VIII - PROBLEMI DELL'INDUSTRIA CONSERVIERA
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ranea importazione, che dovrebbe realisticamente adeguarsi per tali elementi
alle esigenze industriali.
Jn’impostazione produttivistica, rivolta al collocamento dei prodotti
ortofrutticoli conservati sui mercati esteri in migliore situazione economica
del nostro, appare inoltre più facilmente attuabile per un’altra considerazione.
E cioè che, mentre per un potenziamento del collocamento interno si
deve fare affidamento solo su un ipotetico miglioramento a lunga scadenza
del tenore di vita della nostra popolazione, per uno sviluppo delle vendite
all’estero si può giocare su fattori tecnici (miglioramento qualitativo) entro
limiti abbastanza ampi, governabili dagli stessi imprenditori, e su elementi
di concorrenza commerciale rivolti a farci inserire al posto di altri fornitori.
in mercati a standard già attualmente elevato. Le esigenze di un potenziamento
della nostra industria conserviera (1) discendono d’altro lato da una
serie di considerazioni che prospettano questo problema con un carattere di
inevitabile necessità.
Infatti, posto che gli scambi internazionali si avviino ad una fase più
liberistica del recente passato, ci si deve rendere conto come la nostra agricoltura
abbia urgenza di orientarsi verso quelle produzioni, tra cui le
ortofrutticole, che, meglio confacendosi alle condizioni di ambiente meridionale,
possano essere realizzate a costi convenienti.
Si è visto come fino ad oggi la nostra ortofrutticoltura, limitandosi
quasi esclusivamente al commercio dei prodotti freschi, ristagni da alcuni
decenni su posizioni stabilizzate. Per quanto si possano formulare previsioni
di un maggiore assorbimento diretto di ortaggi e di frutta, realizzando
un migliore processo distributivo verso i centri nazionali, non può ritenersi
per quelle stesse ragioni di depressione economica già dette, che il plafond
del consumo interno sia tanto facilmente spostabile.
E’ dato del resto di constatare che nè gli elevati livelli raggiunti dalla
esportazione dal 1938 al 1940 nè gli aumentati consumi interni di vegetali,
verificatisi durante la carenza degli altri generi nel periodo annonario, sono
riusciti ad esplicare una sensibile funzione dilatatrice della produzione, la
quale non ha superato il limite toccato nel 1923-28.
Appare così che il nostro mercato di consumo, se può forse costituire,
se convenientemente curato e potenziato, lo sbocco naturale dell’attuale produzione
ortofrutticola, che non verrebbe più a soffrire delle periodiche crisi
di sovraproduzione-sottoconsumo, non può però rappresentare un elemento
che ne determini un ulteriore incremento. |
Ne deriva quindi che l’industria conserviera viene ad assumere — come
del resto ha assunto in tutte le aree di intenso sviluppo ortofrutticolo —
una funzione non semplicemente di volano compensatore del mercato, ma
di vero e proprio elemento motore della espansione produttiva.
Soltanto sotto tale profilo assume valore l’impostazione programmatica
dei piani di trasformazione fondiario-agraria, che tende a far apparire
(1) Si veda in proposito: Svimez, Contributi allo studio del problema industriale
del Mezzogiorno, Roma. 1949.