora i rizomi. i
Per quanto si riferisce poi ai riflessi che sull’industria trasformatrice
 può esercitare la concorrenza sul mercato internazionale di altri
paesi produttori e in specie degli Stati Uniti, va tenuto presente che la
concorrenza può esplicarsi secondo una duplice linea di azione.
Attraverso il meccanismo della richiesta che l’industria americana fa
della radice meridionale, i prezzi della materia grezza possono divenire
insostenibili per le industrie locali. Merita in proposito di essere esaminata
la seguente tabella in cui sono riportati i dati del commercio estero di
alcune annate caratteristiche, che permettono di intravvedere, sia pure
con le dovute cautele, l’influenza che esercita l’esportazione del prodotto
grezzo sulla esportazione del prodotto finito:

1924 1928 19832 1937 1947 1948 1949 1952
Radici q.li . . . 8.759 14.733 5.614 24.012 1.001 16.160 7.529 7.036
Succo g.li . . . 12.097 8.251 8.858 8339 9658 76929 19015 9476

Attraverso l’offerta sul mercato mondiale di un prodotto che, essendo
costituito solo parzialmente da liquirizia italiana e per il resto da altre
liquirizie di minor pregio e di minor costo, l’industria italiana può venire
costretta anche per questa via a ripiegare (1). Nè si può con eccessiva
facilità pensare alla possibilità, prospettata da alcuni, di chiudere, specie
nel momento attuale, il nostro mercato della materia prima per evidenti
ragioni di carattere economico e politico.

(1) Una buona liquirizia italiana in blocchi veniva venduta nel 1949 sulle 200-210
sterline per tonn. (1016 kg.) fob porto italiano allorchè gli americani vendevano la loro
liquirizia a 190 sterline cif Londra sdoganato.
        <pb n="326" />
        XXVIII - L'INDUSTRIA DELLA LIQUIRIZIA

345

Benchè le vicende attraversate negli ultimi decenni dall’industria e
le prospettive sopra delineate non possano non lasciare un senso di incertezza
 sulle sorti future di questa attività, tuttavia occorre non dimenticare
che tuttora sussistono possibilità di collocamento del prodotto sui tradizionali
 mercati, come stanno a dimostrare i dati più recenti della esportazione.
 Occorrerà pertanto che gli stabilimenti esistenti si mettano in grado
di sfruttare convenientemente queste possibilità, tutt’altro che modeste,
attrezzandosi per valorizzare in pieno l’ottima materia prima di cui
dispongono, con la confezione più accurata del prodotto e con la riduzione
dei costi di lavorazione. Potrà a questo fine notevolmente giovare una
seria sperimentazione di nuovi mezzi tecnici per l’aumento delle rese, per
l’impiego dei sottoprodotti, per lo studio di nuove utilizzazioni, quale non
può essere impostata dalle aziende produttrici di succo, data la loro modesta
 entità: Istituti pubblici di ricerca dovrebbero affrontare questo problema.
 Nel campo commerciale, un accordo tra le varie ditte italiane
esportatrici per la costituzione di un unico ufficio di vendita sui principali
mercati, al fine di non danneggiarsi reciprocamente attraverso offerte
disordinate e discordanti, darebbe al nostro prodotto quella garanzia di
cui già godono le concorrenti offerte americane, turche e spagnole. Nel
campo legislativo infine una disposizione che proteggesse la genuinità del
prodotto italiano, reprimendo gli abusi e le sofisticazioni, potrebbe contribuire
 ad arginare la concorrenza che la liquirizia meridionale è
costretta subire.
Attraverso queste vie, l’industria potrà mettersi in grado di affrontare
con maggiore serenità l’avvenire, continuando così ad essere uno strumento
 di lavoro per una non piccola categoria di operai che vivono in zone
tra le più disagiate del Mezzogiorno.
        <pb n="327" />
        XXIX

LA PRODUZIONE LEGNOSA DEL MEZZOGIORNO
E LE INDUSTRIE DI PRIMA LAVORAZIONE DEL LEGNO

1. - La partecipazione del Mezzogiorno alla produzione legnosa italiana
nelle ultime quattro campagne segna un aumento del 28% (1) rispetto
all’apporto, mediamente dato nel quadriennio 1935-38. Allora i boschi meridionali
 contribuirono con il 22,8% alla massa del legname da lavoro e con
il 29,4% a quella del legname combustibile; oggi vi contribuiscono rispettivamente
 con il 29,7% e con il 30,5%.
A seguito di una rilevazione, compiuta per la prima volta nel 1946-1947
 (2) e ripetuta negli anni successivi, si conosce anche il contributo
che proviene alla produzione in esame dai terreni agrari, dai prati, dai
pascoli e dagli incolti produttivi: vi si è raccolto nell’ultimo quadriennio
un quantitativo pari a mc 862.000 di legname da lavoro e a mc 9,1 milioni
di legna da ardere e da carbonizzare; rispetto alla massa legnosa complessiva
 tale contributo risulta essere pari al 42,9%.

(1) La produzione legnosa annua media dei boschi meridionali nel quadriennio
1935-38 fu pari a me. 3,1 milioni e nel quadriennio 1949-52 fu pari a mc. 4 milioni circa.
A questo proposito è bene però avere presente la seguente considerazione, contenuta
 nell’Annuario dell’agricoltura italiana del 1948-49: «Sotto l’aspetto tecnico ed
economico non sembra che le utilizzazioni boschive, realizzate nel 1948-49, abbiano ubbidito
 ad una politica economica tendente a ripristinare condizioni di normalità ai soprassuoli,
 ma apparirebbe invece che la produzione legnosa sia stata subordinata soprattutto
 all’andamento del commercio del legno. L’aumento di circa l’8,5 % (rispetto al
1947-48) relativamente ad. una produzione legnosa che già si mantiene da vari anni ad
an livello superiore a quello prebellico, non può che far giudicare maggiormente precaria
la situazione delle nostre fustaie in ordine ai futuri prelevamenti legnosi, nonchè nei
riguardi delle condizioni vegetative e della consistenza provvigionale di tali boschi ».
Stando così le cose c’è da augurarsi che lo sviluppo dell’attività per la prima lavorazione
del legno, auspicato nel testo, si accompagni con un sostanziale miglioramento quantitativo
 e qualitativo del patrimonio boschivo meridionale il quale deve essere posto
in grado di dare assoluta garanzia di forniture di materia prima costantemente adeguate
alle esigenze dell’industria (Vedasi: INEA, Annuario ecc., vol. III, Roma 1950). Cfr. anche:
: Informazioni SviImeEz », La persistente degradazione dei boschi nel Mezzogiorno (n. 79-80,
luglio 1949 e per i confronti con l’anteguerra lo stesso bollettino n. 23 del 1948).
(2) Vedasi: E. D’ELIa, Le utilizzazioni legnose delle qualità di coltura forestali
non boscate durante l’anno statistico 1946-47, n. « Boll. di Stat. agr. e for. », n. 4, 1948;
Istat, Produzione legnosa delle qualità di coltura non boscate nel 1946-47, in « Annuario
stat. dell’agricoltura italiana » 1943-46, Roma 1950 e Istat, Annuario statistico italiano,
Serie V, vol. 1944-48, 1949-50, 1951, 1952.
        <pb n="328" />
        348

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

TAB. 1. — PRODUZIONE LEGNOSA DELLE REGIONI DEL MEZZOGIORNO NEI BOSCHI
E NELLE ALTRE QUALITÀ DI COLTURA.
(Media del quadriennio 1948-49 — 1951-52)

PRODUZIONE DI LEGNAME
(migliaia di metri cubi) (1)

LIRCO-DA

 LAvORO

COMBUSTIBILE

ToTALE

CRIZION

nelle
altre
iqualità
; di o
boschi % da car- da caroe
 lecitara me | % | col. 3 | da |boniz-| da | boniz-(2)
 pela ardere | zare |ardere | zare
1 5 6 7 8 9 ‘ 10

nei boschi

nelle altre
qualità di
coltura (2)

in complesso

% | %
col. | col. 3
% | 4|+9
o col. | + 10
14 col. 14
14 gr 17

%
me % je. 9-10
col. 11
11 12 13

ibruzzi .|

114] 11) 125 8,8]
1041 c 9,0 | 23,8!
10 al 13) o,3l 23,2)
1,8)
12,1
1,1
0 6

s14l  eo7l 201
196] 128) 392
sl | 1.551
3,41 112 73 131]
4,6) 230) 495} 771
o sal 7) 872
53,3) 197) 266| 185
: |
187: 1.372) 28,3] 13,6] 1.137| 1.692] 4.103
675 : ml na 4.949 ua pi
6a 4.31; 100.0)

2 724] 3,9
i 1.030] 5,6
1l 1.662] 9,1
all 447 2,4
1.502] 8,1]
a dI
700| 3,8

28,0] i 3,6/14,7) 25,2
39,4) 1.467! 6,3|29,8| 34,8
93,4) 1.675] 7,3) 0,8| 92,8
36,2 sas] 2,3/16,4| 30,8
51,7) 2.128| 9,1/29,5| 37,8
n 1.026] 4,4 5,1| 87,1
33.9) 730) 3,1 4,1| 34.6
pia sa spia
43.314.871] 63,9|23,4
615 SE ADO:DI29 6

ampan..
?uglia ..
Bagsilic. ..
“alabria .
Sicilia ...
SJjardegna

sua i
Nord ..| 2.804

"i n sa
48|11.392| 61,8

[TALIA. | 8.989!

154/18.430!100.0

(1) La riduzione in volume della legna da ardere e del carbone è stata fatta calcolando che sette quintali di legna corriipondano
 mediamente ad un metro cubo e che, per ottenere un quintale di carbone, sia necessario impiegare mec 0,650 di legna.
(2) La media quadriennale per la produzione legnosa delle altre qualità di coltura, comprende i dati relativi all’annata
1946-47 e alle annate dal 1949 al 1952 in quanto che per l’annata 1948-49 la rilevazione non è stata compiuta.

Mentre su tutto il legname combustibile quello fornito dalle altre
qualità dî coltura ha nel Nord un peso pari a poco più di due quinti, nel
Sud ha un peso assai più sensibile tanto da arrivare in alcune regioni, come
la Puglia e la Sicilia, a rappresentare il 90% e più della intera massa.
Per il legname da lavoro il contributo delle altre qualità di coltura
risulta invece più rilevante nel Nord che nel Sud: ma vi sono regioni come
la Sardegna e la Sicilia che traggono dai due quinti alla metà delle loro
disponibilità dagli alberi situati al di fuori dei boschi.
In complesso, si vede che la partecipazione del Mezzogiorno alla produzione
 legnosa italiana di 23,3 milioni di mc è pari al 36,1% e che tale
quota è costituita per il 16,3% soltanto da legname da lavoro e per l’83,7%
da legna combustibile; si vede inoltre che il Mezzogiorno ricava il 47,8%
del suo legname dai boschi e il 52,2% dagli incolti, dai terreni pascolivi e
prativi e da quelli agrari. Per questi, in particolare, si deve tener conto dei
noci che vi sono sparsi e di cui il Mezzogiorno possiede circa il 40%, dei
        <pb n="329" />
        XXIX - LA PRODUZIONE LEGNOSA DEL MEZZOGIORNO, ECC.

349

ciliegi (il 33%), dei sorbi (180%), dei peri (il 35%), degli aceri, degli olmi
è di altre essenze, particolarmente adatte a fornire assortimenti di legno
da trancia.

2. - Differenziazioni più sensibili appaiono dalla tab. 2 ove il legname
da lavoro è distinto a seconda delle specie arboree da cui proviene.
Mentre nel Nord la massa legnosa dei boschi si suddivide tra essenze
di resinose e essenze di latifoglie in parti eguali, nel Mezzogiorno si ha
una netta prevalenza delle seconde sulle prime. La scarsa produzione di
resinose costituisce uno degli aspetti critici più acuti per una localizzazione
al Sud di molte industrie che, dovendo corrispondere ai fabbisogni del
mercato di consumo con prodotti tratti da tali essenze, sarebbero costrette
ad importarne rilevanti quantitativi da altre regioni e dall’estero. Inoltre,
alla carenza quantitativa si aggiunge la carenza qualitativa in quanto
che le disponibilità locali provengono prevalentemente dai boschi silani di
pino laricio, mentre insignificante è il contributo dato dalle altre resinose
tra cui gli abeti.
La situazione si presenta migliore per il legname da opera proveniente
da latifoglie: il Mezzogiorno contribuisce con il 35,7% agli assortimenti
ritraibili dal castagno, con l’80,8% a quelli di faggio, con il 43,6% a quelli
di quercia, con il 42,7% a quelli di altre latifoglie, tra cui sono compresi
legnami di olmo, acero, noce, robinia, platano, tiglio, frassino, carpino,
ontano e ciliegio.
Delle regioni meridionali la più forte produttrice di legname da opera
di essenze resinose è la Calabria con mc 226 mila, pari all’11,3% della produzione
 nazionale.
La più forte produttrice di legname di latifoglie risulta invece essere
la Campania con il 15,2%, seguita dalla Calabria e, a distanza, dagli
Abruzzi, che forniscono alla massa globale rispettivamente il 14,1% e il
4,2 per cento.
Il contributo delle singole regioni si differenzia a sua volta, oltrechè
quantitativamente, anche qualitativamente: quello degli Abruzzi è costituito
 per circa tre quarti da legno di faggio, quello della Campania per un
quarto da faggio e due quinti da castagno; quello della Puglia, peraltro
modestissimo, è costituito per il 46,1% da faggio; in quello della Basilicata
predominano il legno di quercia e quello di faggio; in quello della Calabria
un terzo è rappresentato dal legname di pino e poco più di un quinto da
castagno; il contributo della Sicilia è costituito per un terzo da legname di
resinose, in forte quota proveniente dalle altre qualità di coltura; in quello
della Sardegna predomina il legno di quercia.
Mentre nel Nord tra le resinose predominano gli abeti e i larici che
entrano a costituire la massa del legname da opera della circoscrizione
con una quota pari al 41,1%, nel Sud predominano i pini i quali tuttavia
non rappresentano neanche un quinto della intera massa disponibile local-
        <pb n="330" />
        250

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

TAB. 2. — PRODUZIONE DI LEGNAME DA LAVORO DISTINTA PER SPECIE
O ESSENZE LEGNOSE.
(Media del quadriennio 1948-49 — 1951-52)

CIRCOSCRIZIONI

Pini |
|
i

PRODUZIONE DEI BOSCHI

|

Produzione
delle alire
qualità di
coltura

TOTALE GENERALE

cei Cc Alt
a a- _ re
resi. iano [Faggio Querce] Pioppi latifo-| Resi- | Lati-  Resi- | Lati- I
i | glie | nose | foglie 1 nose | foglie tone
3 1 4 L= E 6 a RITI A plesso
n a 710 1 177 7a

(migliaia di mc)

Abruzzi e Molise .......
Campania ...... se
Basilicata ...... ss!
alabrin.ssserszzzazezzre srl
Sicilia i
Sardegna ...... sessi s a eee
Mezzogiorno nn
Nord esi
IALIA, sccisinn E cain]

no 15)
10

sm 19
236| 1.429|

463| 38)

61
191!

92
16

140) 176
E

sso] 415
640| 100
66, 315 236) 27 2

125.
437
13
7 88
401 627
35 52
col 30
178i 255) 1.117) 1.372
600! 1.740) 1.739) 3.479

2
75

84| 778! 1.995) 2.856) 4.851

(percentuali territoriali)

Abruzzi e Molise ........ a
annie e UU
Puglia scel iii)
Basilicata ssssssssssa zone ne
oalabria scissa sai]
Meltin cinici]
Sardegna ..... RR
Mezzogiorno ss
NONA 0 4 SG R IT RO

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0,6 0,11 0,6
su 0, 19, |
0,2 la oe! 0,
) i 0,6 © 16,1| 8,5
4 1,0 140 34,4, 11,4 20,1 a
22 1,2 0,8 2,1 ese 8,3'
0,2 0. 3,0 0,5, 3,2...
49,0! 13 35,7) 80,9 43, 5,8 2,7 wo
SEO GORI CA w4 564 42 SPE 02

0,2) 4,2] 2,6
2,2 15,2) 9,0
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0,2) 3,0 1,8
1 a 14,1} 12,9
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87.2 60.9 71,7

2

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100,0. 100,0! 100,0, 100,0 100,0) 100,0; 100,0) 100,0 100,0) 100,0| 100,0| 100,0

( percentuali di composizione)

Abruzzi e Molise .... . 1.
Campania .. c.c. iii ll
Puglia cinici
Basilicata sessi]
L'alabria ... c.ca
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Sardegna ....
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1,1| 98,9) 100,0
36,0) 64,0) 100,0
| n 67,3| 100,0
13.3 3.3! 96,7) 100,0
7,5) 0,9) 3,9 o 1,0 n 81,4| 100,0
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        XXIX - LA PRODUZIONE LEGNOSA DEL MEZZOGIORNO, ECC. 351

mente; in questa circoscrizione la specie che predomina su tutte le altre è
il faggio che rappresenta il 30,2% delle utilizzazioni legnose mediamente
realizzate nell’ultimo quadriennio.

3. - Dalla diversità delle specie arboree, che concorrono a formare
la produzione legnosa delle singole circoscrizioni, trae origine la particolare
 composizione che caratterizza gli assortimenti regionali di legname
da lavoro.
Il tondame da sega, che in prevalente misura si ricava da essenze resinose,
 viene fornito dal Mezzogiorno in una quota pari al 25,7% del totale
italiano; viceversa, il legname da trancia, per il quale si prestano soprattutto
 le essenze più pregiate come il noce, l’acero, il ciliegio e il legname
per compensati per i quali serve assai bene, oltre al pioppo, anche il faggio,
sono forniti dal Mezzogiorno in una quota pari al 43,5% della produzione
complessiva.
Per il travame asciato, abeti e larice sono le due specie più richieste;
il Mezzogiorno fornisce un po’ di legno di castagno e di pino laricio, che
possono. servire per determinati impieghi.
Le traversine e traverse per armamento ferrotranviario si fanno
soprattutto con legno di quercia e, in misura più ridotta, con legno di faggio:
 il Mezzogiorno ha fornito per tale bisogna nell’ultimo quadriennio il
81,9% della materia prima.
Di legname da pasta, che si ricava da abeti e da pioppi in prevalenza,
il Mezzogiorno è modestissimo fornitore, dato che le due specie vi sono
scarsamente diffuse.
Con il castagno si produce la maggior parte delle doghe, della paleria
grossa, esclusa quella per miniera, e della paleria minuta e il Mezzogiorno,
in cui si trova il 22% circa dei castagneti italiani, fornisce, per i tre assortimenti
 prima indicati, una quota pari rispettivamente al 62,5%, al 32,5%
è al 30,2%; esso fornisce inoltre il 17,4% del legno di castagno destinato
all’estrazione di tannino.
Circa il legname combustibile, che per più del 90% si ricava da latifoglie,
 c’è da osservare che questa partita, mentre nel Nord è composta per
l’86,3% da legna da ardere e per il 13,7% da legna da carbonizzare, nel
Sud la legna da carbonizzare rappresenta il 25% di tutto il materiale combustibile
 e ciò in conseguenza anche del fatto che la- deficiente viabilità di
molti territori meridionali e la costosità dei trasporti rendono necessario
‘rasformare in carbone prima dell’esbosco la massa legnosa, allo scopo di
ridurne il peso.
Non si conoscono gli assortimenti o le destinazioni economiche della
produzione legnosa delle altre qualità dî coltura: con riferimento alla sola
produzione ottenuta dagli alberi sparsi nei pascoli, nei prati e negli incolti
produttivi l’indagine del 1946-47 accertò che essa rappresentava, rispetto
agli assortimenti ricavati in quegli anni dai boschi, circa il 10% per
quanto riguardava la paleria grossa, circa l’8% per le traverse, circa il 5%
per il legname da tannino, circa il 4% per il legname da trancia e da
        <pb n="332" />
        | 2} sit e,
a NT ra sio os La
352 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

TAB. 3. — ASSORTIMENTI O DESTINAZIONI ECONOMICHE DEL LEGNAME DA LAVORO
E DEL SUGHERO.
(Media del quadriennio 1948-49 — 1951-52)

CIRCOSCRIZIONI

LEGNAME DA LAVORO

SUGHERO

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2523/9090 29002119, #48 142.525

Abruzzi e Mol.! 7 86,7 0,7 8,7
Campania ....| *,3} 19,6 1,1 18,7
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Basilicata ....| 1,5) 3,3) 0,4| 18,1]  .. - 4,2 0,3 0,6
Calabria .....] 15,7] 11,9) 16,4] 19,0) 1,8 14,7) 12,5) 21, 16,2
Sicilia .......| 0,9) — 0,4) 0,4. —' 0,8 1,6 1,9
Sardegna ....ì 0,2 — pi 1.66 — su 4‘
Mezzogiorno sa) 43,5 a 61.9 42
Nord ...... 74.3] 56,5| 81,0) 38,1) 95,8
[TALIA .....

(percenutali territoriali)
0,6)
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1 2,8  - — —
12,7) 8,3 i —| 0,2
1,6) 0,3) 0,2| 0,2) 0,2
2,8) 2,1 — —
21,4) 15,0) 7,5) 2,5) 3,5
0,8| 0,8 17,8 13,5| 14,4
0,4| 0,4 56,11 66,5] 64,4
a) 29,7) 82,3) 82,7) 82,7
s3.2| 70,3! 17,7 17.3| 17,3
100,0/100 0 100.0/100.0 100.0) 100.0 100,0

1,9| 0,4!
11,9) 20 *!

100.0| #00;0|100 ti HO: 01480. 100.0.160:0! 100.0)

Abruzzi e Mol.} 50,0
Campania ....| 25,6
Puglia .......| 50,0 i
Basilicata ....| 34,1) 3,6!
Calabria .....{ 51,7} 1,0)
Sicilia .......| 58,1 —| 3,d
Sardegna ....| 21,4 ! 28,68.
Mezzogiorno 42,7] 3,4 sa 12.2 0,5
Nord ...... 52,1 1,8] 7,8 3.4 5.7
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(percentuali di rvomrasizione)

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15,8/100,0)  —
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9,0/100,0| 43,7
6,5/100,0| 25,3
7,1|100,0| 17,8
9,9|100,0 20,5
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XXIX - LA PRODUZIONE LEGNOSA DEL MEZZOGIONNO, ECC. 353

compensati, per il tondame da sega e per il legname da pasta e circa il
7% ver gli altri assortimenti.
Per quanto riguarda le singole regioni meridionali, si vede dalla tab. 3
che, nell’ultimo quadriennio, la Calabria è stata la principale produttrice
di tondame da sega, di travame asciato, di traversine ferroviarie, di legno
per estratti tannici, di puntelli e puntoni da miniera, di paleria grossa e
di legname per altri assortimenti.
La Campania occupà il primo posto per il legname da trancia e da
compensati, per le doghe e per la paleria minuta. La Sardegna occupa il
primo posto per il sughero.
Circa la composizione della partita di legname da lavoro delle singole
regioni si vede che in quella abruzzese prevale il tondame da sega; in
quella campana, oltre al tondame da sega, anche il legname per paleria
minuta e per doghe; in quella pugliese il tondame da sega e quello per
assortimenti vari; in quella lucana il legname per traversine; in quella
calabrese e in quella siciliana il tondame da sega; in quella sarda il legname
 per puntelli e puntoni da miniera e quello per traversine.
Mentre nella intera partita meridionale il tondame da sega costituisce
il 42,7% del complesso, in quella settentrionale costituisce il 52,1%; al
secondo posto viene, per il Sud, il legname da traverse e per il Nord quello
per estratti tannici; al terzo il legname per usi vari e il travame asciato
rispettivamente.

4. - I dati della tab. 3 danno il quadro dei risultati produttivi dell’industria
 che esegue le operazioni di taglio, allestimento e successivo esbosco
del legname; servono inoltre in buona parte per mettere direttamente in
evidenza i risultati dell’industria che si dedica alla produzione del carbone
e alla preparazione delle diverse partite di legna da ardere (1), nonchè i
risultati di quella attività che si dedica a preparare i diversi tipi di paleria,
in quanto che questi assortimenti vengono generalmente allestiti sul luogo
stesso del taglio. Tutto l’altro legname da opera e una parte non indifferente
 della legna da ardere vengono invece rilevati e classificati in relazione
 alle destinazioni economiche che potranno avere e non in relazione
a quelle che poi effettivamente avranno in luogo e a tempo opportuno.
Per conoscere quindi il quantitativo di tavolame o di travame asciato o
di fogli’ di compensato, di traversine o di doghe effettivamente prodotto
dall’industria locale delle singole regioni, le rilevazioni della statistica
forestale non sono sufficienti. Allo scopo soccorrono soltanto i dati del
Censimento industriale del 1937, che però, oltre ad essere ormai vecchio,
non consente di rilevare nella produzione realizzata nél 1937 dalle diverse
industrie, la parte derivante da materia prima locale e quella derivante
da materia prima importata; occorre quindi accogliere i dati esposti nella

(1) Una quota del carbone e una quota, maggiore, di legna da ardere vengono
prodotte fuori delle zone di origine da dove vengono quindi esportate allo stato di
legname grezzo in tronchi.
        <pb n="334" />
        254

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

Tar. 4. — LE INDUSTRIE PER LA PRIMA

INDUSTRIE PER LA

CIRCOSCRIZIONI

CARBONE

LEGNAME

FARINA DI LEGNO

Esercizi | Addetti HP | Esercizi | Addetti HP | Esercizi Addetti | HP
n. n. n. n. n. n. n. n. n.

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Basilicata ......
Sicilia...
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100.0. 100,0

100.0

100.0 RO 100.0

tab. 4 e successive, a semplice titolo orientativo, soffermandosi soprattutto
su quelli che consentono di intravvedere gli elementi differenziali che
caratterizzano il settore meridionale rispetto a quello del Nord.
Le industrie considerate dal Censimento e alle quali affluisce direttamente
 la produzione legnosa sono quelle comprese nelle sottoclassi: produzione
 di carbone vegetale; prima lavorazione del legno; lavorazione
del sughero (in parte); produzione di farina di legno e di legno macinato;
fabbricazione delle paste meccaniche di legno; e, per quanto attiene alla
prima utilizzazione del legname per estratti tannici, nella sottoclasse
industria degli estratti per concia e tinta.
Nel gruppo di industrie elencato, il legname viene sottoposto ad una
        <pb n="335" />
        XXIX - LA PRODUZIONE LEGNOSA DEL MEZZOGIORNO, ECC.

355

LAVORAZIONE DEL LEGNO NEL 1937.

PRODUZIONE Dr:

PASTA MECCANICA
DI LEGNO
Esercizi | Addetti | HP | Esercizi | Addetti | HP | Esercizi Addetti] HP |,
n. n. n. n. i n. n. n. n. n.

SUGHERO

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Esercizi | Addetti HP
n. n. n.

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0.2

0,1
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1,1
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5,4
94 6

100.0

prima lavorazione che lo rende idoneo ai successivi e svariati impieghi che
costituiscono la ragione di vita di una numerosissima serie di altre industrie;
 queste però non presentano più quei caratteri di complementarietà
del ciclo produttivo forestale, riconoscibili anche nel precedente gruppo
come in tutte quelle attività di trasformazione dei prodotti della terra
che entrano a far parte del settore delle industrie agrarie (1).
Ne] 1937 le industrie per la prima lavorazione del legno, intendendo
con questa denominazione tutte le sottoclassi prima indicate, presentavano
nel Mezzogiorno la consistenza e le caratteristiche indicate nelle tab. 4 e 5.

(1) Vedasi il cap. I: Il concetto di industria agraria. ecc.
        <pb n="336" />
        356 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

TAB. 5. — CARATTERISTICHE DELLE INDUSTRIE PER LA PRIMA LAVORAZIONE
DEL LEGNO.

[NDUSTRIE PER LA PRODUZIONE O LA LAVORAZIONE DI:

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CIRCOSCRIZIONI

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2.717) 5,3/85,2) 1,4) 4.276| 2,0/50.0| o.21 3.542| s5,2/86,2| 0,7) 3.485.
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5.448) 7,5/89,6| 0,8) 5.027} —| — - —| 6.,2/90,7| 0,7! 5.421
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3.174) 5.0/92,0 0,6) 4.328 3,7/04.2! 0.1l 7.992) a.alo3.2| 0,2] 4.559
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Mezzogiorno ... a... | a,8lo2,8
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[TALIA .....

3095 5

3.544| 5.6/91.2| 1.7/11.626|10,1|80 6 0,6| a.702 66/90, 1] s,0| 8.425.

l Per tutte le sottoclassi indicate nella tab. 4

Dai dati di sintesi si osserva che il Mezzogiorno mantiene una posizione
 adeguata a quella che gli deriva come fornitore di legname, solo.
come numero di esercizi ma non come numero di addetti e soprattutto.
come potenza installata, detenendo appena il 5,4% dei CV censiti nel settore
 in esame.
La situazione delle varie sottoclassi è naturalmente diversa; risulta
migliore in quelle più povere e più primitive; mentre nelle altre, dove la
meccanizzazione dà ai singoli impianti una fisionomia più decisamente
industriale, il Mezzogiorno perde a mano a mano quota con il crescere
della complessità delle lavorazioni.
Nell’industria del carbone gli addetti presenti nel Sud costituivano
nel 1937 il 35,3% di tutti gli addetti a questa industria; in quegli anni il
Mezzogiorno partecipava alla produzione di carbone con il 30% circa.
Nelle attività dedite alla stagionatura del legname, alla segagione,
 alla tranciatura, alla preparazione di compensati, di paniforti e di
agglomerati (1) e lavorazioni affini, il Mezzogiorno era presente con il

(1) Per le lavorazioni incluse dal Censimento nelle sottociassi allo studio vedasi:
ISTAT, Industrie del legno, edilizie, ecc., Vol. VI, Roma 1950; Istar, Industrie chimiche,
della carta e poligrafiche, Vol. IV, Roma 1947.
        <pb n="337" />
        XXIX - LA PRODUZIONE LEGNOSA DEL MEZZOGIORNI, ECC.

357

23,7% degli addetti ma solo con il 15,5% della potenza installata; esso
manteneva così una posizione adeguata a quella derivantegli dalla entità
della sua produzione di legname da lavoro — che in quegli anni era pari
al 22,8% — solo in funzione degli esercizi e degli addetti, ma non in funzione
dei cavalli-vapore utilizzabili.
Nelle attività dedite alla preparazione di paste meccaniche di legno
per l’industria cartaria, il Mezzogiorno ha un peso del tutto trascurabile
ma giustificato se è messo in relazione alle sue scarse disponibilità di legno
di pioppo e di abete; altrettanto non può dirsi per la scarsa affermazione di
altre attività quali quelle che si dedicano all’estrazione dei principi concianti
 dal legno di castagno, dalla quercia e dal sommacco. di cui alcune
regioni meridionali sono forti produttrici, e alla preparazione di farine
di legno dai trucioli, dai ritagli, dalla segatura e dalla corteccia di pino,
di cui nel Mezzogiorno vi sono notevoli disponibilità.
Per il sughero, lo sviluppo di una adeguata industria di trasformazione
in Sardegna trova limiti pressocchè insormontabili non tanto nei costi di
trasporto e nei noli, quanto nelle cosiddette « quote transito » per carico e
scarico che i prodotti finiti debbono pagare nell’isola in misura molto
più gravosa dei prodotti grezzi e dei semilavorati. Da ciò deriva quella
caratterizzazione dell’industria sarda del sughero, che meglio apparirà
dalla tab. 6, e per la quale nell’isola si sono affermate solo le attività dedite

TAB. 6. — DISTRIBUZIONE REGIONALE DEI PRINCIPALI PRODOTTI DELLE INDUSTRIE
PER LA PRIMA LAVORAZIONE DEL LEGNO.
(Percentuali sul valore complessivo dei singoli prodotti)

PRINCIPALI ASSORTIMENTI OTTENUTI NEL 1937

CIRCOSCRIZIONI

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Puglia .......
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Sardegna ... .

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0,1 1,4 0,3
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94.0) 78.2) 51.9) 90.6) 93.0] 65 9) s9.3) 38.1| 40.0) 33.2| 93,0) 96,5| 97,0) 90.5

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        <pb n="338" />
        358 INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

alle prime e più grossolane lavorazioni, e cioè le industrie che per le
loro caratteristiche di complementarietà del ciclo produttivo forestale possono
 essere comprese tra le industrie agrarie, mentre le altre sono andate
ad ubicarsi in prossimità dei centri di consumo. i
Gli aspetti del più stentato sviluppo nel Sud dell’industria per le prime
 lavorazioni del legno appaiono evidenti allorchè si mettano a confronto
le caratteristiche medie degli esercizi meridionali con quelle degli impianti
 settentrionali: questi risultano superiori del 70% in quanto a dimensioni,
 misurate in base al numero degli addetti; più di quattro volte maggiore
 è il loro grado di meccanizzazione risultante dal rapporto tra CV e
addetti; doppio è il valore della produzione lorda per addetto. L’intero
settore risulta nel Mezzogiorno frazionato per il 92,3% tra esercizi con non
più di dieci addetti; nel Nord è frazionato in misura, sia pure lievemente,
minore.
Nelle tre principali sottoclassi in cui, a differenza delle altre, l’industria
 del Mezzogiorno raggiunge una certa consistenza, gli squilibri a
carico del settore meridionale non appaiono nell’industria del carbone,
mentre in quella del legno e in quella del sughero rispecchiano la situazione
 già illustrata in via generale.
Gli effetti della minore meccanizzazione e delle minori dimensioni,
che in sintesi sono espressi dal più basso valore della produzione per
addetto, si manifestano anche nel tipo degli assortimenti realizzati nel 1937
dall’industria delle due circoscrizioni.
Mentre per gli assortimenti più semplici — doghe per fusti, casse ed
elementi da imballaggio, traverse e traversine per armamento ferrotramviario,
 sughero raschiato e cubetti di sughero — il Mezzogiorno dimostra
 di svolgere un’attività intensa e proporzionata alle disponibilità di
materia prima da cui tali assortimenti vengono tratti, per quegli altri, per
i quali si richiede un’attrezzatura e un’organizzazione di impresa più
complesse, l’industria meridionale assume modestissimo rilievo. Il legname
 segato venne prodotto nel 1937 solo per il 6% nel Mezzogiorno; per lo
0,4% e per il 7% rispettivamente vennero prodotti fogli di tranciato e di
compensato e pannelli di legno, per il 3,5% gli agglomerati di sughero (1),
per il 3% gli estratti di castagno per concia.
Se ora si confrontano, pur con tutte le cautele già richiamate, le percentuali
 anzidette con quelle riportate nella tab. 3 — dalla quale si vede
che i boschi del Mezzogiorno forniscono il 25,7% del tondame da sega,

(1) La scarsa produzione di turaccioli del Mezzogiorno è da mettersi in relazione
alla caratteristica, che contraddistingue la nostra produzione di sughero gentile da quelle
degli altri paesi, per cui, a causa di fattori naturali di clima, terreno, esposizione, ecc., il
saccolto italiano risulta formato per l’85-90% di sughero di basso spessore (comunemente
di 22-24 mm.). Pertanto la nostra produzione di sughero di alto spessore, adatto alla
fabbricazione di turaccioli per vini, è sempre risultata deficitaria rispetto al fabbisogno
è per integrarla si è dovuto sempre fare ricorso al prodotto estero, e particolarmente al
prodotto spagnolo e portoghese.
Tenuto conto che il fabbisogno di sughero di alto spessore viene valutato intorno a
30-35 mila quintali annui, l’entità del deficit risulta dal raffronto della suddetta cifra
(segue nota a nag. 359)
        <pb n="339" />
        XXIX - LA PRODUZIONE LEGNOSA DEL MEZZOGIORNO, ECC.

359

il 43,5% del tondame da trancia e per compensati, il 17,4% del castagno per
estratti tannici, il 46,8% del legname vario per assortimenti e destinazioni
diverse e l’82,7% del sughero — appaiono delle sproporzioni non del tutto
giustificabili con la diversa natura dei dati presi in considerazione; esse
danno invece conferma che l’industria in esame non ha raggiunto nel
Mezzogiorno uno sviluppo adeguato alle sue possibilità naturali e tanto
meno alle esigenze del consumo di legname, che in quelle regioni viene
fatto ricorrendo all’importazione.

5. - La integrale soluzione del problema relativo allo sviluppo delle
industrie del legno nel Mezzogiorno implica la preventiva messa a punto
di una serie di altri problemi, tra cui quelli:
— di un sostanziale miglioramento della viabilità montana, per
ridurre gli alti costi dell’esbosco e dei successivi trasporti su strada:
— di un assestamento forestale e di un incremento della produzione
legnosa da raggiungersi specialmente attraverso l’introduzione nel Mezzogiorno
 di specie a rapido sviluppo sia di essenze resinose che di latifoglie,
sia nei boschi che nei terreni destinati a coltura agraria (filari e cortine
frangivento);
— di un miglioramento della tecnica di abbattimento degli alberi
e di un più diffuso impiego di mezzi meccanici per il carico del legname,
di trattori e delle moderne attrezzature adatte all’ambiente forestale:
— della formazione di maestranze specializzate, attraverso scuole e
corsi professionali.
Anche nelle condizioni attuali un certo consolidamento del settore
esaminato potrà tuttavia essere raggiunto, non mancando ih alcune zone
meridionali elementi favorevoli, tra cui soprattutto quello di una buona
disponibilità di materia prima. .

(seguito della nota di pag. prec.)
con le cifre, riprodotte nel seguente prospetto, relative all'effettiva disponibilità negli
anni più recenti (in migliaia di quintali)”
DISPONIBILITA’ DI SUGHERO DI ALTO SPESSORE
1934 1948 1949 1950 1951
11,9 26,9 9,6 16,0 16,1
18,5 0,6 6,7 8,6 6,7
30.4 27.5 16,3 24,6 22 8

Contro una diminuzione delle importazioni di sughero greggio, le importazioni di
sughero lavorato — pur non risultando di particolare entità — hanno segnato in questi
ultimi anni un certo aumento rispetto all’anteguerra, passando dai q.li 1.079 del 1933-39
ai a.li 1.785 del 1946-51; la partita importata è prevalentemente costituita da turaccioli.
Le esportazioni di grezzo, costituite da sughero di basso spessore eccedente il nostro
fabbisogno, hanno registrato in complesso dal 1933 al 1951 un considerevole sviluppo passando
 da q.li 42.355 del 1933-39 a q.li 73.898 del 1946-51. Vedasi: « Informazioni SvImMEz ».
Il sughero in Italia e nel Mezzogiorno, n. 22-23 del 28 maggio-4 giugno 1952.
        <pb n="340" />
        360

INDUSTRIE AGRARIE NEL MEZZOGIORNO - PARTE QUARTA

Il vasto mercato di consumo rappresentato dalle zone di riforma e
di bonifica ove si prevede per i prossimi anni una intensa attività edilizia
e cantieristica potrebbe dare sufficiente garanzia per il collocamento dei
orodotti.
In particolare, nei riguardi degli impianti da creare sembra che alcune
unità per la produzione di legni sintetici di fibre legnose — per i quali esistono
 brevetti di alto rendimento tecnico ed economico — potrebbero trovare
 conveniente ubicazione nel Mezzogiorno utilizzando i residui delle
lavorazioni del legno (scarti, sottomisure, cortame, residui dell’estrazione
del tannino, ecc.), la legna da ardere e la legna che residua dalla potatura
di viti e di altre piante arboree (1), così come potrebbero trovarla anche
alcune unità per la produzione di tranciati. anche per la esportazione (2),
di compensati, di paniforti e simili, se convenientemente ubicati in modo
da poter utilizzare oltre ai legnami locali anche quelli per i quali si deve
fare ricorso all’importazione via mare.
Tra le altre industrie, per le quali si possono formulare prospettive
favorevoli, ci sono anche quelle per la produzione di elementi da imballaggio
 che l’auspicato miglioramento del mercato ortofrutticolo meridionale,
 attraverso la creazione delle centrali ortofrutticole, rende indispensabili.

Dalle industrie di prima lavorazione potrebbe poi alimentarsi qualche
 unità per la produzione di infissi, di carpenteria e di mobili per l’arredamento
 delle case contadine.
La garanzia di rifornimenti di materia prima a basso costo alle industrie
 prima indicate è condizione indispensabile per la loro affermazione;
pertanto tutte le iniziative tendenti ad una razionale utilizzazione dei
cascami del legno (3) sia mediante la carbonizzazione e la gassificazione,
sia mediante la distillazione e la produzione dei più diversi derivati, come
attraverso l’accennata produzione di pannelli sintetici, dovranno essere
accuratamente studiate e, se del caso, attivamente promosse e sostenute
nel loro avviamento.
Nelle soluzioni da prescegliersi per realizzare gli impianti di cui si
è detto sembra fuori dubbio che l’orientamento verso impianti di medie
dimensioni ma a lavorazioni complesse, in grado di utilizzare per usi

(1) Si calcola che per la produzione di un me di pannello tipo masonite di media
durezza, occorrano 15 q.li di materia prima e che per la produzione di un me di, pannello
ipo faesite occorrano q.li 6 di materia prima.
ia produzione italiana di pannelli di legno sintetico era nel 1939 di 2,5 milioni
di mq. Si può ritenere che, dati i moderni orientamenti nell’edilizia, nell’arredamento
di navi e di carrozze ferroviarie, tale produzione potrebbe convenientemente arrivare a
quadruplicarsi anche con buone prospettive di esportazione.
(2) L’industria dei tranciatiì in Italia è di recente introduzione, ma ha avuto un
costante incremento. Non si ritiene azzardato prevedere che la produzione nazionale
di tranciati potrebbe salire ad un livello superiore del 100% a quello prebellico, che
era di 25 milioni di fogli.
(3) Per avere un’idea della entità dei cascami di legno nella lavorazione industriale
 si può ritenere che, in media, un mc di tondame da sega lavorato dà un quintale
di cascami e che un mcr di altro legname da lavoro ne dà q.li 0,6-0,7.
        <pb n="341" />
        XXIX - LA PRODUZIONE LEGNOSA DEL MEZZOGIORNO, ECC.

361

diversi le attrezzature di base e di adeguarsi con prontezza alle diverse
richieste e alla congiuntura di mercato, sia da preferirsi per diminuire i
costi generali e distribuirli su una massa piuttosto grande e assortita di
prodotti; così come non si dovrà trascurare, per gli stessi motivi, la
standardizzazione della produzione in modo da poter offrire, ad un mercato
a basso potere di acquisto, qual’è quello del Mezzogiorno, buone forniture
a basso prezzo.
La situazione messa in evidenza dal Censimento 1937 denota una
carenza di iniziative imprenditoriali pressochè in tutti i numerosi rami di
industria in cui il legno entra sia allo stato grezzo che allo stato di semilavorato.
 i
C’è da augurarsi che, negli ultimi anni, al più intenso sfruttamento
dei boschi meridionali si sia accompagnato un adeguato sviluppo delle industrie
 di prima trasformazione, e non soltanto di guelle boschive per il semplice
 taglio ed esbosco del legname. I provvedimenti a favore dell’industria
del Mezzogiorno — in corso di attuazione tramite i nuovi istituti di credito
industriale — e quelli previsti dalla legge per la montagna, con particolare
riferimento agli impianti per la produzione di gas di carbone e a quelli artigiani
 che trasformano materie prime locali, possono dare un decisivo impulso
 al settore del legno; con il suo consolidamento, questo settore aprirà
una fonte di reddito a molte zone della montagna meridionale, che sono
tra le più povere d’Italia.
        <pb n="342" />
        Roma, 1953 - S.p.A. Tipografica Castaldi, Via Casilina, 49
        <pb n="343" />
        PUBBLICAZIONI

La struttura dell’industria olearia nel Mezzogiorno (pag. 236, con 6
grafici e 2 tavole a colori) - 1952 ......... rele
Popolazione e forze di lavoro - Prospettive demografiche fino al 2000
(pag. 180 con 20 grafici) - 1952 ...... aaa
Effetti economici di un programma di investimenti nel Mezzogiorno
(Edizione inglese: Economic effects of an Investment program
in Southern Italy) (pag. 88) - 1951 ............ se
Agevolazioni per l’industrializzazione e lo sviluppo economico del Mezzogiorno
 (3% ediz. pag. 829) - 1951 ....... ss
Idem - Aggiornamenti al 1° luglio 1952 (pag. 132) - 1952 i......
Piante officinali in Calabria - Presupposti e prospettive di industrializzazione
(pag. 120 con 2 tavole fuori testo) - 1951 ........ -
Statistiche sul Mezzogiorno: 1861-1950 (Trenta tavole statistiche
dei fenomeni più caratteristici del Mezzogiorno) - 1951 ...
Notizie sull’economia del Mezzogiorno (Edizione inglese: Survey of
Southern Italian Economy) (pag. 38 con 24 cartine e grafici a
colori, 34 tavole statistiche) - 1950 ........
Ortofrutticoltura della Campania e del Mezzogiorno (pag. 210 con
due cartine a colori fuori testo) - 1950 ...... se
Contributi allo studio del problema industriale del Mezzogiorno (pag. 170,
con 19 illustrazioni di cui 16 a colori) - 1949 ............
Aspetti economici, tecnici e giuridici dell’industrializzazione del Mezzogiorno
(pag. 180) - 1949 ......
Estratti vari (chiedere catalogo pubblicazioni).

L. 1.800

» 1.000

» 1.000

» 1.200
» 200

» 1000

» 100

» 1.000

» 1.000

» 600

» 200

RELAZIONI DEL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE:

Bilancio 1947, con 10 grafici a colori (pag. 55).
Ed. inglese: Report of the Board of directors on the 1947 balance sheet.
Bilancio 1948, con 33 grafici a colori (pag. 85).
In appendice: Rilevazioni locali per i piani regionali del Mezzogiorno.
Bilancio 1949, con 15 grafici a colori (pag. 81).
In appendice: Alcuni progetti di investimenti nel Mezzogiorno.
Bilancio 1950, con 16 grafici a colori (pag. 117).
In appendice: Effetti economici di un programma di investimenti.
Bilancio 1951, con 5 grafici (pag. 85).
In appendice: Il Mezzogiorno fra due censimenti.

BOLLETTINO SETTIMANALE:

Dal gennaio 1948 l’Associazione pubblica il bollettino settimanale « Informazioni
 SVIMEZ » con due supplementi mensili:
Appendice statistica.
Studi internazionali sui problemi dei Paesi economicamente sottosviluppati.
Abbonamento 1954: Italia ................
Estero...

L. 2.000
... » 3.000
        <pb n="344" />
        (O

Prezzo L. 1.500
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      </div>
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  </text>
</TEI>
