COLTURA DELLE FRUTTA
Dove la montagna s’interrompe in pianori solatii o
dove le pendici si fanno meno aspre e specialmente là dove
con caratteristici acquedotti è stato possibile condurre l’acqua
delle sorgenti ad irrigare il terreno, va divulgandosi
la frutticoltura, che viene esercitata con criteri tecnici assai
perfezionati. Anche nella parte collinare e pianeggiante della
provincia va estendendosi questa coltura, qui però quale
coltura promiscua.
Piante da frutta, meli, peri, susini, noci, non sono mai
mancati nei prati più vicini all’abitato dei villaggi di certe
valli montane. Ma questa coltura, per la manchevolezza delle
vie di comunicazione, non aveva carattere speculativo, e
non poteva alimentare un commercio di esportazione dalle
valli. È stato soltanto verso la fine del secolo scorso e con
maggior intensità nell’ultimo ventennio che la frutticoltura
(meli e peri) si è estesa con criteri industriali. Ha seguito
nei sistemi di coltura e nelle varietà coltivate l’esempio del
vicino Alto Adige, specialmente delle zone più celebri, Merano
e Lana, dove s’impiegano di solito i giovani operai
agricoltori della montagna trentina. La frutticoltura trentina
gode anzi di qualche vantaggio su quella alto-atesina, vantaggio
dovuto più che alla tecnica, alla esposizione meglio
ventilata e solatia delle migliori zone frutticole del Trentino.
Ha il suo centro principale in valle di Non; va estendendosi
ora anche in altre zone, specialmente in Valsugana,
in val di Tesino, nelle Giudicarie, e da ultimo anche in
sal di Ledro e in val di Fiemme. Sono specialmente i comuni
di Tassullo, Tuenno, Cles, Livo, Revò e Brez, che danno
la grande massa delle mele e delle pere e il cui territorio
coltivabile si va trasformando press’a poco in un solo grande
frutteto. La superficie coltivata a frutta in val di Non va
aumentando di anno in anno: si calcola che in questi ultimi
anni l’incremento sia stato di non meno di 50 ettari annui.